Semplicemente una funzione

Mari, hai messo su il tè?

Maria era ferma alla finestra a guardare un passero che saltellava sul davanzale. Piccolo, grigio, con una macchia nera sotto il becco. Beccava qualcosa, poi si fermava e di nuovo ricominciava. Maria lo fissava da almeno tre minuti, incapace di staccarsi.

Mari!

Arrivo rispose, quasi tra sé.

Il passero volò via.

Si mosse verso la cucina, accese il bollitore, tirò fuori una tazza. La sua tazza: grande, con la scritta Il Capo, che la figlia una volta aveva portato da Milano, come scherzo. Lo scherzo non faceva più ridere da anni, ma la tazza era rimasta.

Quanto ci metti? Vittorio entrò con le pantofole, la tuta lisa alle ginocchia e il giornale in mano. Chiedo il tè e tu sparisci.

Guardavo fuori dalla finestra.

Ah, la finestra! la guardò come se avesse parlato una lingua sconosciuta. E che ci stavi a fare?

Cera un passero.

Vittorio abbassò il giornale.

Mari, tutto bene?

Perfettamente disse, versando lacqua calda nella tazza Il Capo.

Vittorio prese la tazza e tornò in salotto, sedendosi in poltrona a riaprire il giornale. Maria rimase in cucina, ancora davanti al bollitore acceso. Anche lei aveva voglia di tè. Eppure non se lo versò. Rimase lì a fissare.

Avevano entrambi cinquantotto anni. Si erano conosciuti a ventitré ad una festa di fabbrica, sposati a venticinque. Da trentatré anni Maria metteva su il bollitore al primo cenno di Vittorio.

Non seppe dire quando fosse iniziato tutto. Forse, non era nemmeno mai iniziato: era sempre stato così.

Tre anni prima, Lucia, la sua amica, gliene aveva parlato, mentre se ne stavano nella cucina di Lucia a bere Montepulciano in bicchierini di plastica perché Lucia aveva rotto tutti i calici traslocando.

Mari, ti ascolti? Dici sempre vuole lui, gli piace a lui, così va bene a lui. E tu? Tu vuoi qualcosa?

Voglio solo che tra noi vada tutto bene.

Questo non è desiderio. È funzione.

Mari allora si era risentita: aveva detto che Lucia parlava così solo perché era sola e invidiosa. Ma Lucia aveva solo riso e versato altro vino.

Ora, davanti al bollitore, Maria ripensava a quella parola: funzione. Come matematica: x dipende da y. Maria dipende da Vittorio.

Finalmente versò il tè anche per sé, si sedette al tavolo, prese il telefono e riaprì i messaggi con Lucia. Lultimo risaliva a tre settimane prima: Mari, tutto ok? Maria aveva risposto con un sorriso. Lucia aveva replicato con una faccina che alzava il sopracciglio.

Maria ora scrisse: Viva. Da troppo non ci vediamo.

Lucia rispose subito, come se aspettasse: Vieni sabato. Faccio una crostata.

Il sabato, di norma, Vittorio voleva la pasta e fagioli.

Maria digitò: Vengo.

Posò il telefono, finì il tè, si alzò e tirò fuori il pollo dal freezer per la cena.

Lucia viveva a dieci minuti a piedi, in un edificio vecchio con le ringhiere di legno sulle scale. Maria conosceva ogni scheggia di quelle ringhiere, da quando aveva venticinque anni. Quando arrivò, con un barattolino di marmellata di fichi, erano le due e mezza.

Oh fece Lucia aprendo la porta , ti sei tagliata i capelli.

Da tre mesi.

Senti, ti sta bene.

La cucina profumava di mela e cannella, la crostata si raffreddava sulla griglia. In quella casa cera sempre un tepore speciale, qualunque cosa fosse successa. Lucia aveva divorziato due volte, traslocato quattro, perso i genitori a un anno di distanza; e comunque lì si stava bene.

Racconta disse Lucia, tagliando la crostata.

Raccontare cosa?

Tutto.

Maria prese un pezzo. Era ancora caldo, le mele dentro si scioglievano. Al primo morso, le si strinse la gola, ma non per il sapore.

