Non rimpiango nulla

Non mi pento di nulla

E che al mio ritorno lappartamento sia in ordine! urlò la signora Olga Bartolini, fiondandosi sul pianerottolo e sbattendo la porta così forte che i vetri del condominio tremarono.

Giulia, che proprio in quel momento stava scendendo le scale, sobbalzò pure lei. Poi si bloccò, sperando che la vicina non la notasse. Speranza vana. Laveva vista eccome.

Ah, Giulietta Buongiorno!

Olga lasciò di colpo a terra una scatola di cartone che prima conteneva una friggitrice ad aria e si mise in tutta fretta ad abbottonare il cappotto, visibilmente impaziente di uscire.

Buongiorno, signora Bartolini rispose Giulia con un sorriso trattenuto. I ragazzi combinano ancora pasticci?

Altro che! Mi fanno venire il nervoso sbottò la vicina, lottando con lultimo bottone.

Improvvisamente, la scatola a terra cominciò a muoversi.

Giulia per poco non fece un salto, anche se era a distanza di sicurezza. Non era certo una paurosa, semplicemente non si aspettava che nella scatola ci fosse qualcuno.

Chissà chi cè là dentro

La fantasia prese subito il sopravvento: si figurò una friggitrice ribelle, che magari sputava verdure crude, condannata a essere portata in discarica per punizione.

Guarda qui disse quindi Olga, prendendo in mano la scatola per mostrarne il contenuto a Giulia.

Giulia si avvicinò al pianerottolo e sbirciò dentro.

Certo, sapeva benissimo che non poteva trattarsi di una friggitrice animata non cera alcun pericolo. Ma quello che vide la sorprese lo stesso. E piacevolmente.

Dal fondo della scatola, la scrutavano un paio di occhietti vispi. Era un micino.

Che dolcezza! esclamò Giulia.

Non cè proprio da entusiasmarsi borbottò Olga, richiudendo la scatola.

Ma da dove viene?

Lhanno portato a casa i miei figli Mi pento ancora di averglielo permesso! È solo un fastidio continuo, altroché. Anchio allinizio mi sono lasciata incantare da quegli occhietti dolci, ma avevano ragione i vecchi: Non è oro tutto ciò che luccica. Sembra un angioletto, ma ha il carattere di mio ex marito.

Vedrà che crescerà e diventerà più tranquillo, signora Bartolini la rassicurò Giulia. Lo sta portando dal veterinario per i vaccini?

Ma quale veterinario! Mi ha già sfinita questo gatto. Ho deciso: lo porto alla casa in campagna, così almeno lì trova il suo posto.

Giulia la guardava incredula, sperando che stesse scherzando. Ma tra le sopracciglia corrucciate e lo sguardo severo, capì che non si trattava affatto di uno scherzo. Tra laltro, non era il 1° aprile ma il 15 novembre.

Portarlo in campagna? A fine autunno?

E che faccio, aspetto la primavera? Oggi o domani che cambia Se fosse inverno, lo porterei anche sotto la neve. Quello non è un gatto, è un errore della natura.

Dopo questa sfuriata, la signora Olga rimase senza fiato.

Poi, riprese:

Se vedessi che disastri combina! Sai quanto tranquillante ho dovuto prendere, più che quando cresci un figlio da sola. Non se ne parla più: il micetto va in campagna!

Ma aspetti un momento

Oppure lo lascio giù in cortile, come quando lhanno trovato. Ma son sicura che i bambini lo riprenderebbero e lo nasconderebbero nellarmadio. O peggio, se lo ritrova da solo la strada di casa No, meglio di no.

Olga tirò fuori il telefono dalla tasca, guardò lorologio e scosse la testa:

Mi hai fatto perdere troppo tempo, devo correre o perdo il pullman.

Raccolse meglio la scatola, si girò e iniziò a scendere le scale con decisione, aggrappata al corrimano. Giulia la osservava allontanarsi, incapace di capire come si potesse lasciare un piccolo gatto da solo in campagna, ora che cera già freddo.

Aspetti signora Bartolini! gridò Giulia.

Ancora? Ti dico che ho fretta!

Guardi, non porti quel gatto via. Meglio che ci penso io a trovargli una casa. Mi dia la scatola, la prego.

La vicina si fermò e si voltò lentamente.

In buone mani, dici? Che insinui, che le mie siano cattive forse? squadrò Giulia. Queste mani hanno cresciuto due figli!

Non sto insinuando nulla. Ma lì non sopravviverebbe. Ci provo io a trovargli qualcuno.

Se vorrà viverà, altrimenti vuol dire che non doveva nascere, sentenziò Olga.

Ma che discorsi

Non sono io il problema! Lui semplicemente non è capace a stare in casa.

