Felicità senza confini

La felicità libera

Dimi, aspetta! Dai, fermati…

Dimi rallentò un poco, si voltò.

Dietro di lui, lungo il sentiero battuto che portava a un piccolo villino a due piani in mattoni, camminava veloce Lena, una ragazza di sedici anni, con stivaletti alti, una gonnellina svolazzante, un corto cappottino bianco e un foulard annodato sulla testa. Da sotto il foulard di lana spuntavano riccioli castano scuro; il colore si addiceva agli occhi di Lena, verdi e dorati come quelli di una gatta emozionata pronta a piangere. Quella fragilità rendeva Lena adorabile, da proteggere.

La ragazza scivolava ogni tanto, sobbalzando, ma non rallentava.

Lenuccia, non correre! Non correre, ché si scivola! gridò severo Domenico. Anzi, però… Ti dona correre. Guarda che guance rosse! Sei bellissima! Non eri così da tanto tempo. Ti stai riprendendo!

Lena sorrise, si avvicinò ancor più, Dimi le tese la mano e lei vi si aggrappò, strizzandogli locchio.

Che volevi? domandò Dimi, guardandosi attorno, poi sinchinò e le diede un rapido bacio sulla guancia. Tua madre ci ha proibito di vederci, ha detto che mi prende a cinghiate…

Lena abbassò lo sguardo, ruotò fra le dita il manico della borsa. Poi sorrise di nuovo.

Dimi, dicono frottole tutti quanti! Non ti faranno niente, vedrai! Vieni con me al cinema stasera, ti prego? sussurrò. Ho già preso i biglietti. Eccoli!

Tolta la moffola, nella mano di Lena apparvero due biglietti accartocciati.

Dimi circondò la mano di Lena nelle sue grandi mani, si accorse che era caldissima, le carezzò quelle dita sottili, belle come quelle di una pianista.

Il cinema? Ma… insomma… io avrei delle cose da fare fece, improvvisando una smorfia preoccupata. Lena, delusa, ritrasse la mano dentro la moffola. Ma visto che sei tu che inviti… andiamo, acconsentì poi, e chiese burbero:

Ma che film è? Unaltra storia damore?

Macché, è un film di guerra. Matteo ci è già andato, ha detto che è bellissimo, scosse la testa Lena. Ma io da sola ho paura di andare, mi fa impressione, e le amiche non vogliono.

Matteo? Quello lì racconta balle sempre… Vacci con lui allora, tanto quello dice sempre di sì! Se gli credi sempre…

Matteo Corsini era in classe con Lena, uno studente affamato di sapere che non combinava mai sciocchezze. Non era tipo da calcio o bravate, solo compiti, concorsi, studio e… inseguiva Lena. Dimi non sopportava la cosa, ma Matteo non era un vero rivale: troppo molle. Lena invece amava i tipi svegli, come Dimi.

Ma ormai Dimi era bandito da casa Panini, mentre Matteo era accolto a braccia aperte. Paola, la madre di Lena, lo coccolava sempre.

Non ascolto nessuno! protestò Lena. Se invito te, è perché degli altri non mimporta. Allora, vieni?

Si fece rossa, aggrottò le ciglia. A Domenico fece piacere, annuì.

Va bene. Andiamo. Tanto sei tu che hai paura… E io? Sì, portate il vostro Dimi a tremare! Poi di notte urlo e nonna Rosalia si spaventa!

Dimi fece locchiolino, Lena rise e agitò la mano:

Uffa, non hai paura di niente! Niente! Ti aspetto davanti al cinema alle sei e cinquanta. Adesso vado, che mamma deve tagliare il cavolo, la cucina è piena di bacinelle. Vado, vado!

Lena svoltò con cautela e si affrettò verso casa.

