Diario di Lucia Vesnina
Oggi ho messo giù il tablet e ho preso il telefono:
– Nonna, come stai? Tutto bene? E il nonno come sta? Se sta già friggendo le patate vuol dire che si sente proprio bene! Ho finito di lavorare, ora passo a prendere Danielino in piscina, poi facciamo una spesa veloce e siamo a casa.
Poi ho chiamato un altro numero:
– Ciao Jacopo, sto tornando a casa, tu e Caterina arrivate presto? Siete già in viaggio? Perfetto, cè il nonno che cucina, ceniamo tutti insieme.
Ho raccolto la borsa, salutato le colleghe:
– Ciao a tutte, io scappo, a domani!
– Ciao Lucia, buona serata!
Mi sono infilata il trench sotto la scrivania, ho sostituito i tacchi con le ballerine e ho lanciato unocchiata al cielo che si scuriva dietro i vetri delle sedi del centro di Firenze. Una tiepida sera dautunno, le luci dei motorini lampeggiavano, la gente si sbrigava verso casa. Il mio riflesso nel vetro sorrideva: chi lavrebbe mai detto, io, Lucia, una vita normale. Una famiglia. Una casa dove tornare e dove qualcuno mi aspetta, dopo tanti anni, dopo tutto quello che pensavo di non meritarmi.
La nostra è una famiglia particolare, sì, però siamo felici, siamo tutto quello che conta.
La mia storia è iniziata male; mia madre mi ha lasciato subito dopo il parto nellospedale di Bari. La voce sulla cartella dice madre sconosciuta, nessun documento, padre ignoto. Sono stati gli altri a darmi nome e cognome. Vesnina, perché ero nata a primavera. Lucia, chissà perché, nessuno si ricorda. Da piccola, in collegio, ero sempre coi maschi. Il mio migliore amico si chiamava Jacopo, anche lui Vesnina, per lo stesso motivo. Brava a scuola, sempre la prima nei compiti, obbediente, volenterosa, sognavo che una famiglia mi adottasse. Sapevo cosera una casa vera solo nei film. Forse non piacevo a nessuno, troppo alta, magra, impacciata. Oppure solo sfortunata. Quando hanno adottato Jacopo, ho pianto tutta notte. Non era invidia. Era solitudine. Mi ha guardata dietro le lenti spesse:
– Lucia, se vuoi, rifiuto!
– Non essere sciocco, Jacopo. Vai, è il tuo destino.
– Ti ritroverò, te lo giuro.
Ho riso: Non serve, lasciami stare.
Finita la scuola, ho scelto listituto tecnico edile, poi la residenza studentesca a Firenze. Quando mi sono diplomata, il Comune mi ha dato un monolocale come ragazza senza famiglia, periferia, ma facendo i primi passi nella vita da grandi. Un lavoro come disegnatrice in uno studio, nuove amiche, ma per sposarmi era presto, così mi ero ripromessa. Avevo un sogno: una casa grande, un marito che mi ami, figli, almeno due, forse tre, che corrono per il corridoio, gridano mamma, papà!. Volevo sentire davvero quelle parole calde, amate, e quasi sconosciute.
Quando varcavo lingresso del mio palazzo, una volta, quasi venni investita da un ragazzo in fuga con una borsa in mano. Dentro, sulle scale, cera una vecchietta stesa:
– La pensione, la mia borsa! Mi ha spinta, non vedo più niente senza occhiali!
Ero già corsa dietro al ladro, ma niente da fare, sparito. Ho aiutato nonna Teresa ad alzarsi, per fortuna era solo spaventata. Lho accompagnata a casa, lì cera il nonno Mario, a letto malato. Da quel momento ho iniziato a occuparmi di loro: qualche sacchetto di spesa, qualche ricetta da farmacia, la pensione era volata. Abbiamo sporto denuncia, ma del ragazzo nessuna traccia. Solo la borsa, senza soldi ma con i documenti, lhanno trovata sotto il portone; ringrazio davvero Dio per questa piccola cosa.
Pian piano andavo sempre più spesso dai nonni Teresa e Mario. Abbiamo chiamato i medici per il nonno, ha ripreso un po di forza. Col tempo, mi hanno adottata come nipote, loro che erano rimasti soli.
Un giorno ho conosciuto un ragazzo sullautobus. Sentivo il suo sguardo, poi lui:
– Scusa, ma il tuo viso mi è familiare, ci conosciamo?
Sono scoppiata a ridere:
– Non mi pare, o almeno non mi ricordo.