Ieri mi ha chiesto dovera il telecomando raccontò. Era sul bracciolo della poltrona, sotto il suo naso. Sono andata, glielho porto.

E?

Niente. Lha preso, ha cambiato canale, io sono tornata in cucina a stirare.

Lucia la fissava.

Mari.

So cosa vuoi dirmi.

No, non lo sai. Voglio solo chiederti: tu, in quel momento, come ti sei sentita?

Maria ci pensò. Era strano: non ci aveva pensato mentre succedeva. Si era solo alzata, aveva preso il telecomando, laveva dato. Era tornata.

Niente rispose infine. Non ho sentito niente. Non mi è venuto in mente neppure un pensiero. Ho fatto. E basta.

Ecco il punto disse piano Lucia. Non il gesto, ma il fatto che non hai sentito niente.

Restarono in silenzio. Dal giardino di Lucia si vedeva un vecchio pero, e sopra una cinciallegra si dondolava su un ramo.

Hai la solita cinciallegra notò Maria.

Viene ogni sabato sorrise Lucia . Lho chiamata Gina.

Dai nomi agli uccelli?

A tutto ciò che è importante per me, sì.

Maria guardò la cinciallegra. Poi Lucia. E di nuovo la cinciallegra.

Cinquantotto anni, Lucy.

Lo so. Anchio.

Non è più età di cambiare.

Lucia servì altro tè. Le diede una bella tazza, bianca e blu, senza scritte. Maria la prese con due mani.

Vuoi sapere che penso io? disse Lucia . È proprio questa letà giusta. Prima credi sempre che cè tempo. Ora sai che non è così.

Maria tornò a casa lenta. Ottobre era dolce, le foglie facevano tappeto, sembrava di camminare su un tappeto vero. Non ricordava lultima volta che aveva camminato così, per sé, senza buste della spesa, senza la testa già ai fornelli.

Vittorio lavorava in unofficina, ormai solo da dietro alla scrivania, non più coi ferri. Tornava verso le sette, si sedeva in poltrona, accendeva la tele e aspettava la cena. Non era una richiesta. Era il modo in cui erano fatti.

Appena Maria entrò, lui sollevò lo sguardo.

Dove sei stata?

Da Lucia.

E la pasta e fagioli?

Maria si fermò in ingresso.

Non lho fatta. Ero dalla mia amica.

E ora io che mangio?

Lo fissò. La faccia che conosceva da trentatré anni. Le rughe nate a quarantanni e poi rimaste. Le mani poggiate sui braccioli, come un capo nel suo studio.

Nel frigo ci sono le polpette di ieri disse. E cè pane.

Si tolse le scarpe, prese un libro dal comodino e si sdraiò a leggere.

Dopo dieci minuti, Vittorio entrò col piatto.

Sono fredde.

Scaldale al microonde.

Lui la guardò a lungo. Lei non distolse gli occhi dal libro.

Lo sentì andarsene, la portina del microonde sbattere, il ronzio, poi il silenzio.

Lei continuò a leggere. Era il romanzo di una donna che, a cinquanta, aveva aperto la sua bottega di ceramica. Maria laveva comprato mesi prima, ma non aveva mai iniziato: non cera mai tempo.

Ora invece scopriva che la protagonista sapeva perfettamente cosa voleva. Così, semplicemente: voglio modellare largilla. Maria nemmeno era sicura di avere desideri propri, al di fuori di che vada tutto bene.

Si chiamava Maria Petrone, da ragazza Rossi. Era cresciuta a Faenza, si era trasferita a Bologna per studiare ragioneria, ci era rimasta dopo il matrimonio. Lavorava da ventanni nella contabilità di unimpresa di costruzioni, poi avevano chiuso e lei era andata a insegnare laboratorio di cucito a scuola. Poi Vittorio aveva detto basta, inutile attraversare la città per due soldi, così era passata a lavorare in uno studio sotto casa. Ora era in pensione da un anno.

Pensava che la pensione sarebbe stata una liberazione. Tempo per sé.

Ma era solo più tempo per cucinare, pulire, stirare, la spesa, il bollitore.

