Lorenzo era così stanco di uscite sbrigative, di relazioni di un giorno, di appuntamenti che si susseguivano senza fine, che quando ha incrociato la semplice, allegra e sveglia Fiorenza, ha capito subito: è lei. Si sono fermati in una caffetteria di Milano, hanno ascoltato i musicisti di strada, hanno chiacchierato dei suoi successi in carriera e della sua passione per la poesia contemporanea; e quando hanno scoperto che entrambi preferiscono linsalata russa con le mele, hanno capito che era il momento di andare oltre.
Il luogo scelto per far evolvere la loro storia è stato lappartamento di Fiorenza, dove lha invitato a cena. Lorenzo ha indossato la sua camicia migliore, si è rasato, ha memorizzato qualche verso strano di un poeta preferito da Fiorenza, ha comprato fiori e una bottiglia di vino rosso.
Entrava a casa con il passo leggero, pieno di quellentusiasmo che solo un gatto che gira sul suo piatto quindici volte al giorno può provare. La sua sicurezza era talmente alta da far invidia a qualsiasi felino. Prima ancora che la serata cominciasse, aveva già pensato a tutto nei minimi dettagli, tranne a una frase: «Buonasera, mi chiamo Stefano. La mamma è in doccia, entrate pure».
Lorenzo non si muoveva. Davanti a lui lo osservava un volto maschile, quasi infantile, dal lineamento quadrato. Il proprietario di quel volto gli tese una mano così grande da poter avvolgere tutta la sua testa. Allinizio Lorenzo ha pensato di aver sbagliato edificio, ma quando Stefano è scoppiato in un forte starnuto, tenendo il naso con le dita e senza aprire bocca esattamente come faceva Fiorenza i dubbi sono svaniti. Lumore di Lorenzo ha iniziato a precipitare, il vino ha cominciato a diventare acido, i fiori a appassire.
Entrando, ha sgranato gli occhi vedendo le sneaker di Stefano. Avrebbero potuto stare sui suoi mocassini e gli sarebbero comunque cresciuti ancora. Fiorenza era alta quasi fino alla vita del figlio. Lorenzo ha pensato che fosse una pena che le donne non sapessero gestire loro come lui: «Ti dò un anello, e in dieci anni avrai un anello di fidanzamento un investimento non male».
Si è diretto verso la cucina, dove la tavola era già apparecchiata e Stefano cambiava le tende senza nemmeno una sedia.
«Mi servono cinque minuti, allora esco!» si è sentito dalla doccia.
Dopo cinque volte cinque minuti, la porta si è finalmente aperta e Fiorenza è uscita dalla doccia in un elegante abito da sera, con il trucco che le illuminava il viso. Lo sguardo aspro di Lorenzo è stato subito smorzato dalla sua presenza; il nervosismo è volato via, così anche latmosfera romantica.
Ha messo a tavola cibo e vino senza aspettare Lorenzo e ha cominciato a mangiare.
«Perché non mi hai detto che hai un figlio?» ha sputato Lorenzo, ferito dallinganno.
«Ti sei spaventato del rimorchio?» ha sorriso amaramente Fiorenza.
«Non è un rimorchio, è un intero convoglio», ha risposto lui.
«Grande, vero? È suo padre, quello del villaggio siberiano silenzioso, più alto di Stefano. Con le mani nude ha affrontato un orso».
«E adesso dove è?» ha balbettato Lorenzo, strozzato.
«Sta viaggiando, insieme a quellorso. Ha lasciato noi per un grande palcoscenico. A volte scrive lettere, ma la calligrafia è talmente strana che sembra scritta proprio da quellorso, con più coscienza di un uomo».
«Quanti anni ha?», ha chiesto Lorenzo indicando il muro.
«Quattordici, ha appena ritirato il passaporto».
«Con la forza?».
«Molto divertente».
Il pasto è continuato in silenzio, la conversazione non decollava.
«Posso avere più carne?», ha chiesto Lorenzo, porgendo il piatto.
«Ti piace?».
«Onestamente, non ho mai mangiato niente di più saporito. Cosè?».
«Carne di alce. Stefano la cucina».
«Wow, ha davvero talento».
«Lha ereditato dal papà, insieme a un vecchio libro di ricette, un set di coltelli, canne da pesca, una barca e altre cianfrusaglie che ci ha regalato».
«Una barca?», ha deglutito Lorenzo.
