Daria
Daria seguiva da lontano, arrancando dietro a Vittoria fin dal mercato. Non si avvicinava troppo, teneva le distanze.
E come avrebbe potuto, lei, spelacchiata, sporca, zoppicante, con i nodi sul ventre, avvicinarsi a quella donna elegante, precisa, giovane, dal portamento fiero e sicuro, con quella pettinatura ordinata che non si scomponeva mai
Vittoria aveva il viso di spalle, ma Daria la immaginava col volto gentile, le sopracciglia curate, le labbra truccate solo quel poco che bastava. E gli occhi, chissà, dovevano essere luminosi come No! Alla “quellaltra” meglio non pensare. Fa troppo male ricordare.
Da Vittoria veniva un profumo di caffè, dolci note di eau de toilette e pelle. Daltronde era autunno, tutti ormai portavano i giubbotti in pelle. Li vendevano in quel negozio elegante allangolo tra via Cavallotti e via Petrella, quelli che ora avevano i cartelloni dei saldi sulle vetrine.
Daria non sapeva leggere, ma la sua vecchia padrona quasi urlava di entusiasmo davanti a quei negozi, la trascinava dentro, sorrideva ai commessi e cinguettava. Toccare, provare, strizzare, appendere e spostare; e intanto Daria attendeva sdraiata per terra, il musino bianco poggiato sulle zampe.
Ma che cane carino! Sembra che abbia le calzine! si intenerivano le commesse.
Questo? Sì, sì rispondeva distratta la padrona di Daria, sparendo di nuovo nel camerino.
Potevano stare ore a fare shopping, nei negozi che accettavano cani. Quando non li accettavano, la padrona legava il guinzaglio a una ringhiera, un palo, un albero, e le diceva di aspettare.
Ma Daria non sarebbe mai andata altrove. Lei voleva bene alla padrona.
Perché? Per abitudine, per tutta una vita vissuta insieme
Poi
Daria starnutì, guaì spaventata dal passaggio di unauto, si immobilizzò quando Vittoria si voltò di scatto, la borsa grande che pendolava sulla spalla.
Daria rabbrividì. Le borse fanno male, non come un ombrello o un piede, ma fanno comunque male. Soprattutto se hanno fibbie
Vittoria guardò severa quella povera cane randagia. Daria si voltò imbarazzata, fissando il bidone della spazzatura come se fosse tutta presa ad annusarne il contenuto.
La donna riprese a camminare e Daria dietro. Vittoria accelerò e Daria si affrettò a seguirla, rimettendo con fatica in moto le zampe stanche, abbaiando sottovoce, quasi intimorita dal suo stesso abbaio.
Unaltra occhiata di Vittoria, stavolta più dura.
E tu che vuoi? Hai fame? Non ho niente! si giustificò la donna. Si sente odore? agitò la borsa. Era un panino che mi sono portata stamattina. Lho già mangiato. Non cè più. Su, vai via! Non è posto per te qua. Vai!
Vittoria fece cenno con la mano verso corso Garibaldi, indicando chiaramente la direzione. Ma Daria, come se non capisse, si accovacciò sullasfalto magro magro, le zampe tremolanti per la fatica e limbarazzo.
Va bene Fa come vuoi Io me ne torno a casa alzò le spalle Vittoria.
Si allontanò rapidamente. Daria lasciò che prendesse un po di vantaggio, poi ricominciò a seguirla a passo svelto.
Vittò! Vittoria! gridò qualcuno dallalto. Ciao! Ma che fa, ti segue? Vuoi che la mandiamo via? Che lo dico a Mario, esce col bastone! Non ci serve un randagio nel palazzo, eh?!
Vittoria e Daria alzarono lo sguardo. Beh, Daria non aveva mento, era una muso, ma insomma
Sul balcone del quinto piano cera una donna in vestaglia di flanella a fiori, paffuta, di guance rosa e bigodini sulla testa. In una mano la tazza fumante e nellaltra la sigaretta.
Buonasera, signora Ninetta! salutò Vittoria. Eh, veda, mi sta seguendo Povera creatura, avrà fame Però è tranquilla, non mi infastidisce.
Fece cenno a Daria, che scosse il capo e sbirciò in su con le sopracciglia in movimento.