Domenica mattina, si svegliò come sempre alle sei. Vittorio dormiva. Restò a guardare il soffitto, ancora quello del ’97, quando avevano dato imbiancata per lultima volta. La crepa sopra la finestra era cresciuta. Fine dei cambiamenti.

Si vestì, prese il cappotto ed uscì.

Il quartiere, allalba della domenica, era deserto. Un netturbino spazzava le foglie. Un gatto avanzava serio verso il muro opposto. Maria andò verso il parco, abitudine di una vita.

Il parco era vuoto e umido. Le panchine brillavano di pioggia notturna. Si sedette, pulì lo schienale con la mano. Restò lì.

Ripensava a Lucia. Dai nomi a ciò che ti importa. Lei non aveva mai dato un nome a niente. Perché non cera nulla solo suo.

Cera il loro appartamento. Ma era il loro. Un servizio da tè che avrebbe voluto ma non aveva mai preso, perché Vittorio diceva: Perché buttar soldi, quello che cè funziona. Un abbonamento annuale alla piscina, fatto per il suo compleanno, usato tre volte e poi mollato: era scomodo, diceva lui, uscire quando cera a casa.

Seduta in quel parco pensava di essersi persa. Non di colpo, ma a piccoli pezzi. Uno dato alla pasta e fagioli, uno alle camicie da stirare, uno al dove sei stata?, lultimo al e ora io che mangio?.

Arrivò una signora con un bassotto tutto rosso. Il cane guardava Maria con aria professionale.

Morde?

Ma no, adora tutti rispose la donna, sorridendo. È la sua passeggiata, questa?

Sono solo uscita così.

Giusto disse la donna. Io tutte le mattine. Prima venivo con Armando, ora solo con lui. Armando è mancato da anni, ma vado comunque.

Lo disse tranquillamente, senza tristezza in eccesso. Maria la fissò: il volto sereno, quasi divertito.

Non le manca?

Armando? ci pensò su. Un po sì. Ma anche me stessa mi sono mancata. Gli ultimi anni, a stare dietro a lui, mi ero dimenticata di me. Poi, dopo, ho preso questo qui indicò il bassotto e ho ricominciato.

Il cane annusò la scarpa di Maria e proseguì oltre.

Quanti anni ha? chiese Maria.

Sessantatré. Perché?

Curiosità.

La signora sorrise e si allontanò dietro il bassotto. Maria la seguì con lo sguardo.

Tornando a casa, scoprì che Vittorio era già sveglio, seduto in cucina col muso lungo.

Dove sei stata?

Al parco.

Al parco? Alle otto?

Già.

E che ci fai al parco alle otto?

Siedi, pensi disse Maria.

Lui abbassò gli occhi sul tavolo. Aspettava la colazione.

Maria accese il bollitore, prese le uova, fece la frittata, tagliò il pane, mise avanti tutto.

Lui mangiò in silenzio. Lei lo fissava con la tazza di tè.

Vitto disse, a un certo punto.

Mh?

Ti ricordi perché ci siamo sposati?

Lui sollevò la testa, un po perplesso.

Che domanda!

Solo una domanda. Perché ci siamo sposati?

Be, ci volevamo bene.

Sì ripeté lei. E ora?

Lui posò la forchetta.

Mari, che ti prende?

Chiedo.

E ora. Stiamo. È famiglia.

Famiglia disse lei. Non aggiunse altro.

Lui finì la colazione, lasciò il pane intonso, mise il piatto nel lavandino e tornò in salotto. Maria restò a fissare quella crosta di pane rimasta lì.

Lunedì chiamò la piscina e riattivò labbonamento. Decise: mercoledì e venerdì.

Mercoledì raccolse la borsa e, uscendo, disse a Vittorio:

Vado in piscina. La cena è in frigo, scalda pure da solo.

Lui la guardò da sopra gli occhiali.

Quale piscina?

Delfino.

Ma è lontano!

Venti minuti di bus.

Che ti è preso?

Si infilò il cappotto.

Mi va di nuotare.

Silenzio. Maria uscì.

Sul bus poche persone, una coppia di anziani e una donna col bambino. Maria guardava Bologna indorata dallautunno, i platani, le caffetterie con le insegne, la gente indaffarata.

