La mia estranea: quando chi è vicino diventa un mistero

Diversa, ma di casa

Non potevi almeno avvisarmi ieri?

Sofia è mia madre.

Capisco che è tua madre. Io parlo di ieri.

Andrea sta in piedi alla finestra e guarda il cortile condominiale, come se lì succedesse qualcosa di importante. Ovviamente, non succede nulla. È sabato, sono le otto di mattina, il gatto del vicino si è accoccolato sulla panchina e si lecca il pelo. Sofia è sulla soglia della cucina, ha ancora lo strofinaccio in mano; ha appena sfornato una crostata di mele e ora la torta, sul tavolo, lascia evaporare il profumo, inutilmente.

Mi ha chiamato stanotte, dice Andrea. All’una. Non volevo svegliarti.

Quindi sapevi dalluna?

Sì, sapevo.

E hai deciso di dirmelo alle otto, quando ormai è per strada?

Andrea si volta. Ha lespressione tipica di chi si sente già colpevole ma non sa esattamente perché.

Sofia, hanno rotto tutto in casa per i lavori. Non ha posto dove andare.

Andrea. Questa è la nostra casa. Non abbiamo una camera per gli ospiti. Cè la nostra stanza, la cucina, e la stanzetta che da sei mesi prepariamo per il bambino.

Starà nella stanza del bambino.

Ma non cè nemmeno un vero letto.

Compreremo un lettino pieghevole.

Sofia posa lo strofinaccio vicino alla crostata. Con calma, precisa, come se fosse un gesto fondamentale.

Andrea, ti rendi conto di cosa dici? Compreremo un lettino per la stanza del bambino. Che ancora dobbiamo avere. Così tua madre ci vive.

Un mese. Forse un mese e mezzo.

Forse.

Dai, Sofi

Il citofono squilla. Guardano entrambi il citofono incassato nel muro. Poi Andrea guarda Sofia. Sofia guarda la torta. La torta tace.

Apro io, dice Andrea.

Certo che apri, risponde Sofia. Apri sempre tu.

Risuona peggio di quanto volesse. O forse esattamente così. Lei stessa non lo sa.

***

Teresa Lucchesi entra carica di due sacche grandi e una piccola valigia con le rotelle. Sessantadue anni, robusta, schiena dritta, i capelli corti sfumati di sale e pepe, avanza nel corridoio con la sicurezza di chi è abituato ad entrare sempre per primo.

Andreuccio! Posata la borsa, stringe Andrea in un abbraccio che lo fa quasi piegare. Poi occhi su Sofia. Sofietta.

Buongiorno, signora Lucchesi.

Ma dai, non fare quella estranea! Teresa si avvicina e le dà due baci, lasciando sulla guancia una scia umida che profuma di un pesante profumo da farmacia. Siamo di famiglia, no?

Sofia sorride. Ha imparato a sorridere nei momenti giusti sin da bambina, quando papà portava a casa i colleghi e lei doveva sedere a tavola composta e cordiale.

Entri pure, ho fatto la crostata.

Ah, la crostata! Teresa passa in cucina senza nemmeno togliersi il cappotto, osserva ogni angolo: scaffali, piano lavoro, la lampada che pende sul tavolo. Quella lampada la scelse Sofia tre anni fa in un negozietto di Porta Romana, è la sua preferita, in vimini, color miele, calda. Si sta bene, qui. La pausa è breve, ma Sofia la sente. Quelle pause dicono più delle parole. Pensavo che avreste fatto ancora qualcosa rispetto a quando sono venuta lultima volta, ma va bene, va bene.

A noi piace così, dice Sofia.

Certo che vi piace, annuisce Teresa, iniziando finalmente a togliersi il cappotto.

***

Quel suo certo che vi piace rimane nella testa di Sofia per giorni. In quelle quattro parole cè un intero sistema. Teresa non dice mai apertamente qualcosa di negativo. Dice: certo, va bene, capisco, siamo in famiglia ma il tono fa tutto il resto. È come un piccolo bisturi: preciso, netto, mai sprecato.

Sofia si ripete che va tutto bene per due giorni. È la madre del marito. Non aveva altra scelta. I lavori in casa, succede. Un mese si può sopportare.

Il terzo giorno trova che la sua tazza preferita, quella grande con scritto Prima datemi il caffè, presa in un mercatino tre anni fa da una ragazza che le decorava a mano, scelta e amata tra tutte, sta in fondo allarmadietto, dietro ai bicchieri. Al suo posto cè una tazza con le margherite, portata da Teresa.

Una sciocchezza, si dice Sofia. Sposta la tazza di nuovo avanti. La sera trova la tazza con le margherite di nuovo davanti.

