– Vai pure! E puoi anche non tornare a casa! Non ti faccio entrare!
Gridava mia moglie a gran voce, ma il suo tono si abbassò subito quando svoltai langolo della casa.
Almeno urlava un po di meno! Sentire Giulietta a tutto volume non è cosa da deboli di cuore.
Mia moglie… Era proprio una donna come si deve! Di quelle che, diciamolo, sono ai livelli degli standard mondiali. Un fisico da perdere la testa, e unanima così grande che, a volte, ne ha pure troppa! Insomma, una normale donna italiana.
Solo che ultimamente non si sentiva più una donna.
Non è per quei nuovi costumi e mode moderne, ci mancherebbe altro!
Ma proprio il giorno del compleanno di mia suocera, quando ho alzato il bicchiere e detto:
– Donne, un brindisi a voi! Che possiate rimanere sempre giovani, belle, e che i vostri occhi e il vostro cuore continuino a portarci gioia!
Beh, la reazione è stata lesatto opposto di quello che mi aspettavo.
– Non riuscirai mai a dire una cosa carina! gli occhi azzurri di Giulietta si sono riempiti di lacrime. Donna, vero? E per chiamarmi signora o farmi un complimento, dovrò aspettare in eterno! E poi hai offeso anche mia madre! Che razza di persona sei, Romano?!
Mia suocera cercava in tutti i modi di calmarla, ma niente da fare.
– Ma dai, figlia, che dici?! Che offesa cè? Noi siamo donne! Proprio questo siamo! E poi lui ci ha chiamate donne, in modo gentile, rispettoso e tu ti arrabbi comunque!
– Rispettoso, mamma?! Lui è sempre così con me!
– Ma quando mai?! Non capisco!
– Non mi tratta con rispetto! Una parola dolce non la tira fuori nemmeno se lo minacci, ma per offendermi è il primo!
– Dici solo sciocchezze, figlia! Mai sentito che Romano ti offendesse! Quando mai lha fatto?!
– Proprio adesso! Ma guarda un po! Che donna sono per lui? Sono ventanni che viviamo a Firenze. Abbiamo avuto figli. Il nostro maggiore è alluniversità a Roma, nostra figlia vuole andare anche lei. Sarebbe ora di imparare un po di tatto! E invece niente! Donne Gli ho dato metà della mia vita, e lui
Giulietta piangeva, sua madre la coccolava, e io non capivo davvero niente.
Certo, avevo notato che ultimamente Giulietta era un po strana. Aveva preso un cagnolino di una razza talmente assurda che non saprei nemmeno nominarla. Il cane non sopportava né me, né i nostri figli. Una bestiola tremante, denti storti, vocetta stridula. Abbaiava sempre. Mi sono dovuto comprare i tappi per le orecchie per restare in casa.
– Lilla, piccina mia, che hai? Hai fame? sussurrava Giulietta alla cagnolina.
Quando nostro figlio, Simone, veniva a casa per il fine settimana, si metteva a ridere tenendosi stretto il nostro gatto sibilante.
– Hai visto, Tito? Vedrai che ti toccherà presto scappare anche tu! Questo mostro mette tutti alla prova! Mamma, non maltrattare il mio Tito! E non dare fastidio alla tua Lilla! Tanto, appena mi sposo, lo porto via con me!
Parlare del gatto bastava a far dimenticare tutto a Giulietta, almeno finché non sentiva quella frasetta che le faceva venire i nervi.
– Cosa vuol dire quando mi sposo? Simone, perché scopro tutto per ultima? Hai una ragazza?!
– Per ora no, ma arriverà, spero presto. Non ho mica intenzione di farmi frate!
– Ma che dici! Altro che frate! Pensa a studiare, figliolo!
– E che sto facendo?!
Giulietta si metteva a sospirare, e i nostri figli ridevano tra loro, prendendo in giro la povera Lilla.
E si dispiacevano sempre per il povero gatto.
Tito era arrivato in famiglia quando Simone era in terza media. Ragazzo sempre curato, camicia ben stirata e scarpe sempre lucide; quel giorno, tornando da scuola, aveva un aspetto così disastroso che Giulietta, aprendogli la porta, sussultò:
– Cosa ti è successo?!
Il suo giubbotto, nuovo di qualche giorno, strappato in mille pezzi. Sarebbe stato meglio buttarlo, pensò Giulietta. E lui era malmesso: faccia sporca, nocche scorticate, un occhio nero da paura. Giulietta si trattenne dal chiedere spiegazioni. Andò in cucina a prendere dei ghiaccioli dal freezer.
– Mamma, non preoccuparti! Un livido, che sarà mai! Guarda qui, piuttosto! È piccolissimo Dici che ce la farà?