Scoprì che le piaceva essere su quel bus.

La piscina si chiamava Delfino, anche se i delfini non cerano, solo corsie blu e odore di cloro. Si cambiò ed entrò in acqua. Piano, a rana. Lacqua fresca e densa. Nuotò, senza pensieri.

Quando uscì, era stanca. Una stanchezza buona, finalmente sua.

Tornando a casa, si concesse un caffè e biscottino in un bar. Da sola, vicino alla vetrina, guardando la strada. Il cameriere portò un piccolo cantuccino accanto al caffè. Maria lo assaporò, e pensò che, forse, quella era la vita. Non una grande cosa. Solo caffè, biscottino, una finestra.

A casa, Vittorio in poltrona, la solita tele. Un piatto vuoto.

Hai scaldato la cena?

Sì. Troppo salata.

Maria non replicò. Andò in bagno, poi si mise a letto con il romanzo.

La settimana dopo tornò da Lucia. Raccontò della piscina, del parco, del caffè.

Bene disse Lucia. Adesso altro.

Cosaltro?

Cosa vuoi ancora?

Maria ci pensò.

Voglio imparare qualcosa. Magari dipingere. Da bambina dipingevo.

E allora fallo.

Dove?

Studî, corsi, ce ne sono. Cercali online.

Alla mia età cominciò Maria.

Stop fece Lucia. Se cominci col alla mia età, non farai niente.

Maria chiuse la bocca.

Va bene disse.

Trovò lo studio quasi per caso. Passava e lesse sulla porta: Acquerello per adulti. Entrò, chiese. I corsi erano il martedì e il giovedì, piccoli gruppi. Linsegnante, Anna Sereni, una signora sui sessanta, capelli corti e orecchini dargento a goccia.

Ha esperienza?

Giocavo da bambina. Quarantanni fa.

Perfetto. Siete senza vizi, allora. Martedì prossimo.

Maria andò. Sette persone: quattro donne sue coetanee, una più giovane, un uomo di cinquantanni e una studentessa.

Anna Sereni mise sul tavolo una mela: Guardate bene.

Stettero cinque minuti solo a guardare. Poi, a dipingere. Maria fece un tubero, più che una mela, ma non le importava. Era felice.

Ha senso del volume le disse Anna Sereni. Il resto arriva.

Sullautobus Maria stringeva il foglio con la sua mela-patata in mano.

A casa, Vittorio guardava il TG.

Doveri?

Stavo dipingendo.

Si girò incredulo.

Come?

Corso di acquerello. Ho fatto una mela.

Guardò il foglio.

Quella è una mela?

Linizio rispose, mentre metteva su il bollitore.

La sera chiamò la figlia. Claudia viveva a Milano, lavora in una farmacia, marito, due figli. Chiamava nel weekend.

Mamma, tutto a posto? Mi hai chiamato mercoledì

Volevo dirtelo: mi sono iscritta a uno studio di pittura.

Pausa.

Dipingi? chiese Claudia.

Ad acquerello. Due volte a settimana.

Bello disse la figlia, con un tono che Maria non riuscì a decifrare. Un misto di sorpresa e altro. Papà lo sa?

Sì.

Che dice?

Ha solo chiesto se era davvero una mela.

Claudia rise.

Classico papà. Mamma, stai bene?

Meglio di prima.

Bene dai. Mamma, i bambini urlano, ti richiamo.

Va bene.

Maria posò il telefono, prese il disegno, lo attaccò al frigorifero, sotto una calamita con il Duomo di Firenze.

Vittorio, venuto a prendersi lacqua, vide il disegno. Scosse la testa. Non commentò.

Novembre era piovoso e grigio. Maria andava in piscina, poi in studio, qualche volta passava da Lucia. Il resto: cucina, spesa, lettura. Leggeva più che nei precedenti ventanni.

Un giorno in studio, si avvicinò Nina, sessantun anni, ex professoressa di geografia, ora pensionata. Capelli color rame, un po storti, ma le stavano bene.

Da molto disegna? chiese Nina.

Il terzo mese.

Si vede che cresce. Io sei mesi, e ancora tutte stecche!

