Il giorno in cui lui mi disse: “Senza di me non sei nessuno…”

Il giorno in cui mi disse: Senza di me non sei nessuno…
io già da mesi stavo organizzando la mia partenza.
Ogni volta che litigavamo, mi indicavi la porta urlando: Se non ti sta bene, vattene allinferno!.
Non ce la facevo più a vivere nella paura, sempre con la valigia pronta, come fossi unospite a casa mia.
Avevo già affittato un appartamento e oggi me ne vado.
Cosa pensavi, che non avessi un posto dove andare?
Che sarei rimasta a sopportare i tuoi deliri di grandezza per sempre?
Ti sbagli di grosso, Matteo.
Resta pure tu solo nel tuo amato appartamento!
E la scatola dei cavi che era sulla mensola in basso?
Matteo rimase al centro del soggiorno, con le mani sui fianchi, come se fosse il giudice che ha appena incastrato il colpevole.
Osservava tutto intorno, cercando segni di invasione nel suo territorio.
Giulia era seduta sul divano, scriveva al portatile.
Non alzò nemmeno lo sguardo.
Sentiva su di sé il suo sguardo: pesante, freddo, come metallo bagnato.
Prima quello sguardo la faceva annientare e giustificarsi.
Ora le provocava solo indifferenza glaciale, come se qualcosa dentro si fosse spento.
Lho buttata, Matteo.
Era tutta roba rotta, cavi vecchi, caricatori che non usiamo da anni.
Rispose tranquilla mentre cliccava su invia.
Lhai buttata?
Ripeté lui piano, con quel tono che preannunciava guai.
Si avvicinò lentamente, oscurando la luce della lampada.
Chi ti ha dato il permesso di decidere in QUESTO appartamento?
Non mi sembra che il tuo nome sia sul rogito.
O adesso ti credi padrona solo perché paghi qualcosa?
Giulia chiuse finalmente il portatile.
Nel suo sguardo non cera né rabbia né tristezza.
Solo disprezzo glaciale.
Quello stesso che lui usava quando si sentiva sicuro.
In cinque anni aveva imparato a riconoscerlo.
Era spazzatura.
Disse fissandolo dritto negli occhi.
Te lho chiesto tre volte.
Sistema quellangolo.
E per tre volte mi hai detto adesso.
Questo adesso è arrivato.
Ladesso arriva quando lo decido io!
Esplose Matteo, paonazzo di rabbia, scalciando il tavolino.
Qui comando io.
Tu sei qui perché lo voglio io.
Questi sono I MIEI muri, LE MIE finestre, IL MIO pavimento!
Tu devi solo non intralciare e ricordarti del tuo posto.
Camminava avanti e indietro, sfiorando i muri come a misurare la propria supremazia sullo spazio.
Lappartamento, ereditato dalla nonna a Milano, era il suo trofeo, la sua fortezza.
Ad ogni litigio, tornava sempre lì: ai metri quadri.
Così cercava di schiacciare qualsiasi replica.
Ti stai comportando da pazzo, e tutto per una scatola di cavi.
Disse Giulia con voce calma.
Non era più la stessa.
Qualcosa dentro di lei si era rotto.
La paura era scomparsa.
Mi comporto da padrone!
Gridò battendo il pavimento.
E tu, che sei unospite, ti sei dimenticata chi ti ha fatto entrare.
Vuoi che ti ricordi da dove vieni?
Da quella stanza condivisa dove regnava il caos.
Dovresti essere grata di queste mura, non buttare via le mie cose.
Aprì larmadio e sistemò una tazza come a marchiare il territorio.
Sai cosè che mi fa più rabbia?
Serrò le labbra.
La tua ingratitudine.
Io ti ho dato comodità e tu ti comporti come se ti spettasse di diritto.
Non hai diritto a nulla, Giulia.
Solo a stare zitta e non toccare.
Basta.
Disse lei, alzandosi lentamente.
E a un tratto apparve più grande, più sicura.
Ho detto tutto!
Gridò puntando il corridoio.