Bastarda? O di razza? Non ci capisco niente si chinò incuriosita Ninetta, versando senza volerlo un po di tè sullasfalto. Ohi, mo scendo! Dalla qui non si vede bene
E sparì nella penombra della stanza.
Questa è la nostra portinaia, spiegò Vittoria al cane. È severa, ma non avere paura. Tu chi sei? Una signorina? Sì, pare di sì. Pure io sono una signorina
Vittoria sospirò e Daria provò per lei una stretta di pena. Non sapeva nemmeno lei perché le venne voglia di piagnucolare, leccarle le mani sconosciute, sedersi sul divano con lei e scaldarle la pancia con il proprio fianco.
Così aveva fatto a lungo, negli anni finché non era invecchiata. E allora lavevano portata via. Non chissà dove, solo via La padrona e il suo compagno le tolsero il collare, aprirono lo sportello dellauto e, restando loro dentro, la lasciarono in un campo spento e giallognolo, con le prime chiazze di neve dottobre.
Quellanno la neve arrivò presto, quasi a voler coprire in fretta la malinconia dellestate morta.
Vai! gridava la donna. E luomo
Aveva sparato qualcosa e Daria aveva corso. Mai corso così nella vita, come quella sera
Il ricordo le strappò un lamento.
Coshai, paura? Su via! Vittoria scosse la testa. Zia Ninetta sembra spaventosa solo per la sua stazza. Da bambina la temevo, ora
Vittoria si accovacciò, le tese la mano per farle una carezza, ma zia Ninetta uscì dallandrone gridando:
Ma sei matta, Vitoria?! Spostati! Mica vedi che potrebbe mordere? E se è malata? Una volta uno scoiattolo in montagna mha morsicato e giù punture, oh sì! Nella pancia! Le facciamo paura con un bastone, dobbiamo chiamare i vigili
Rovistò nel prato, trovò una stecca, la soppesò e poi scosse la testa.
No, così la stendiamo. Vito, forse è meglio se Portatela su, ma niente odore di cane nel palazzo! Capito? Che non lo sopporto proprio! Ora vado a prendervi qualcosa da mangiare e se ne andò tutta scontrosa a togliersi i bigodini.
Zia Ninetta aveva capelli foltissimi. I bigodini non tenevano mai, ma lei li arrotolava uguale e li fissava col lacca.
La leggenda del palazzo diceva che portasse la parrucca, ma Ninetta non se ne curava. Voleva essere bella, dignitosa.
Adesso va, bene. Oddio, e la vestaglia! Santo cielo, divento matta con voi Vittoria, se non hai cambiato idea, portala. Ma ripeto: in palazzo tutto pulito!
Come tanti bambini, anche Vika da piccola pregava Babbo Natale per un cane, ma i genitori le avevano sempre detto di no. Poi cera la scuola, il lavoro, la malattia e la morte della mamma e del nonno.
Aveva imparato a fare le punture, a misurare le dosi di medicina, sapeva dove prendere i farmaci rari. Avrebbe superato lesame da infermiera senza problemi.
Ma coi cani non ci sapeva fare.
Andiamo? chiamò Vittoria la randagia. Daria fece finta di nulla. Dai, vieni a riposarti almeno!
“Casa” Poco ci credeva Daria. Vedeva Vittoria sparire dentro il portone, poi mettere il piede nellombra e pensava che sarebbe rimasta sola, fuori.
Non resse, zoppicando la raggiunse. Vittoria aspettò che anche lultima zampa varcasse il confine e chiuse la porta.
Sullascensore salirono al decimo piano, guardandosi. Daria annusava. Vittoria arricciava il naso per nervosismo.
Siamo arrivati. Dai, scendi. Ma attenta a non sporcare il tappetino, Sacha sarrabbierebbe iniziò, ma si ricordò che adesso Sacha non cera più e che probabilmente non sarebbe tornato. Magari solo per riprendere le sue cose. Ora poteva decidere lei chi calpestava il tappeto o no.
Era pulito, chiaro, con su scritto Un caloroso benvenuto, regalo degli amici di Sacha allinizio della convivenza. Era sempre stato spostato di lato per non far prendere la polvere.