Anna dice che le linee non sono tutto.

Anna è una filosofa rise Nina. Una volta mi ha detto che dipingere è imparare a guardare, non a disegnare.

Maria ci pensò.

Forse vale anche per la vita.

Tutto vale anche per la vita annuì Nina. Sposata?

Trentatré anni.

Caspita. Io divorziata due volte. Ora sto da Dio.

Non ti senti sola?

Ogni tanto sì. Ma meglio di prima. Il primo, ci dava dentro col vino. Il secondo era sobrio, ma parlava con me solo se serviva, manco fossi una lavatrice. Premi il bottone, e hai quel che ti serve.

Maria la fissava.

Come una lavatrice… ripeté.

Esatto. Comunque il tuo albero sembra vivo aggiunse Nina. Il tronco respira.

Maria osservò il suo disegno: sì, un po davvero respirava. Non sapeva nemmeno come.

A novembre qualcosa cambiò a piccoli passi tra lei e Vittorio.

Si abituò al fatto che Maria uscisse tre volte la settimana. Non le chiedeva più dove vai? Imparò pure a scaldarsi la cena. Una volta la trovò che aveva fatto le patate.

Hai lessato le patate?

Ero affamato.

Bene disse lei.

Era strano, non brutto. Solo diverso.

Una sera stavano entrambi in cucina, ciascuno con la sua tazza di tè. La TV rotta, silenzio vero.

Mari disse lui.

Eh?

Sei cambiata.

Lo guardò.

Male o bene?

Non lo so. Sei diversa.

Sì ammise lei.

Non sono abituato.

Nemmeno io. Ma mi sto abituando.

Lui tacque. Poi:

Mi fai vedere i disegni?

Maria fu sorpresa. Portò la cartelletta. Lui sfogliò piano, una ad una.

Cosè questo?

Una brocca. Studio di luce e ombra.

E questo?

Una mano. La mia.

Rimase a fissare il disegno a lungo.

È somigliante.

Grazie.

Sei brava disse, senza enfasi.

Maria avvertì uno strano tepore. Non era la vecchia soddisfazione per un complimento, ma qualcosa di nuovo: pace.

Lo so rispose.

A dicembre Maria si comprò degli stivaletti nuovi: caldi, blu scuro, imbottiti dentro. Vittorio sbirciò lo scontrino: Costosi. Ma caldissimi, ribatté lei. E non si discussero più.

In studio si lavorava a paesaggi invernali, Anna portò foto vecchie in bianco e nero: boschi, fiumi ghiacciati, paesi innevati.

Linverno non è privo di colore spiegava Anna . Tutti i colori ci sono, ma sottovoce. Cercateli.

Maria guardava quella foto cercando i colori: azzurro nellombra, rosa nel cielo, un po di giallo nelle betulle.

Accanto a lei Nina sospirava, alle prese con le sue sfumature.

È tutto grigio sussurrò.

Guarda le ombre suggerì Maria . Non sono grigie.

Nina osservò. Poi prese il blu, ne aggiunse una punta nellombra.

Oh fece.

Ecco rise Maria.

Alla fine, andarono a prendersi un caffè al solito bar. Nina le raccontò della figlia, che vive a Genova, Mi chiama, mi vuole lì con lei.

Ci vai? chiese Maria.

Non so. Ho paura. Lì non conosco nessuno. Qui ho voi, lo studio, il mio gatto Cesare.

Cesare, eh? Maria sorrise.

Sì, grasso, rosso, convinto di essere un leone. Viviamo bene.

Lucia dà nomi agli uccelli disse Maria. Chiama una cinciallegra Gina.

Fa bene annuì Nina. Bisogna nominare ciò che conta.

Maria si voltò a guardare fuori. Passava una donna in cappotto rosso, svelta, decisa.

Nina, non rimpiangi i divorzi?

Cosa, gli anni buttati? Un po. La scelta? Mai. Svegliarmi e non sapere quando avevo pensato allultima cosa solo per me. Non cena, non umore suo. Solo cosa voglio io. E allora ho capito che io, per lui, non esistevo più. E sono andata.

Maria ascoltava.

E che hai fatto?

