«Hai la pelle che pende!» — Mio marito sessantenne mi pizzicava il fianco davanti agli ospiti, così ho preso uno specchio e gli ho mostrato cosa gli pendeva davvero

«Hai la pelle che ti pende!» il marito, sui sessantanni, mi pizzicava il fianco davanti agli ospiti; io presi lo specchio e gli mostrai cosa gli pendeva a lui.

Giulia, ma che hai qui? Paolo, dopo la terza grappa fatta in casa, sbuffò soddisfatto e allungò la mano, pinzandomi il fianco con la sicurezza di chi crede la casa sua.

Proprio sopra la cintura della gonna, dove il tessuto si tendeva se stavo seduta.

Lo fece senza il minimo pudore, davanti a tutti.

Paolo, ma che ti salta in mente? provai a allontanare la sua mano, come si scaccia una mosca lenta dautunno, ma lui non si placava.

Le dita di Paolo, corte e gonfie come salsicce troppo cotte, si serrarono di nuovo sulla mia vita non fecero così male, ma lasciarono un solco di stizza bruciante.

Guarda qui! richiamò Mario, il nostro vicino, che già puntava la forchetta verso le alici marinate e linsalata russa fatta da sua moglie. Glielo dico sempre: «Giulia, smettila di mangiare pane la sera». E lei: «È letà, sono gli ormoni».

Paolo rise, il suo stomaco sobbalzò nello stesso ritmo, spingendo i bottoni della camicia verso limiti pericolosi.

Che ormoni! È pigrizia, altroché! concluse con tono di sentenza, lanciando uno sguardo trionfante alla tavola.

Paolo, ci basta, sibilai tra i denti, sentendo il calore di uno screzio arrossarmi collo e guance.

Mario ridacchiava imbarazzato, fissando il piatto dove la spirale di maionese era diventata improvvisamente un capolavoro darte.

Sua moglie Clara distolse lo sguardo con garbo, giocherellando con il tovagliolo come se nulla succedesse.

Che ci sarebbe di male a dire la verità? Paolo aveva inforcato la scena, si sentiva primattore. Tu hai la pelle che cade!

Mi toccò di nuovo, come si cuoce il pane: verificava la lievitazione.

Guarda qua, proprio una piega, continuava, erudito. Roba da carlino. È brutto, Giulia.

In salotto esplose un silenzio appiccicoso, che nemmeno il borbottio del frigo riusciva a riempire.

È tutto per te che mi curo, eh aggiunse con aria da maestro, accasciandosi sulla sedia e incrociando le braccia. Una donna deve essere a posto, per piacere al marito, legge naturale!

Io lo guardai.

Attenta, come se lo vedessi da capo dopo trentanni insieme.

Sessantadue anni.

La panza che sporgeva sopra i pantaloni come nuvolone nero sul Vesuvio.

Il doppio mento che si fondeva subito nel collo, poi nelle spalle inclinate, senza che la forma morisse mai.

La pelata, lucida per il caldo e il cibo, illuminata dal lampadario come una crêpe sfuggita di mano alla domenica in famiglia.

Dunque deve essere piacevole? chiesi, la voce calma in modo quasi irreale.

Dentro di me qualcosa si spostò, come una leva arrugginita di un antico ponte.

Non provai più né vergogna, né il bisogno di rammendare la situazione, né la solita rassegnazione.

Scese una limpidezza impalpabile.

Ma certo! Paolo si colpì con orgoglio il petto, con leffetto di un tamburo. Guarda me: io mi tengo!

In che senso? chiesi senza distogliere lo sguardo.

Da uomo! tentò di raddrizzarsi, per quanto la schiena permettesse. Tutte le mattine ginnastica, cinque minuti di pesetti, sono in forma!

Provò a tirare dentro la pancia, a mostrare un po di tono.

Ne uscì solo uno spasmo anonimo: la panza ondeggiò impaurita per poi tornare lì, saldamente sopra la fibbia che tagliava la carne.

Luomo deve essere aquila, non sacco di patate, concluse la sua cattedra.

Aquila, dici? mi alzai con lentezza, cercando di non agitare troppo laria.

Dove vai, ti sei offesa? urlò lui mentre si versava un altro giro di grappa. Ma la verità non offende, Giulia! Devi dimagrire, non fare il broncio!

Uscii in corridoio: profumava di vecchi abiti, di lucido per scarpe.

Appeso al muro, lo specchio pesante dei miei genitori campeggiava austero: ovale, cornice di legno massiccio. Aveva visto noi giovani, magri, leggeri.

Lo strappai dalla parete. Il peso mordeva i palmi, ma sembrava niente, come trasportare una piuma gigante.

Rientrai nel salotto, lo specchio davanti a me come uno scudo medievale o un verdetto senza appello.

Gli ospiti immobili, forchette in aria; Clara con la bocca aperta e un acciughino a metà.

Paolo, alzati, dissi, quieta ma con tono da cui non si scappa.

Perché? sgranò gli occhi, ma vedendo il ghiaccio nei miei, si alzò. Che vuoi, balliamo?

No, mi avvicinai, sentendo il suo odore daglio e vino. Ammira la tua aquila!

Gli ficcai lo specchio sotto il naso, costringendolo a indietreggiare.

Tieni.

Preso distinto, tremò per la sorpresa.

Giulia, ma che stai facendo? nella voce, finora baldanzosa, passò una crepa di paura.

Guarda, intimai come si fa ai gatti. Guarda bene.

Lui vagò lo sguardo nello specchio tremolante.

Sì, mi vedo E allora?