Ora poteva sporcarlo con le scarpe quanto voleva. Ormai Sacha aveva deciso di andare via.
Ma sì, entra pure Vittoria si convinse e si pulì le suole.
Daria si fermò lì, godendosi il profumo di casa, il tepore. I tappetini li avrebbe scoperti dopo, sempre che
Ti verso da bere? Aspetta qui, torno subito!
Andò in cucina, prese prima un bicchiere, poi si rimproverò e portò invece una ciotolina con lacqua.
Daria bevve avida, come un gatto stanco.
Ma sei di razza, vero? Ti sei persa? laccarezzò dolcemente Vittoria.
Che Vittoria fosse ormai “sua” Daria lo sentì subito, scattò qualcosa dentro. E capì che adesso si appartenevano.
Vittoria non si sarebbe mai azzardata a lavarla; serve uno shampoo speciale e chissà che altro, e infatti ci sono negozi che lavano i cani per mestiere! Ma Daria si arrangiò.
Non appena i grumi di neve nelle zampe si sciolsero, la cagnetta seguì Vittoria e saltò nella vasca.
Vittoria rimase di sasso.
Ma come hai fatto a salire? E ora vuoi il bagno? Ma con cosa
Si arrangiarono. Tra impacci e carezze, sotto la luce gialla e calda, emerse il mantello candido con riflessi blu e le zampette macchiate.
Daria si fermò docile. Lacqua calda era piacevole, anche se pizzicava un po sulle ferite che aveva sulle zampe.
Ma la cosa più bella erano le mani di Vittoria che affondavano nel pelo
Poi arrivò Ninetta.
Daria si rintanò in fondo alla vasca, magra e diffidente.
I bigodini non li gradiva, anzi emanavano odore di pericolo.
State già lavando? Ma Vitoria, perché lasci la porta aperta? Aspetti Sacha? Fai bene Gli uomini devono credere che li aspettiamo sempre, poi siamo contente quando arrivano, sudati e stanchi. Giusto, cagnolina? strizzò locchio a Daria. Ho portato un po di cose.
Zia Ninetta porse il sacchetto con maldestra delicatezza.
Non sai cosa fare? Taglia i nodi, lava il pelo E dagliene poco da mangiare, che è stata troppo digiuna.
Come la chiami? si fermò con le forbici in mano.
Non lo so Non ancora. E Sacha non tornerà. Ci siamo lasciati.
Ninetta fischiò con le labbra. Poi prese Daria per la pelle con fermezza e iniziò a tagliare i nodi.
La cagnetta lanciò uno sguardo preoccupato a Vittoria, che però non sembrava turbata.
Aveva sempre sognato di trovare un cucciolo in strada, portarlo a casa, lavarlo, metterlo in una scatola con la coperta e dargli da mangiare.
E Sacha tornerà, non piangere, Vito! Su, smettila di fremere, bestiola! Vittoria, chiama la tua creatura! Non posso parlarle dicendo “signorina”! Diciamo Macchietta, o Zampetta Sembra sporca dinchiostro.
Daria. Si chiamerà Daria! decise secca Vittoria.
E perché mai? sgranò gli occhi Ninetta.
Da bambina, a Natale, sognavo un cane e mi regalarono una bambola che si chiamava Daria, in una scatola enorme. Consideriamola una rivincita. Vuoi essere Daria? strizzò locchio, e la cagnetta scodinzolò quel poco che le rimaneva.
Mamma mia, che storie hanno certi animali! Pure tu Daria, non hai più nemmeno la coda per scodinzolare! E tu, Vittoria, sembri fatta di sola aria. borbottò Ninetta. Ecco perché Sacha brontola: non cè niente da stringere!
Basta, zia Nin. Semplicemente non eravamo fatti luno per laltra. replicò irritata Vittoria. Ora continuo io, vai tranquilla.
Prese le forbici e si mise a lavorare sul pelo infeltrito.
Scusa, non volevo offenderti. Nel sacchetto cè del cibo per la tua Daria. Dagliene poca, se no si sente male. e così Ninetta uscì.
Grazie, zia Nin! urlò Vittoria.
Si sedettero in cucina a guardarsi diffidenti.
Davanti a Daria la ciotola, davanti a Vittoria un piatto di ravioli.