Abitava con i genitori due porte oltre quella di Dimi; era cresciuta con lui, giocavano tra i cespugli, arrampicati sul vecchio susino per rubare i piccoli frutti neri nonostante i divieti della madre, sputavano i noccioli facendo gare. Andavano a scuola insieme, ma Dimi aveva due anni in più. Le altre ragazze la invidiavano perché quel bel ragazzo praticamente la portava in braccio, ma Lena non capiva il perché. Dimi era sempre stato lì, perché non avrebbe dovuto farle caso? E poi portarla in braccio…

Due inverni fa, sciando, Lena si era sentita male d’improvviso, giramento di testa, macchie nere davanti agli occhi, era caduta male e si era rotta una gamba. Dolore ovunque, in gamba e al petto come se qualcuno le stringesse il torace. Lena aveva sempre avuto paura del dolore: da bambina, per togliere una scheggia, ci voleva tutta la pazienza del mondo. Ora una gamba…

Dimi si trovava vicino, come sempre. Appena Lena urlava, la sentivano tutti, e Dimi correva come attratto da una sirena. Da bambina, aveva una voce bassa, potente, ora era più dolce.

Mentre la portava a casa, la gamba si gonfiava, bisognò tagliare lo stivale. Lena, aggrappata forte a Dimi, ci lasciò le impronte delle unghie sulla spalla. Ma lui sopportava, senza fiatare.

Arrivò lambulanza, Lena finì in ospedale; lì dissero che la gamba era poca cosa, il problema era il cuore: scrissero una lista di malattie in latino nella sua cartella. Restò ricoverata a lungo.

Quando tornò a casa, la neve si era ormai sciolta, ma Lena sembrava finalmente tornare viva.

La gamba faceva male, prudeva sotto il gesso. Lena era irritabile, litigava con la madre per qualsiasi cosa, ma tutto cambiava quando arrivava Dimi. Lui inventava sempre giochi: stendeva sul letto una carta geografica, portava una barchetta di carta a navigare nei mari, o una macchinina di legno tra le steppe siberiane… Insieme viaggiavano tra terre calde e ghiacci affondati. Oppure costruivano, disegnavano giornali murali…

Quando ti tolgono quel coso, diceva Dimi indicando il “piedone” di gesso, andiamo a fare un viaggio. Dove ti piacerebbe andare?

Lena scrollava le spalle.

Vorrei solo scendere in cortile, ma mamma non vuole. Dice che serve riposo, sennò rischio il cuore. Ormai non ricordo nemmeno come si cammina…

Sciocchezze! Bisogna solo muoversi un po. Mio nonno, Stefano, a Carpineto, è tornato dalla guerra quasi zoppo, ma poi lhanno messo in movimento! Cera un professore in vacanza, medico famoso, lo fece esercitare talmente che quasi si annodò da solo. Ora cammina benissimo! La scienza fa miracoli, Lena! Lo vedrai anche tu. Basta non abbattersi. Su, muoviti, lumachina!

Per prenderla in giro, Dimi le rubava la bambola e correva via: Lena, sulle grucce, gli andava dietro, borbottando.

Lena, ma a che ti servono più le bambole?! rideva Dimi. Ormai sei una vecchietta, lamenti solo malanni… Proprio come la signora Gina allalimentari. Sempre malata, sempre dolente… Su col morale, Lenuccia! Ci resta tanto da ballare insieme!

Lena! A letto subito! Dimi, che fai?! inveiva la madre Paola entrando di corsa. Lo sai che lei non può agitarsi! Fuori! Via, lho detto!

Signora Paola! sbuffava il ragazzo, cacciato fuori Ma la fate diventare secca come una sardina! Non si inchioda una ragazza al letto solo perché hanno trovato qualcosa! Non corre mica ai cento metri! Deve solo vivere, vivere come tutti, con gioia!

Questo non sta a te deciderlo. Vai a casa, Dimi. E come vivere a Lena, lo decidiamo noi. Sei troppo spensierato, non pensi alle conseguenze. Vai, adesso cè Matteo che aiuta Lena con i compiti. Paola sospira. E tutto per colpa di…

Matteo? Ma dai… Posso rimanere anchio, ascoltare? gonfiò il petto Dimi, ma la madre lo spedì fuori con una gomitata.

Sul pianerottolo, Paola lo prese per il bavero, lo spinse contro il muro, gli mancò il fiato.

Ascolta, caro mio! Meglio che tu stia alla larga con i tuoi consigli, dottorino della domenica! Lena è malata davvero, è tutto proibito. Persino avere figli. I medici lhanno detto. E io la mia bambina la voglio viva. Capito? E non dire niente a Lena, lei sogna una famiglia piena di bambini… Adesso…

Paola si morse le labbra, scoppiò a piangere e lo lasciò andare con una mano verso il cancello.

