Nonna, dovrebbe trasferirsi in un altro reparto” – sussurravano i giovani colleghi vedendo la nuova arrivata. Non sapevano che ero io ad aver comprato la loro azienda.

“Nonna, dovresti andare in un altro reparto,” sghignazzavano i giovani colleghi alla vista della nuova arrivata. Non avevano idea che fossi io ad aver comprato la loro azienda.
“A chi devi riferirti?” borbottò il ragazzo dietro la reception, senza alzare gli occhi dallo smartphone. Il suo taglio di capelli alla moda e il maglione firmato gridavano al mondo quanto si sentisse importante e quanto poco gli importasse del resto.
Elena Maria Rossi aggiustò con calma la sua borsa semplice ma di buona qualità sulla spalla. Si era vestita apposta per non farsi notare: una camicia modesta, una gonna sotto il ginocchio, scarpe comode e piatte.
Lex direttore, il canuto e stanco Giuseppe, con cui aveva concluso lacquisto dellazienda, sorrise quando seppe del suo piano.
“Cavallo di Troia, signora Elena Maria,” disse con ammirazione. “Abboccheranno allamo senza accorgersi della lenza. Non capiranno mai chi sei davvero… fino a quando sarà troppo tardi.”
“Sono la nuova impiegata. Vengo per il reparto documentazione,” rispose con voce calma e bassa, evitando deliberatamente qualsiasi tono autoritario.
Finalmente, il ragazzo alzò lo sguardo. La squadrò dalla testa ai piedi: dalle scarpe consumate ai capelli grigi ben pettinati. Nei suoi occhi brillò un ghigno aperto e senza vergogna. Non si scomodò nemmeno a nasconderlo.
“Ah, sì. Ci avevano detto che arrivava qualcuno nuovo. Ha già ritirato il badge alla sicurezza?”
“Sì, eccolo qui.”
Con un gesto svogliato indicò il tornello, come se stesse indicando la strada a un insetto smarrito.
“Da qualche parte laggiù ci sarà la sua postazione. Si saprà arrangiare.”
Elena Maria annuì. “Mi saprò arrangiare,” ripeté tra sé, entrando nellopen space brulicante come un alveare.
Da quarantanni ormai sapeva arrangiarsi nei labirinti della vita. Dopo la morte improvvisa del marito, aveva salvato unazienda sullorlo del fallimento e laveva fatta rifiorire. Aveva gestito investimenti complessi che avevano moltiplicato la sua fortuna. E aveva scoperto come non impazzire di noia e solitudine in quella grande casa vuota… a sessantacinque anni.
Questa fiorente ma marcia (almeno così le sembrava) azienda di tecnologia era la sfida più eccitante degli ultimi tempi.
La sua scrivania era nellangolo più sperduto, proprio accanto alla porta dellarchivio. Vecchia, con il piano graffiato e una sedia cigolante, sembrava unisoletta rimasta indietro nel tempo in mezzo a un oceano di tecnologia luccicante.
“Si sta ambientando?” le risuonò alle spalle una voce dolceastra e fastidiosa. Davanti a lei cera Olga, la capa del marketing, in un tailleur color avorio perfettamente stirato… avvolta da unaura di profumo costoso e aria di superiorità.
“Ci provo,” sorrise con dolcezza Elena Maria.
“Dovrà controllare i contratti dello scorso anno per il progetto Altair. Sono in archivio.”
Nella sua voce trapelava unarroganza paternalista, come se stesse dando un compito semplice a una persona mentalmente limitata. Olga la guardò come se fosse uno strano fossile estinto. Quando se ne andò a passi militari, Elena Maria sentì delle risatine alle sue spalle.
“In HR hanno perso completamente la testa. Tra poco assumono pure i dinosauri.”
Elena Maria fece finta di non sentire. Doveva ancora esplorare lambiente.
Si diresse verso il reparto sviluppo e si fermò davanti a una sala riunioni con le pareti di vetro, dove alcuni ragazzi discutevano animatamente.
