Accanto al vecchio olmo

Sotto lolmo antico

Sedeva su uno sgabello basso, costruito alla buona con pezzi di legno scartati. Ogni mattina se lo portava dietro, lo piazzava vicino alla biglietteria, leggermente di lato, per non ostacolare la gente, si sedeva, sospirando, sorreggendosi al muro bianco della casetta, alzava la testa, socchiudeva gli occhi e rimaneva immobile.

Quando il sole arrivava sulla sua postazione e il calore diventava insopportabile, il vecchio si trascinava più in là. Era come una partita a nascondino con il sole, una specie di gioco bambino: oggi il sole è quello che insegue, lui quello che scappa, trascinandosi lo sgabello fin sotto lombra dellolmo, nascondendosi lì. Ma il gioco durava poco; la luce vinceva sempre.

Lolmo, grande, con rami estesi, aveva probabilmente gli stessi anni del vecchio, forse qualcuno in più. Ogni anno spargeva a terra i suoi semi, piccole monete leggere che cadevano sulle teste delle persone, si incastravano fra i piedi, il vento ci giocava come con perline sparse da una bambina, frusciavano e poi volavano contro gli occhi, sinfilavano nelle finestre, sotto le porte. Tanti, tantissimi, come i bambini che se nerano andati quel maledetto anno buio

Dove li portate? Sono piccoli! Vergognatevi! Dio vi punirà! gridavano le donne, provando a spingere via quei soldati dalla faccia incattivita. Ma loro le respingevano a spintoni, con urla rauche, incomprensibili, o le colpivano se insistevano troppo. Le madri cadevano indietro, si coprivano il volto, i bimbi urlavano e piangevano come uno stormo smarrito, ognuno aggrappato a un fazzoletto, un giubbotto rattoppato, o addirittura scalzo, si trascinavano avanti, guardando indietro, stringendo gli occhi…

Il vecchio ricordava ancora quel grido: disperato, aguzzo come il pianto di un gattino portato via, come lurlo di un capriolo che sente la fine arrivare

Di notte non dormiva. Sdraiato ascoltava il respiro della moglie, la schiena che a volte lo spingeva avanti, poi ricadeva giù. Mariangela non dormiva nemmeno lei, in bilico fra il sonno e la veglia, fissava il legno del muro. E ascoltava. Forse il ticchettio dellorologio, forse il battito del cuore del marito

Il figlio Danilo e la nuora Paolina erano partiti per il fronte nel giugno del 41, lasciando ai nonni il piccolo Costantino, un biondino pieno di salute. Sarebbe dovuto andare a scuola a settembre. Intanto era lì a godersi laria del paese, beveva il latte fresco e mangiava i panzerotti di nonna Mariangela, si addormentava rannicchiato contro di lei, le guance colorate di rosa dal caldo.

Nessuno pensava che il paese sarebbe stato occupato da gente strana dai volti infuriati.

Gente? si correggeva a volte Domenico. Gli animali sono più umani. Loro sono del diavolo!

Mariangela gli faceva cenni di tacere.

Metà del paese fu trascinata verso la scarpata, Domenico e Mariangela, per ora, non vennero toccati; li guardavano con sospetto.

Domenico aveva un solo occhio, laltro era coperto da una cicatrice profonda, spaventosa. Ma sapeva riparare le macchine, era meccanico del garage. Forse per questo lo lasciarono stare.

Mariangela era con lui, così di lei non si occupavano. Capitava solo che qualche soldato ubriaco la fermasse, le togliesse il cibo e la mandasse via.

Mariangela taceva. Doveva pensare a Costantino, che non gli succedesse niente Sette anni appena

Poi cominciarono a raccogliere tutti i bambini in piazza, li strappavano alle madri, li portavano su quellargilla dura e spoglia. Se avessero saputo in paese del destino in arrivo, li avrebbero nascosti nei boschi, salvati, ma

Maledetti! Non ve lo lascio prendere! Vergogna, andate via! urlava Mariangela contro i soldati entrati in casa. Costantino si era nascosto sotto, come lei aveva detto. Via! Vi strozzo con le mani!

E forse lavrebbe fatto, aveva trovato una forza disperata, cieca, come una bestia che difende il suo cucciolo. Fintanto che una madre respira, il figlio resta con lei!

Ma allimprovviso cadde, qualcosa di freddo e tagliente le aveva inciso il fianco, poi fu caldo, e il sangue cominciò a scorrere.

