Amare, come si può
Eugenio, con il berretto logoro e impolverato calato sugli occhi, sbirciava tra le ciglia una donna. Lei invece, alta e fiera come se sfilasse alla Scala, camminava scalza sulla strada sterrata e screpolata dal sole cocente, secchi dacqua in ogni mano che sembrava portare con la forza della Madonna addolorata. Nessuno, nemmeno una buca, riusciva a fermarla.
Dovrei forse offrirle aiuto? Eh, ma avvicinarsi a una così è come provare a rubare il formaggio da sotto il naso di una zia veneta! pensò Eugenio, tutto dun tratto diventato timido, lui che pure non era mai stato uno da tirarsi indietro, nemmeno con le ragazze, e che in tutta la provincia lo chiamavano navigato. Non aveva ancora superato i trentanni, ma esperienza anche troppa, forse ne aveva da vendere.
La sua giovinezza si era snodata tra viaggi rocamboleschi attraverso lItalia da Napoli a Catania, da Firenze a Genova con amicizie discutibili, divani di fortuna, donnine allegre, fiaschetti di Chianti e bicchierini di grappa, un copione ben noto a molti prima di mettere radici e comprare finalmente un uscio.
Né che gli restasse molta scelta, povero Eugenio. Il padre sempre rinchiuso nella falegnameria, la madre mai pervenuta; una zia Agata con un occhio solo ospite fissa nella vecchia casa dalle finestre verdi di Firenze che più che controllare Eugenio, si assicurava soltanto che fosse vivo, abbastanza sveglio da mangiare e bere; per il resto, il ragazzo cresceva un po’ a modo suo. Finita la scuola, otto classi, la zia perse anche quellultimo barlume di vista e ormai non distingueva se in casa ci fosse lui o un cugino di passaggio. Urlava, ascoltava leco, poi si abbandonava al meritato sonno. Nei sogni, giovane e felice, faceva durare tutta la vita la sua malinconica primavera…
Eugenio, senza troppa guida, sarebbe finito male, se non gli fosse capitata sulla strada Irma: severa, con quei suoi occhi scuri e un po obliqui (detto con rispetto, le sembravano inserirle nel plotone delle eroine dei poemi), capelli neri e lucidi come la notte sui Navigli, pelle ambrata, morbida come una pesca di Sicilia, e un carattere che, come un puledro appena domato, non voleva saperne di farsi piegare. Il primo marito laveva sepolto troppo presto, vivevano insieme da appena cinque anni, avevano fatto un figlio, poi addio: Dio, nella sua infinita fretta, laveva voluto con sé.
Avrebbe anche potuto rimanere vedova e sola, dopotutto le possibilità non le mancavano: cera da crescere un figlio, mandare avanti la casa e poi, diciamolo, la giovinezza bruciava come un fuoco da sotto la cenere e reclamava compagnia.
Le viene spontaneo, è fatta così! mormoravano le vicine, con un filo di invidia tra un rosario e laltro. Se la mangia, la passione! Il sangue che corre, cara mia… senza un uomo non dura, anche se poi, col caratterino che si ritrova, si farebbe il tetto da sola come niente!
Ma fa paura, quella! sentenziava qualcunaltra. Può sopravvivere senza un uomo ma, se ce lha accanto, lo consuma come una frittella! Sciupauomini, lIrma!
Irma sorrideva alle malelingue. Se mai avesse sentito daver trovato quello giusto, sapeva lei come amare, altroché!
Eugenio sincrociò con quegli occhi e rimase pietrificato. Avrebbe anche voluto chiedere un sorso dacqua, ma gli uscì solo un rantolo, e tossì.
Allora? Che fai lì imbambolato? Porta dentro i secchi che ti do da mangiare. Sei di passaggio? Di quelli che asfaltano la statale? Irma gli sorrise come una madonna rinascimentale e, a Eugenio, le mani tremarono.
Lei è vera! Una con cui non ti vergogni a passarci la vita! decise, folgorato.
Irma non aveva paura di portare a casa quel tipo coperto di polvere, con la pelle abbronzata-vissuta-traguardo-dellestate-toscana. Aveva sempre il coltello appeso alla cinta, dono del padre che poi la cacciò di casa: Vattene a farti la vita tua, dignitosa! Qui ormai non cè più pane per nessuno. Così Irma si ritrovò libera, e ai funerali degli altri.