Allinizio niente. Poi ho provato a parlarci. Niente. Te la inventi. Se non ti vede, non esisti. Sono andata.

Stettero zitte. Poi Nina si scosse:

Macché, è passato. Ora ho Cesare e lacquarello.

Uscirono. Freddo, primo nevischio. Maria alzò la testa: un fiocco si scioglieva sulla pelle.

Quando tornò, trovò Vittorio al telefono, che rideva con qualcuno. Le fece cenno, continuando a parlare. Maria mise il bollitore, restò a guardare la nevicata. Un lampione illuminava un quadrato di neve: bellissimo.

Scattò una foto, la mise come sfondo al telefono. Prima cera una foto di famiglia al matrimonio di Claudia, sette anni prima. Ma ora, il lampione era il suo.

A gennaio dipinse un quadro, quello che venne proprio come doveva. Era la sua strada, con la neve e il lampione del davanzale. Anna Sereni la fissò a lungo.

Ecco disse, questo è il suo timbro.

In che senso?

Nellarte cè sempre la voce: puoi imparare la tecnica, ma la voce o cè, o non cè. Lei cè.

Maria fissava la tela.

Ho dipinto solo quello che vedo dalla finestra.

Proprio così. Non quello che si deve, quello che vede lei.

Attaccò anche quel disegno al frigorifero, sotto la mela.

Un mattino, Vittorio restò alla porta del frigo a fissare entrambi.

Che cè? chiese lei.

Guardo. Sono belli.

Grazie.

Hai sempre saputo fare così?

Forse sì. Ma non disegnavo.

Lui fece un cenno. Prese il formaggio.

Vittorio

Eh?

Vorrei andare al mare questa estate. Da sola. O con Nina, conosciuta a pittura. Solo una settimana.

Si voltò.

Da sola?

Sì. O con lei. Voglio andarci.

Lui esistò.

I soldi?

Ho la pensione, ho messo da parte.

Va bene se vuoi.

Non era certo, cara. Era vabbé, se vuoi, un po spaesato, come se non sapesse gestire la moglie con desideri autonomi. Ma era qualcosa.

Scrisse subito a Nina: Ti va il mare lestate? Sto pensando ad Alassio.

Nina rispose dopo cinque minuti: Porto Cesare da mia figlia e parto. Quando?

Febbraio era lungo. Piscina, studio, Lucia. Una sera andò a teatro con Nina a vedere un classico di Pirandello. Vittorio no, non mi interessa. Maria prese un biglietto per sé, poi chiamò Nina.

Lo spettacolo la emozionò: non andava a teatro da quindici anni. Quindici.

Dopo, si fermarono al bar.

Allora? chiese Nina.

Bello. Pensavo a Irina.

Quella del Mosca, Mosca!?

Sì. Lei aspettava che la vita iniziasse. E intanto la vita passava.

Eh, Pirandello è crudele: ti fa vedere la gente che butta via il tempo, con grande tranquillità.

Già.

Tu hai deciso qualcosa?

Maria la guardò.

A che pensi?

A te. Cè qualcosa che rimugini.

Maria girava il caffè.

Non so cosa ho deciso. Forse ho solo iniziato a vivere. Poco, ma a modo mio.

È già tanto.

Vittorio non capisce.

Glielhai spiegato?

Ho provato. Dice: Sei cambiata. E io: Sì. Lui: Non sono abituato. Io: Ti ci abitui.

E lui?

Non dice niente. Però ora si lessa le patate da solo.

Nina rise.

Questo è progresso.

Nina, sei felice ora?

Nina esitò. Pensò.

Se la felicità è tutto bene, niente dolore, allora no. Ho il ginocchio che fa male, i soldi non bastano, con mia figlia unga fatica. Ma se è essere te stessa, senza nasconderti o sopportare allora sì. Credo di sì.

Maria annuì.

Bella risposta.

Tu chiedi perché vuoi lasciarlo?

Maria guardava fuori. Strada nera, lampioni accesi.

Non lo so disse . Trentatré anni sono tanti. Non è cattivo. Solo che non mi vede. Non so se si può correggere. Se puoi insegnare a vedere una persona, quando lhai sempre solo usata.