Sofia racconta ad Andrea.

Andrea, è solo una tazza.

Lo so che è una tazza.

Ma è la mia tazza. Al suo posto. Nella mia cucina.

Andrea la guarda come chi vorrebbe dire esageri, ma è abbastanza furbo da stare zitto. Dice solo:

Gliene parlo.

Sofia non chiederà mai se lha fatto. Sa già la risposta.

***

Entro la fine della prima settimana Teresa ha già: spostato la lampada da lettura in salotto (sta meglio lì, vicino alla finestra cè più luce), tolto i libri di Sofia dal davanzale (prendono polvere, sono disordinati), buttato due vasetti di fiori secchi (portano male, sono roba morta in casa), comprato una tovaglia nuova per sostituire quella di plastica di Sofia (la plastica è da casa al mare, non da cucina), e organizzato il frigo come si deve.

Sofia nota tutto. Ogni oggetto. Ogni cambiamento. È come giocare una partita in cui le regole cambiano appena distogli lo sguardo, e perdi sempre senza sapere quando.

La sera Teresa cucina la cena. Potrebbe sembrare carino, se non lo facesse con laria di chi vuole mostrare come si fa davvero. Prepara minestrone e dice ad Andrea: Proprio come te lo facevo da piccolo. Frigge cotolette: Ricetta di nonna, vero? Prepara crespelle: Andrea ne mangiava venti alla volta.

Sofia si siede al tavolo e si sente parte dellarredamento.

Signora Teresa, posso aiutarla? chiede il quinto giorno.

No, no, stai seduta risponde la suocera. Sarai distrutta, tutto il giorno al lavoro.

Anche lei.

Io sono abituata. Sempre fatto tutto, io.

Andrea mangia la cotoletta guardando il cellulare.

In quei momenti Sofia ricorda i primi anni con Andrea. La casa piccola a Lambrate, il due locali con vista sulle rotaie, la notte sentivi i treni, cucinavano insieme e bruciavano le uova, ridevano. Andrea allora rideva facile. Adesso pesa anche quello.

Questa casa la comprarono cinque anni fa. Il padre di Sofia, Carlo Bernardi, diede i soldi. Non era un prestito. Disse: Dovete viverci voi, non io, e basta. Nessuna clausola, nessuna divisione. Lintestazione è tutta di Sofia come pre-matrimoniale, perché Carlo è uomo saggio, e sa che la vita cambia. Non perché non mi fidi di Andrea, ma perché è giusto così. Andrea non si oppose. Forse non capì, o fece finta di non capire.

***

Basta, mamma, per favore sbotta Andrea una sera, quando Teresa fa notare per la terza volta che le tende in soggiorno sono storte.

Ma cosa basta? Non dico niente.

Ma ogni giorno ne dici una.

Faccio notare, non posso star muta, sono ancora viva.

Le tende le sistemiamo io e Sofia.

Teresa tace. Guarda Sofia come se fosse stata lei a dire qualcosa di spiacevole.

Capisco, dice infine. Sono di troppo qui. Capisco.

Mamma, nessuno…

No, no. Ho capito. Starò zitta. Chiusa nella mia stanza.

Si alza e se ne va. Andrea guarda Sofia. Sofia guarda fuori dalla finestra.

Hai visto? chiede lui.

Cosa avrei dovuto vedere?

Che si è sentita ferita.

Sì, lho visto.

Magari non era il caso di essere così bruschi.

Hai detto solo basta. Era brusco?

Davanti a lei, insomma

Andrea. Sofia si gira verso di lui. È la prima volta che mi difendi in due settimane. Pensavo fosse una cosa buona. Scopro che va male anche così.

Lui non risponde. Va dalla madre. Attraverso il muro Sofia sente i loro sussurri: la voce di lui sottile, la voce di lei più grave, forse con un singhiozzo, forse vero, forse no. Sofia non sa più riconoscere il vero dal falso.

***

Arriva poi il discorso dei lavori in casa. Che in realtà non arriva mai. Sofia chiede ad Andrea quando finiranno e lui risponde: Presto. Lei chiede: Presto quando? Lui: Non hanno ancora iniziato a mettere le piastrelle. E quando iniziano? Non lo so. Andrea, li hai visti i lavori? Pausa di tre secondi. Tantissimi.

Mamma dice che…

Li hai visti?

Andrea distoglie lo sguardo. Che è già una risposta.

Sofia non si mette a urlare: non è da lei. Ma sa accumulare dentro ogni parola, ogni pausa, ogni sguardo, fino a sentirsi piena fino allorlo.