Eugenio tracannò due tazze di acqua fresca dal pozzo, e ogni sorso lo raffreddava, rimettendolo al mondo. Voleva dire qualcosa sul bambino che giocava con dei cuccioli in giardino.
Mio figlio. Non cè più il babbo, riposa al cimitero… spiegò Irma mentre apparecchiava con una prontezza da trattoria, tagliava pane, versava un bicchiere di vino e tirava dal forno una terrina di patate.
Mangia, poi ti lavi. Tu come ti chiami? domandò, indicando severa una sedia.
Eugenio, il ragazzo rispose sedendosi ma poi, preso dalla vergogna, corse a lavarsi le mani.
Non abituato a carezze, cresciuto a rimbrotti e silenzi, Eugenio si sentì inaspettatamente a casa. Amava donne così: forti, decise, che mentre le guardi ti sembra daver qualcosa che arde nellanima da farti quasi impazzire.
Ma le mani non riuscivano a diventare pulite, e Eugenio se ne vergognava come un bimbo.
Ma dài! Non sei che uno spazzacamino! rise squillante Irma. Tranquillo, cè la stufa a legna la nostra spa!
Eugenio mangiava zitto, con la fame di chi ha sete di vita. Avrebbe voluto lodare il pranzo, ma si limitò a borbottare: Tutto buono…
Stasera, quando finisci al cantiere, vieni, accendo la stufa! ordinò Irma. Eugenio fu accompagnato alla porta con un cenno secco: Fuori! In casa mia non si alloggia chi non lava i piedi!
Il bambino, dalla panca, lo scrutava per bene: ma che vorrà questa mamma con uno così grosso?
Irma, nemmeno una palpebra sussultò. La sua vita la dirigeva lei.
Eugenio, dopo pochi giorni, lasciò il gruppo di operai. Presa la liquidazione in euro, si fermò da Irma. Le vicine, pettegole fino allosso, dicevano che era troppo presto per avere un fidanzato nuovo.
Non mi invidiate, donne! Semplicemente ho la meglio stufa di tutto il paese! diceva Irma, tornando dal pozzo coi secchi e trovando Eugenio che le correva incontro per prenderle il peso. E come la guardava, quel marito… Fuoco puro, altro che passione da barzelletta!
Irma fu chiamata strega, peccatrice, generalessa in gonna, visto il modo in cui comandava Eugenio: quello col permesso anche per andare al bagno, proprio come quando viveva con zia Agata.
E tu dove vai con quel bastone, disgraziato?.. E laccetta che te ne fai?.. E i calzoni? È nevicato mica ieri, ci sono i rami da tagliare! Muoviti, o qui passiamo la notte! E guarda quanti passi sporchi hai lasciato nellandrone, pulisci tutto, babbeo!
Chiunque altro sarebbe scappato a gambe levate, ma Eugenio sopportava, o forse nemmeno ci faceva caso. La abitudine, forse, o il fuoco sacro di quella donna.
Il bambino, Massimo, sulle spalle di Eugenio giocava come a una giostra, Irma brontolava: Lo schianti, te lo dico!
Tranquilla, mamma! Papà è forte, guarda che roba! E Massimo già si ergeva fiero sulle spalle del patrigno, urlando: Evviva!
Tutti a tavola, subito! Eugenio, vai dal presidente della cooperativa, che ti cercava. Hai combinato qualcosa? gli strizzò locchio Irma. Guarda, se ti licenziano, ti mando via pure io! A me fannulloni non servono! E svoltando sulle tacco, faceva la regina di ghiaccio per un attimo, poi sorrideva sorniona, che il figlio finalmente aveva un bellesempio duomo.
Irma non riusciva a non brontolare, da sempre arrangiata così. Se reggi il colpo, sei il più felice, se non reggi, la porta è quella!
Eugenio dal presidente, sulle scale si sistema i capelli e, pronto a ricevere una lavata di capo, si sente invece dire: Bravo Eugenio, lavori alla grande, ti do una bella gratifica, porta qualcosa ad Irma e Massimo. E… ti iscrivo anche a un corso specializzante! Ernesto, il presidente rubicondo, si alzò dalla scrivania e strinse la mano callosa di Eugenio.