Il gattino era piccolissimo. Spingeva il musetto tra le mani di Giulietta, implorante. Come poteva dirgli di no?
– Dove lhai trovato? lo avvolgeva in un canovaccio, con gli occhi umidi.
– Lho salvato da dei ragazzini. Volevano insegnargli a nuotare.
– Scusa? Giulietta rimase di sasso.
– Appunto! Tornavo da scuola, ho visto questi ragazzini vicino al laghetto. Mi sono avvicinato. Erano in due Cerano due gattini Questo sono riuscito a portarlo via
Giulietta non ascoltò altro. Uscì di casa come una furia. Non pensò neanche se avrebbe trovato qualcuno al laghetto o se i responsabili erano già rientrati a casa. Correva così arruffata e imbronciata che due vicine si scansarono subito per lasciarla passare. E dopo poco le andarono dietro, curiose di vedere.
I colpevoli erano ancora lì a ridere e a raccontarsi le botte appena prese.
E ne presero altre da Giulietta e dalle altre donne. Le madri dei ragazzini tentarono pure di difenderli, ma Giulietta non volle sentire ragioni.
– Se non date una bella lezione ai vostri figli, domani tutto il paese saprà cosa hanno fatto ai gattini! E qui ci sono tante brave persone, non avranno pietà.
La sua voce era così fredda che anche le madri più agguerrite rimasero in silenzio e si strinsero nei loro spolverini.
– Non ti permettere di spaventare le persone e di accusare i nostri figli! Tanto non lo farai! urlò una delle mamme.
– Davvero? Vediamo! Giulietta sorrise, ma quel sorriso non prometteva nulla di buono. Vado a scuola, poi dal maresciallo. Qui non vogliamo torturatori di animali.
I responsabili furono puniti e costretti a vedere il psicologo, evitando come la peste mio figlio.
E così in casa nostra arrivò anche Tito il gatto.
Per trovare il nome ci fu una discussione familiare, un bisticcio dietro laltro, finché Giulietta non si mise a ridere alzando il palmo della mano su cui il micetto dormiva di gusto.
– Guardate come dorme. Così in silenzio, mica come noi, che siamo dei chiassosi! È notte fonda e ancora ci mettiamo a fare rumore e disturbiamo i vicini Tutti a letto! Buonanotte! Ha già lui scelto il nome: Tito. E non ci ha nemmeno chiesto.
Così il gatto fu battezzato, e Simone ebbe il suo amico tanto desiderato. Aveva chiesto a noi un cane o un gatto per anni, ma noi sempre a rimandare:
– Mamma, dici che potrò portarlo con me quando andrò alluniversità?
– No, caro. In studentato non puoi portar gatti. E prendere una casa in affitto non possiamo permettercelo. La nonna sta male, Anna deve iscriversi a scuola, e la casa è ancora da finire Capisci da solo. Tu però non preoccuparti! A Tito ci penso io! E quando potrai, te lo riprendi. Va bene?
E così restò.
Quando Simone andò a studiare a Roma e noi ci trasferimmo nel paese vicino Firenze, dove stavamo finendo la casa nuova, Tito diventò il vero signore della casa. Almeno finché non arrivò Lilla.
Quando Giulietta la portò a casa, Tito rimase di stucco e la osservava con una certa diffidenza, senza capire che razza di creatura fosse. Non sembrava neppure un cane. Non riuscendo a identificarla, Tito, per non saper né leggere né scrivere, decise di evitarla e addirittura lasciò la sua cuccia a lei, pur di evitar grane.
– Giulietta, ma perché ti sei presa sto essere? chiesi con cautela.
– Romano, davvero non capisci? Tutti fanno la cosa giusta aiutando gli animali!
– Ah ora capisco! E Tito, allora?
– Che paragoni! Tito è un gattone, mangia da solo tutto quello che trova. Lilla è piccola, indifesa Dovevo forse lasciarla al canile?!
– Questo non lho mai detto! colsi lattimo per sgattaiolare via dalla cucina, afferrando al volo due panzerotti dal piatto.
– Dove vai?! Giulietta subito arcigna.
– A pescare! Domani Simone torna a casa. Vuole la frittura!
– E invece di aiutarmi, tu pensi alla pesca? Meno male! Romano, ma la coscienza? Devo fare tutto io?!
– Mamma, chi hai vicino, io allora?! intervenne Anna.
– Non difendere tuo padre! Guarda lì! È già scappato! Vai pure! E non tornare!
Tito, evitando lattacco spiacevole di Lilla alla coda, corse dietro a me. Meglio stare alla larga, finché la padrona non si calma.
La solita viuzza lo portò in riva allArno, e lì Tito si piazzò vicino a me, osservando curioso mentre sistemavo la lenza.