Solo tornando a casa Dimi realizzò il senso: Lena era una handicappata, davvero… Si lasciò attraversare dal pensiero come una saetta rossa: Morirà… Magari già oggi!

Nonna Rosalia, sul portico, guardava sbalordita suo nipote che si versava addosso acqua gelida dal catino.

Dimi! Ma che fai?! Ti raffreddi! gridava mentre cercava un asciugamano.

Il ragazzo scrollò la testa, si sentì un po meglio.

No, impossibile! Deve vivere! E vivrà! Sarà felice, lo prometto! batté un piede.

Nonna Rosalia ascoltava, ma non capiva le sue parole confuse…

Dimi, cosa urli? Fai il terremoto, lasciami dormire. Vai a letto, tesoro, sarà stata una giornata lunga… borbottò infine.

Vado, scusa per il trambusto. Mi faccio un tè e vado a dormire. Buonanotte, nonna!

Vivevano soli. Dei genitori di Dimi si sapeva poco: o scomparsi o morti, nonna Rosalia aveva sempre evitato largomento.

… Lena veniva spesso portata dai medici. Paola offriva biscotti fatti in casa, frutta dallorto, purché le dicessero che si poteva salvare la figlia. Non accadeva mai il miracolo.

Al momento questa malattia non si cura, diceva il dottore scrollando le spalle. Forse un giorno, con il progresso… Ma per ora, solo riposo. Nessuna emozione. Via, via quelle lacrime! Ci vivono centinaia così!

Ma certo, sì, riposo… ripeteva Paola. Matteo, amico di Lena, dice che bisogna stare attenti. Lha abituata a leggere molto, la tiene sempre in movimento…

Mamma! arrossiva Lena, mortificata da tante spiegazioni.

Brava, mamma! rideva il medico. Hai accanto un giovane responsabile! Apprezzalo, sarà un buon marito, tranquilla. Arrivederci, Paola, Lena. Vi aspetto fra tre mesi.

Il dottore, aprendosi il colletto, guardava loro andare via e pensava a quanto avrebbe voluto una frittella calda, dolce, per cena…

Così Lena viveva, temendo ogni passo, sorvegliata dalla madre affinché non si raffreddasse, non sudasse, non corresse, non saltasse…

… Al cinema, cera fumo e umidità. Lena stringeva il braccio di Dimi guardando il film stringendosi alla sua spalla, piangendo sottovoce.

Lena, non piangere! Vedrai che poi va tutto bene! sussurrava Dimi carezzandole i capelli.

Ma la gente zittiva irritata.

Dimi, sto male. Uscire? chiese lei.

Oh! Certo, andiamo!

Due sagome nere bloccarono lo schermo e avanzarono verso luscita. Un lampo di luce dalla hall le investì, poi di nuovo il buio.

Dimi fece sedere Lena su una panca fuori, corse a prenderle dellacqua.

La maschera li guardava storto.

Così giovane… Siete già sposati almeno? Dove finiremo, che gente cresce…

La maschera pensava che Lena fosse incinta.

Non ancora, ma presto! asserì dun tratto Dimi.

Cosa? balbettò Lena, tutta tremante. Stavi scherzando, vero?

Lo afferrò per una mano, lo girò.

Non si scherza su queste cose! rispose grave Dimi. Volevo dirtelo dopo, ma visto che siamo qui… Parto per il militare. Quando torno, ci sposiamo. Ti ho promesso che ti porterò a vedere il mondo, ricordi? Be, magari non tutto subito, ma i pinguini sì. Promesso?

Lei annuì.

E mantengo! E che importa cosa dicono gli altri! Basta voler guarire, io lo voglio! Troveremo i medici migliori, vedrai. Ci diranno che fare. E avremo un bambino! aggiunse con calore. Gli sarebbe piaciuto baciarla là in quella hall con quelle pesanti tende rosse alle finestre, ma la maschera spiava; non era il posto.

Finisci lacqua e andiamo fuori propose tirandola delicatamente, ma lei si liberò.

Non posso avere figli? fissandolo negli occhi, domandò piano.

Domi si intimidì. Paola aveva vietato di parlarle di queste cose, ma ormai…

Ma che dici ora? Vedremo poi. Per ora solo riposo. Dai, camminiamo.