Va bene, dice.

Sofi

Tutto a posto.

Ma non è vero, e loro lo sanno.

***

Al diciottesimo giorno Teresa Lucchesi annuncia a colazione, tra un toast e una tazza di tè, come se fosse tutto già deciso:

Ho pensato che vendo il mio appartamento.

Andrea alza gli occhi dal giornale. Sofia smette di girare il caffè.

Come?

Lo vendo. Troppo grande, vivo da sola, costa tenere una casa così. Vendo, e dò i soldi a te, così vi arrangiate meglio.

Mamma, dici davvero?

Sì. Resto qui. Cè tutto lo spazio. Quella stanza, accenna alla futura cameretta, è grande, sto benissimo.

Sofia guarda il cucchiaino. È uno semplice, acciaio, comprato a inizio matrimonio insieme a tutto il resto, ne sono rimasti sei. Si concentra su quel cucchiaino per non pensare a ciò che ha appena sentito.

Signora Teresa, dice calma. Quella stanza sarebbe la futura cameretta.

Eh, non siete mica incinti ancora dice Teresa, con una naturalezza spiazzante. Quando ci sarà il bisogno, ne parleremo.

Ma lo stiamo programmando per presto.

Presto, sì. Ma mica domani.

Sofia guarda Andrea. Andrea finge di leggere il giornale.

Andrea.

Sì, mamma, dobbiamo discuterne, lui risponde senza guardarla.

Bè, discutetene, acconsente Teresa, mordendo il toast.

***

Quella notte Sofia non dorme. Dalla sua metà del letto ascolta il respiro di Andrea, profondo, da chi pensa che tutto vada bene. Magari lo crede davvero. Forse ha imparato a non vedere ciò che non vuole vedere. Anche questo simpara da piccoli, ma è unarte diversa.

Pensa alla cameretta. Hanno scelto già il colore: giallo, forte, solare. Sofia ha trovato su internet un negozietto che vende giochi di legno artigianali, ha salvato un paio di mobiletti. Andrea rideva: Ma non sei ancora incinta! Mi preparo, rispondeva lei. Era una cosa loro, soltanto loro. E ora in quella stanza doveva stare il lettino pieghevole per Teresa Lucchesi, a tempo indeterminato.

A tempo indeterminato. Quella parola si appiccica al soffitto.

Alle tre Sofia si alza, va in cucina, beve un bicchiere dacqua. Dalla futura cameretta nessun rumore. Silenzio. Teresa dorme come chi ha ottenuto quello che voleva.

***

Dopo tre giorni Sofia chiama suo padre.

Carlo Bernardi è un uomo di poche parole. Ascolta tutto in silenzio, ogni tanto domanda solo E poi? o E quindi?. Alla fine, pausa di dieci secondi.

Hai i documenti?

Quali?

Dellappartamento. Rogito, visura catastale.

Certo. Originali dal notaio, copie a casa.

Bene. Almeno è tutto in regola.

Papà, non è solo questo. Lei vuole rimanere qui per sempre e prendere la cameretta.

Ho sentito. Pausa. Sofia, cosa vuoi che ti dica?

Non lo so. Qualcosa.

Non può prendersi ciò che non è suo. È tutto a tuo nome. Prima cosa. Seconda: Andrea è tuo marito. Deve risolvere lui. Ce la fa?

Non so.

Capito, dice Carlo. Decidi tu.

Tutto laiuto che sa dare suo padre. Non per mancanza damore, ma perché così è fatto: aiuta coi fatti, coi soldi, ma in casa altrui non mette lingua. Rispetta i confini.

Così Sofia pensa ai documenti. Sono in una cartellina blu nel suo cassetto. Un po scolorita. Dentro cè tutto: rogito, ricevuta del passaggio di denaro da papà, estratti conti, visura catastale.

Prende la cartellina, controlla.

Sì. È proprio così.

***

Il venticinquesimo giorno Teresa entra in cucina a colazione di ottimo umore.

Ho organizzato dice. Venerdì vengono i traslocatori. Sposteremo i mobili nella stanza lì. Ho già spiegato come fare. Il guardaroba va dallaltra parte, allora ci sta bene il letto e anche il comodino.

Sofia posa la tazza.

Signora Teresa, ha chiamato dei traslocatori per cambiare i mobili in casa nostra.

Eh sì, così va tutto più comodo. Ora comè, mi inciampo sempre.

Senza avvisare me.

Ma che vuoi che sia, sono dettagli

Andrea? dice Sofia.

Andrea ha ancora la forchetta in mano, guarda il piatto.

Magari dovevi dircelo, mamma.

Ora lho detto.

Prima.

