Teatro delle Ombre
Mi chiamo Maria, e questa mattina, rincorrendo i bottoni del mio vecchio cappotto imbottito, ho chiuso con forza la porta di casa, sistemandomi i piedi negli stivali di gomma, e sono uscita in quel freddo cortile di una tranquilla borgata nel Piemonte. Nel silenzio invernale, mi sono diretta verso il mio vecchio capanno in fondo allorto, nero e sbilenco, con il tetto che sembrava una grande ala di corvo pronto a volare via al primo soffio di vento.
Il capanno era malandato, pieno di buchi e crepe, sembrava sarebbe rotolato giù nel fossato, travolgendo il filare di lamponi e la staccionata dipinta a calce gialla, lasciando dietro sé solo assi marcite e polvere. Ah, se solo beccasse il pozzo abbandonato, si sarebbe sbriciolato come il piumaggio di un corvo attaccato dai gatti randagi del vicinato.
Eh, che vita da peccatori che facciamo qui… Sbadiamo senza nemmeno farci il segno della croce, tutte noi donne, sempre a lamentarci, borbottavo tra me e me, avanzando svelta sul sentiero appena liberato dalla neve. Allungai le braccia, tirai su il collo, e scambiando unocchiata infastidita con la vicina sullaltro lato della rete, le feci un cenno col mento: Pure tu sei qui… sussurrai acidamente, e poi, a voce più alta: Vai a casa tua, hai capito?! Il mio grido profondo si diffuse sul campo immobile, facendo staccare e scappare via i corvi appollaiati sulle querce.
Bah! Sembra d’essere al camposanto, per Dio! Non ci fosse nessuno con cui scambiare una parola normale Qui o sono lupi o gente fuori di testa! e ci sputai sopra la neve.
Dal lato della recinzione mi arrivò un mugugno rabbioso, e la donnona con lo scialle sulla testa iniziò a sbracciarsi, a indicare di lato verso qualcosa che non vedevo.
Guarda, lascia stare, tanto non ti capisco. Sei arrivata sulla mia schiena, dannata sia tu! Si stava bene prima, no? No, sei arrivata anche tu! borbottai piano, arrivando finalmente davanti al capanno, quando mi fermai improvvisamente, fissando la neve davanti alla porta. La faccia mi divenne una maschera di rabbia e sospetto.
Cerano delle tracce fresche, nette: qualcuno era passato durante la notte, nonostante la nevicata. “Ospiti alla mattina presto” pensai tra me. “Forse sarebbe meglio prendere il fucile.”
Mi voltai di scatto per tornare a casa e riprendere il vecchio fucile di mio padre, ma con la coda dellocchio vidi ancora la vicina, abbarbicata alla rete di ferro che divideva i nostri appezzamenti, la faccia rugosa e contratta rivolta verso il capanno.
Uuuuuh! Lì! indicava la vicina col mento al capanno, masticando la paura.
La ignorai, sollevando una mano.
Torna dentro, per carità! Ci penso io. Vado a prendere il fucile, e vediamo chi comanda qui! Largo, zia Luisa, non intralciarmi!
Pochi minuti dopo ero di nuovo davanti al capanno, appoggiando il fucile contro la porta sbilenca. I corvi mi fissavano dalle fronde spoglie e, al primo colpo, si alzarono gracchiando a pennellare il cielo invernale.
Sparai ancora, in aria stavolta, ridendo amaro tra me e me. Sì, qui nessuno mi fa paura! Ho resistito a peggio, a briganti e a un cinghiale entrato lanno scorso nel pollaio. E anche stavolta affronterò lintruso, senza tremare. Io, Maria Santini, mica sono una che si lascia mettere i piedi in testa!
Esci fuori ora, prima che ti faccia vedere le stelle! urlai, scagliando un secchio contro la porta che rimbalzò rumorosamente.
Dal capanno si sentirono dei rumori, come passi scoordinati. Qualcuno lì dentro stava esitando.
Esci, maledetto! insistetti a gran voce, ignorando le lamentele di zia Luisa.