Eugenio, imbarazzato: Irma non vuole che vada, poi è gelosa.
Dai, ti ha raccomandato lei in persona! È una donna particolare, la tua, urla come una sirena ma, dietro le spalle, di te dice cose che fanno commuovere. Altro che! Pronti via, settembre, portati via quei soldi e vai a imparare la vita. E ora datti una mossa, che ho da lavorare!
Eugenio tornò a casa un po cupo.
Mi butti fuori? Mi mandi in città? Già al paese mi tieni docchio, controlli che non guardi nessuna. Sono un sorvegliato speciale! disse disegnando cerchi con la sigaretta.
Quellesperienza ti serve. Altrimenti divento gelida. Io, perdonami, voglio un uomo che cresce, non una pianta in salotto rispose Irma, e lui ormai aveva capito che la sua vita la guidava lei, punto e basta.
Finito il corso, tornò con regali: giochi per Massimo, una bella stoffa per Irma.
Bellissimo, ma tra poco nemmeno in tre pezzi ci entro. Un passeggino era meglio!
Silenzio. Eugenio sorpreso.
Perché un passeggino?
Pensaci, babbo… Irma sorrise e sparì dietro la porta.
La gravidanza fu una tempesta mediterranea: tutto le dava fastidio, dalla luce, ai discorsi, persino laria di Eugenio, partivano liti per ogni bruschetto. Temeva che lui la lasciasse, e diventava sempre più pungente!
Ma Eugenio rimase, sopportò tutto: capricci, crisi, lacrime.
Lo aspettava fuori dellospedale, Irma lo attaccò subito: Ma perché hai preso Massimo con te?
È giusto. Madre e fratello si devono accogliere. Siamo una famiglia. Niente estranei qui! ribatté deciso.
Irma lo guardò come se lo vedesse per la prima volta e si sentì leggera: non doveva più tenere tutto in mano da sola, ora cera lui, vero marito, forte, sicuro. Come non se ne era mai accorta prima?
La vita proseguì allegra; crebbero bambini, costruirono casa nuova coi risparmi tetto robusto, fregi merlettati alle finestre, un galletto di latta sul colmo. Eugenio era ben visto in cooperativa, Irma, bella più del sole, ormai tendeva a addolcirsi.
I figli, Massimo e Giacomo, cresciuti, studio-lavoro trasferiti lontano, racconti da Milano o Roma nelle lettere, ma in casa improvvisamente, un po più vuoto e freddo.
Giorno dopo giorno, tutto si ripeteva; argomenti finiti, discussioni ormai scariche, lettere rilette tre volte, sembrava che insieme non ci fosse più nulla da vivere.
Eugenio e Irma si guardavano spaesati alle sedie rimaste vuote la sera.
Scambiavano due parole al mattino, due alla sera, poi a dormire, ognuno con i pensieri propri, anche nel lettone.
Si è spenta, ormai, lIrma! commentava, sulla panca e col gomito affilato, la vicina Luisa. Mica punzecchia più il povero Eugenio, si è fatta piccola piccola.
Le donne del Sud sempre così: fuoco quando sono giovani, poi restano un pezzo di carbonella aggiungeva Gina. Eugenio, invece, pare un giovanotto quasi.
Risate e sussurri sotto il pergolato della vigna. Sognano che qualcuna porti via Eugenio e lasci Irma col muso attaccato al vetro.
Irma sentiva, si specchiava, metteva perle, cipria, poi tirava tutto via, perché non serve.
Basta con queste sciocchezze, il tempo passa per tutte! si diceva. Tocca vivere come si è, ormai.
Ma tutto questo era una noia mortale, almeno quanto guardare il telegiornale domenicale.
E Irma tornò ad essere pungente, acidella, a volte perfino crudele. Eugenio, sempre più stanco, la prendeva e la lasciava passare; il legno, la staccionata, per Irma andava sempre male.
Eugenio taceva. Si masticava il berretto tra le mani, pestava secchi vuoti, ma sopportava. Era sua moglie, la amava. Laveva scelta, ormai era come se lamore gli avesse inchiodato il cuore.