“Signora, cerca qualcosa?” la chiamò un ragazzo alto, uscendo da dietro la sua scrivania.
Marco, il capo sviluppatore. La futura stella dellazienda, almeno secondo una descrizione che, a quanto pareva, si era scritto da solo.
“Sì, caro, sto cercando larchivio.”
Marco sorrise, poi si girò verso i colleghi, che osservavano la scena con interesse, come se stessero guardando uno spettacolo circense gratuito.
“Nonna, mi sa che si è sbagliata di reparto. Larchivio è da quella parte,” indicò vagamente verso la scrivania di Olga.
“Noi qui facciamo lavoro serio. Roba che lei non può nemmeno immaginare.”
Il gruppo alle sue spalle ridacchiò piano. Elena Maria sentì dentro di sé una rabbia fredda e controllata che saliva.
Osservò quelle facce compiaciute, lorologio costoso al polso di Marco. Tutto comprato con i suoi soldi.
“Grazie,” rispose con tono uniforme. “Ora so esattamente dove andare.”
Larchivio era una stanzetta angusta e senzaria, senza finestre. Elena Maria si mise al lavoro. La cartella “Altair” fu trovata rapidamente.
Cominciò a esaminare i documenti con metodo. Contratti, allegati, certificati. Sulla carta, tutto sembrava perfetto. Ma il suo occhio esperto notò subito alcuni dettagli sospetti.
Nelle fatture emesse a nome della subappaltatrice “Sistemi Cibernetici”, gli importi erano arrotondati alle migliaia di euro nette. Poteva essere negligenza… o un modo per nascondere i veri movimenti.
Le descrizioni dei servizi erano vaghe: “consulenza strategica”, “supporto analitico”, “ottimizzazione dei processi”. Classici metodi per dirottare fondi… cose che conosceva fin dagli anni Novanta.
Qualche ora dopo, la porta cigolò. Sulla soglia apparve una ragazza con gli occhi spaventati.
“Buongiorno. Sono Laura, della contabilità. Olga mi ha detto che stava qui… Deve essere difficile senza accesso digitale? Posso aiutarla.”
Nella sua voce non cera nemmeno una goccia di sufficienza.
“Grazie, Laura. Saresti molto gentile.”
“Ma figurati, non è niente. Solo che loro… beh… non sempre capiscono che non tutti sono nati con un tablet in mano,” borbottò Laura, arrossendo.
Mentre Laura le spiegava con pazienza linterfaccia del sistema, Elena Maria pensò che anche nella palude più melmosa si può trovare una sorgente limpida.
Appena Laura se ne fu andata, sulla porta riapparve Marco.
“Ehi, mi serve subito una copia del contratto con Sistemi Cibernetici.”
Parlava come se stesse dando un ordine a un servo.
“Buongiorno,” rispose tranquilla Elena Maria. “Sto proprio esaminando quei documenti. Mi dia un minuto.”
“Un minuto? Io non ho un minuto. Ho una call tra cinque minuti. Perché non è ancora digitalizzato? Che ci fate qui, comunque?”
La sua arroganza era il suo tallone dAchille. Era convinto che nessunoe soprattutto non questa vecchiaavrebbe mai controllato il suo lavoro.
“Oggi è il mio primo giorno,” rispose con tono uguale. “E sto cercando di sistemare ciò che altri prima di me hanno trascurato.”
“Non mi interessa!” la interruppe, prendendo la cartella dalle sue mani senza alcun riguardo. “Voi vecchi siete solo un problema!”
Poi uscì a precipizio, sbattendo la porta. Elena Maria non lo seguì con lo sguardo. Aveva già visto tutto quello che le serviva.
Prese il telefono e compose il numero del suo avvocato.
“Avvocato Bianchi, buongiorno. Potrebbe controllare una società per me? Sistemi Cibernetici. Ho limpressione che la struttura societaria sia… interessante.”
Il giorno dopo, la telefonata arrivò di prima mattina.
“Signora Elena Maria, aveva ragione.