– Eh, vecchio mio? Siamo esiliati, ora? Niente paura! Lei è buona! Si calma e torna normale. Le donne sono come il Vesuvio, Tito. Stanno zitte zitte, poi… boom! Tu almeno tranquillo puoi stare, ti vuole ancora bene A me invece ultimamente sembra di no
Il gatto mi si strofinava alle gambe.
– Già, la dolcezza è la cosa migliore. Hai ragione. Quando ho conosciuto Giulietta ho pensato: una ragazza così battagliera, che fuoco che è! Non sta mai zitta se vede uningiustizia. La prima a buttarvisi per difendere tutti. Per questo la stimo! Ha un cuore immenso. Sempre disponibile con tutti. Anche con mia madre. Loro due si detestavano. Sembrava impossibile parlarsi. Ma quando mia madre si ammalò, Giulietta dimenticò ogni torto e la curava come una figlia. Piangeva con lei, la rincuorava: Dai, mamma, ancora un cucchiaio! Non farti prendere dallo sconforto, che la vita ti aspetta! Non sei mai andata nemmeno al mare, lo sai che è bello? Vedrai, ti porto io, tutta la famiglia! Su!. Tre anni così Finché non si rimise in piedi. Un angelo. Poi le ha portati davvero al mare. Io non potevo, il lavoro era troppo. Ma lei e la mamma andarono con i ragazzi. Mai più litigato. Dimmi tu se cè qualcunaltra che avrebbe fatto altrettanto. Nessuna, solo la mia Giulietta!
Tito miagolò, ma spiava il galleggiante nellacqua. E ormai ero partito.
– E con i figli, quante ne ha passate! Nessun uomo avrebbe resistito. Quante notti insonni per loro! E per me. Non mi lasciava avvicinare a loro se erano malati. Temeva mi ammalassi. Mi lasciava dormire prima di andare al lavoro Ricordo ancora quando Anna prese la varicella. Gli altri bimbi, due spalmate di verde e via. Invece per lei fu tutto più complicato: arrivammo quasi in ospedale. Non volevano far entrare la madre in reparto. Giulietta fece un casino tale che il primario le chiese scusa. Capisco che siete madre, se tutte fossero così!. Permisero così a Giulietta di stare con Anna. E appena Anna vide la mamma, si calmò! Le si aggrappò, pianse un po, e si addormentò. I medici non sapevano che dire. Miracoli, dicevano. Ma il miracolo era solo uno: lamore di una madre Dopo quel giorno, Anna migliorò.
Il gatto mi artigliò la gamba per richiamare la mia attenzione.
– Oh! Sta abboccando!
Un bel carassio dorato si dibatteva sul molo, costruito da me con tanta cura.
– Ottimo! Oggi Simone avrà di che gioire! Che zuppa! Bravo, Tito! accarezzai il gatto, e il pensiero tornò a vagare.
Il sole scendeva tramontando, colorando lArno di riflessi che pure io, poco artista, non potevo non ammirare.
– Guarda, Tito, dello stesso colore era il vestito di Giulietta quando lho conosciuta! Rosa delicato come lalba. Mi passò accanto in strada e mi fermai di botto. Pensai: esiste davvero una bellezza così al mondo! E lo pensai talmente forte che mi uscì di bocca. Lei si voltò, mi vide impalato, sorrise dolcemente: E non vuoi nemmeno sapere come mi chiamo? O non tinteressa?. Così abbiamo fatto conoscenza. E quel giorno non me lo sono più scordato! Anna mi ha chiesto: Papà, ma la mamma è cambiata tanto? Siete sposati da così tanto!. Ma io guardo Giulietta, e vedo ancora quella ragazza con quel vestito rosa. Lei per me non cambierà mai E lei, testarda, non se ne rende conto
Il gatto mi fissava, sentendo il cambiamento.
– Che guardi? La amo, ancora e di più di prima. E lei si arrabbia così spesso io non capisco
– Eh, papà! Tanto intelligente e non ci arrivi? la voce di Anna mi fece sussultare allimprovviso, assieme al gatto.
– Figlia!
– Eh? Ma che paura, papà!
– Non spaventarmi così! Hai preso il vizio! Sei peggio di Tito! Lui almeno non fa rumore.
– Mamma ha detto di tornare che la cena è pronta!
– Prima mi manda via, poi mi chiama brontolai raccogliendo le canne. Voi donne, fatevi capire!
– Non cè molto da capire, papà! Internet, è colpa sua! Mamma guarda blog e mode e poi combina solo guai!
– Davvero tutto qui?
– Certo! Lì parlano sempre che è vecchia, che deve cambiare vita E lei ci prova! Come può.