Andrea, ripete Sofia.

Lui la guarda. Lo stesso sguardo che ormai conosce: paura di offendere la madre, paura di ferire la moglie, paura di scegliere, paura di non scegliere. Paura di tutto. Lui è così da sempre e Sofia, allinizio, pensava fosse delicatezza. Poi ha capito: è incapacità.

Torno subito, dice Sofia. Va in camera, prende la cartellina blu.

Quando rientra, Teresa parla ancora dei prezzi dei traslocatori.

Signora Teresa, dice Sofia, vorrei mostrarle una cosa.

Cosè?

I documenti della casa. Ecco il rogito, la data, la cifra. Il nome dellacquirente: il mio. Qui cè la ricevuta da mio padre, Carlo Bernardi, per limporto. Qui la visura catastale: sono lunica intestataria. Andrea non risulta. Non ha contribuito economicamente. Non perché non volesse, ma perché così è stato. Questa casa è della mia famiglia, ed è stata comprata prima delle nozze.

Teresa fissa la cartellina. Poi Sofia. Poi Andrea.

Andrea

È tutto vero, mamma dice lui. Piano, ma lo dice.

Non me lavevi mai detto.

Credevo non fosse importante.

Non importante? Teresa si raddrizza. Quindi vivo in una casa non mia?

In casa della nostra famiglia, dice Sofia. Ma qui nessuno sposta mobili senza il mio ok. Nessuno chiama traslocatori senza chiederlo prima a me. E quella stanza è destinata al bambino nostro, lo abbiamo deciso un anno fa. Resterà la cameretta.

Il silenzio è così denso da sembrare solido.

Ho capito, dice Teresa infine. Ok. Capito.

Sinfila in camera. Dopo unora chiama un taxi. Dopo unora e mezzo se ne va, solo con la valigia. Le sacche restano.

Andrea, per tutto il tempo, non si stacca dal divano e guarda il televisore spento.

***

La sera parlano. No, meglio: parla Sofia, Andrea ascolta. Parla senza rabbia, per lei è importante, perché la rabbia imprecisa le parole, e lei vuole essere precisa.

Non volevo mandarla via, dice. Ma non posso vivere da ospite in casa mia. Lo capisci?

Sì.

Sai che in tre settimane non mi hai mai difesa. Mai. Ho contato.

Cercavo di evitare litigi.

Lo so. Ma mentre tu evitavi i litigi, il litigio cresceva dentro me. In silenzio.

Andrea guarda le sue mani.

È mia madre, Sofi.

Certo. Sempre lo sarà. Ma tu sei anche mio marito. Lhai scelto, ricordi.

Non so scegliere tra voi.

Non devi scegliere tra noi. Devi scegliere il tuo comportamento. È diverso.

Lui tace ancora. Alla fine dice:

Non sapevo che la casa fosse solo tua.

Lo sapevi. Cinque anni fa hai firmato i documenti. Non volevi pensarci.

Lui tace di nuovo. Anche questo è una risposta.

***

Seguono tre giorni di silenzio. Poi chiama la zia Rita, sorella di Teresa, che vive a due isolati, cinque anni più anziana, capelli in permanente, convinta di essere persona schietta.

Sofietta, dice zia Rita al telefono, ma come lhai trattata così la Teresa? È una donna anziana, è venuta dal figlio.

È venuta senza preavviso, e voleva fermarsi per sempre.

Beh, per sempre voleva solo aiutare.

Capisco le intenzioni. Ma è casa nostra.

Certo, certo. Ma è una madre. Le madri devono stare vicino ai figli. Quando avrai figli, capirai.

Sofia sente tutto ciò che si nasconde in quella frase. Tu madre ancora non sei, non puoi capire, Quando sarai madre capirai che ha ragione Teresa, Al momento non sei nessuno. Risponde:

Zia Rita, mi fa piacere parlare quando vuole. Ma le decisioni qui le prendiamo io e Andrea.

Certo, certo, dice zia Rita. Solo per parlare.

Il giorno dopo zia Rita chiama Andrea. Sofia non sente, ma vede la sua faccia dopo: è il volto di uno a cui hanno spiegato che non è un buon figlio.

Che ti ha detto?

Niente di che.

Andrea.

Dice che la mamma ci è rimasta male. Ha avuto la pressione alta.

Capisco.

Sofi, davvero, ha la pressione. È ipertesa.

Lo so. Mi dispiace. Ma la pressione non cambia i fatti.

Là è sola.

Se nè andata da sola. In unora si è fatta la valigia.

Perché non si trovava bene qui.