Costantino, spaventato, sollevò il coperchio, sbirciò…

Mariangela non poté accompagnare il nipote in quel viaggio lungo e crudele. Non ce la fece.

Domenico restò solo, a capo scoperto, guardando il pallido Costantino, senza poter fare nulla. Avrebbe voluto lanciarsi contro tutto, ma non aveva le forze.

Per aver nascosto il bambino fu percosso anche lui, ma almeno ancora poteva camminare

Domenico fece il segno della croce sui bambini in partenza, piangeva e benediva, finché il rumore delle mitragliatrici non zittì tutto.

A casa! Avanti, forza! A casa! gridavano i soldati. Presto!

Allora Domenico impazzì dentro. Ma in silenzio. Continuò a riparare macchine finché la moglie fu stesa a letto. Appena lei riuscì a muoversi, scapparono nei boschi, come altri che si unirono ai partigiani.

Prima di andare, Domenico fece però qualcosa ai motori affidati a lui. Unora dopo la sua sparizione e di Mariangela, il garage esplose.

Quanto tempo è passato? Uneternità, una lunga macchia di olio che non si cancella dal destino.

Danilo e la bella Paolina non sono mai tornati. Nel 46 arrivò il telegramma della loro morte. Ci vollero mesi. Erano già morti quando Costantino veniva portato via insieme agli altri bambini.

Danilo mi ha lasciato il suo bambino, mi ha affidato Costantino, credeva che io lavrei protetto! si disperava Domenico alla vista delle carte funeree. Ma io non sono stato capace. Un vigliacco, Mariangela! Un vigliacco tuo marito! Non ho salvato nostro nipote!

Si strappava la camicia, singhiozzava, Mariangela, pallida come una statua di cera, rimaneva immobile. Ora perdeva il figlio per la seconda volta. Sentiva un dolore acuto al fianco, faceva fatica a respirare. Voleva piangere… ma non ci riusciva. Non cerano più lacrime.

Così, tutti i giorni, si alzavano, mangiavano una triste minestra grigia, lavoravano nellorto, poi Domenico tornava a segare tavole, giorno dopo giorno. Sotto la tettoia si era accumulata così tanta segatura che non sapevano più dove metterla.

Domenico, basta! Le mani ti tremano! Vieni a casa, bevi un po di latte. Hai visto che bello il nuovo salone del paese? Andiamoci, ci vado anchio. Dai, vestiti! diceva Mariangela, porgendogli la giacca, spingendolo fuori.

Passeggiavano insieme senza parlare, immersi nei loro pensieri, lungo le vie conosciute, là dove adesso la musica suonava e i giovani ballavano su una pista nuova di legno.

Signore, abbi pietà, si fermò Mariangela, facendosi il segno della croce.

Cosa cè? domandò il marito.

È il posto dove un tempo radunarono i bambini sussurrò, voltandosi con una smorfia di dolore e tristezza negli occhi. Andiamocene, Domenico! Basta! Non posso vivere qui, mi fa male!

Anche Domenico avrebbe voluto andarsene, non avrebbe ricostruito la casa, non avrebbe aggiustato la staccionata; avrebbe portato via la moglie, pochissime cose, e via dai parenti sul Tevere. Ma allinizio speravano ancora in Danilo, ora

Mariangela! Che gioia! Che gioia! li raggiunse la vicina, Lina. La piccola Giuseppina è tornata! Dalla Germania! Oh, mi sento svenire dalla gioia!

Corsero tutti dalla Lina a vedere la ragazza magra, con occhi giganti, la accarezzarono, Mariangela la baciò sulla scriminatura ancora profumata di menta dopo il bagno.

Giuseppina, degli altri sai qualcosa? osò chiedere infine Domenico, con il suo unico occhio ormai sbiadito come il fumo nel cielo.

La ragazza scosse la testa, abbassò lo sguardo.

Allora aspetteremo anche noi, eh, Mariangela? Non me ne vado finché Costantino non torna. E basta! Se torna e non ci trova, pensa che lo abbiamo abbandonato!

Domenico, lui non tornerà, era troppo piccolo non ricorda niente, non troverà la strada… disse piano la moglie.

Si ricorderà! Ha una testa dura, lui! Se è tornata Giuseppina, tornerà anche lui. Su, andiamo a casa, ho fame!