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Nonna, dovrebbe trasferirsi in un altro reparto” – sussurravano i giovani colleghi vedendo la nuova arrivata. Non sapevano che ero io ad aver comprato la loro azienda.
Lo stai crescendo troppo debole? — Perché lo hai iscritto a scuola di musica? La suocera attraversa l’ingresso togliendosi i guanti con fare deciso. — Buongiorno, signora Ludmila. Entri pure. Anch’io sono felice di vederla. Il sarcasmo scivola via, indifferente. La suocera lancia i guanti sul mobile e si rivolge a Maria. — Me l’ha detto Kostiantyn al telefono. È tutto contento, dice “Suonerò il pianoforte!” E questa sarebbe educazione? Cosa vuoi fare di lui, una femminuccia? Maria chiude lentamente la porta d’ingresso. Solo per non perderla e urlare. — Significa che suo nipote studierà musica. Gli piace molto. — Gli piace! — sbuffa la suocera, come se Maria avesse detto una sciocchezza. — Ha sei anni, non sa nemmeno cosa gli piace. Sei tu che devi guidarlo. È maschio, è il mio nipote: e tu cosa vuoi crescere? La suocera va in cucina, aziona il bollitore come fosse casa sua. Maria la segue stringendo i denti. — Voglio crescerlo felice. — Lo stai crescendo debole e smidollato! Bisognava iscriverlo a calcio! A judo! Così diventa uomo, non un… non un pianista! Maria si appoggia alla porta, contando fino a cinque. Non basta. — Kostiantyn l’ha chiesto lui. Ama la musica. — Ama! — la suocera scaccia la frase con la mano. — Sergei alla sua età era in cortile a giocare a hockey! E il tuo cosa farà? Le sue scale? Che vergogna! Qualcosa dentro Maria si spezza. Si stacca dal muro e si avvicina. — Ha finito? — No, non ho finito! Te lo volevo dire da tempo… — E anch’io volevo dirle, — Maria sussurra — Kostiantyn è mio figlio. Mio. Decido io come educarlo. E lei non si permetta di metterci bocca. La suocera si fa paonazza. — Ehi… Come ti permetti di parlarmi così?! — Vada via. — Cosa?! Maria le mette il cappotto in mano e la spinge gentilmente verso l’uscita. — Vada via da casa mia. — Mi stai cacciando?! Me?! Maria spalanca la porta, la prende per il braccio e la accompagna fuori, ignorando la resistenza. — La spunterò io! — dice la suocera — Senti?! Non ti lascerò rovinare il mio unico nipote! — Arrivederci, signora Ludmila. — Sergei verrà a sapere tutto! Gli dirò ogni cosa! Maria chiude la porta con decisione e si appoggia per riprendere fiato. Ancora urla soffocate dietro la porta, passi sulla scala. Poi silenzio. Oggi basta. Oggi Maria decide. Sergei torna da lavoro verso le otto. Già Maria capisce che la suocera l’ha chiamato: dai rumori, dalla postura, senza guardare Kostia che guarda i cartoni. — Kostia, tesoro, resta qui — Maria si inginocchia e gli sistema le cuffie con il suo cartone preferito sui robot. — Papà e mamma devono parlare. Kostia annuisce, Maria chiude la porta della cameretta, raggiunge la cucina. Sergei è davanti alla finestra, braccia conserte. Nemmeno si gira. — Hai cacciato mia madre. Non una domanda, una constatazione. — Le ho chiesto di andarsene. — L’hai buttata fuori! — Sergei si gira furioso. — Ha pianto due ore al telefono, Maria! Due ore! Le gambe di Maria cedono per la stanchezza. — Non ti preoccupa che lei abbia insultato me? Sergei esita un secondo. Poi scrolla le spalle. — Stava solo pensando a suo nipote, cosa c’è di male? — Ha chiamato nostro figlio “debole”. Un bambino di sei anni, Sergei. — Ha esagerato, succede. Ma in fondo mia madre non