Ma è solo un cucciolo, vedrà che impara! insistette Giulia, poi non trattenne: Eppure i suoi figli non li porta in campagna, anche se spesso li sgrida.

I miei figli sono i miei figli! E comunque, vuoi il gatto? Prendilo.

Appoggiò la scatola a terra. Mi togli pure un peso: niente viaggi e spese. Vediamo quanto resisti! rise amaramente e rientrò di corsa in casa sbattendo la porta. Appena dopo, urlò: Cosè questo casino? Perché non state ancora facendo le pulizie? Datemi i cellulari!

Giulia però non sentiva più nulla. Raccolse con cura la scatola, controllò che il gattino ci fosse ancora e salì al suo piano.

Così, quasi per caso, si ritrovò fortunata proprietaria di una scatola per friggitrice e di un micino.

Certo, Giulia non aveva mai pensato di avere un coinquilino peloso. Tantomeno oggi: stava semplicemente andando al supermercato per comprare il caffè che era finito. Non era nemmeno unamante sfegatata degli animali, a dirla tutta. Ma non poteva permettere a Olga di abbandonare quella creaturina. Perché, in fondo, indifferenza non significa cattiveria. Perché certe cose non si fanno! Se proprio si vuole cambiare le cose, meglio cercare qualcuno disposto ad accogliere con gioia un micino.

Un cucciolo così bello lo vogliono tutti, ne era sicura. Bastava postare qualche bella foto su internet e si sarebbe formata subito la fila alla sua porta.

Semplice, no?

*****

Giulia decise di non perdere tempo: appena a casa, fotografò il micino e mise le foto sui vari forum online del tipo Regalo gattini o Cerco famiglia per cuccioli.

Subito dopo uscì, questa volta per davvero, a comprare caffè e cibo per gatti (bisognava pur nutrirlo in attesa che qualcuno lo prendesse). Tra le cose prese, anche una vaschetta igienica con lettiera. Una spesa imprevista, ma inevitabile.

Tutto questo lo darò a chi adotterà il micino, pensava tra sé, soddisfatta di fare una buona azione. Soldi ben spesi.

Secondo Olga, il gattino si chiamava Ciambellino, ma non rispondeva a quel nome. Così Giulia gliene scelse un altro, e dopo averne scartati centinaia, si fermò al centotrentaduesimo.

Ora ti chiami Pino! Ti piace Pino? chiese Giulia al micino.

Miao! rispose lui, lanciandosi in corridoio allattacco delle ciabatte pelose che per lui erano rivali, essendo lui il più soffice e bianco della casa.

Giulia sorrise guardando il micino che giocava, poi si mise al lavoro.

Giulia faceva la fotografa freelance, organizzava spesso servizi e adorava il suo mestiere. Inoltre, non le mancava mai il lavoro e in più le entrate erano discrete.

Quel giorno doveva sistemare le foto di un servizio appena fatto, così accese il pc, aprì Photoshop ed iniziò la ritoccatura.

Ma lavorare in pace era impossibile.

Pino, stancato dalle ciabatte, cominciò a correre come un razzo per casa, sbandando in ogni curva e facendo un casino infernale.

Ehi, piccolo! Giulia si girò sulla sedia, guardandolo con finta severità.

Il gattino si fermò in mezzo alla stanza, la osservò come per dire: Allora, che vuoi? Io voglio giocare!

Capisco che ti annoi, ma ricordati che qui sei solo ospite, è solo provvisorio

Miao!

E niente discussioni! Comportati bene e fammi lavorare, ok?

Non lavesse mai detto.

Pino la fissò con due occhi talmente tristi che Giulia si sentì immediatamente in colpa, davvero tanto. Si sarebbe sotterrata dalla vergogna.

Come si fa a sgridare un esserino così?

Va bene, va, gioca pure ma piano, concesse lei.

Il micetto riprese a correre e schiantarsi ovunque.

Vedo lobiettivo, non vedo ostacoli! Proprio come Pino pensò Giulia.

Per evitare il chiasso, indossò le cuffie e mise su un po di musica. Si concentrava sulle foto, quando, nemmeno cinque minuti dopo, Pino riuscì a staccare il cavo del computer con una zampata e sparì chissà dove. E prova tu poi a beccarlo!

Ma come fai uffa! fu lunica cosa che Giulia riuscì a dire davanti allo schermo nero.

Per la mezzora successiva, per casa corsero sia lei sia Pino, ma Giulia trovò solo occasioni per farsi male: prese due colpi contro sedie e tavoli.

Quando finalmente accese di nuovo il computer, Giulia si mise a controllare tutti i forum dove aveva postato le foto di Pino.

Vide una montagna di mi piace e sorrise, ma rimase delusa subito dopo.

Perché tutti scrivevano i soliti commenti:

Wow! Che gatto meraviglioso!, Beata te con un gattino così!, È un tesoro!