Ora guarda più basso, gli piantai il dito sul vetro, allaltezza del busto madido di sudore. Vedi qui?

Dove? tentava ancora la difesa.

Hai la pelle che pende! scandii, con la sua stessa spavalderia di pochi minuti prima. E non solo pende, Paolo: si appoggia.

Giulia! cercò dabbassare lo specchio, la faccia rossa.

No, reggilo! premetti sul bordo, costringendolo a fissarsi. Questo, sopra la cintura: che cosè, addominali dacciaio?

Mario emise un verso strozzato e tossì nella mano per trattenere la risata.

No, caro, quello è un salvagente, proseguii, impietosa. Perfetto se affoghiamo nel grasso.

Paolo diventò rosso come un San Marzano maturo prima di scoppiare.

E questi lati? indicai i fianchi sformati. Sono ali daquila? O le orecchie di un porcellino pronto per il Natale?

Basta! sibilò, cercando di scappare. Ci sono gli ospiti, mi stai umiliando!

Che guardino! alzai la voce, zittendo il salotto. Tu volevi la verità? Eccoti la verità, Gran Maestro dellEstetica!

Arretrai, per vedere la scena da fuori.

Allora studiamola insieme, la tua estetica. Girati verso la luce.

Non ci penso! ma si bloccò subito.

Gira! urlai secca; le forchette tintinnarono.

Lui, ipnottizzato, barcollò di lato.

Nello specchio, il profilo tuttaltro che da busto romano: il collo quasi non cera.

Vedi queste pieghe sulla nuca? parlavo come il medico davanti alla radiografia. Questo sì che è un carlino di razza, Paolo.

Clara non si nascondeva più il volto nel tovagliolo, le spalle scosse dal riso muto.

Qui, sotto il mento? andai avanti spietata. Questa è una tasca come il pellicano, ci metti da parte un po di lasagna?

Ma io sono uomo! squittì lui; e la frase suonò misera e stonata. Io posso!

Ah, puoi tu? risi gelida. Allora io, con una piega dopo due figli e trentanni al fornello, sono pigra e pelle che pende…

Mi avvicinai, negli occhi la verità.

E tu, che non sollevi altro che il telecomando da dieci anni, puoi essere ormai una gelatina tremante e sei ancora nel fiore delletà?

Gli strappai lo specchio: le sue mani erano sfinite.

Rimase in mezzo al salotto spaesato, stropicciato, con il bottone della camicia appena saltato, volato sotto il tavolo.

Tutta la sua aura da condottiero svanita come bucce di cipolla.

La presunta aquila si era sciolta, lasciando solo una sagoma in sovrappeso che appariva per quello che era.

E molto, molto sazia.

Siediti, dissi appoggiando lo specchio pesante contro il comò. E mangia.

Si lasciò cadere sulla sedia, che quasi piangeva sotto di lui.

Da oggi, neanche mezza parola sulla mia forma, regolai i capelli davanti allo specchio.

Mi voltai piano:

Se no, appendo lo specchio qui davanti al tuo posto, e ti guardi ogni volta che mastica il tuo pellicano.

Mario, ormai senza ritegno, rideva a crepapelle asciugandosi le lacrime.

Paolo prese silenzioso un funghetto sottolio.

Masticava piano, occhi inchiodati al piatto, cercando di rimpicciolirsi.

In casa calata una leggerezza nuova, come se qualcuno avesse spalancato la finestra in una cucina piena di fumo e parole non dette.

Mi sedetti fiera al mio posto da padrona di casa.

Presi la paletta e mi servii una gigantesca fetta di torta millefoglie, quella fatta ieri, sudata per ore a tirare le sfoglie sottili, decisa a non mangiarne “per non ingrassare”.

Crema pasticcera che scivolava, strati che cedevano sotto la forchetta.

Giulia, dammene un pezzo bello grosso pure a me, sussurrò Clara, porgendomi il piattino. Al diavolo la dieta, la vita è una sola.

Anche per me, ammiccò Mario, versandosi il succo di amarene. Credo mi stiano spuntando le ali pure a me, meglio nutrirsi.

Paolo per un attimo mi guardò negli occhi.

Nel suo sguardo una nuova, inquieta attenzione.

Poi guardò la torta.

Poi ancora lo specchio, immobile accanto al muro come uno spettro.

Alle sue spalle, nello specchio, si vedevano i suoi piedi sotto il tavolo: uno con la calza nera, laltro blu notte, quasi viola.

Altro che aquila da salotto…

Scusami, Giulia, balbettò lui senza sollevare gli occhi dalla tovaglia. Ho parlato a sproposito, che vergogna…

Mangia, Paolo, mangia, disserrai le labbra attorno alla mia fetta; la crema era unestasi. Ti ci vuole energia.

Lui alzò un sopracciglio interrogativo.

Per i pesi, spiegai ridendo. Sei tu il nostro atleta, no?

La serata proseguiva tra discorsi su prezzi, orto e meteo.

Ma qualcosa nella sala era irreversibilmente cambiato.

Il mio “critico” da poltrona si era sgonfiato come una vecchia zampogna, restando solo un uomo tra altri uomini.

Con i suoi vezzi, le sue paure, le sue pieghe.

E sapete una cosa?

Quella torta… era la più buona degli ultimi ventanni.

Da allora lo specchio è rimasto a vista, non lho più tolto.

Passandogli davanti, Paolo adesso raddrizza sempre le spalle e trattiene il fiato.

E la pelle che pende non è più uscita dalla sua bocca.

Credo abbia paura di svegliare il pellicano.

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