Si alzò, benedisse Giuseppina e Lina, che piangeva per la sua bambina sopravvissuta senza più famiglia, e uscì, ma sulla soglia si voltò:

Giuseppina, se hai bisogno di qualcosa, vieni! La mia Mariangela ti darà da mangiare, ti vestirà non soffrire da sola! Insieme si sta meglio! disse con voce forte, quasi allegra.

Grazie, nonno Domenico. Verrò sussurrò la ragazza.

Così Maria iniziò ad aspettare Costantino con rinnovata speranza. Ogni giorno Mariangela guardava fuori dalla finestra, cercando di non spaventare la speranza battente nel petto. Domenico invece si recava in stazione.

Dove vai? E se non arriva in treno? lo rincorse la moglie.

Come vuoi che arrivi, a cavallo? Verrà in treno, per forza! Tu resta a casa, io aspetto sul binario!

Portava il suo sgabello, si piazzava lì finché il tramonto scendeva sulle rotaie. Mariangela doveva sempre trascinarlo via la sera.

Cosa ci fai qui impalato come un mendicante? Che penserà la gente? Che ti arrestino, magari! lo sgridava.

E che importa? Se mi chiedono dico che aspetto mio nipote. Non so il giorno, non so lora, ma so che arriverà! E lo aspetto. Prendo lultimo treno e poi torno a casa. Ecco che arriva!

Aveva trovato uno scopo: attendere in stazione. Che Costantino potesse non riconoscerlo, o addirittura non esserci più, non gli passava per la mente. Se cera Giuseppina, cera lui stesso, sua moglie, lolmo con i suoi semi-monete, allora cera anche Costantino, da qualche parte.

Ne aveva viste Domenico di persone in arrivo: salutava i soldati, aiutava le vecchiette coi bagagli, regalava mele ai bambini in attesa, osservava chi arrivava e chi partiva, tra discussioni e abbracci.

Ecco, così si conclude bene! annuiva soddisfatto Domenico.

Una sera d’inverno, quasi al buio, alcuni ragazzi lo minacciarono, gli buttarono giù lo sgabello e risero, gettando mozziconi di sigaretta sulla neve.

Il vecchio cadde, si proteggeva il viso aspettando il peggio, finché la polizia non intervenne a disperdere i teppisti.

Nonno Domenico, cosa ci fa qui di notte? Andate a casa! Se qualcuno arriva chiediamo noi, vi chiamiamo subito. Andate! lo rimproverò un giovane carabiniere.

Davvero? Sicuro? domandò il vecchio. Prendo carta e penna, scrivo il mio indirizzo

Così, a casa sua e della moglie iniziavano ad arrivare giovani, impacciati, che entravano con un filo di voce.

Scusi, alla stazione mi hanno detto Vi sto disturbando Meglio che vada

Ma Mariangela non li lasciava uscire, li prendeva per mano, li faceva sedere, offriva loro tutto ciò che avevano. Non domandava nulla.

Brava, Mariangela! annuiva Domenico. Se noi accogliamo un figlio altrui, qualcun altro accoglierà il nostro. Il bene torna sempre indietro! Mangia, ragazzo, mangia!

Domenico arrivò anche a quella primavera, e così lolmo, anche se quasi andato in fumo quando scoppiò un incendio ai vagoni di benzina. Domenico invecchiava, la pelle rugosa come la corteccia dellolmo, locchio stanco, le mani tremanti, anche lo sgabello ormai consumato.

Domenico! Basta con questo sole! Torniamo a casa, ti prego! la moglie lo tirò per la manica. Basta! Già dicono che hai perso la testa, sempre qui a fissare la gente! Su, alzati!

E cosa puoi farmi, eh? replicò dal basso, senza muoversi.

Ti porto a casa di peso e chiudo la porta, così non spaventi nessuno! Per favore, Domenico!

Aspetta, lolmo getta semi Ricordi Costantino piccolo, ci incontravamo sotto questalbero Lo aspettavo, mentre gli compravo un leccalecca, lui andava a vedere le capre, aspettando Danilo dal treno Ti ricordi quando volevano tagliare lolmo per sistemare la stazione? Io lo difesi. Questalbero è la mia vita, Costantino lo ritroverà, lo riconoscerà Vai tu avanti, io arrivo dopo.

Il vecchio si rabbuiò, si voltò.