– E che vuol dire? rimasi disorientato, per poco non facendo cadere il mulinello. Vuoi dire che potrebbe cambiare pure me?
– No, papà! Quello no!
– Come lo sai?
– Perché basta solo che tu le presti un po più attenzione! La vedi che è nervosa?
– Eh
– A volte piange, a volte ride?
– Verissimo!
– Al mattino fa fatica ad alzarsi ed è sempre giù di corda?
– Esatto! Non fa più colazione con me, beviamo solo il caffè in silenzio
– Eh, papà! Dopo due figli ancora non capisci! Anna rideva, prendendo Tito in braccio. Dai, su! Altrimenti mamma si arrabbia davvero! Lei spera che certe cose tu le capisca da solo!
Anna rideva di cuore, ma io non la ascoltavo nemmeno più. Correvo su per il sentiero, dove sapevo che qualcuno mi stava aspettando.
Dalla cucina arrivava il profumo del pane caldo, e gli occhi pieni di paura di Giulietta mi commuovevano ancora come sempre. Le andai vicino:
– Ma dai, amore mio! Non ti agitare così!
– O Romano! Non capisci proprio niente! sospirò Giulietta, avvicinandosi a me. Ho paura
– Ma di che hai paura?
– Ma secondo te è niente?! Non siamo più giovani. I ragazzi sono grandi. Ma come si fa? La gente ride
– Ma lascia perdere la gente. Alla fine, a tutti non puoi tappare la bocca! Ti ricordi cosa mi dicevi quando ci siamo sposati?
– Cosa?
– Di non lasciare entrare il brutto in casa. Solo le cose buone: persone, tempo, sogni. Il brutto resta fuori. Così, non era?
– Forse Non ricordo nemmeno…
– Io sì! Sei sempre stata così, Giulietta! In casa nostra, a parte Lilla, non è mai entrato niente di brutto!
– Romano
– Va bene Se ci tieni a Lilla, un motivo cè! la baciai sulla testa. Dico solo La nostra casa è sempre stata piena di pace e luce. E che male cè se un altro membro arriva a portare ancora più luce?
– Nessuno
– Appunto. Su, asciuga le lacrime e chiama Anna, che le zanzare la porteranno via!
Il fischio del bollitore, Lilla che brontolava sotto il tavolo, Tito che faceva le fusa tra le mani di Anna.
La felicità scivolava per casa, si accucciava con noi. Nessuno se ne accorgeva, e lei restava lì, tranquilla, scaldata dal nostro amore. Solo Tito sussultava quando la felicità lo accarezzava, e persino Lilla smetteva di brontolare.
– Romano, che silenzio Giulietta si voltava a contare tutti i presenti in casa.
– Meglio! Tra poco non ci sarà silenzio! sorridevo.
La porta si aprì con un colpo secco, e Giulietta spalancò gli occhi:
– Figlio mio
– Mamma, che succede? Simone guardava me e la sorella. Sono solo io! La famiglia Carpini mi ha dato un passaggio da Roma, altrimenti sarei arrivato domattina! Ma che sguardi avete?
– Che cè, figlio?
– Siete strani
Anna gli tirò lorecchio, gli sussurrò qualcosa, e Simone si mise a sorridere:
– Sul serio? Ma allora siete grandi!
– Figlio, noi
– Mamma, non inventare scuse! Dai! Un bambino è solo gioia!
– Veramente? Giulietta quasi si commosse, ma non riuscì a scoppiare a piangere.
Tito si avvicinò a Lilla, la morsicò leggermente e sparì sul davanzale, osservando il trambusto che ne seguì. Lilla abbaiava, Giulietta cercava di calmarla, Simone e Anna ridevano, e anche io, alla fine, mi misi a ridere insieme a loro. Nessuno che capiva che era solo una distrazione.
Solo io, guardando la faccia soddisfatta del gatto, gli accarezzai lorecchio.
– Grazie!
E la mattina dopo, prima che sorgesse il sole, ci ritrovammo io e Tito, seduti sul molo, stretti dal fresco che veniva dallArno. Restavamo in silenzio ad ascoltare la quiete.
– Eh, Tito sussurrai, fissando il galleggiante che ballava sullacqua. Dici che ce la faremo?
Il gatto non rispose. Scosse solo la coda e chiuse gli occhi mentre il primo raggio doro danzava sullacqua, illuminando il nuovo giorno.
Siamo strani, noi uomini. Tanto strani.
Ma bisogna davvero farsi domande, quando la risposta la conosciamo già?
Oggi ho imparato che il cuore di una donna va ascoltato, anche quando sembra che a parlare siano solo i suoi sbalzi dumore. E in ogni famiglia, alla fine, la felicità arriva piano piano, se cè amore e la voglia di capirsi davvero.