Andrea. Sofia fa una pausa. Io per tre settimane e mezzo non mi sono trovata bene un solo giorno. Conta qualcosa?

Lui la guarda. E cè ancora quella paura, ora con un pizzico di vergogna o forse di comprensione. Sofia non riesce a decifrare.

Conta, sussurra.

Non è molto. Ma è qualcosa.

***

Zia Rita arriva lo stesso. Domenica, alluna, con una torta al cavolo e una missione: parlare da persone civili. Si siede alla loro tavola, mangia la sua torta, beve il tè, e racconta. A lungo. Che Andrea è cresciuto senza padre (vero, Sofia lo sa). Che Teresa ha fatto tutto da sola (vero). Che Teresa sognava di stare vicino a suo figlio (Sofia ci crede). Che una nuora deve capire.

Ecco, questa cosa del deve dice Sofia quando Rita si ferma. Perché io devo?

Ma per essere corretti

Sono stata corretta. Ho sopportato per settimane. Non ho mai alzato la voce. Ho cucinato, pulito, vissuto accanto. Quando mi buttavano le cose, tacevo. Quando volevano cambiare la mia casa, ho mostrato i documenti. Non basta?

Zia Rita stringe le labbra.

I documenti ripete. Sembra un tribunale.

No. È casa mia.

Andrea si rivolge a lui come a un bambino. Non dici niente?

Ha ragione Sofia, risponde Andrea.

Zia Rita lo guarda come se avesse appena dichiarato che la terra è piatta.

Cosa?

Sofia ha ragione. Avrei dovuto avvisare. Chiedere prima. Mamma ha esagerato.

Andreino

Zia, ci pensiamo noi. Ok? Chiamerò mamma. Parliamo noi. È una cosa nostra.

Zia Rita se ne va col viso offeso di chi vuole aiutare, ma è stato respinto. Sofia sopporta bene quel tipo doffesa: tipica di chi entra nella vita altrui con ricette pronte e si arrabbia se non servono.

***

Ma non va meglio. Sofia lo sente dopo una settimana.

Andrea chiama la madre. Risponde dopo il terzo squillo (Sofia però li conta, seduta accanto). La chiacchierata dura poco: Andrea dice che la vuole vedere, che le vuole bene, che troveranno insieme la soluzione. Non cita nulla di quanto successo. Dei traslocatori, delle settimane passate, niente. Solo: Andrà tutto bene, mamma. Passerò da te.

Poi Sofia dice:

Vai da lei da solo?

Beh, insomma

Andrea, capisci cosa stai facendo?

Vado a trovarla.

Ci vai da solo, senza spiegare nulla, come se la colpa fosse mia e tu potessi scappare.

Non scappo.

Cosaltro sembra?

Silenzio. Poi:

Voglio vederla. È sola.

Va bene. Vai.

Ma dentro qualcosa si chiude. Dal suo cassetto interno aggiunge una nuova pila silenziosa alle troppe già presenti. Cammina per casa e vede: lì cera la sua lampada. Lì i libri. Lì la tazza. Tutto di nuovo a posto, tecnicamente. Ma qualcosa nellaria resta sospeso.

Pensa: forse non si tratta solo della suocera, che vuole restare accanto al figlio, sentirsi importante, sistemare il mondo a modo suo. Non è cattiveria, è solo bisogno. Quello che manca è la capacità di rispettare laltro.

Il vero centro, però, è Andrea. Teresa è stata sempre onesta nei suoi desideri: voleva restare, lo diceva. Spostava, agiva, non si nascondeva. Conquista senza maschera.

Ma Andrea sapeva. Tutto, sempre. Ed è rimasto zitto. È altro.

***

Andrea rientra alle undici di sera. Sofia è sveglia, seduta in salotto con un libro che non legge.

Come sta? chiede Sofia.

Così così. Un po agitata.

Avete parlato?

Sì.

Di cosa?

Un po di tutto.

Le hai spiegato il motivo di quanto successo?

Silenzio.

Sofi, a che serve riaprire?

Non si tratta di rivangare. Si tratta di parlare.

Lho detto in modo delicato.

In modo delicato come?

Che doveva chiedere, insomma.

Doveva chiedere ripete Sofia. Tutto qui?

Cosa vuoi che le dica?

La verità.

Sofia, è una donna anziana.

E io sono tua moglie.

Lo so.

No. Sofia chiude il libro. O non lo sai, o non ne cogli il senso.

Si siede accanto. Guardo fisso nel vuoto.

Sono stanco, dice lui.

Anche io. E sono stanca di impilare pile dentro di me.

Quali pile?