Ma nessuno voleva adottarlo sul serio. Niente telefonate, niente messaggi, nessuna fila dietro la porta.

Alla fine, aggiunse sotto ogni annuncio che avrebbe accompagnato personalmente il gatto ovunque: anche dallaltra parte della città o, se necessario, del paese.

Forse la questione era la distanza ora sicuramente qualcuno si farà avanti! pensò.

Intanto il piccolo, stanco dalla corsa, ci mise cinque tentativi a salire sul divano e si stese pancia allaria, come per dire Amami così come sono. Giulia si accovacciò a fianco e cominciò a carezzargli il pancino finché lui non si addormentò. E lei con lui.

Dormirono così fino a sera. E quella giornata di lavoro, ovviamente, fu perduta.

*****

Dopo una settimana, Giulia cominciava a capire che trovare una casa per il micetto non era così semplice come pensava. Tanti like, tanti commenti, ma tutto finiva lì. Nessuno si faceva vivo.

Dopo altri tre giorni, Giulia si ritrovò davvero a pensare: E se nessuno lo vorrà, dovrò tenerlo io?

Ma figurati! si rimproverò subito.

Pino dormiva abbracciato al mouse, impedendole di lavorare da oltre quaranta minuti, ma appena senti la voce risentita di Giulia, aprì un occhio e miagolò indignato, del tipo: Ma è lora del riposino! Meno chiasso!

Giulia sospirò e prese il telefono per controllare i commenti.

Naturalmente, nessuna novità. I complimenti abbondavano, ma nessuno si offriva davvero per ladozione.

Alla fine, a ogni nuovo like Giulia perdeva speranza di trovare unaltra famiglia per Pino.

Le tornò alla mente il recente incontro con la psicologa, nel tentativo di capire cosa le mancasse davvero per essere felice. Aveva una professione che amava, soldi a sufficienza, persino una casa tutta sua (grazie ai genitori). Insomma, la vita era a posto.

Eppure da un po di tempo sentiva che mancava qualcosa, ma non erano certo gli uomini era stata lei stessa a mettere la vita amorosa in stand-by per un po di respiro.

Perché, allora? Non riusciva a capirlo.

Di sicuro la psicologa lo saprà!

Su suo consiglio, provò a parlare con se stessa, alla ricerca della vera origine del disagio che, secondo lesperta, stava sommersa da qualche parte, tipo sul fondo della Fossa delle Marianne. Poi tutto si era risolto con un bicchiere dacqua e una tachipirina.

La questione era rimasta là.

Disillusa dalla psicologa, chiese alle amiche.

Per me sei solo troppo viziata! commentò Chiara, sempre un po invidiosa che Giulia facesse il lavoro che amava e avesse casa sua.

Ma dai, lavoro anchio cinque giorni su sette. A volte anche di più. Perché dovrei essere viziata?

Secondo me ti manca qualcosa suggerì Lucia, addentando la sua torta preferita.

Cosa?

Appunto, non qualcuno ma qualcosa! Ti manca il grasso della felicità. Sei così magra che si vede che da piccola non mangiavi abbastanza cannoli.

La chiacchierata non aveva sortito effetto, e Giulia aveva deciso di non pensarci più. Ora, però, quella sensazione tornava.

Ma sarà forse vero? Mancava proprio lui, Pino, ala mia felicità? Vedremo, si disse sottovoce.

*****

Un mese era già volato da quando Pino era entrato nella sua vita. Ma quale volato era passato in un battito di ciglia.

Nessuno aveva voluto il micino, e Giulia, sinceramente, si chiedeva perché nessuno, tra i 1.228 che avevano messo mi piace alle sue foto, avesse deciso di prenderselo.

Ma dopo un mese capì il perché.

Era successo di tutto durante quei trenta giorni. Talmente tanto che a raccontare tutto in dettaglio sembrerebbe un nuovo Guerra e pace, ma si può riassumere.

Partiamo da Pino: un vero genio felino.

Capiva Giulia al volo, anche se lei gli ripeteva dieci volte di lasciare in pace il divano.

Inoltre, cercava di imparare nuove mansioni per essere utile: per esempio, si era lanciato come interior designer.

Grazie a lui, Giulia cambiò tende quattro volte, e infine decise che andavano tolte del tutto.

Non contento, tentò di fare lo chef: assaggiava ogni cosa della cucina cetriolini, funghi sottolio, patate lesse e poi sputava tutto. Meglio la pappa pronta!

Così, alla fine, Pino si limitava a fare ciò che fanno tutti i gatti: portare gioia.

Certo, il significato di gioia era diverso per lui e per Giulia. Lei avrebbe gradito dormire un po di più e lavorare senza interruzioni, ma da quando era arrivato Pino, la pace era solo un ricordo. Lassù, dove qualcuno decide le sorti, dovevano aver pensato che Giulia avesse una vita troppo tranquilla. E le avevano mandato Pino.