Lena annuì in silenzio, lasciò che lui le mettesse su il cappotto e la conducesse allaria. Poi si voltò, si morse le labbra. Non era più una donna intera… Non avrebbe potuto costruire una vera famiglia con lui. Come si fa, allora? Che succederà?

Poi Dimi si inventò qualcosa per distrarla. La portò da Cosimo, che li lasciò provare la sua Vespa. Lena indossò il casco, seduta davanti a Dimi, con lui che la teneva, gli sembrava di abbracciare una farfalla. Dimprovviso tutto era calore e vento, il resto svaniva.

… Quella notte chiamarono il dottore per Lena; uniniezione.

Non la proteggete abbastanza! disse alla madre uscendo. E tra poco ci sono pure gli esami! Tutta nervosa così!

Lena spiegò che era solo il film ad averle fatto male, che sarebbe passata.

Era con Dimi? chiese la madre una volta rimasti soli.

Sì. Dimi dice sempre la verità! Su tutto! Anche che non posso… non posso avere figli…

Lena ricominciò a piangere.

Gli torco il collo! ringhiò il padre, Cesare.

Non provare, papà! Non lo toccare! Lui è il migliore! Meglio di quel Matteo!

A letto! urlò Cesare spegnendo la luce e chiudendo la porta. Dimi parte presto, tra poco sarà pace per tutti.

Paola non lasciava più entrare Dimi, lo accusava di tutto.

Non importa, io la guarirò! Perché la chiudete in casa?! Niente questo, niente quello! E così muore dentro! Lasciatela essere giovane! urlava Dimi, venendo per salutare Lena prima di partire per la leva, ma Paola sbarrava la porta. Fatemi passare o scavalco la finestra!

Uscì Cesare, fucile in mano.

Spara pure, zio Cesare! Uno di più, uno di meno… Tanto non servo a nessuno tranne che a mia nonna, no? Allora non dovrei nemmeno vivere. E a Lena dite che sono partito via, così non si preoccupate.

Dimi avanzò, petto in fuori, la canna del fucile poggiata contro il suo petto giovane e robusto. Paola si coprì la bocca per non gridare.

Cesare lo fissò a lungo e poi abbassò il fucile.

Sciocco, Dimi. Magari la leva ti farà bene. Vai. Lena dorme, non ti lascio svegliarla. Fallo per tua nonna, sibilò.

Lui e Paola pensarono che tutto il male veniva da Dimi: lo sci, le passeggiate, i guai, tutto per colpa sua, meglio sparisse.

Non preoccuparti, magari in caserma si sistema, si scorda di Lena sbuffò Cesare rivolto alla moglie. Vai a vedere che Lena non abbia sentito…

Paola spiò; Lena dondolava scalza davanti alla finestra guardando fuori la schiena di Dimi.

Girati! Girati! gridava silenziosamente.

E lui si girò, finse di raddrizzarsi il berretto, ma in realtà salutava lei, solo per lei. E lei capì.

… Domenico tornò solo dopo quattro anni. A Lena nessuno disse che era stato mandato in Afghanistan, che risultò disperso. Nonna Rosalia intanto se nera andata laveva aspettato inutilmente. A Lena, alle esequie, non fu permesso andare.

Tutte le lettere spedite al reparto di Dimi erano scomparse.

Ancora niente risposta? chiedeva con compassione la postina, la signora Anna, quando Lena veniva in posta. Eppure è giovane, sarà impegnato! O forse non vuole… Oh, vedi cè Matteo! Bello come un accademico! Vai da lui!

… Tornò in autunno. La casa nera, spenta, lo accolse con lodore di umido e cose marcite. La pioggia aveva rovinato il tetto, le pareti di carta da parati erano macchiate. Sulla sedia cera ancora la sciarpa della nonna, sul comodino i santini anneriti, appena leggibili.

Dimi si sedette al tavolo e chiuse gli occhi. Tutto sembrava uguale, ma invece no era lui ad essere cambiato.

Dopo una notte agitata, si avviò verso casa di Lena. Paola stendeva il bucato.

Zia Paola! gridò lanciando la cicca. Ma sei sempre la stessa!

Gli parevano passati secoli.

Cosa? Chi è? strizzò gli occhi la donna.

Sono io, Domenico. Posso entrare?

Non aspettando risposta, aprì il cancello e fissò la finestra della stanza di Lena, ma le tende erano chiuse e i fiori spariti.

