— Me ne andrò da te e non vedrai mai il bambino! — urlava Gianna. — Voglio che la nostra famiglia sia normale! Senza estranei! — Gianna, calmati! Nella nostra famiglia non ci sono estranei! — cercava di placare sua moglie Alessandro. — Elena è anche nostra figlia!

Caro diario,
questa mattina mi sono svegliato con la testa ancora piena di pensieri e il cuore in subbuglio. Gianna, mia moglie, ha afferrato i riccioli e ha esclamato con decisione: «Andiamo a restituire Ginevra al ricovero per bambini!».

«Che idea è questa?» ho chiesto, sorpreso. «Restituirla?»

«Sì, è così!», ha risposto con tono fermo. «Presto avremo un nostro bambino, non ci serve unaltra bambina da accudire».

Alessandro, il fratello di Gianna, si è avvicinato per capire il da farsi. «Il Signore ci ha ricompensati perché abbiamo aiutato una piccola orfana a trovare una famiglia», ha detto, ricordandoci il nostro impegno a favore di Ginevra.

Io, però, non avevo più sperato in un figlio nostro. «Quale famiglia può essere completa senza bambini?», ho ribattuto, sentendo un leggero tremore dentro di me.

Ginevra, di cinque anni, si era fermata sulla soglia della nostra camera da letto, con gli occhi spalancati dallo sconforto. «Non sono più tua?», ha chiesto, il suo sguardo grande come un oceano di paura.

«Certo che sì, piccola mia», le ho preso in braccio, cercando di nascondere il freddo che mi gela le ossa. «Non è che vogliamo mandarti via, è solo che le cose si sono complicate, eh! Andiamo a metterti a letto».

Gianna, aggrappata alla disperazione, ha alzato la voce: «Io voglio una famiglia normale, senza extra!».

«Tranquilla, Gianna, non abbiamo estranei nella nostra casa», ho cercato di rassicurare, ma il suo viso era rosso come un peperone, gli occhi pieni di una gelosia che non conoscevo.

«Non lho partorita, non è mia figlia!», ha continuato, alzando la voce. «Scegli: io o lei!».

Ho deciso di mettere Ginevra dalla nonna, Lidia Eduarda, una donna gentile di Bergamo che non perdeva occasione per offrirle dolcetti fatti in casa. «Stai da nonna finché mamma non si calma, piccolina. Quando il bambino arriverà, tua madre tornerà in sé e ti riprenderà», le ho detto.

Ginevra annuì, accettando qualsiasi soluzione per non finire di nuovo al ricovero. «Nonna, se la mamma volesse portarmi via, potrei restare con te?», ha chiesto timida.

Lidia le ha risposto, accarezzandola i capelli: «Certo, principessa, la mamma non ti lascerà davvero via, è solo lo stress che la fa parlare così».

Due mesi passarono. Alessandro, sempre più assente, divise il suo tempo tra il lavoro in una fabbrica di Milano e le visite allospedale dove Gianna era ricoverata. Un giorno, mentre la nonna preparava la colazione, Ginevra ha visto lauto di Alessandro e ha gridato: «Papà è arrivato!».

Lidia, curiosa, ha soprattutto notato che quel lunedì il ritorno di Alessandro era ancor prima dellora di pranzo, cosa insolita. «Che succede?», ha chiesto.

Alessandro, visibilmente stanco, si è seduto sul puff del corridoio: «Gianna è morta durante il parto. Il bambino non è sopravvissuto nemmeno lui». Il silenzio è calato sulla cucina, come una coperta densa su un inverno freddo.

«Prendo Ginevra. È ora di tornare a casa», ha dichiarato. Lidia ha offerto: «Se vuoi, posso stare con voi». Alessandro ha accettato con un cenno.

Ginevra ha cominciato a provare nuovi cappelli con fiocchi, pronta a diventare una vera alunna. Quando la porta si è aperta, luomo che era stato solo unombra è apparso con una donna snella e alta al suo fianco.

«Questa è Lizza, vivrà con noi», ha annunciato Alessandro, con una gioia forzata.

«Ciao Ginevra», ha detto Lizza, tendendole un mazzo di fiori: «Per il primo di settembre».