Lei scuote la testa. Non è che non voglia spiegare. È solo che certe cose non si trasmettono se non si provano. Le pile non sono parole. Sono silenzi. Pausa. O una tazza fuori posto.

***

Segue un periodo di tempo freddo, come lo chiama Sofia tra sé. Non una lite, nulla è dichiarato. Parlano, cucinano, mangiano insieme, guardano qualche film. Ma cè come un vetro fra di loro: trasparente, tutto si vede, ma non si può toccare.

Andrea lo percepisce. Lei lo vede nel modo in cui la guarda quando pensa di non essere visto: un po colpevole, un po smarrito, come chi non sa esattamente cosha sbagliato e per paura continua a sbagliarlo.

Teresa chiama un paio di volte. Andrea prende la chiamata in cucina. Sofia non ascolta mai i contenuti, ma sente le inflessioni. A volte lo sente ridere, un riso corto, affettuoso, da figlio. Diverso da quello di Andrea con lei. Più caldo? Più adulto? Più bambino? Non riesce a capire nemmeno lei.

Una notte, verso le quattro, Sofia è sveglia e rimane sdraiata nel buio. Accanto Andrea dorme e lei guarda il suo profilo e pensa: ecco luomo con cui voglio un figlio. Che ho scelto. Che è buono, non cattivo, non duro. Solo un pavido, in una cosa precisa. Si può migliorare? O no?

Non sa rispondere, ed è la cosa che le fa più paura.

***

Teresa richiama verso la fine della seconda settimana dopo la partenza, stavolta Andrea resta in soggiorno. Sofia è in cucina, sente solo risposte:

Sì, mamma. No, mamma. Capito. Adesso no. Vediamo.

Poi Andrea entra in cucina. Si appoggia al piano. Sofia sta cucinando una zuppa, muove tutto con calma, perché fuori il caos si placa solo mettendo ordine in ciò che si fa.

Dice che non finiscono i lavori prima di dicembre, dice lui.

Ora è agosto.

Sì.

Quindi quattro mesi.

Vorrebbe venire una settimana. Solo ospite. Senza valigie.

Sofia mescola la zuppa.

Andrea, non ho nulla contro gli ospiti. Ho qualcosa contro il non sentirmi più a casa. Capisci la differenza?

Capisco.

E quindi cosa proponi?

Non lo so, dice onestamente.

Ed è stranamente sincero. Di solito almeno uno stratagemma lo trova. Qui no.

Raccontami, dice Sofia.

Cosa?

Cosa senti. Proprio ora.

Si siede di fronte, riflette a lungo.

Sento di essere tra due persone che hanno ragione entrambe, dice. E tutte e due si aspettano che io scelga la loro parte.

Non ti chiedo di scegliere.

Però vuoi che dica a mamma una cosa che la farà soffrire. Lei vorrebbe che dicessi a te qualcosa che ferirà te. E da tre settimane non dico nulla perché non so cosa sia giusto.

Andrea, dice Sofia. La zuppa bolle lieve. Il vapore sale. Giusto non è non ferire nessuno. Giusto è non distruggere noi.

E quello che ci sta distruggendo è proprio questo, sussurra lui.

È la prima volta che lo ammette. Sofia posa il cucchiaio. Lo guarda in faccia.

Sì, dice. Proprio questo.

***

Sofia non sa cosa deciderà Andrea. Tre giorni passano così. Lui cè, sono normali a tratti, quasi come prima; però quel quasi punge.

La quarta mattina Andrea dice:

Sofia, voglio chiamare mamma mentre ci sei.

Lei alza lo sguardo dal caffè.

Davanti a me?

Sì. Così senti anche tu.

Sofia fa una breve pausa.

Va bene.

Andrea compone il numero. Teresa risponde subito.

Andreino?

Ciao mamma! Ti metto in vivavoce, cè anche Sofia.

Pausa appena accennata.

Va benissimo, dice Teresa, la voce un po più secca.

Mamma, voglio parlarti seriamente. Andrea parla piano, senza balzi, senza tremare. Sofia lo osserva: sembra un altro Andrea, non quello che si rintanava al telefono in cucina. Sofia è mia moglie. E lo resterà sempre. Lho scelta io e non me ne pento. Voglio che tu lo consideri un fatto, non parole.

Andrea, ma cosa dici

Fammi parlare, mamma. Pausa. Quando sei venuta, ti sei comportata come se questa fosse casa tua. Ma non lo è. È casa nostra. Mia e di Sofia. È lei la padrona. Non ospite. Padrona. Se vuoi venire qui, devi accettarla così. Niente commenti, niente spostamenti, niente tentativi di occupare la cameretta del nostro bambino.