O si fa come dico io, o prendi le tue cose e te ne vai.
Subito, se vuoi.
Non ne posso più del tuo spirito di indipendenza.
Non mi sono spaccato la schiena a ristrutturare per sentire una… parassita dirmi di cosa ho bisogno.
Sospirò soddisfatto.
Nella sua testa, lei doveva piangere, rinchiudersi in cucina, pentirsi.
Ma Giulia non si mosse.
Lo guardava come se ormai fosse qualcosa che non la toccava più.
Hai finito?
Chiese placida.
Ho finito.
Mormorò lui, con un groppo in gola.
E domani voglio cavi nuovi.
Giulia annuì.
Gli passò accanto senza paura ed entrò in camera da letto.
Matteo rimase ad ascoltare il silenzio.
Niente pianti, né urla, né porte sbattute.
Solo silenzio.
E quel silenzio lo irritava più di qualsiasi lite.
Aprì la porta della stanza.
Sei sorda? Non ho finito!
Urlò.
Ma si fermò.
Giulia era inginocchiata davanti allarmadio spalancato, tirava fuori valigie e borsoni.
Due zaini e due valigie.
Pieni.
Pronti.
Cosè, vai in vacanza?
Disse Matteo beffardo.
O vai da tua madre a fare la vittima?
Lei si alzò e lo fissò gelida.
Non vado da mia madre.
Sto solo prendendo le mie cose.
Il rumore della valigia chiusa risuonò forte nella stanza.
Matteo incrociò le braccia e sorrise acido.
Davvero credi che ti supplicherò?
Che non posso vivere senza i tuoi drammi?
Non farmi ridere.
Non sto pensando a te.
Devo solo chiamare il furgone per il trasloco.
Rispose.
Furgone?
Scoppiò a ridere, una risata secca.
Va bene.
Ma quando tornerai strisciando, non fiatare.
Io faccio sempre a modo mio.
Giulia si fermò un attimo.
Non torno.
Ho affittato un appartamento due settimane fa.
Ho le chiavi nella borsa.
E sono mesi che mi preparo, portando via le cose poco a poco ogni volta che mi urlavi vattene.
Non te ne sei mai accorto.
Matteo impallidì.
Tutto si era ribaltato: il controllo ora non era più suo.
Non ci posso credere
Mormorò avvicinandosi.
Quindi eri qui a tramare tutto
Giulia restò ferma.
Preferisco dormire su un materasso per terra
che con chi mi chiama ospite.
Ma quella sera era appena iniziata… e Matteo non voleva lasciarla andare così facilmente.
Mi stai rovinando la vita! gridò Matteo afferrandola per il braccio. Senza di me non sei nessuno! Senza di me sei persa! Senza di me sei completamente sola!
Giulia si liberò facilmente, come si libera di una ragnatela fastidiosa.
Magari mi perderò, ma almeno sarà il mio abisso, non la tua gabbia. Prese la giacca e il cellulare. Quelli del trasloco arrivano tra dieci minuti.
Lui fece un passo verso di lei, come per strapparle il telefono, ma si bloccò. Lo sguardo di Giulia fermo, freddissimo, come ghiaccio lo fermò. Qualcosa di strano gli attraversò il corpo: pura impotenza. Prima, con una sola urla lei si spezzava. Ora, niente.
Non ce la farai sussurrò tra i denti. Avrai paura. Piangerai, stanotte. Tornerai. Io ti aspetto.
Non farlo rispose lei senza alzare la voce. Quando ti troverai il vuoto nel letto, ricordati: sei stato tu a cacciarmi dalla tua vita.
Uscì nel corridoio.
Si sentivano le valigie: zip, rotelle che strisciavano, tocchi sordi sul pavimento. Fuori piovigginava su Milano. Nellandrone odorava di strada bagnata, daria nuova: il primo respiro di libertà.
Matteo rimase lì, tra la porta e il salotto, incredulo. Era successo tutto troppo serenamente. Quando la porta del condominio sui Navigli si chiuse, il silenzio calò pesante, come un vuoto nella testa.