Se nè andata, Dimi. E tu… sei vivo? domandò Paola, sistemando il foulard tra i capelli. Sei tornato? Bene. Byrne, il mondo va così… Eh…

Ma dovè? chiese Dimi, già pronto a estrarre unaltra sigaretta, poi si trattenne.

A Torino, al Politecnico. Matteo è andato a studiare lì e sono partiti. Sono sposati. Lena non voleva più restare. Diceva che eri morto, così… Eva ha i parenti lì. Ci ha scritto: Lena studia anche lei, si è iscritta. Brava, Matteo lha aiutata tutto il tempo. Dopo la morte della nonna era prostrata, quasi da chiamare il dottore di nuovo… Ma Matteo era vicino, ci ha aiutato. Senti, Dimi, Paola lo toccò sulla spalla; il suo volto era invecchiato, calato. Non cercarli. Lascia che ci provino a essere felici, almeno…

Gli occhi di Paola erano supplici.

Lena non ha mai amato quel secchione! rise amaramente Dimi, sputando di lato.

Forse una volta. Ma senza di te, ha guardato dentro se stessa. Stanno bene insieme, lui la protegge. Ti prego, non tornare nella sua vita.

Domenico non rispose, si voltò e se ne andò. Paola rientrò sospirando, trovò il marito a tavola con un libro. Anche lui aveva imparato a leggere da Matteo…

Dimi, dopo un giorno a vagare nella casa vuota, raccolse qualche roba, sbarrò tutte le finestre e mise un lucchetto al cancello. Poi, dopo essere passato dalla tomba di nonna Rosalia e aver lasciato il suo crocifisso, sussurrò: Scusa, nonna…

E partì.

Diventò un uomo spigoloso, deciso fino all’azzardo, non conosceva più il no, si infilava ovunque, lottando per sogni che solo lui vedeva. Affari, non sempre puliti, denaro, ma cercava, cercava sempre.

Non era difficile ritrovare Lena. Torino, Politecnico, Matteo di quei tipi lì si sa sempre tutto. No. Lui cercava opportunità.

Dopo anni come fornitore (prima pezzi di ricambio, poi antiquariato, poi alimentari…) entrò nel giro delle attrezzature mediche, agganciando i migliori medici internazionali.

Ma tu che hai con i problemi di cuore? chiese Romanetti, cardiochirurgo del Niguarda. Da noi i migliori, sai. Che succede?

Niente, devo aiutare una persona. Voglio che viva bene.

Chi, una parente?

No. Una conoscente. Ha due anni meno di me. Dalla sedici problemi al cuore… Non so la diagnosi precisa.

Devi saperla, altrimenti è aria fritta! Certi problemi si curano, altri no… Portami i dati. Ma io vorrei i macchinari che hai promesso. Son bloccati in dogana da un mese!

Arriveranno. Servono la cartella? Posso portarla? E mi dici che si può fare?

Servono dati nuovi, esami freschi. Dieci anni fa non vale.

Domenico annuì e si allontanò. Nella penombra del corridoio si udivano solo i passi delle infermiere…

Dove vai? Irene, stretta nella vestaglia, lo bloccò nel corridoio di casa. Faceva freddo, Domenico voleva aria, lasciava finestre aperte. Sono le cinque, dove vai?

Lui la guardò, spalle curve.

Scusa, non volevo svegliarti. Devo partire un paio di giorni. Non ti annoiare troppo. O meglio…. annoiati! Se chiamano, non sai quando torno e lasciami casa vuota, okay?

Irene alzò le mani, come in segno di resa, gli mandò un bacio nellaria.

Va bene, mio signore. Mangia qualcosa almeno?

Non cè tempo. Scusami.

Chiuse piano la porta. Lei lo sentì scendere le scale.

Sapeva che lui non l’amava. Non laveva mai detto, ma insieme stavano bene, lei era il suo porto sicuro e lui il bel marito. Cosaltro serve, in questo mondo dove nulla è veramente semplice?

… Domenico Andreoli, molto lieti dellofferta, abbiamo sempre bisogno dattrezzature, ma la questione delle cartelle… è unaltra cosa! dallaltra parte del tavolo al ristorante, lo fissava uno secco e minuscolo. Le mani magre tremavano nervose, si mordicchiava le unghie viola. E una verifica? Da dove viene? Servizi segreti? Io non parlo, Dio mi scampi! Elena Iannone… No, non ricordo. Forniture, sì, ma la direzione, la direzione…

Stava sudando.