Mangia, dai Non ti piace? Ma ti fa bene cercava dincoraggiarla la donna. O hai male da qualche parte? Fammelo vedere
La cagnetta, riscaldata dal tepore e dalla vasca, crollava già dal sonno. Lei voleva solo dormire.
Era da tempo che non dormiva sul serio. Dappertutto un angolino: sotto la siepe, vicino a una recinzione. Una volta aveva passato la notte in un vecchio casello abbandonato, poi sotto il ponte ferroviario e lì le altre lavevano presto scacciata.
Dormire era pericoloso. E molto, molto solitario. Per quello, la notte non dormiva quasi mai.
Stanca? si sedette accanto Vittoria. Lo sono anchio Sono tanto goffa, lo capisci? Sembrava andasse tutto bene, con Sacha. Poi ho cominciato a irritarlo. Sbagliavo sempre come si chiamano: tasselli, viti, bulloni. Siamo andati in negozio, li ho confusi tutti, anche se cento volte mi aveva spiegato la differenza. Sè arrabbiato, mi ha dato della stupida E io mi scusavo una, due, dieci volte. Ti capisco, Daria Ho passato la vita a chiedere scusa: non serviva, non era mai abbastanza. Eppure lavoravo tanto Sono restauratrice, sistemo affreschi in vecchi palazzi. Torno stanca, mi fanno male le gambe e tuttavia porto lacqua, preparo il tè, pure se rischio di addormentarmi mentre glielo passo. Ma per lui non era mai il bicchiere giusto Ti sembra che abbia importanza, da quale bicchiere bere? Limportante è che gli abbia portato da bere, no?
La cagnetta ascoltava, con la testa sulle zampe, ogni tanto muoveva la zampa posteriore. La sua vecchia padrona si arrabbiava per questi movimenti e a volte le dava uno scappellotto.
Ma Vittoria la accarezzava, gentile
E che pignolo era, pulito fino allossessione! E io che a volte non ho tempo di ordinare Mi ha detto che sono peggiorata, che sono ingrassata. E io non me ne accorgo, sono solo stanca e mangio. E lui riprendeva a brontolare. Perché piangi, adesso? Ti faccio pena, vero?
Daria capiva tutto. Aveva “peggiorato” anche lei, ma tra gli animali il finale è diverso. Qui le persone si lasciano; gli animali indesiderati vengono lasciati come spazzatura. Non è la stessa cosa Ma capiva. E si sentiva vecchia, sveglia.
Si addormentarono sul divano: prima Vittoria, la mano persa nel pelo della cagnetta, poi anche Daria, che dopo poco si avvicinò per sentire il calore del maglione di lei.
La donna singhiozzava ancora, poi si calmava
Poco prima dellalba Daria iniziò a guaire, agitarsi; spaventò a morte Vittoria ma dopo aver bevuto si calmò. Le era solo tornato in sogno quel campo, quello sparo alle spalle. Essere traditi da chi amavi, fa così paura che il sangue si gela. È il tradimento, e per Daria ora puzza di prima neve e terra bagnata. Lautunno da allora non le piaceva più.
Si svegliarono provate, si guardarono, si riconobbero.
Nella porta cera Sacha.
Vito, ma che ci fa qui quella bestia? Ninetta mi ha detto che hai portato un cane. Ma ti pare il caso? agitò il tappeto sporco. Hai fatto casino? Abbiamo litigato e questa sarebbe la rappresaglia? Vabbé, svegliati: è già tardi. Faccio la doccia e poi colazione. Prima di andare al lavoro porto questa al canile. Hai giocato alla famigliola, basta. Il divano è da buttare E i miei pantaloni? sventolò un paio. Puzzano! Il cane li ha sporcati!
Si agitò contro Daria, che ringhiò e abbaiò secca.
Vittoria, confusa e sempre pronta a scusarsi, si fermò. Poi, prendendo la mano di Sacha, gli disse piano:
Sai che cè? Forse è ora che te ne vada tu. Abbiamo giocato abbastanza allamore. Se a TE non va bene, vattene. Il tappeto lo pago io. Diciamoci la verità: non ti sono mancata nemmeno, vero? Mai chiamata, mai scritto una volta! Io cinque cinque volte. Non hai risposto. Basta così. Devo portare fuori Daria. Tu prepara le cose tue. Va meglio così!