«Sì, è nascosta in cantina. A volte ci è, a volte no. Il figlio è un pescatore incallito».
Il cellulare di Fiorenza è vibrato; lei si è scusata e si è ritirata in camera per rispondere.
«È ora di tornare a casa», ha pensato Lorenzo. Non cera più nulla da fare lì.
«Lorenzo, cè una cosa», è tornata Fiorenza, visibilmente agitata. «Al lavoro cè stato un incidente. Puoi stare un paio dore con Stefano?».
«Io? Con Stefano? Perché?».
«È minorenne, non si sa mai cosa può succedere. Ora ci sono persone che girano per gli appartamenti».
«Hai paura che lo rubino di nascosto?».
«In sintesi», ha cambiato tono Fiorenza, «ti pago per la serata persa e per fare da babysitter, poi non ti richiamerò più, daccordo?».
«E cosa devo fare con lui?».
«Parlate di cose da uomini, poi scappo».
Lorenzo non ha potuto rispondere; Fiorenza era già sparita di corsa. Ha rimasto un attimo in cucina, scaricando la batteria del telefono, poi ha finito la carne, il vino, e ha aspettato che Fiorenza tornasse.
Passato il tempo, ha sentito suoni familiari provenire da dietro la porta di Stefano. «Non può essere», ha pensato Lorenzo e ha bussato.
«Aperto».
Ha spinto delicatamente la porta e si è trovato nella stanza dei giochi. La prima cosa che ha colpito gli occhi è stata una grande tavola di legno con coltelli e frecce infilzati. Nessun buco sul muro le frecce colpivano sempre il bersaglio. Sul tavolo cera un giradischi, e da una cassa si sentiva a basso volume il famoso brano degli Iron Maiden, la sua band preferita. Stefano era seduto in un angolo a sistemare lattrezzatura da pesca. Lorenzo ha continuato a esplorare: sul comò cerano trofei, dal soffitto pendeva un sacco da boxe, davanti al televisore stava la nuova Xbox.
«Che mamma ti mantenga così bene», ha commentato Lorenzo, invidioso. Un ragazzo avrebbe sognato una stanza così.
«Lavoro destate», ha risposto Stefano, e Lorenzo si è sentito un po in imbarazzo. Immaginava Fiorenza che cercava un portafoglio senza fondo per il suo figlio, ma il ragazzo sembrava già autosufficiente.
«Hai una carica per il telefono?», ha chiesto Lorenzo, mostrando il suo.
«Vicino alla ferrovia», ha indicato Stefano.
«Ferrovia?», ha ripetuto Lorenzo, incredulo. Guardando fuori, ha visto davvero una grande stazione ferroviaria.
«Lhai montata tu?», ha chiesto sottovoce.
«Sì, vado a comprare pezzi, voglio un secondo livello e qualche ponte. Una scatola di binari è arrivata, ma non riesco a metterli».
Lorenzo sentiva il caldo salire alla testa e al cuore.
«Posso far girare il trenino?», ha chiesto.
«Un minuto», ha risposto Stefano, alzandosi e attraversando la stanza con un passo deciso.
***
Fiorenza è tornata dopo unora. Era convinta che Lorenzo fosse già andato via, così è corsa nella stanza del figlio e li ha trovati intento a costruire la ferrovia. Era difficile capire chi dei due fosse più anziano.
«Lorenzo, è ora di andare», le ha sussurrato Fiorenza.
«Ugh oh!», è balzato in piedi Lorenzo. «Che ore sono?».
«È luna e mezza», ha sbadigliato Fiorenza, esausta. «Domani devo tornare allincidente, quindi devo dormire».
Lha accompagnato alla porta, lo ha baciato sulla guancia e gli ha porse dei soldi.
«Io non prendo soldi dalle donne», ha sputato Lorenzo, disgustato.
«Grazie per aver tenuto docchio il mio rimorchio», ha risposto Fiorenza.
Lorenzo ha sorriso debolmente e se nè andato.
***
Qualche giorno dopo, Lorenzo ha chiamato:
«Ciao, vorrei tornare a far visita».
«Sono sommersa al lavoro, non ho tempo per relazioni, lultima volta».
«Posso andare da Stefano?».
«Da Stefano?», ha chiesto perplessa Fiorenza.
«Sì, magari stare con lui, tenerlo docchio».
«Devo chiedere a lui».
