Ho nascosto biancheria intima femminile nell’auto di mio marito. Ma non era la mia…

Lanciavo la biancheria intima femminile nellauto di mio marito. Ma non la mia

Ma cosè questo, Marco?! Di nuovo! È già la terza volta in una settimana! Guardami negli occhi e dimmi di chi è questa cosina qua!

Chiara era in piedi nel mezzo della nostra cucinetta, la mano tesa con un reggiseno nero di pizzo. Le dita tremavano, il viso rosso di lacrime e rabbia. Rimasi impietrito sulla soglia, stringendo un sacchetto di pane fresco. Mi si allungò la faccia, lo sguardo spalancato.

Da dove viene questa roba? fui solo capace di balbettare.

Da dove vuoi che venga! Dalla tua macchina! Lho presa da sotto al sedile mentre cercavo il caricabatteria! la sua voce si spezzò in un grido. Hai idea di come mi sento in questo momento?! Siamo sposati solo da sei mesi, Marco! Sei mesi! E tu già

Chiaretta, ti giuro che non ne so niente! lasciai cadere il sacchetto sul tavolo e feci un passo, ma lei si scostò di scatto. Davvero, non ho mai visto quella roba lì! Magari qualche collega mi ha fatto uno scherzo!

Uno scherzo? rise isterica. Gran bello scherzo! E la settimana scorsa pure uno scherzo quando ho trovato delle mutandine nel cassetto del cruscotto? E quella di due settimane fa, quando avevo trovato un fazzoletto di seta nella tasca della giacca? Tre volte, Marco! Tre volte in due settimane!

Mi passai una mano sulla faccia. Mi sentivo schiacciato dalla stanchezza. Lavoravo dodici ore al giorno, correndo ovunque come una trottola, solo per mettere da parte qualcosa per sistemare il nostro piccolo appartamento nella dependance, per comprare due mobili decenti, darci una vita dignitosa. E adesso questo. Il sospetto di un tradimento. Le accuse. Io neanche ci avevo mai pensato a unaltra donna che non fosse Chiara. Lunica, la sola che avevo mai avuto. Adesso, però, mi guardava come fossi uno che la stava tradendo.

Non ti ho mai tradita, dissi deciso. Mai. E mai lo farò.

Allora spiegami perché questa roba finisce sempre nella tua auto! gettò il reggiseno sul tavolo: il pizzo nero rimase lì tra il pane e la saliera, come fosse uno sberleffo alla nostra povera, ma onesta, vita.

Restai zitto. Non sapevo spiegarlo. Era davvero una cosa strana. Troppo strana. Come se qualcuno mi volesse mettere nei guai. Ma chi? E perché?

Fuori dalla finestra si sentì stride la cancellata. Guardai nel cortile. Una figura avanzava piano lungo il vialetto tra le ortensie del cortile, verso la casa principale. Era la signora Teresa, la madre di Chiara. Un fazzoletto scolorito in testa e il solito vecchio grembiule, trascinava una busta dalla bottega del quartiere. Si fermò guardando verso la nostra finestra, poi riprese a camminare.

Forse potremmo chiedere a tua madre? dissi, quasi senza pensarci. Lei da queste parti magari vede chi entra ed esce.

Chiara fece una smorfia.

Non tirare in ballo la mamma. Sta già male di suo. Vive sola, ha salute malferma. Ottantadue anni, Marco! Non è il caso di coinvolgerla nelle nostre cose

Il vero problema, del resto, era proprio lei: Teresa. Un ferro vecchio di donna, ostinata e fragile, che era stata contraria al nostro matrimonio fin dallinizio. Quando Chiara aveva detto che sposava uno come me, era successo il putiferio su tutta via dei Tigli. Rovini la tua vita con uno senza arte né parte, senza titoli, senza futuro. Diceva che lavrei illusa, presa in giro, abbandonata. Che tutti gli uomini sono uguali. Che era troppo giovane, acerba.