Rimase solo.
Lorologio era lunico a scandire i secondi della sua sconfitta.
Si guardò nello specchio dellingresso: il volto teso, gli occhi vuoti. Avrebbe voluto urlare, ma non gli uscì la voce. Non si accorse nemmeno di crollare sul pavimento.
In testa solo un pensiero: non se ne andrà.
Tornava sempre
Ma ora le sue chiavi non erano più sul tavolo. Larmadio era vuoto.
Giulia stava sul marciapiede sotto la pioggia, sui Navigli. Le gocce le scivolavano sulla faccia, quasi a cancellare la vita di prima. Si fermò un taxi. Il tassista, un signore anziano dal volto stanco, la aiutò con le valigie.
Dove andiamo, signorina? chiese.
In via Solari, numero diciannove.
La voce le si spezzò appena un attimo. Poi uscì più decisa.
Devo ricominciare.
Lauto partì. Giulia guardava dal finestrino le luci di Milano che si spegnevano nel grigio.
Per la prima volta dopo anni non pensava a cosa avrebbe dovuto dire né a giustificarsi.
Cera calma.
Non vuoto: leggerezza.
Come dopo unoperazione: fa male, ma si respira meglio.
Il nuovo appartamento odorava di vernice fresca e di umidità, in un quartiere tranquillo di Milano. Piccolo, con pareti spoglie. Leco dei suoi passi suonava diverso.
Lasciò le valigie e si sedette lentamente su una sedia. Le tremavano le mani, ma dentro cresceva una certezza: lì cominciava la sua vita.
Senza di lui. Senza quellappartamento. Senza il questo è mio ripetuto allinfinito.
Il cellulare vibrò: Matteo.
Non rispose.
Torna. Dobbiamo parlarne.
Ti perdono.
Non puoi farcela da sola.
I messaggi continuavano ad arrivare, uno dietro laltro.
Giulia spense la suoneria.
Si preparò un tè da un termos che ancora aveva dal vecchio lavoro, pagato con euro che bastavano appena.
Fuori la pioggia si fece più forte su Milano.
Con ogni goccia se ne andavano urla, paura, dominio.
E restava solo il silenzio.
Ma ora era il suo.
Libero.
Una settimana dopo.
Matteo si svegliò nellappartamento vuoto sui Navigli.
Allinizio il silenzio lo infastidiva. Poi iniziò a divorarlo.
Polvere sui mobili. Piatti sporchi. Oggetti che nessuno toccava.
Si ritrovava ad ascoltare il nulla, in attesa di passi che non arrivavano.
Chiamò amici. Mando messaggi. Nessuno rispose.
E capì una cosa che non voleva ammettere: in una città enorme, lei era semplicemente sparita.
E con lei, il suo controllo.
Si sedette sul divano dove lei stava sempre.
Sul pavimento cera una scatola impolverata di cavi.
La aprì.
Solo cavi vecchi.
Spazzatura.
Per quella spazzatura aveva perso tutto.
Intanto, Giulia tornava dal lavoro a Milano.
Stanca, ma serena.
Si tolse la giacca, mise lacqua sul fuoco e accese la musica.
Niente urla. Niente ordini. Solo una canzone qualsiasi sulla libertà.
Si avvicinò alla finestra.
La pioggia continuava a cadere sulla città, riflessa nel vetro.
Ma non sembrava più grigia.
Era solo pioggia.
E lei poteva camminare sotto di essa, dove voleva.
Il cellulare brillò: un messaggio senza aprire da Matteo.
Te ne pentirai.
Lo cancellò senza leggerlo.
Annotò nelle note:
Non pentirsi. Mai.
Salvò.
Sorrise.
Accese una lampada piccola.
E iniziò a dipingere la sua nuova vita: una Milano bagnata dalla pioggia, lasfalto che risplende, e una donna con la valigia che va incontro allignoto.
Viva.
E libera.

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Il giorno in cui lui mi disse: “Senza di me non sei nessuno…”
Un panino e un mistero lungo quindici anni…