A volte si può disse Nina. Non sempre.

Sì, a volte.

A marzo, per lotto, venne Claudia da Milano coi bambini. Due giorni di urla, corse, risate. Vittorio si ravvivò, giocava con i nipoti, rideva. Maria ebbe un tuffo: ecco, qualcosa di vivo cera in lui. Ma usava poco.

La sera, coi bimbi a letto, Maria, Vittorio, Claudia e suo marito Andrea bevevano tè.

Mamma, come stai? Ti vedo proprio diversa

È la pittura spiegò Maria.

Dai, fammi vedere.

Maria portò la cartelletta. Claudia guardava ogni disegno attentamente.

Mamma, che bello. Sul serio.

Anna dice che ho il mio timbro.

Timbro? chiese Andrea.

Tipo la firma dartista spiegò Maria.

Non pensavo ci fosse tanta personalità, nellacquerello.

In tutto cè persona, se ci metti te stessa disse Maria.

Vittorio taceva, guardava la tazza. Poi disse:

Lei ha sempre saputo. Dipingeva anche prima, prima di Claudia.

Maria capì. Lui lo sapeva, per anni, senza mai chiedere o incoraggiarla. Non lo disse, solo ripose la cartelletta.

Dopo che Claudia partì, la casa tornò silenziosa. Vittorio, di nuovo, poltrona, tele, giornale.

A metà marzo Maria rientrò dallo studio e trovò una nota. Vittorio non lasciava mai biglietti, di solito urlava dalla stanza. Lei prese il foglio.

Sono in campagna da Sandro. Torno dopodomani. Ho fatto io la minestra, è in frigo.

Rilesse due volte. Aveva fatto lui la minestra.

Aprì il frigo: pentola, minestra un po pallida, magari salata, ma minestra.

Scaldò una scodella, la assaggiò.

Era troppo salata, ma cera qualcosa in quella minestra che contava. Non il sapore.

I due giorni dopo, Maria rimase sola. Piscina la mattina, pittura la sera. Cucina quello che le pare, dormì col libro, la luce accesa quanto voleva. Caffè la mattina, davanti alla finestra, senza fretta.

Quando lui tornò, Maria si accorse che si stava abituando a stare sola. E le piaceva.

Una sensazione strana.

Ad aprile, Anna Sereni propose a Maria di partecipare a una mini-mostra nel centro culturale del quartiere. Quattro stanze, venti quadri degli allievi.

Io? chiese Maria.

Lei. Ha cose da mostrare.

Ma dipingo solo da sei mesi!

I suoi lavori hanno vita. Il resto non conta.

Maria ci pensò tre giorni e accettò.

Scelse cinque disegni: la strada col lampione, la mano, lalbero che respira, la brocca con la luce, e lultimo, una tazza di caffè con un libro, fuori la neve.

La mostra si aprì lultimo venerdì di aprile. Vennero gli allievi, Lucia, Nina con la gabbietta (ma Cesare rimase fuori), Claudia mandò un vocale Mamma, sono orgogliosa. Anche Vittorio venne.

Maria lo vide, imbarazzato col cappotto. Girava, cercava la sua opera, alla fine si fermò davanti alla strada col lampione.

Quella è casa nostra disse.

Sì.

Non pensavo ci fosse qualcosa da dipingere là fuori.

Io sì.

Si voltò.

Mari.

Eh?

Volevo solo dirti che mi rendo conto di aver perso qualcosa. Non so cosa. Ma qualcosa dimportante.

Maria lo guardò.

Lo so.

Non sono bravo a parlare.

Lo so.

Si fermarono insieme davanti al quadro. Il lampione ancora illuminava il cerchio di neve. Senza troppi discorsi.

Poi Lucia prese Maria e la trascinò dal direttore del centro culturale, ha progetti per la prossima mostra!

A maggio, Maria e Nina presero i biglietti per Alassio. Inizio luglio, otto giorni, pensioncina economica, due camere vicine.

Maria avvisò Vittorio di lunedì sera.

Ho preso i biglietti. A luglio vado con Nina. Otto giorni.

Lui guardò da sopra gli occhiali.