Ginevra, però, ha trattenuto un sospiro e si è ritirata nella sua stanza, ignorando i fiori. Alessandro ha cercato di difendere Lizza: «Non è un problema, è una brava ragazza».

Lizza ha risposto: «Diventeremo amiche». Ginevra ha chiuso la porta con forza, pensando: «Sì, certo».

Il padre ha ottenuto una promozione al lavoro e trascorreva lunghe ore in azienda, lasciando Lizza a prendersi cura di Ginevra e del piccolo Niccolò, il figlio di Lizza, con la dedizione di una madre adottiva.

Col tempo, Ginevra ha cominciato a fidarsi di Lizza. Lambiente domestico era sereno, quasi idilliaco.

Verso la fine dellanno scolastico, Lizza ha annunciato di essere incinta. Questo ha gettato Ginevra nel profondo sconforto: «Non voglio perdere più nessuno». Si è chiusa nella sua stanza e ha pianto a dirotto. Lizza, al di là della porta, ha implorato: «Non piangere, ti voglio bene, non ti lascerò mai».

Ginevra, con il viso bagnato, è uscita e ha abbracciato Lizza, chiamandola «mamma».

Qualche mese dopo, Ginevra ha tenuto in braccio il fratellino appena nato, ridendo: «Mamma, guarda quanto è carino!». Lizza, con gli occhi lucidi, lha accarezzata.

Due anni sono volati. Ginevra è passata alla quarta elementare quando una tragedia ha colpito la nostra famiglia: Alessandro è morto in un incidente stradale. Da quel giorno, Ginevra e Lizza hanno condiviso le faccende di casa, curando Niccolò e cercando di non far trapelare il dolore.

Un giorno, mentre Niccolò dormiva, Lizza si è avvicinata a Ginevra e ha detto: «Non possiamo restare così, la vita va avanti. Dobbiamo smettere di soffrire». Ginevra ha annuito, consapevole che il padre non sarebbe più tornato.

Proprio mentre accettavamo di andare avanti, è suonato il campanello. Unispettora dei servizi sociali, la signora Margherita, ha dichiarato: «Ginevra deve tornare al ricovero per bambini, poiché non avete una famiglia stabile».

Lizza ha protestato: «Che documento? Non ne abbiamo!». La signora ha risposto con freddezza: «La nonna è troppo anziana per mantenere la bambina, dovete lasciare Ginevra».

Ginevra, a differenza di Lizza, non ha pianto. Era stanca, rassegnata. «Ti prenderò, non importa», ha urlato Lizza, ma Ginevra non ha creduto più alle parole.

Due mesi dopo, Lizza è comparsa allingresso del ricovero, quando la direttrice del centro, la signora Viola, ha annuncio: «Ginevra è stata affidata a una nuova famiglia».

«Non voglio più una famiglia», ha detto Ginevra, con voce bassa. «Non sarò mai felice con le famiglie».

«Allora prendi le tue cose e vai», ha risposto Viola. Ginevra ha uscito, senza più speranze, trovandosi davanti a Lizza.

«Che ci fai qui?», ha chiesto, con tono indifferente.

«Sono qui per te», ha risposto Lizza, «ti ho adottata, ti tengo in vita, e ho provveduto a tutto».

«Allora io», ha iniziato Ginevra, ma la gioia le è balzata in volto.

«Sì, ti porto a casa, Niccolò ti aspetta».

«Andiamo, mamma», ha detto Ginevra, stringendo la mano di Lizza.

Scrivere tutto questo mi ha fatto capire una cosa fondamentale: le famiglie non sono soltanto legami di sangue, ma le persone che ci tengono vicini quando il mondo sembra crollare. La vita può cambiare in un battito di ciglia, ma è la nostra capacità di accogliere gli altrianche quando il cuore è spezzatoa renderci veramente umani.

Con questa lezione, chiudo il mio diario di oggi.

Marco.

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— Me ne andrò da te e non vedrai mai il bambino! — urlava Gianna. — Voglio che la nostra famiglia sia normale! Senza estranei! — Gianna, calmati! Nella nostra famiglia non ci sono estranei! — cercava di placare sua moglie Alessandro. — Elena è anche nostra figlia!
I nostri nipoti ci fanno perdere la pazienza: non li ospiteremo più a casa nostra.