Ma Chiara non volle sentire ragioni. Sposò me. Ci trasferimmo nella dependance di mattoni che avevo restaurato con le mie mani, nello stesso cortile della suocera. Lei nella casa vecchia, noi a venti passi. Non cerano alternative: laffitto a Milano costava troppo. Lavoravo come autista per una ditta di corrieri, facevo turni massacranti con uno stipendio risicato. Chiara ancora studiava ragioneria e il weekend lavorava in un bar. Come pensate di cavarvela senza aiuto?, aveva chiesto la madre, ogni giorno per mesi.

Chiara si lasciò cadere su uno sgabello, la faccia nei palmi delle mani. Le sue spalle tremavano. Mi avvicinai e la strinsi piano.

Non piangere. Lo scopriremo. Giuro che vado a fondo. Magari metto una telecamera nascosta in macchina.

Una telecamera ripeté lei piano. Non abbiamo i soldi nemmeno per mangiare decentemente e tu parli di telecamere.

Scostò le mie braccia e sparì in camera chiudendo forte la porta. Riuscii solo a guardare quel reggiseno nero sul tavolo. Una taglia simile a quella di Chiara. Ma non era suo: lei portava roba semplice, di cotone, non di pizzo. E poi chi mai avrebbe messo oggetti estranei in auto mia?

Il giorno dopo, tornato dal lavoro, vidi Chiara seduta nella cucina della casa grande. Spiai dalla finestra: la madre Teresa stava preparando il tè, mentre Chiara, stretta a una tazza, parlava e parlava. Non le vedevo in faccia, ma dallatteggiamento di Chiara capivo: era andata a raccontare tutto a sua madre.

Non entrai. Mi allontanai verso la macchina, la mia vecchia Fiat Punto blu parcheggiata sotto il portico. Mi misi a controllare ossessivamente ogni angolo dellabitacolo: cassetto portaoggetti, vani delle porte, sotto i sedili, bagagliaio. Nulla. Tirai un respiro di sollievo. Forse era tutto finito. Se era uno scherzo idiota magari si erano stancati.

Ma la mattina dopo, cercando i documenti nel cassetto portaoggetti sentii qualcosa di liscio e leggero. Estrassi un paio di mutandine rosse di pizzo. Sottilissime, quasi trasparenti, certo non di Chiara, che comprava solo intimo di cotone al supermercato.

Le strinsi nel pugno. La rabbia e la frustrazione mi mozzavano il respiro. Ma chi accidenti lo faceva? E perché?

Rientrai nella dependance. Chiara si stava vestendo. Vide la mia faccia e si irrigidì.

Ancora? chiese a voce bassa.

Le mostrai le mutandine. Lei, guardandole, divenne di pietra.

Allora non mi sbagliavo. Davvero hai qualcuno.

Chiara, no! È qualcuno che le mette apposta, ti dico!

E chi farebbe una cosa così? disse esasperata Chi si mette a comprare intimo femminile per lasciarlo nella tua macchina? Perché? Vuole separarci? Per quale motivo?

Apro la bocca, ma non riesco a dire nulla. Non ho nemici. Al lavoro vado daccordo con tutti. E nessuno si metterebbe a rovistare nella macchina degli altri.

Cambia serratura, ci tenne a sottolineare con sarcasmo visto che pare ci entrino donne sconosciute!

Prese la borsa e se ne andò, sbattendo la porta. Rimasi solo. Seduto sul divano, fissai il vuoto. Sembrava che qualcuno stesse smantellando la nostra felicità pezzo a pezzo. La giovane coppia, lamore, i sogni: ora solo litigi e diffidenza, come veleno che corrode tutto.

La sera la signora Teresa bussò. Quando aprii, mi trovai lei davanti con una pentola di minestrone e unespressione di finto dispiacere.

Marco, caro, ho pensato che magari vi veniva voglia di qualcosa di caldo. Chiaretta è sempre di corsa, non avrà avuto tempo di cucinare. Prendi, mangiate.

Grazie, risposi secco.

Entrò, posò la pentola sul tavolo e si guardò intorno. Lo sguardo acuto cadde sulle mutandine rosse che non avevo ancora tolto dal tavolo.