Andrea nel tono di Teresa cè davvero dolore ora. Volevo solo aiutare.

Lo so, mamma. Vuoi sempre aiutare. Ma laiuto che non è richiesto, non è aiuto. E tu lo sai.

Silenzio.

E di più, mamma. Andrea si ferma. Stiamo cercando di avere un bambino, io e Sofia. Voglio che tu sia presente. Voglio che tu sia una vera nonna. Ma si può solo se tu rispetti mia moglie. Capisci? Senza rispetto per Sofia, niente rapporti con i nostri figli. Non è una minaccia. È una condizione. Mia.

Sofia sente stringersi qualcosa dentro. Non è gioia, non è nemmeno liberazione. È altro, più complesso. Come deporre qualcosa di pesante ma sentirlo ancora. Più leggero, però.

Teresa tace a lungo. Molto.

Sei cambiato, dice poi.

Sono cresciuto, risponde Andrea. È diverso.

Unaltra pausa.

Sofia cè?

Sì, risponde lei.

Sofietta Teresa esita. Non volevo offenderti. Davvero.

Lo so, signora Teresa.

Faccio sempre tutto io, finisco per esagerare.

Succede, dice Sofia. Neutra, senza rabbia.

Va bene. Ci penso su. Pausa. Mi richiami domani, Andrea?

Sì, ti richiamo domani sera.

Va bene. Ciao, figliolo.

Ciao, mamma.

Andrea posa il telefono. La guarda.

Sofia lo fissa. Dentro di lei la pila cè ancora; non sparisce in un attimo, non è così semplice. Ma qualcosa si è mosso. Forse un mattone in meno. Forse le pile sono più ordinate.

Grazie, dice lei.

Dovevo farlo prima, dice lui.

Sì.

Potevi chiederlo.

Lho fatto.

È vero, ammette lui. Ti ascoltavo, ma non sentivo. Non è la stessa cosa.

Lei annuisce. Si alza, gli prende la mano. Lui la stringe, forte, breve. Non si toccavano così da settimane. È goffo e bello insieme.

***

La sera dopo entrano insieme nella cameretta. Tolgono il lettino pieghevole comprato in emergenza i primi giorni, lo piegano e lo portano in cantina. La stanza ora è vuota.

Ti ricordi che volevamo farla gialla? chiede Andrea.

Sì.

Quel giallo acceso, da girasole.

Ridevi che era troppo.

Esageravo Cammina lungo il muro, lo tocca con la mano. Il giallo è bello. Mette allegria.

Prima dicevi che gridava troppo.

Ho detto tante cose. Si gira. Se vuoi il giallo, metteremo il giallo.

Sofia fissa il muro e immagina già il colore. Non un giallo smorto; vivo, radioso, come un campo di girasoli in agosto, come il tuorlo la mattina, come la lanterna in un viale buio. Lo vede: il lettino di legno vicino alla finestra, il mobiletto che ha adocchiato nel negozietto; la poltroncina accanto.

Quando cominciamo? domanda.

Il prossimo weekend, se vuoi.

Sì.

Andrea le prende di nuovo la mano. Restano così, nella stanza vuota che ancora odora di polvere e un po del profumo di Teresa. E guardano le pareti.

Le pareti aspettano.

***

Passano tre settimane. Teresa chiama di venerdì sera. Andrea è in cucina, Sofia sente la sua voce: pacata, continua. Ride una volta, rapido. Parla per un quarto dora.

Poi entra:

Mamma vuole venire domenica a pranzo. Ti va?

Sofia si asciuga le mani.

Solo a pranzo. Non con le valigie.

Solo a pranzo. Sorride. Vuole la tua crostata.

Davvero?

Ha detto: Quella di Sofia è meglio del mio minestrone. Ma non dirle che lho ammesso.

Sofia fa una pausa, poi sorride anche lei.

Tanto si vede lo stesso, dice.

Cosa?

Che ho sentito. Ma la faccio comunque.

Di mele?

Di mele.

Andrea annuisce. Prende lo strofinaccio che Sofia ha piegato, lo piega di nuovo in due. Lo rimette a posto. Un gesto minuscolo, insignificante. Ma Sofia lo guarda e pensa: ecco, si fa così. Sono i gesti piccoli ma nel verso giusto. Ha chiamato con lei presente. Ha detto ciò che doveva dire.

Non basta. Lei lo sa. Un pranzo, una telefonata giusta, un colore nuovo in camera non cancellano mesi di ferite. La fiducia si recupera piano, per piccoli strati.

Ma la crostata la farà. Questo è sicuro.