La porta si aprì piano, spataccando sulla neve, e un uomo infreddolito comparve nella luce. Aveva una vecchia cuffia di lana e indosso una giacca logora, calzoni neri larghi e stivali di gomma. Notai tutto: le mani grandi, la barba incolta, una cicatrice sulla fronte.
Due passi avanti! E niente scherzi, gli dissi, mentre lui alzava docilmente le mani.
Sei un evaso? O forse hai fatto la galera? domandai brusca, ripensando alle storie che mio padre raccontava sui ricercati scappati dal carcere e nascosti nei paesi dellentroterra. Mi avevano sempre detto di non aver pietà per certi tipi. Ma in questuomo cera qualcosa di diverso. Occhi buoni e tristi, che avresti quasi voluto consolare…
Mi hanno appena rilasciato. Ho i documenti se serve. Scusi, signora, volevo solo riposare un attimo. Niente altro.
Parlava con calma, senza paura, come se avessi invitato a cena e non avessi un fucile puntato. Forse era abituato a vivere con una pistola puntata addosso, o forse aveva intuito che non avrei sparato.
Alza i tacchi verso casa, qui risolviamo tutto. Come ti chiami?
Quando mi disse che si chiamava Giovanni, non potei trattenere un sorriso. Anche mio marito, quando vivente, era Giovanni, un uomo forte Ricordi belli, anche se pochi.
Vieni, Giovanni. Ti do da mangiare, e poi mi spieghi: perché sei stato dentro, e dove devi andare. Io sono Maria Santini, chiamami pure Maria. Niente formalità, tanto siamo ancora giovani, noi due! E tu, zia Luisa, su, a casa! Dopo ti vengo a trovare.
Lasciando la vicina che scuoteva la testa e borbottava, condussi Giovanni in casa. Gli feci lavare le mani nel lavello della veranda e intanto gli preparai una tavola contadina: patate bollite, un pezzo di carne, un bicchiere di Barbera. Mentre lo guardavo da dietro la credenza, pensavo che forse la sorte me lo aveva mandato. La solitudine mi pesava da anni.
Dopo due bicchieri, la mia lingua si sciolse e chiesi, come si fa tra piemontesi quando si sente di poter fidarsi:
E allora, per cosa sei finito in galera tu?
Giovanni si rabbuiò, guardandomi fisso:
Omicidio, disse piano.
Mi bloccai, chiedendogli chi?
Mio padre.
Trattenni un colpo di tosse, lui mi porse lacqua.
Come, tuo padre? Perché?
Era sobrio, quel giorno. Stava picchiando mia madre. Non ce lho più fatta Avevo già provato a portarla via, ma non voleva. Sono intervenuto, è successo il peggio. Mi sono costituito subito, non ho mai negato nulla. Pensavo che finalmente mia madre sarebbe stata libera ma poi lei… si è tolta la vita per la tristezza. Non lo capirò mai. Lo proteggeva, anche morta.
Mi commossi, pensando a come le donne, noi donne, siamo spesso ostinate e cieche nei legami di sangue. Qualche parte di me voleva prendergli la mano, dirgli che con me sarebbe stato diverso, che la vita avrebbe potuto ricominciare.
E ora che farai, Giovanni? gli chiesi toccandogli piano la mano.
Devo tornare al paese di origine, c’è una stanza che mi aspetta. E doveri da rispettare, rispose estraendo la lettera di scarcerazione e affidandola alle mie mani.
Va bene, ma ora fermati qui almeno per qualche giorno. Ti darò qualcosa di caldo, vestiti decenti, riposa. Dormi nella stanza buona, io me ne sto nel piccolo studio. Non temere: qui cè il calore della stufa, non sentirai freddo. Ora passo dalla vicina.
Presi un vassoio col cibo avanzato e un pezzo di pane e li portai a zia Luisa. Entrando nella sua casa ordinata mi salutò con strani mugolii, ringraziando a modo suo.