Ma cosa sarebbe questo? fece, prendendole con due dita, come fossero qualcosa di disgustoso.

Restai zitto. Si rimise seduta, sospirò, sembrando quasi dispiaciuta.

A dire il vero, Marco caro, io lo sentivo. Una madre lo sente. Lavevo detto a Chiara che era presto, che tu sei giovane e focoso E anche tuo padre era così, si sa in paese. La mela non cade lontano dallalbero.

Sentii il sangue ribollire. Non sopportavo che parlasse così di mio padre.

Signora Teresa, la prego, non tiri in ballo papà. È morto da cinque anni, ed era una brava persona.

Sì, sì, ma la famiglia lha lasciata, e tua madre dopo è andata a rotoli. So bene come vanno le cose, Marco. Non volermene, ma io per mia figlia ho paura. Lei è la mia unica gioia. Non voglio vederla soffrire. Se la ferirai, io non sopravvivrò.

Io non lascerò mai Chiara! scattai io. E non lho mai tradita! È qualcuno che mette di proposito queste cose nella mia auto, capisce?!

Teresa si alzò, guardandomi con compatimento.

Va bene, va bene Capisco. Difficile ammetterlo, ma meglio la verità che le bugie. Chiara è devastata. Passa da me ogni giorno a piangere. La fiducia viene prima di tutto, Marco. Se quella manca

Non finì la frase. Scosse la testa e uscì. Rimasi lì, stringendo i pugni. Maledetta vecchia. Gioiva nel vedere la crisi tra noi due, desiderava solo che Chiara tornasse a stare da lei, sottomessa.

I giorni seguenti furono un inferno. Chiara non mi guardava quasi più, dormiva rigirata dallaltra parte, usciva presto e rientrava tardi. Parlavamo solo per dire il minimo. La tensione ci divideva come un muro gelato. La gelosia dentro un matrimonio giovanile riesce a erodere tutto, anche lamore più grande.

Al lavoro iniziarono a notare il mio umore nero. Un autista, Stefano, mi chiese cosa succedeva. Gli raccontai. Lui si mise a ridere.

Dai! Devessere uno scherzo di qualcuno! Magari uno di noi in officina capita che si fanno burle così.

Ma da tre settimane? Ogni due-tre giorni trovo qualcosa di nuovo!

Stefano si fece serio.

Strano, allora. Hai nemici? Una ex?

Nessuna ex. Chiara è la prima e unica.

Boh allora non saprei. Hai pensato di parlare con i carabinieri? Come fai a dimostrare che sei innocente, se ti accusano?

Scrollai le spalle. Con la polizia non si va certo per queste questioni familiari. Decisi che avrei risolto da solo. Appena presi la paga, con cento euro presi un vecchio smartphone al mercato. Lo piazzai sulla plancia della mia Punto, puntato sullabitacolo. Accesi la registrazione, lasciai il tutto in auto per la notte.

La mattina dopo controllai: nulla. Nessun movimento sospetto. Un po rincuorato, mi illusi che fosse tutto finito.

Ma a mezzogiorno, aprendo lo sportello, trovai un fazzolettino bianco di seta con le iniziali G.T. nel vano della portiera. Sussurrai una bestemmia. Di nuovo! Ma come, se di notte nessuno si era avvicinato?

Allora capii: succedeva di giorno! Quando la macchina era parcheggiata in cortile, quando io non guardavo. Tornai a casa in anticipo, posizionai il telefono in modo che riprendesse dalla finestra il cortile e lingresso della casa di Teresa.

Quella sera Chiara non dormì a casa. La chiamai; la voce era gelida.

Sono da mamma. Ho bisogno di riflettere.

Ti prego, torna dobbiamo parlare.

Parlarci di cosa, Marco? Tu ogni settimana riporti a casa roba di altre. Io sono esausta. Mamma aveva ragione. Diceva che mi avresti ferita. E io non lho voluta ascoltare. Ora

Chiara, ti giuro non ti mento!

Allora spiegami! Come è possibile, Marco?! Io non ce la faccio più!