Fa la dura per non accettare la vecchiaia, poverina, soprattutto una fiera come lei. Vedrai che passa, specie quando a Natale arrivano i ragazzi. Si rassicurava.
Ma passò linverno, e nessuna tregua. I figli tornavano, ma lo spettro della polemica aleggiava sempre. E Irma non si fermava, martellava di brutto.
Un giorno: Irma trafficava con la pasta per la pizza, e ordinava a Eugenio di sistemare il tetto della cantina, rimettere le assi alle viuzze del cortile, finalmente lantenna, che il televisore ormai faceva solo da soprammobile…
Irma brontolava e attaccava: Fai tutto storto, non sei buono nemmeno a raddrizzare un ramo. E niente torta per te a pranzo, a trippa vuota te ne puoi anche andare a letto!
Sarebbe bastata una parolina dolce o una sculacciata per rimettere le cose in riga, lei avrebbe ceduto volentieri al suo campione, pronta a fargli da serva Irma aveva bisogno di sapere che lui era ancora un eroe. Ma Eugenio, invece che fermarla, sbatté forte la porta, bestemmiò sottovoce. Non fece altro.
Irma, rimasta rossa in viso, pensò: Passerà, adesso Eugenio fa due giri in giardino, prende a calci due ciottoli, torna dentro e si fa una scodella di minestra. Sa che la vecchiaia mi pesa addosso e che brontolo per la rabbia contro la vita, non contro di lui. Non è colpa mia, è la sfortuna.
Irma attese. Ma Eugenio non tornò. Senti la porticina del cortile sbattere, rumore di motore. Eugenio era partito insieme al vicino, zio Michele.
Dopo un po’ Michele tornò da solo, si aggirò nervoso nel cortile, poi entrò.
Ehm, signora Irma Sono venuto a dirle del suo Eugenio ehm…
Mio marito, Eugenio, uno solo ne ho. Che succede? Irma sbucò dal portone col naso allaria.
È partito Lho accompagnato alla stazione. Guardi, prepari i suoi vestiti, che magari poi lui le manda lindirizzo. Ecco, tutto qui.
E se ne andò lasciandola col canovaccio stretto tra le mani che tremavano.
Se ne era andato! Da lei, dalla sua IrmadeiSanti… Traditore! Giuda, bue e pure un po pollo!
Si agitava in casa, in attesa che lui tornasse, magari per scherzo Ma niente. Non tornò.
Venne Gina la vicina, con un sacchetto di triglie regalo del marito.
Tutta colpa tua, Irma. Tuo marito non sarà stato un adone, ma ti sopportava, con i tuoi capricci, le urla, i drammi. Mai una parola fuori posto. Tra amici diceva che più di te non esisteva nessuno. Fermava il mondo per te!
Ma dove lhai visto, questo santo? Adesso se nè andato, vuol dire che meglio di me cè! ridacchiò Irma, versando il vino al posto del tè.
Non è vero. Lhai spremuto come una spugna. Hai voluto mostrare chi comanda. E adesso? Siedi qui, piangi sul vino, che sembra più amarognolo del solito. Addio.
Irma rimase alla finestra, senza badare al freddo che entrava dalla porta spalancata. Il tè si era fatto gelido.
Questo suo caratteraccio, da piccola la madre laveva sempre insultata: Irma, sei inutile, un peso! Non combinerei niente! Saresti stata meglio non nata! Lei gridava, piangeva, diceva che non era vero, che il papà invece laveva aspettata e accesa una candela per la grazia. La madre rideva e le voltava spalle.
Così Irma aveva imparato a gridare come un gabbiano: lunga, lamentosa, sempre allerta. Ovunque andasse, doveva dimostrare che se la sapeva cavare sola e non cedere a nessuno.
Solo di notte, quando nessuno vedeva tranne Eugenio si stringeva a lui, gli sussurrava che lo amava, che senza non poteva respirare. Forse, per questo lui laveva amata.
Se nera andato. E lei? Morta no, ma si era spenta, rattrappita, silenziosa. Si sedeva allangolo della finestra e aspettava.
Lui spedì una lettera con il nuovo indirizzo, il vicino si offrì di accompagnarla, ma Irma volontariò: Ci penso io.