Che?! Vito, dove vado? Alexander lasciò cadere i pantaloni. Ho fatto tutto per te, e tu sempre a contrariarmi! Sto stanco di educarti, di cambiare la gente! E poi sei proprio una donna da poco, come quella cagna Vittoria scansò la mano. Che cè? Ora hai paura? Così impari! Vabbè, ti perdono, finiamola e fallo da mangiare! Questa indicò Daria la porto via.
Vittoria non seppe mai da dove le vennero la forza e il coraggio: lo cacciò via, senza urlare ma a strattoni, preoccupata solo di tenere lontana Daria, fece cadere il vaso della mamma, finì due volte sui cocci, ma resistette
Li salvò zia Ninetta.
Si presentò in vestaglia, quella fiammeggiante, con i bigodini svolazzanti, salì ansimando le scale, si bloccò a osservare i due che si abbarbicavano dalla porta, mentre Daria cercava rifugio sulle scale.
Ma che succede qui? Siete pazzi a fare tutto questo baccano! Sai che è proibito! Vito, smettila di menare! corse a fermarla. Non vogliamo omicidi qui in casa! Sacha, fuori dai piedi! Sei di troppo!
Cosa?! borbottava lui.
Come ho detto! Non mi sei mai piaciuto spiegò placida Ninetta. Quando sei arrivato sembravi ok, poi Vito, basta lacrime! Prendi la cagna, che qui ci sbrana tutto!
Ma per favore! gonfiò il petto Sacha. Sono affari miei!
Caro Alessandro, la famiglia è la cellula della società. E io, si toccò il seno, la società! Basta così. Nemmeno sei registrato. Su, vai a lavorare. Vito, me vesto e portiamo fuori il tuo gioiello. Non sai neanche come si porta a spasso un cane
Sacha pestò nervosamente il tappeto e se ne andò, brontolando che sarebbe passato a prendere le sue cose.
Vittoria calmò Daria, si lavò la faccia, bevve un caffè, prese il giubbotto, allacciò le scarpe, realizzò che mancava il guinzaglio ma scoprì che, previdente, zia Ninetta laveva comprato.
Camminavano lente sul marciapiede: zia Ninetta, Vittoria, e Daria che scodinzolava. Era umido e freddo, ma poi il cielo si aprì, come se una mano forte e buona avesse cacciato via le nuvole.
Il sole parve così luminoso che Vittoria strizzò gli occhi, mentre Daria la trascinava avanti.
Guarda che energia! rise Ninetta. Domani la portiamo dal veterinario, vediamo comè messa. Ma hai visto questautunno, Vito? È uno splendore! Dopo la prima gelata la melagrana è buonissima: non lhai mai provata? Te la porto, te la porto nel weekend. Mia cugina la mette pure nel liquore! Oddio, mio marito! Mario! Marietto, amore mio!
Arrivava il marito di Ninetta e Daria si fermò per un attimo, poi abbaiò di gioia e lo riconobbe.
Nin, chi è questa? chiese Mario. Che campanello è?
Questa è Daria. Ora vive con Vittoria, spiegò la moglie.
E Sacha?
Sacha non cè più. Lautunno è stagione di cambiamenti!
Ninetta fece spallucce compiaciuta.
Ma Vittoria non ascoltava più. Respirava piano laria fredda, profumata di neve. Aveva il sapore delle prime melagrane dopo il gelo: un po aspra e poi dolce fino allebbrezza.
Il sapore della nuova vita, fatta di Daria, zia Ninetta e i suoi bigodini, il lavoro, i ferri da maglia che aveva ripreso, le torte, i ravioli e e qualcun altro, ma di quello Vittoria parlava solo con Daria.
Di sera, si sedevano vicine sul divano, Daria le si accoccolava accanto, labbracciava con le zampe magre, come un cucciolo o un gattino, e ascoltava.
E la padrona le raccontava i suoi sogni.
Daria resta silenziosa, ogni tanto sospira. Ma davvero la vita può essere così bella?
Sì. Con chi ami, ogni stagione è buona.