Riattaccò. Strattonai il telefono, sbattendolo sul tavolo. Era giunta lora della verità. Dovevo trovare le prove.

Il giorno dopo restai a casa, finsi con il lavoro di stare male. Osservavo il cortile dalla finestra. Alle undici e mezzo la signora Teresa uscì con il secchio, per prendere dellacqua dal rubinetto. Passò vicino alla macchina, apparentemente distratta. Poi ritornò, questa volta con uno straccio: fingeva di pulire la panchina, ma in realtà si avvicinò alla Punto con circospezione. La vidi guardarsi intorno, poi con una rapidità inaudita aprì la portiera del guidatore, infilò una mano nella portiera e lasciò lì qualcosa. Richiuse con tranquillità e tornò lentamente verso casa, il volto impassibile e, anzi, quasi soddisfatto.

Scattai fuori, aprii la macchina: nel vano, un calzino rosa di pizzo. Lo presi, furente: ora avevo la prova.

La sera, con il video della telecamera, chiamai Chiara.

Chia, puoi venire a casa? Ho bisogno di mostrarti una cosa. È importante.

Non voglio discutere

Ti prego. È fondamentale. So chi ha messo quelle cose in auto.

Ci mise mezzora. Entrò, pallida, gli occhi rossi. Le feci vedere il video. Guardò muta, senza capire, poi via via sempre più sconvolta. Quando finì, mi fissò sbigottita.

Quella è mamma?

Sì. Tua madre. È stata lei tutto il tempo. Per farti pensare che io ti tradissi. Così tornavi da lei.

Chiara rimase in silenzio, poi si mise a piangere sommessamente. Labbracciai.

Perché? sussurrò tra i singhiozzi. Come può una madre fare questo a sua figlia?

Voleva distruggerci. Non ci ha mai voluto insieme.

Si sciolse dalla mia stretta e uscì di corsa, dritta verso la casa vecchia. Uscii dietro di lei. Attraversò il cortile, spalancò la porta. Teresa era in cucina.

Mamma! gridò Chiara.

Chiaretta, che cè?

Perché hai fatto quella cosa? Perché mettevi la biancheria femminile nell’auto di Marco?!

Silenzio. Poi la voce della madre, lenta e gelida.

Non capisco di che parli, figlia mia.

Non mentire! Abbiamo tutto filmato! Si vede perfettamente che sei stata tu!

Ancora silenzio. Poi Teresa, serissima:

E allora? Sì, lho fatto io. E allora?

Ma perché? Mi hai rovinato il matrimonio! Volevi che lasciassi Marco!

Esattamente. Volevo salvarti, sciocca che sei. Stai sprecando la tua vita con uno così. Hai ventanni! Dovevi goderti la giovinezza, studiare, vivere. Invece hai preso il primo che hai trovato!

Non è il primo! Io lo amo!

Lamore passa. Poi resta solo la miseria e le corna! Ho inventato tutto per farti svegliare, così potevi tornare qui da me. Ce la saremmo cavata. Ma tu, testarda

Basta! urlò Chiara. Basta, mamma! Hai rovinato tutto! Mi hai messo contro mio marito!

Teresa si alzò, gli occhi lucidi di odio.

Ho fatto ciò che si fa per una figlia. Non capisci. Tu sei solo mia. Lui non sarà mai degno di te. Non è un uomo per te!

Chiara si tirò indietro come colpita.

Sei malata, sussurrò sei malata, mamma non so come fare.

Tornò da me, tremante. Labbracciai. Rientrammo nella dependance. Dietro, Teresa chiuse la porta e spense le luci.

Dal giorno dopo fu guerra fredda. Chiara e io non parlavamo quasi, le nostre parole erano poche, pesanti. La notte ci abbracciavamo, senza dormire molto. La suocera ci spiava da dietro le tende. Un giorno riuscii perfino a trovare tutte e quattro le gomme della Punto sgonfiate: mi trattenni a stento dallandare a urlare da Teresa, ma a cosa sarebbe servito?

Una sera, tardi, mentre io e Chiara bevevamo il tè, lei propose:

Forse dovremmo andarcene. Prendere un bilocale in città. Qui non avremo mai pace.

