Vaschetto

Giulia! Sei impazzita? La signora Rita ti caccia via dalla faccia della terra per questa roba!

Dai, Lucia, che altro potevo fare? Lo lasciavo fuori? Ma poverino! È vivo!

Lui sarà pure vivo, ma tu rischi grosso se decidi di tenerlo qui.

Luci, per favore, dai Non è mica una tigre! È solo un gattino. Può rimanere qui un po, che male fa?

Ma sai che mi fai tenerezza? Lucia scoppiò a ridere e carezzò la minuscola testolina del gattino rosso, tutto pelle e ossa. Non pensi che mi dispiace? Ma dove lhai trovato sto poveraccio? Magro da far spavento, sembra pure malato, non riesce neanche a tenere su la testa Un tesoro!

Adesso ti racconto! Giulia, infilandosi in fretta la sciarpa lunga che aveva intrecciato Lucia, avvolse dentro il gattino tremolante. Uscivo dal turno, passo nel giardinetto e lo vedo lì, sul vialetto. Non so se usciva dai cespugli o se qualcuno lha proprio mollato lì. Tutto coperto di neve, giuro che se non fosse stato rosso neanche maccorgevo. Lo tiro su, tutto gelato. Pensavo fosse già morto. Poi mi accorgo che no, era ancora vivo. Lho stretto, sono corsa a casa senza fermarmi un secondo! Giulia sorrise, mentre versava il latte in una tazza smaltata per scaldarlo. Quando sono arrivata, la signora Rita mi ha guardato con una faccia Le stava cadendo la mascella.

Allora tieniti pronta al confronto! Quella appena lo scopre ti fa il mazzo, lo sai che tempra ha! Ricordi come sè arrabbiata con Anna, che voleva portare dentro il suo gatto? Quasi la sbatteva fuori dicendo che qui ci vogliono ordine e disciplina! E niente animali nellappartamento!

Ma dai, Lucia Tu non mi bucherai, vero? Giulia si fermò sulla porta, preoccupata. Se viene mentre non ci sono, glielo nascondi, ti prego. Gli scaldo solo il latte e torno.

Vai vai! Lucia prese dal tavolo la sciarpa col gattino, svuotò il cestino dal lavoro a maglia e infilò dentro lospite rosso. Io? Non so niente, non vedo niente, non parlo! canticchiò, chiudendo il coperchio e strizzando locchio a Giulia. Su, vai tranquilla!

Appena sola, Lucia scrutò tra le maglie del cesto e sorrise.

Ma guarda che fortuna Rosso e sfacciato! Dai su, respira Giulia ha un cuore doro, se ti succede qualcosa piangerà per una settimana. E io? Non ci penso nemmeno!

Il gattino respirava piano piano, gli occhi chiusi, indifferente alle parole di Lucia. La camera si faceva buia a poco a poco, e tra una luce e laltra, Lucia sognava a occhi aperti. Le piaceva quel momento della sera, sapeva che avevano una lunga nottata davanti. Quando lavorava il turno di notte invece, a casa poteva solo buttarsi a letto al volo. Ma quella sera era bella: poteva leggere, fare due chiacchiere con Giulia, farsi raccontare come andava la storia con Michele Lucia sospirò. Era proprio fortunata Giulia: aveva il ragazzo, le aveva pure chiesto di sposarlo! E lei, Lucia? Niente di niente. Alta e robusta comera, chi la guarda nemmeno agli aperitivi Giulia era una bambolina, con gli occhi chiari e le trecce che arrivavano alla schiena una bellezza! E lei? La sua nonna la chiamava forzuta, perché riusciva a gestire con uno schiocco le scorribande dei tre fratelli, tutti più piccoli e tremendi. Ora che erano grandi, persino sposati Lucia era appena tornata dal matrimonio del maggiore al paesello. E lei sola, sempre sola, come se si fosse fatta ormai una corazza. Troppo evidente, troppo troppa, per piacere qui in città. Forse sua nonna aveva ragione a dirle vieni a casa, ma che ci va a fare dove ormai sono rimasti solo i contadini e di lavoro cè solo la stalla? Per cosa si è fatta anni di scuola e ora la stimano alla fabbrica, le hanno pure dato il premio per le ferie! Via, Lucia scacciò tristezze. Sposarsi? Cè tempo. Uno si troverà, per forza.