Otto?

Sì.

Sono tanti.

No.

Pausa.

Vabbè disse lui. Forse andrò da Sandro, allora.

Bene.

Tu stai attenta, eh. Il mare, il sole

Faccio nuoto da mesi.

Già.

Lei andò in cucina, poi tornò indietro.

Vitto.

Eh?

Posso chiederti una cosa? Sul serio.

Lui posò il giornale.

Dimmi.

Mi vedi?

Come, se ti vedo?

Dico, mi vedi. Non la cena, non il tè, non la minestra. Proprio me.

Lui stette zitto a lungo. Lei aspettava.

Non capisco la domanda disse infine.

Ecco. È questo.

Maria tornò in cucina, si versò il tè. Il suo tè, nella tazza bianco-blu comprata in febbraio, in quella piccola bottega vicino allo studio.

Arrivò luglio, caldo. Il giorno della partenza, Maria mise in valigia il necessario, lalbum da disegno e i pennelli nuovi.

Vittorio la accompagnò al taxi.

Telefonami.

Certo.

Fa caldo, porta il cappello.

Ce lho.

Ok.

Il taxi arrivò. Maria caricò la valigia. Si voltò.

Lui era lì, in tuta stropicciata, un po perso, grande e ormai non più giovane, spaesato dal fatto che lei partisse.

Vittorio.

Eh?

Se vuoi davvero che qualcosa cambi tra noi, bisogna parlare davvero. Io sono pronta. Ma da sola non posso farlo per due.

Lui la fissava.

Torni? chiese.

Vado al mare otto giorni, Vitto.

Il tassista diede un colpo di clacson. Lei salì a bordo.

Vittorio restò lì, davanti allingresso.

Lauto partì. Maria lo guardò che si restringeva e spariva dietro langolo.

Si abbandonò allo schienale.

Bologna scorreva fuori: le sue vie, i platani, i caffè, gli incroci conosciuti da sempre. Il sole a picco.

Tirò fuori il telefono. Scrisse a Nina: Sono in viaggio. Tu dove sei?

Nina: Già in stazione! Cesare lho lasciato, piango! Aspetto te!

Maria sorrise.

Poi aprì una nuova pagina internet, digitò: corso acquerello adulti online. Così, per curiosità.

Poi chiuse. Poi riaprì.

Fra quattro ore, il treno sarebbe arrivato al mare. Lei avrebbe guardato fuori dal finestrino, avrebbe visto i campi diventare colline, le colline lazzurro allorizzonte.

Avrebbe preso lalbum e cominciato a disegnare quello che vedeva.

Non ciò che serve. Non ciò che è perfetto. Solo quello che vede lei.

Nina era lì in banchina, piccola, lentigginosa, con lo zaino.

Allora, andiamo?

Sì, andiamo.

E salirono su quel treno.

Ecco la cosa strana: Maria non sapeva se sarebbe tornata da lui nel senso di tornare a qualcosa di già finito o risaputo. Sapeva solo che sarebbe tornata da sé. E quello non lo dava più via.

La banchina era affollata e luminosa. Da qualche parte, un bimbo urlava. Da qualche parte vendevano gelati. Sapeva di ferro, di estate, di futuro.

Camminava, e sentiva terra ferma sotto i piedi.

Ferma. Sua.

Il treno partì pianissimo, quasi senza rumore, come quando parti per davvero, non solo per cambiare posto.

Fuori scivolavano via la banchina, i tetti, poi la città, poi le campagne.

Nina sonnecchiava col capo contro il vetro.

Maria aprì lalbum. Prese la matita.

Fuori, la pianura correva infinita, secca, cotta dal sole di luglio.

Cominciò a disegnare.

Lorizzonte, diritto come un pensiero.

Il cielo, appena più scuro ai bordi.

La strada, lunga lontano.

Nessuna persona sul foglio.

Solo spazio.

Cosa disegni? borbottò Nina, a occhi chiusi.

Lorizzonte.

Bello?

Maria guardò il foglio.

Non lo so ancora. Ma penso di sì.

Nina mugugnò qualcosa e si addormentò.

Il treno andava avanti.

Maria disegnava.

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