Le dissi che non avevamo un euro. Che dovevo lavorare ancora mesi per racimolare qualcosa. Lei però era decisa: Ce la faremo. Insieme.

Per settimane la situazione non migliorò. Un giorno, di pointo in bianco, Chiara impacchettò un trolley.

Vado da Silvia in città. Ho bisogno di staccare. Di pensare.

Non la fermai. La guardai fare i bagagli, temendo fosse la fine.

Una settimana dopo mi chiamò.

Marco ho deciso. Non posso tagliare i ponti con mia madre. È quello che mi ha messa al mondo Ma non posso vivere così, sospesa tra voi due. Voglio provare a vivere da sola, senza di te e senza di lei. Per un po.

Il cuore mi scivolò nei pantaloni.

Allora è finita?

Non lo so. Non posso scegliere adesso. Mi serve tempo, devi capirmi.

Quanto?

Un mese. Forse di più.

E se non scegli mai? Se non torni?

In quel caso devi andare avanti. Ma almeno ci avrò provato. E se tornerò, sarà per amore, non per dovere.

Per me fu come morire dentro. Ma le dissi che avrei aspettato.

Passarono settimane. Mi immersi nel lavoro, tornando ogni sera nella dependance vuota, mangiando qualcosa e guardando nel vuoto. La signora Teresa, ogni tanto, lanciava sguardi nella mia direzione, sempre con quellaria di chi è sicura di aver vinto.

Un giorno Chiara mi telefonò di nuovo.

Marco? Io devo dirtelo. Non so se riuscirò mai a scegliere solo tra te e mamma. Mi sento a pezzi.

Era sincera. Allora strinsi i denti, e le dissi che avevo bisogno di un termine. Due settimane, poi sarei venuto a parlarle di persona.

Le due settimane passarono lente, infernali. Quando mi presentai allappartamento dove abitava, lei mi aprì, pallida.

Ho deciso, sussurrò.

Sì? dissi io, il cuore in gola.

Scelgo te.

Non ci credevo.

Cosa?

Torno da te, Marco. Mamma ha oltrepassato ogni limite. La sua non è amore, è egoismo mascherato. Ritorno a casa. Se mi vuoi.

Labbracciai forte. Piangevamo entrambi.

Tornammo insieme nella dependance. Chiara prese coraggio. Andò ad affrontare da sola la madre. La lite fu furibonda. Si sentirono urla, minacce e perfino alcuni insulti da parte di Teresa: Ti pentirai! Tornerai piangendo e non ti aprirò!

Chiara rientrò tremante. Nel cortile era silenzio.

Lindomani, uscendo, trovai le gomme della macchina nuovamente sgonfie. Teresa ci guardava dietro le tende. Sospirai: la guerra non era affatto finita.

La sera parlammo a lungo. Chiara propose di andare via per sempre. Di trovare un lavoro migliore, mettere da parte e trasferirsi lontano, in affitto, via da quella casa, da quella madre. Io non potevo darle torto. Era lunico modo.

Intanto, nella casa vecchia, la signora Teresa continuava a vivere la sua vita di sempre, covando rancore. Di notte spegneva le luci e sussurrava con sé stessa che prima o poi avrebbe vinto, che, in un modo o nellaltro, sua figlia sarebbe tornata.

Nella dependance, però, io e Chiara ci stringevamo forte, ripetevamo a bassa voce che lamore deve essere più forte di tutto. La notte, prima di dormire, lei mormorava: Viviamo. Solo viviamo. E speriamo nel futuro.

Anchio ci credevo. Ma in fondo al cuore sapevo che non basta sperare. Serve coraggio, forza e anche un po di fortuna. Nel nostro piccolo cortile milanese, con una madre implacabile dallaltra parte della siepe, lottavamo ogni giorno per restare insieme. Non sapevamo come sarebbe finita. Ma almeno ci stavamo provando.

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Ho nascosto biancheria intima femminile nell’auto di mio marito. Ma non era la mia…
Essere felice è un dovere