***

Domenica è grigia, come spesso a fine agosto, quando lestate fatica a cedere il passo. Sofia si alza alle otto, impasta la frolla mentre Andrea ancora dorme. Regna silenzio. La radio suona leggero, strumenti senza parole. Lei stende la pasta con la cura di chi ordina lanima mentre mette in ordine le mani.

Andrea si alza alle dieci, entra in cucina stropicciato, guarda la crostata nel forno.

Già pronta?

Quasi.

Hai dormito poco.

Poco.

Si versa un caffè, si siede. Stanno in silenzio: non il solito vetro freddo di qualche settimana prima, ma un quieto silenzio da domenica mattina, due che fanno colazione insieme.

Sei tesa? chiede lui.

Un po.

Anche io.

Tu? È tua madre.

Proprio per quello.

Sofia lo guarda. Tiene la tazzona blu tra le mani, la sua tazzona, non quella del mercatino che lei ama, ma la sua.

Hai paura che dica qualcosa di sbagliato.

Temo.

E che allora dovrai scegliere di nuovo.

Di nuovo fare quello che va fatto, si corregge. È un po diverso.

Sofia annuisce. Forse sì, forse no.

Squilla il citofono. È luna in punto.

***

Teresa Lucchesi entra con una sola borsa, piccola. Dentro trova una marmellata fatta in casa e un sacchetto di biscotti.

Sofietta, sembra di sentire profumo di torta già sulle scale.

Ne ho appena sfornata.

Di mele?

Di mele.

Teresa si leva le scarpe, appende il cappotto. Passa per il corridoio. Osserva: la lampada è al suo posto, i libri sul davanzale, la tazza Prima datemi il caffè bella in vista nello scolapiatti.

Non commenta. Anche questo non passa inosservato.

A tavola si chiacchiera di tutto: conoscenti di Teresa, il nuovo progetto di Andrea al lavoro, il freddo che arriverà presto. Parlano da persone che non sono nemici, ma nemmeno ancora in confidenza, ricercando un equilibrio che tutti avvertono.

Una volta, Teresa alza lo sguardo alla lampada di sofia, la solita in vimini. Non dice niente. Sofia lo nota.

Dopo pranzo Andrea propone:

Vieni a vedere la stanza? Abbiamo scelto il colore.

La cameretta?

La cameretta.

Teresa resta un attimo zitta.

Facci vedere.

Entrano. La stanza è ancora vuota, solo alcune latte di pittura per prova: tutti gialli, dal chiaro allarancio. Andrea apre la più accesa.

Questo abbiamo deciso.

Teresa guarda.

Bellissimo acceso, osserva.

Sì.

Solare.

Proprio così lo volevamo.

Teresa si china, annusa.

Buono, dice. I bambini amano i colori vivi.

Sofia resta in silenzio.

Quando cominciate a dipingere? chiede Teresa.

Forse nel weekend, risponde Andrea.

Se serve aiuto io sono brava con i pennelli. Io e Sergio abbiamo dipinto tutta casa insieme, si interrompe. Sergio era suo marito, morto anni fa, Andrea lo ricorda poco. Sono brava, insomma.

Sofia guarda Andrea. Andrea guarda Sofia.

Vedremo, risponde Sofia.

Non è un sì. È un vedremo. Teresa capisce. Non insiste.

***

Quando Teresa se ne va, si sistema il cappotto e dice, senza guardare nessuno:

Crostata buonissima, Sofia. La pasta è morbida. È importante.

Grazie.

La mia viene sempre dura, non so perché.

Ci vuole il burro, risponde Sofia. Più di quanto si pensi.

Teresa annuisce, prende la borsa.

Andrea, mi accompagni allascensore?

Certo.

Escono. Sofia resta nel corridoio, sente il portone chiudersi, poi i loro due voci basse, e poi di nuovo silenzio.

Torna in cucina, mette i piatti in ammollo, mette su il bollitore. Fuori è nuvoloso, ma la luce di agosto filtra ancora chiara. La panchina sotto casa è vuota; il gatto non cè più.

Andrea rientra dopo un minuto.

Tutto bene, dice.

Ho visto.

Sofi.

Sì?

Ce la facciamo, noi?

Sofia rimette la tazza a posto. Pensa. Non alla risposta, ma a quanto essa sia sincera.

Non so. Forse. Se ci proviamo entrambi.

Prometto, dice lui.

Non promettere. Fai.

Lui annuisce. Si mette accanto a lei alla finestra. Guardano il cortile. Panchina vuota. Da qualche parte in strada una donna con il passeggino scende dal portone e avanza lenta.

Sarà proprio bello, il giallo dice Andrea.

Sì, risponde Sofia.

Il bollitore fischia.

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