«Gli ho già scritto. Non ha niente in contrario. Ho comprato un nuovo gioco per la sua Xbox, ci sediamo, tu fai le tue cose».
«Va bene, vieni stasera».
Quella sera Lorenzo è tornato in un aspetto completamente diverso: niente camicia elegante, né profumo, né vino, né sguardi intensi. Indossava una semplice maglietta nera con la sua band preferita, uno zaino pieno di patatine e bibite, e sul volto una smagliante risatina da ragazzino.
«Stai tranquillo, ho tra due ore una videochiamata di due ore», ha detto Fiorenza, avvolta in un accappatoio, con una mascherina di stoffa e lalito che puzzava daglio.
Lorenzo ha annuito ed è entrato nella stanza dei giochi.
Quella sera Fiorenza ha riuscito a staccare Lorenzo e Stefano, che discutevano animatamente di Balabanov e Guy Ritchie. Ognuno difendeva la sua opinione, pronti a decidere un marathon di film di sei ore, ma Fiorenza li ha convinti a smettere, dicendo che erano entrambi vittime di gusti pessimi, e ha accompagnato Lorenzo verso luscita.
«Sabato non dimenticare di comprare lesca!», ha gridato Stefano dalla stanza.
«Che esca?».
«Andiamo a pescare la trota. Ho detto a Stefano che conosco un negozio con ottima esca. Non vado a pescare da mille anni».
«Che bravo, amici. Vuoi venire anche tu, porti i panini?».
«Sì, non ho altro da fare. Andate pure a pescare», ha sorriso Fiorenza, cacciando Lorenzo fuori. «Il lavoro mi inghiotte sempre, così almeno il bambino ha qualcosa da fare».
***
Un mese è passato. Fiorenza è immersa nel lavoro, incapace di pensare a romance. Lorenzo e Stefano, invece, hanno costruito la ferrovia, preso i gamberi, preparato una bevanda fermentata da un vecchio libro di ricette che Stefano ha ereditato. Stefano ha insegnato a Lorenzo a orientarsi nei boschi, e Lorenzo gli ha mostrato le basi del flirt, aiutandolo a invitare una ragazza della sua classe. Tutto era tranquillo finché una sera qualcuno ha bussato così forte da far cadere i lampadari dal soffitto.
Fiorenza ha aperto la porta e unondata dodore di carne dorso lha investita. Sulla soglia cerano il suo exmarito, Giovanni, e il padre di Stefano.
«Ho capito tutto», ha detto inginocchiandosi. Anche in quella posizione era più alto di Fiorenza di un metro. «Io e Potap siamo stanchi, vogliamo una vita tranquilla in famiglia. Ho risparmiato, ti porto te e Stefano nella nostra casa di campagna. Lascerai il lavoro, noi pescaremo e caceremo insieme».
«Ahahaha, sei un comico. Dieci anni e solo ora ti svegli? Il tuo orso è tornato in famiglia?».
«No in realtà ho firmato un contratto con una casa di produzione senza dirti nulla», ha borbottato Giovanni.
«Quindi è così», ha incrociato le braccia Fiorenza. «Ti hanno solo lasciato».
«Non importa! Limportante è che ora».
Non ha finito, perché Lorenzo è apparso nella sua maglietta di squadra.
«Fior, ho preso la tua maglietta, altrimenti la mia si sarebbe sporcata mentre io e Stefano tintevamo il treno».
«Dio, qualcuno qui finisce le frasi?», ha chiesto Fiorenza, guardando gli uomini a turno.
«Chi è?», ha chiesto Giovanni, puntando il pugno enorme verso Lorenzo.
«È è», ha balbettato Fiorenza, senza sapere cosa fare.
Allora Stefano è saltato fuori, ha afferrato il braccio di suo padre, lo ha schiacciato al muro finché non ha emesso un urlo.
«È un rimorchio!», ha sibilato Stefano.
«Stefano! Papà! Che rimorchio è questo?», ha gorgheggiato luomo, contorcendosi dal dolore.
«È il rimorchio che noi e la mamma usiamo per portare tutto quello che ci avete lasciato».
«Ma non vi ho lasciato nulla», ha detto Giovanni, capendo finalmente il senso delle sue parole.
LAlla fine, tutti compresero che lunico vero rimorchio era il legame invisibile che li teneva stretti luno allaltro.