Giulia ricomparve poco dopo, si mise a cercare una pipetta per nutrire il gattino che ancora non sapeva bere da solo. Lui ci provava, ma non ce la faceva proprio. Lucia mollò il libro di colpo, prese il cosino rosso e la pipetta.

Dai qua!

Prese in mano il musino tra due dita, gli aprì la bocca con delicatezza, sussurrando:

Forza, bello! Non ti ha raccolto per vederti morire di fame, eh!

Il gattino si strozzava un po, ma finalmente ricominciò a bere.

Decisero di chiamarlo Gino. Per quasi un anno, la signora Rita non si accorse che le ragazze avevano un altro coinquilino, finché non vide Gino attraversare il davanzale aperto e lanciarsi come una scheggia dal giardino.

E questo cosè?!

Il suo urlo fece tremare il condominio.

Dai, signora Rita, la prego! Non se nera nemmeno accorta che cera un gatto. Sa che bravura? Ci salva dai topi!

Da CHE topi, che qui non ci sono topi?! Questo condominio è impeccabile!

Certo! Lucia, braccia incrociate sul petto da vera gladiatrice, scrutò la signora Rita con lo sguardo furbo e spinse il gatto dietro di sé col piede. E anche i nostri topi sono impeccabili! Grassi da far paura, Gino ogni mattina ne mette uno ai piedi del mio letto come trofeo. Vuole che la prossima volta glielo porti? O magari invitiamo anche il direttore della fabbrica, così si vanta dei risultati.

Maria! La dici grossa, tu! Rita abbassò la voce e guardò Giulia con fare severo. Opera tua, vero? Quando ti sposi che fai, te lo porti dietro?

Non so Giulia prese il gatto in braccio. Mi vuole bene, certo, ma la padrona vera la considera Lucia. Chissà come la prenderete

Ma va! Rita si mise a ridere, guardando la confusa Giulia. Sembri che parli di un uomo! È un GATTO! Dove lo nutri, sta bene.

Non dica così Io lo coccolo e lo vizio, ma lui sempre da Lucia va. Giulia ridiede il gatto allamica e strinse Rita. Allora? Possiamo tenerlo?

Furbe voi state attente, però! Che non si senta né si veda. Altrimenti ci fanno fuori entrambe e con ragione.

Dopo il matrimonio di Giulia, Lucia restò sola con Gino. Le giornate si fecero più lente, tristi. Rita, chissà perché, non le affiancò nessunaltra ragazza in camera. Il vecchio condominio cadeva a pezzi, tutte speravano nella stanza nuova nei palazzi in costruzione; ma i lavori si fermavano spesso. Lucia, nei weekend, andava con le compagne ad aiutare in cantiere a pulire, dava una mano ovunque. Girava tra i corridoi vuoti, immaginando come sarebbe stata la loro vita lì. Fu in uno di quei giorni che pensò di aver finalmente trovato la sua fortuna.

Lui si chiamava Marco, pure lui venuto da fuori. Era rimasto in paese solo per i genitori, ma ormai era solo dopo la morte del padre e della madre si trasferì in città. Voleva sistemarsi, cercava moglie, con un po di dote magari, qualcuno che avesse già una stanza, per sistemarsi un po. Lucia non era certo quel tipo, eppure quando la vide passare alta e fiera lungo il corridoio, non poté resisterle Nonostante fosse più bassa di lei di una testa buona!

Allinizio, Lucia lo raccontava ridendo a Giulia, che passava a trovarla:

Ma che ci faccio, Giuli? Quello lo abbraccio e casco io su di lui! Però simpatico, eh

Lucia, dai! Ma che te ne frega dellaltezza? Che persona è davvero?

Non saprei rispondeva seria. Non lo so, Giuli.

Giulia ormai era incinta, faceva sempre più fatica a salire le scale, passava a salutare Gino che ormai era diventato enorme e grassottello.

Tutto bene? Lucia tirò fuori un vasetto di miele che le aveva mandato la famiglia.