sbaglia: serve sport, allenamento, spirito di squadra… Maria lo guarda, finché lui non abbassa gli occhi. — Da piccola mi obbligavano alla ginnastica. Mia madre aveva deciso: “diventerai ginnasta.” Cinque anni, Sergei. Cinque anni di pianti, di dolore, di fatica. Sergei tace. — Oggi non sopporto più nemmeno l’odore delle palestre. E a mio figlio non farò vivere quello che ho vissuto. Calcio, sì, se lo vuole lui. Ma mai obbligarlo. — Mamma vuole solo il meglio… — Si facesse un altro figlio e lo educasse come vuole lei — Maria si alza — Su Kostia non interferirà mai più. Nemmeno tu, se stai dalla sua parte. Sergei vorrebbe dire qualcosa, ma Maria esce dalla cucina. Poi silenzio, distacco. Lentamente la tensione scema, ma il tema “suocera” resta tabù. Sabato mattina, ore otto. Maria si sveglia di soprassalto: sente un rumore di chiavi nella serratura. Paura. Prende il cellulare e si affaccia. Sulla porta, la suocera. In mano un mazzo di chiavi e uno sguardo trionfante. — Buongiorno, nuora. Maria, in pigiama, la fissa incredula. — Da dove ha preso le chiavi? — Sergei me le ha date. Era qui due giorni fa. Mi ha chiesto scusa per te. Così io posso venire dal nipote quando voglio. Maria cerca di capire. — Alle otto di sabato? Cosa vuole? — Sono qui per Kostia, — risponde la suocera togliendosi il cappotto — Preparati, Kostia! Oggi la prima lezione di calcio, l’ho iscritto io! La rabbia la travolge. Maria corre in camera. Sergei fa finta di dormire. Maria lo scuote. — Alzati! — Maria, più tardi… Lo trascina in soggiorno. — Tu le hai dato le chiavi. Di casa mia. Sergei tace, impacciato. — Questa è casa mia, Sergei. Mi appartiene. Come hai potuto dare le chiavi a tua madre? — Oh che donna egoista! — la suocera lancia il giornale. — Pensi solo a te! Sergei ha pensato a suo figlio, ecco perché! — Basta! Maria ignora la suocera, guarda il marito. — Kostia non andrà a calcio. Finché non lo chiede lui. — Non sei tu a decidere! — urla la suocera — Sei solo una comparsa! Seguirà le mie regole! Silenzio. Maria si gira piano verso Sergei. Lui, testa bassa, non dice una parola. — Sergei? Niente. Nessun sostegno. — Bene, — Maria annuisce, calma glaciale. — Una comparsa. Che finisce qui e ora. Prenda pure suo nipote, signora Ludmila. Non è più mio marito. — Non puoi! — la suocera impallidisce — Non hai diritto! — Sergei, — Maria lo fisso — hai mezz’ora. Prendi le tue cose e vai. O ti caccio in pigiama. — Maria, aspetta, parliamo… — Abbiamo già parlato. Alla suocera sorride storto. — Le chiavi le tenga. Stasera cambio la serratura. …Il divorzio dura quattro mesi. Sergei vuole tornare, si fa vivo, porta fiori. La suocera minaccia cause, avvocati. Maria assume un professionista e non risponde più. Due anni volano… …La sala della scuola d’arte è piena. Maria siede in terza fila stringendo il programma: “Konstantin Voronov, 8 anni. Beethoven, Ode alla gioia”. Kostia va sul palco — serio, elegante, mani sulle note. Le prime melodie riempiono la sala e, Maria, quasi smette di respirare. Il suo bambino sta suonando Beethoven. Quel figlio che aveva scelto lui la musica, lui il pezzo, lui le ore sul pianoforte. Quando termina, la sala esplode in applausi. Kostia si alza, si inchina, cerca la mamma in platea e sorride — largo, felice. Maria applaude tra le lacrime. Ha fatto la scelta giusta. Quella di mettere suo figlio davanti a tutto: alle opinioni, al matrimonio, alla paura della solitudine. Così deve essere una madre…