La moglie esitò, ascoltando il vento fra i semi tondi, sospirò. Il seme è piccolo, forse non riuscirà nemmeno a crescere lontano dal padre, ma il Creatore gli ha dato ali sottili, leggere, come di velo, per proteggerlo e portarlo lontano. Se avesse anche Costantino le stesse ali, se un angelo lo portasse a casa pensò Mariangela.

Deve piangere, ma il pianto non esce, un sasso le pesa dentro.

Si trascina verso casa, come con un sacco di patate sulle spalle. Il marito la osserva con tristezza. Stanno male entrambi. Ma bisogna continuare a vivere, per qualche ragione Dio non li ha ancora chiamati a sé.

Quella notte scoppiò un temporale, il primo di maggio, roboante, simile ai tuoni dellartiglieria. Lampi da occidente, vento che spezzava i tulipani, giocava con i rami di betulla e colpiva con pioggia le finestre.

I due anziani, sdraiati sul letto, non dormivano. Il tic-tac dellorologio scandiva il tempo, lacqua cadeva dal tetto.

A un certo punto qualcuno bussò alla porta, grattò la maniglia, chiamò a voce incerta.

Domenico si alzò di scatto, il mal di schiena lo colpì duro, corse alla finestra. Niente.

Ma Mariangela stava già nellatrio, scalza in camicia da notte, le spalle coperte da uno scialle. Aprì la porta.

Nonna Mariangela? chiese una voce di ragazzo, poi un sussurro rotto dal pianto, Nonna

Il vecchio voleva uscire, ma non trovava la forza, emise solo un mugolio, scuoteva la testa.

Costantino! Mio piccolo, mio caro Costantino! Mariangela strinse il ragazzo, lo accarezzava sui capelli bagnati, lo baciava.

Vengo dallorfanotrofio. Mi ha lasciato uscire zia Anna! Ho ricordato, ho ricordato tutto! balbettava Costantino. E il nonno dovè?

Domenico uscì con passi lenti, si sforzò di sorridere.

Ti aspettavo sotto lolmo mormorò, mentre il ragazzo gli gettava le braccia al collo. Lolmo è ancora lì, nonno! Mi ricordo tutto

Quando fu cambiato, avvolto in una coperta, Mariangela mise il bollitore sul fuoco e preparò la tavola. Costantino raccontò che per tanto tempo aveva vissuto con una vicina, Rosa, che lo obbligava ogni giorno a ripetersi nome, cognome, il paese da cui era stato portato via. Mattina e sera, come una preghiera.

Poi Rosa se la sono portata via E io ho iniziato a dimenticare. Solo nei sogni tornavano la mamma e papà. Dove sono, nonna?

I vecchi sospirarono.

Costantino abbassò la testa. Aveva capito.

Quando ci hanno liberati mi hanno portato in orfanotrofio, poi in un altro Siamo stati in tanti posti, ma da poco ci hanno portati qui vicino, due stazioni. Ho visto i nomi delle frazioni sulla mappa, e ho ricordato. Ho chiesto il permesso Mi hanno lasciato andare. Mi prenderete con voi? Per sempre, davvero?

Mariangela finalmente pianse. Quel dolore che restava bloccato nel petto fu dissolto dalle lacrime, calde, incessanti, liberatorie.

E tornò a respirare più leggera.

Il temporale era passato oltre, ora bagnava le campagne vicine, chissà, forse portava la gioia che aveva portato anche a loro.

E lolmo era ancora lì, con le sue fronde imponenti, a ondeggiare nel vento, mormorando e parlando con la brezza. Solo che ora, sotto lalbero, non cera più il vecchio.

È morto? chiedevano.

Ma che morto! Non ha tempo di morire, adesso che ha ritrovato il nipote, Costantino. Loro hanno atteso tanto, e ora finalmente, per loro, la guerra è finita. E la vita può ricominciare. Vedrete! rispondeva il custode della stazione, zio Ignazio.

Sotto quellolmo presto sistemerà una panchina robusta, come quelle di città, e si siederà ad aspettare. Aspettare chi? Chissà, la vita è piena di ritorni inaspettati: magari un giorno qualcuno arriverà anche per lui. Che Dio glielo conceda!

A volte la vita pesa e fa male, ma se si tiene acceso in sé il coraggio di sperare e accogliere, il cuore trova conforto, e la speranza dà luce anche ai giorni più bui.

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