Calmati, dottor Rizzo! ironizzò Dimi. Non sono di nessuno. Quanti euro vuoi per linformazione? Paga bene. Capisci, Lena è una vecchia amica, fin da piccoli… Ma ha il cuore malato, e il marito la chiude in casa, la imbottisce di pillole, la manda solo in laboratorio, e al lavoro, per finta, per far vedere che lavora. Il riposo lo passa chiusa in casa, niente cinema, niente piaceri, niente gioia… Ma che vita è? E il figlio? Lha persino obbligata a diventare mamma, nonostante il rischio. Ora tortura pure il ragazzino con lo studio. Matteo è sempre in forma, bel fisico, latte a volontà, ottenuto per la moglie malata. Lui lo beve però, il latte, con il caffè…

Parlava sottovoce, parole che volevano schiantare i bicchieri, ma erano seduti al ristorante e non poteva urlare.

Siete davvero terribile, Domenico Andreoli! Terribile! bisbigliò il medico. Vi volete intromettere in una vita che non è vostra, distruggere un equilibrio! Un delitto!

Il delitto è sfruttare la malattia della moglie per tornaconto! ringhiò Dimi alzando la voce: la gente si voltava, i camerieri fissavano. Me ne infischio del loro equilibrio! Povera Lena, povero il figlio! Ascolta, mi serve leggere la cartella, solo quello. Arriveranno i macchinari come daccordo. Nessuno saprà nulla. Ti pago bene. La tua famiglia sarà salva. Accettiamo laccordo? Parliamone fuori.

Uscirono sotto la pioggia fine che strappava cappelli e bisbigliava nei cappotti.

Il medico si accese una sigaretta, guardò le vetrine.

Quanto? chiese di rimando.

Dimi disse la cifra. Il dottore annuì e gli consegnò i documenti. Già pronti. Dimi lo sapeva; prese la busta e strinse la mano alluomo.

Grazie. I documenti sono già in direzione, la settimana prossima il primo lotto arriva.

Andreoli lo lasciò e si allontanò.

… Elena Iannone camminava lentamente lungo una viuzza. Non pensava a nulla, solo camminava osservando. Domani visita, Matteo aveva già prenotato ma allorario peggiore, bisognava chiedere permesso. E la sera cera la riunione di scuola di Valerio, il marito non sarebbe venuto. Tra una settimana arrivavano i suoceri, bisognava preparare la stanza… Tante cose. Ma ora solo camminava e respirava. E questo basta.

Una Vespa sfrecciò, con una ragazza che abbracciava il conducente urlando e ridendo. Elena sorrise, ricordandosi le loro corse con Dimi, le ruote schizzavano sul selciato, le case giravano come gabbiani.

Lena! sentì chiamare. Si immobilizzò. Lena, ciao!

Si voltò. Era Dimi.

Devo parlarti. E urgente, un attimo solo! la trascinò verso una panchina del parco. Sediamoci, parliamo.

Dimi… Dimi… Dimi! balbettava, toccandogli la spalla, la guancia, gli arrivava al viso. E la nonna Rosalia non ci credeva…

Elena piangeva, Dimi la abbracciò con fermezza e dolcezza. Era affidabile, buono, sempre lì per lei questo lo sapeva, adesso.

Dove possiamo parlare? Al bar?

Che bar! Vieni a casa. Matteo e Valerio sono a casa, così conosci nostro figlio.

Non posso venire. Devo parlarti da sola.

E allora… lì cè una tavola calda, andiamo.

Si sedettero, Domenico esitò a lungo, poi iniziò:

Lena, devi venire con me. Serve preparare documenti, permessi…

Dove? chiese attonita.

Ho trovato una clinica, anzi il mio amico Romanetti ha trovato chi può curarti. Bisogna operare il cuore, e poi starai meglio! E Matteo smetterà di chiuderti in casa, di ossessionarti con dottori…

Non esagera, ha solo paura per me disse Lena. Tu fraintendi…

Niente affatto. So anche che usa la tua macchina, so tutto. Andiamo, ho già pagato tutto. Ti aspettano solo tu e i tuoi documenti. Vacci.

Dimi sembrava di fretta, come se il tempo fosse poco.