Eppure la sua tristezza mi mette addosso tanta malinconia. Si capiva bene che anche lei un tempo era abile e forte, ora invece le mani le tremano, la voce vacilla, metà volto immobile. Che brutta cosa esser malati, sentirsi inutili
Tornando a casa vidi Giovanni affacciato alla finestra, intento ad ammirare la chiesa in cima al colle, col campanile che brillava sotto un cielo pulito. Quando mi avvicinai gli dissi:
Bei posti i nostri, eh? Qui viveva un poeta famoso, tanto tempo fa. Ora di case abitate ne restano due, il resto sono villeggianti e basta. In inverno ci siamo solo io, la vicina e tu, almeno per ora.
Arrivavano i giorni attesi: mille piccole cose, la legna per la stufa, la spesa che il camion del Comune portava una volta a settimana. Il tempo passava e nella solitudine della campagna piemontese provavo a riempire le mie giornate di nuovi volti, nuove vite.
Una sera, dopo cena, dissi a Giovanni di andare nella stanza con il letto in ferro battuto.
Buonanotte gli augurai, riposa, domani vediamo che si fa.
Mi chinai sulla tavola a sistemare le stoviglie, ridendo sotto i baffi. Forse, sì, ci sarebbe stato ancora spazio per qualcosa di nuovo nella mia vita…
Il giorno dopo, mentre Giovanni aiutava zia Luisa a spaccare la legna, mi resi conto che le sue mani lavoravano lente, precise, con una grazia che non si vede spesso negli uomini segnati dalla prigione. Forse aveva imparato più dalla sofferenza che da mille prediche.
Successe poi una cosa che mi lasciò senza fiato. Da dietro la casa sentii la voce di Giovanni, alterata:
Cosa state facendo?! Maria, basta! urlò, e mi ritrovai davanti lui che copriva premuroso zia Luisa dopo che io, esasperata dal suo mugugnare, avevo provato a darle una lavata “allitaliana” dietro il capanno.
Guarda lì che eroe! Parli tanto di bontà e rispetto risposi acida ma quando hai colpito tuo padre non ci pensavi? E ora… pure a far leroe qui!
Giovanni mi guardò con disprezzo e disse piano:
Non è mai successo nulla tra noi, Maria. E adesso basta.
E se ne andò via, zia Luisa al suo fianco, lasciando me sola nel cortile.
Rimasi seduta sui gradini, le banconote di euro sparpagliate sulle ginocchia. “Eppure pensavo io sono buona, una strega buona! Ho sempre aiutato tutti” Ma le banconote furono sollevate dal vento e si dispersero nella neve. Quasi un segno del destino.
Passarono i giorni e seppi che Giovanni aveva deciso di portare via zia Luisa, accoglierla a casa sua nel piccolo bilocale in una cittadina vicino Alessandria. La accompagnò via, imparando a occuparsi di lei con attenzione e gentilezza. La stanza di Giovanni era ancora quella di uno studente: poster di attori italiani, vecchie fotografie sul comodino, taccuini ordinati.
Zia Luisa avrebbe potuto ricominciare a vivere davvero. Con la riabilitazione, la vita le tornava nelle mani, la voce lentamente riprendeva vigore, i passi riacquistarono sicurezza. Due anni dopo sapeva farsi rispettare dai nipoti, rideva con le amiche, lavorava a maglia le sciarpe per il professore che, tramite una conoscenza di Giovanni, laveva visitata dicendo: “C’è ancora tanto da fare, ma ce la farà.”
Giovanni trovò lavoro, e nel giro di poco si fidanzò con una ragazza vera, Caterina, tutta sorrisi e occhi sinceri. Si sposarono con una festa semplice ma calorosa. Le ombre del passato rimasero in paese, chiuse per sempre. Io, Maria, restai tra i miei solchi e i miei capanni, sospesa tra il bene e il male, convinta di essere, nonostante tutto, ancora buona.
Là fuori il vento continuava a portare con sé quegli euro sbiaditi, verso un cielo grigio senza sole. E io, seduta sul gradino di casa, non potevo che ridere, con i miei capelli neri sparsi sulle spalle e gli occhi ancora vivi, bella e terribile come una strega delle Langhe.
In fondo, le ombre, basta lasciarle alle spalle e aprire il cuore alla luce.