Bastava che si sedesse o si sdraiasse un attimo, che lui appariva dal nulla con lo sguardo: Giochi con me?

E allora iniziava il circo: corse, salti, monellerie difficili da descrivere.

Giulia ora capiva la disperazione della signora Olga, pur continuando a non condividere la sua scelta. Mai avrebbe potuto portare un cucciolo in campagna, da solo, a qualsiasi costo.

Anzi, a ben vedere, cerano tanti aspetti positivi.

Più niente pensieri su cosa mancasse nella sua vita: questione chiusa.

Meno tempo sprecato per le pulizie, non perché la casa fosse più ordinata, ma perché aveva imparato a fare tutto in fretta prima che il gatto si svegliasse.

E quante gioie! Una quantità tale da bastarle per sempre.

Come una mamma è orgogliosa quando il figlio muove i primi passi, così Giulia gioiva nel vedere Pino imparare a usare la vaschetta da solo.

In passato, doveva portarlo lei tra le braccia, a qualsiasi ora: luna, le tre e quarantuno, le quattro e mezza. Lui la svegliava, lei lo trasportava. Ora, grazie al progresso, poteva finalmente dormire qualche ora in più, e nessuno la vide ma Giulia piangeva di felicità per questo.

Pino aveva altre passioni: amava giocare col lume da notte. Lo accendeva e spegneva in continuazione, di notte. Alla fine, Giulia laveva staccato dal muro e nascosto bene, insieme alle tende senza le quali, tra laltro, la casa sembrava più luminosa.

Ce nerano di avventure! Ma alla fine, ci si abitua a tutto.

E Giulia si abituava.

Dopo un mese, aveva fatto una scoperta meravigliosa: non era Pino a vivere con lei, era lei che veniva a far visita a lui. In fondo, era lui il vero padrone di casa, quello che ogni sera la aspettava dietro la porta e ogni mattina la salutava.

E, allimprovviso, Giulia capì che non serviva più cercare altre mani per Pino: lei era la padrona giusta, quella con mani buone e affettuose, pronta a sopportare tutte le sue marachelle.

Era pronta a svegliarsi a qualsiasi ora per giocare, a coccolarlo finché voleva, anche se Pino prendeva ogni notte quasi tutto il letto.

Sì, era pronta. E non si pentiva di nulla. Perché lo amava. Perché era impossibile non amarlo.

E anche Pino le voleva bene. Ormai non la svegliava più allalba, per lasciarle riposare per il nuovo giorno.

Si limitava ad avvicinarsi, accucciarsi vicino a lei, aspettando in silenzio che si svegliasse.

Solo ogni tanto, nel suo sguardo, si poteva leggere un dolce rimprovero: Ma quanto dormi ancora, padrona? Mi manchiUna mattina, mentre la luce color miele penetrava dalle finestre senza tende, Giulia si svegliò e trovò Pino accoccolato sulla sua pancia, con lo sguardo complice di chi sa più di quanto dice. Aveva davanti a sé una giornata piena, ma non ebbe fretta di alzarsi; rimase lì ad ascoltare il battito regolare del piccolo cuore felino, che ormai aveva imparato a sincronizzarsi col suo.

Mentre lo accarezzava distrattamente, pensò a tutti quegli sguardi curiosi, le pacche sulle spalle virtuali, i suggerimenti non richiesti e gli avvisi prudenziali: Ti complicherà la vita, dicevano, Vedrai che grattacapi! E Giulia sentì che avevano davvero avuto ragione.

La vita era complicata, certo. Ma anche molto più piena, viva e tenera.

Quella sera, tornando a casa carica di lavoro e stanchezza, Giulia trovò sotto la porta un bigliettino. Era della signora Bartolini. Spero che il piccolo non ti distrugga i mobili. In ogni caso, non mi pento di averlo lasciato a te. Dalle mie parti si chiama destino.

Giulia sorrise e piegò il foglietto. Aprì la porta, e appena varcata la soglia, Pino le corse incontro con uno dei suoi balzi spettacolari, portandole come regalo la sua pallina preferita. Senza dirsi nulla, si capirono: loro due, insieme, erano il piccolo miracolo delle cose semplici, limprevisto che aveva dato senso al quotidiano.

Per la prima volta dopo tanto tempo, Giulia si sentì intera. Non mancava più nulla. Forse la felicità era solo questo: avere accanto chi ci sceglie ogni giorno, anche solo per una carezza allalba o un gioco improvvisato al tramonto. Sorrise a Pino, e questo bastò.

Perché nella vita, come tra le pagine migliori, si deve sempre lasciare spazio a qualcosa di inaspettato. E, a volte, il dono più grande arriva nascosto in una scatola per friggitrice.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fourteen + 17 =