Eugenio la vide, fermo davanti al portone del nuovo alloggio, con la valigia ai piedi, una sciarpa nera e un cappotto vecchio. Sembrava un cane anziano, smarrito e bagnato.
Irma tremava: giornata di pioggerellina e aria di malinconia. Avrebbe potuto aspettare in portineria, ma no orgoglio, si sa.
Irma? Che ci fai qui? Avevo detto a Michele di aiutarti. Non starai male? Vieni su!
Sano come un pesce, lui. Che su, che giù, io le valigie me le muovo da sola. Sei dunque sistemato, vero? Quante consolatrici hai trovato? Irma ormai grondava rabbia e disperazione.
Non sono un ragazzino, nessuna consolazione. Mando i soldi, se ti servono.
Non voglio la tua elemosina, e tu non mi servi. Addio. Avviso pure i ragazzi, non voglio sceneggiate. Irma parlava seria, bassa.
Va bene. Però dì loro che non hai mai saputo amare, solo comandare, umiliare, dettare legge. Dellanima non hai. Scusa, abbiamo altro da fare, qui oggi si fa la doccia! Addio.
Eugenio si allontanò, valigia sotto il braccio. Non si voltò, anche se ci pensò… orgoglio maschile, o forse solo debolezza. Se si fosse girato, non sarebbe più andato via.
Irma non si era mai accorta quanto lui fosse invecchiato, persino magro… Stava male, forse?
Arrivata a casa, si stese nel letto con il vecchio cappotto di lui sulle spalle, raggomitolata, la faccia affondata nel pelo.
Vennero le amiche, i figli, vino caldo, ristoro… ma Irma scuoteva la testa. Non le serviva nulla. Aveva rovinato tutto, a vivere non cera più ragione…
I figli la volevano a Milano o a Roma, lei niente.
Eugenio tornò quando Irma, ormai esausta, non distingueva la notte dal giorno.
Irma! Hai mica fatto del minestrone? Ho una fame che non ti dico! sentì tra il sonno e il sorriso di un tempo passato… Irma! Faccio legna, qui si gela!
Si sentì vociare in cortile, Gina in ingresso, odore di legna bruciata e calore che si riversava nelle stanze.
Irma si tirò su a fatica, la testa girava, le gambe molli.
Avrebbe voluto ricominciare a urlare, ma si aggrappò alla mano di Eugenio e pianse.
Quante volte, da giovane, Irma aveva pianto nel sonno, Eugenio la svegliava, almeno ci provava. Di solito lei diceva: Un brutto sogno. Oggi, invece, erano lacrime vere, paura e tutto il resto.
Che cè, mio cigno stanco? Mica ti lascio più. Ti ho scelta una volta, e basta quella, vita insieme, spinosa, mica zuccherosa, ma mia rassicurò, accarezzandole la testa. Dai, metti la tavola, poi una bella doccia, ché ho acceso la stufa apposta!
Irma annuì, ma rimase così, stretta alla mano di Eugenio, come fosse la sua ancora.
Sì, Irma unanima ce lha, se dentro brucia così. A volte si ghiaccia, si indurisce, poi si scioglie, piange, assetata di un po’ di tenerezza.
Irma ed Eugenio oggi vivono ancora insieme. Lei comanda, lui sopporta, ma ogni sera lei chiede scusa a Dio e al marito. Temendo di perderlo di nuovo, non reggerebbe.
Eugenio perdona. Era lui che aveva scelto Irma, davanti a tutti, e sa: se a Irma succedesse qualcosa, non sopravviverebbe. Amore spinoso, difficile, ma caldo che quasi ci si scioglie.
Irma! chiama lui nel buio, trovando il letto vuoto. Dove sei?
Eccomi, avevo sete, brutta notte… Dormi, che domani arrivano i ragazzi, sarà festa. Dormi, Eugenietto. Irma si accoccola accarezzandogli il volto ispido.
Se si potesse vivere tutto da capo, Irma proverebbe a tenere la bocca chiusa e gli occhi bassi, ma non si può. Si vive come si può, e si prega che Dio conceda ancora un po di tempo insieme. Amore spinoso quello di Irma, ma per Eugenio non ce nè di meglio: aveva provato a stare senza di lei, non ci era riuscito. E può bastare così.