Lena? Valerio ti aspetta, si mangia, tu qui dentro? intanto Matteo era comparso al tavolo. E lui… Dimi? Incredibile!

Il viso di Matteo fu di pietra, tirò la mano della moglie.

Aspetta, Matteo. Dimi voleva dirmi qualcosa, ma non ho capito…

Lena capiva che qualcosa di grave stava per accadere, sera già impaurita.

Serve aria! Lena, aria. Prendi la pastiglia! si agitò Matteo mentre Dimi, a capo basso, li seguiva.

A casa, cera profumo di minestrone. Valerio, uscito dalla stanza, guardava il nuovo arrivato.

Domenico il ragazzo tese la mano.

Il ragazzino la strinse, guardando il padre in cerca di spiegazioni.

Vai a mangiare di là, noi dobbiamo parlare disse Matteo.

Lena portò la cena a Valerio in camera, lo baciò, tornò in cucina.

Allora, quali nuovi cieli porti? domandò Matteo, padrone della casa, sedendosi e distendendo le gambe per dar fastidio.

Metti almeno una polpetta al ragazzo borbottò, mordendo una cipolla fresca.

No. Ho trovato la clinica per Lena, allestero. Fanno interventi al cuore, la vita può cambiare! Lena! E la tua occasione! Dimi aveva gli occhi che brillavano.

Lena, vai da Valerio col tè.

Aspettò che la moglie uscisse, poi:

Lei che può dire? Salti fuori dopo anni, vuoi portarla via, magari non si sa nemmeno con quali soldi, la metti sotto ai ferri. E dopo? E noi? E Valerio? Se muore lì? Resta laggiù, e noi qui? Noi stiamo bene, Dimi, non serve il salvatore. Aiuta te stesso, piuttosto! sibilò Matteo Non impicciarti. E tuoi affari loschi? Ceri quando le portavo il pappagallo in ospedale dopo il parto? Tu ceri a curare il tuo tesoro, mentre io le pulivo il sudore? No. Lei è mia, tutta mia. Io so cosa è giusto.

Eh già… Dimi si rizzò in piedi, torreggiando su Matteo Lei non è una cosa, va lasciata vivere, non solo sopravvivere. Comodo usare la sua macchina, vero? Se si opera, guida lei. Vergogna, Matteo! Lena andrà e diventerà unaltra persona!

Io non vado da nessuna parte, Dimi. Resto qui. Questa è la mia vita. Ho paura, Dimi caro. E se non mi sveglio? Se muoio… Valerio è piccolo, starebbe male. Vivo bene, serio.

Lena abbracciò Dimi, posandogli la testa sulla schiena.

Ragazzi, prendiamo il tè. Ho fatto i biscotti e le caramelle! sorrise. E poi, Dimi torni a casa, va bene?

… Non bevve neppure il tè. Prese la giacca e se ne andò. Neppure salutò.

Camminando fra la gente, urtando passanti, Dimi non capiva: come si fa a rinunciare al meglio? Aveva già venduto metà della sua attività per lei… Tutto inutile…

Aveva bussato a mille porte di ospedali, supplicato, fatto accordi per niente.

Solo volevi dimostrare a Matteo che eri meglio di lui. Ma hai sbagliato. Hai perso! lampeggiò nella testa, poi più nulla, solo rabbia…

… Irene lo aspettava. Non dormiva.

Ciao disse sottovoce sulla soglia, con la solita vestaglia. Ho fatto il minestrone… Ne vuoi?

Si avvicinò, grande e freddo comera, lo abbracciò, si fece piccola.

Che hai? chiese spaesato.

Avevo paura che non tornassi più. Che saresti rimasto da lei…

Irene singhiozzava, stringendosi sempre più.

Piccola! E come potrei stare senza di te?… Che sciocchezze! A Dimi sembrò di liberarsi di un peso enorme. Non doveva nulla a nessuno, nemmeno a sé. Poteva semplicemente vivere, sposare Irene, avere bambini… quella sarebbe la loro vita, la loro famiglia. Agli altri, la loro.

Ed eccolo, il segreto: permettersi di essere felici.

Irene osservava Domenico mangiare il minestrone con gusto, e sorrideva forte, perché in quella casa ormai viveva una piccola famiglia. Lei ne era sicura.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × 3 =