Era simpatico, mi ha raccontato tutto su di sé in pochi minuti: si chiama Gennaro, vive con la mamma, lavora in ditta. Forse mi sembrava davvero daverlo già visto Da quel giorno veniva spesso a prendermi in ufficio, poi una sera lho invitato da me. The caldo, qualche fetta di pane e prosciutto, abbiamo iniziato a confidare episodi dinfanzia. Arrivando alla verità sono cresciuta in orfanotrofio ho visto qualcosa cambiare nei suoi occhi, come se volesse dirmi qualcosa, ma non ce la faceva. Forse compassione. Mi piaceva, ma sentivo una strana inquietudine.
La volta dopo, successe quello che non avrei mai voluto. È entrato, io preparavo il tè, lui mi ha abbracciata, troppo forte. Ho cercato di fermarlo:
– Gennaro, calma, non correre.
Ma lui stringeva le mani e poi Ho urlato, ma lui ha sibilato:
– Adesso zitto, lo so chi sei, mi hanno detto che sei la piccola dellorfanotrofio! Ho visto anche il tuo identikit. Mi hai quasi rovinato. Non fiatere, o sarà solo peggio per te. Nessuno ti crederà, nessuno ti aiuterà!
Non ho avuto il coraggio di denunciare, avevo paura di quello che avrebbe pensato la gente.
Un mese dopo, mi sono ritrovata sullambulanza, portata via dal lavoro: gravidanza extrauterina, rischio di non poter mai avere figli.
Nonna Teresa mi ha curata come una figlia, pastina, brodo, infusi di camomilla, carezze. Eppure, quando ho lasciato lospedale, mi sentivo vuota, senza voglia di tornare a casa. Camminavo per la città senza meta, finché i passi mi hanno portata davanti allAbbazia di San Miniato. Era autunno inoltrato, cielo immenso e blu, le cupole dorate brillavano, il suono delle campane saliva quasi fino al Paradiso. I giardinieri ripulivano le aiuole; anche i fiori avevano già salutato la stagione.
– Vesnina, Lucia?, ho sentito una voce, mi sono girata. Tra i volontari era Jacopo, il mio Jacopo, che sorrideva commosso.
– Lucia! Cercavo proprio te!
Ci siamo abbracciati, ho pianto sulle sue spalle.
– Vieni in refettorio oggi riso, torte salate e tè! Poi parliamo con calma.
Non so come sia stato possibile, ma mi sono confidata con Jacopo come mai avevo fatto con nessuno. Lui mi ha raccontato di sé: ladozione a Milano, il patrigno violento, la fuga su e giù per lItalia, la gamba rotta, la solitudine fino a trovare pace nellabbazia.
Non volevo più tornare a casa; sono rimasta lì qualche giorno, e assieme a Jacopo abbiamo deciso che le cose, dora in avanti, le avremmo scelte noi.
Da tempo nonna Teresa e nonno Mario volevano lasciarmi il loro appartamento in centro. Ma Jacopo ed io abbiamo avuto unidea ancora più bella: vivere tutti insieme, portargli la gioia della famiglia.
Ancora oggi, i nonni si commuovono: loro che si sentivano solo un peso si sono scoperti di nuovo utili e amati.
Io e Jacopo Vesnina siamo ormai sposati da cinque anni, abitiamo in una bella casa fuori Firenze, in campagna. Cè spazio per tutti; i nonni sono il cuore della nostra famiglia. E, due anni fa, il mio sogno più grande si è realizzato: abbiamo adottato due bambini, Daniele e Caterina, proprio nello stesso orfanotrofio dove siamo cresciuti io e Jacopo.
– Ti ricordi, Jacopo, come sognavamo che qualcuno ci venisse a prendere? gli dico a volte mentre osservo i nostri figli, con la promessa di essere per loro genitori come quelli che noi avremmo voluto.
E ora,
– Mamma, dovè papà? Nonna, vieni a vedere che abbiamo costruito col nonno!
Non voglio più ricordare il passato buio. Anche perché, un giorno, nonna Teresa mi ha riferito sottovoce che la polizia ha finalmente preso il nostro aguzzino; stavolta lo hanno trovato su unaltra brutta faccenda. Verrà punito, comè giusto.
A ciascuno il suo, diceva sempre nonno Mario. Sia in questa vita, sia nellEterna. E oggi, guardando la mia famiglia riunita, credo davvero che da qualche parte qualcuno ci ascolti.