Ma sì, è solo strano. Sembra di star aspettando un treno alla stazione che porti verso un posto bello, buono E non vedi lora Giulia prese il miele, baciò lamica, fece una carezza al gatto e salutò. Ciao, Gino! Proteggila!

Forse fu il pancione di Giulia, o forse la solitudine un po troppo lunga, che fece sì che Marco diventasse un habitué della stanza. Gino, però, lo odiava. Appena lo sentiva, si gonfiava tutto, la schiena piegata, minaccioso, pronto ad azzannarlo, poi scappava fuori dalla finestra e tornava solo di notte, che non si faceva avvicinare da Lucia nemmeno per mangiare. Era così strano che Lucia non sapeva bene cosa pensare.

Sarà geloso? scrollava le spalle quando la signora Rita glielo faceva notare. Quando Marco arrivava, Gino si piazzava a fare le fusa da lei o da Rita.

Magari ci sente qualcosa che non torna. Stai in allerta, Lucia Non si sa mai, sti ragazzi fanno i cascamorti e poi ti lasciano nei pasticci. Tu che fai?

Non si preoccupi, signora Rita. Lui non lo farebbe mai. Non ci credo proprio.

Rita sospirava sempre, ma poi mollava lì il discorso. E Gino e Rita ebbero comunque ragione.

Le prime nausee, Lucia, neanche le considerava. Che sarà mai, pensava, magari il latte era andato a male, o i funghi fatti in casa. Ma passò una settimana, poi due, e lei continuava ad aver fame e sonno. Un giorno, trovando Giulia a spasso col passeggino, le raccontò tutto, e laltra la fissò spalancando gli occhi.

Lucia! Ma davvero ti è successo? E da quanto? E con lui hai parlato?

Lucia restò imbambolata. La testa vuota, e come in eco, sentì la voce della signora Rita:

Attenta, ragazza attenta.

E fu proprio quella voce, sottile e fragile, a riportarla in sé. Si scrollò di dosso le domande di Giulia e corse a casa. Bisognava parlarne con Marco: la vita da ragazza libera era finita, adesso cera il futuro da costruire.

Peccato che quel futuro, Lucia, si scoprì costretta a costruirselo da sola.

Scusami, Lucia. Ma non ci sto Che ne so io che è davvero mio? Io così non ci sto. Marco scostò il gatto che gli saltò contro e scattò un calcio. Vai via!

Gino, con uno scatto, riuscì a graffiargli la gamba, e quel grido improvviso fece sorridere Lucia controvoglia.

Lascialo, Ginuzzo! Che ti tiri dietro i guai, scordatelo; non ci serve uno così in casa Vai.

Lucia rimase a fissare la porta chiusa, stesa scomposta sulla sedia. Gino le girava intorno, e poi si arrampicò sulle sue gambe, cosa che lei di solito non concedeva, e restò lì a fare le fusa piano, a lungo, finché non lo scacciò con dolcezza.

Basta tristezza. Mi serve un tè, caldo.

Per suo figlio, Lucia non segnò alcun padre. La ragazza dellanagrafe la guardava decisa negli occhi mentre compilava latto di nascita:

Il padre non cè. E nemmeno cè mai stato. Cè la mamma. Basta questo?

Giulia preparò il corredino per il bambino, Rita trovò tra i conoscenti una carrozzina usata e si batté con il direttore della fabbrica per ottenere una stanza migliore per Lucia. Ma la costruzione del nuovo palazzo si era di nuovo fermata e luomo poteva solo allargare le braccia.

Faremo del nostro meglio, ma intanto rimangono dove sono.

In camera faceva freddo, per quanto Lucia tappasse ogni spiffero. Perciò non scacciava mai Gino dal lettino del figlio: il gatto aveva deciso che il piccolo era roba sua, tremava se non ci dormiva accanto. E il bambino si calmava solo così, sentendo il calduccio del suo napoletano rosso. Lucia guardava quella scena e rideva, pensando che in effetti, i miracoli accadono. Il problema era far quadrare i conti: con gli stipendi stretti, senza laiuto dei fratelli che ogni due settimane le portavano cibo e qualche banconota da cinquanta euro Lucia sarebbe stata persa. Marco sparì dalla circolazione e Lucia non ci rimase male: meglio così, niente dolori e basta. Di quella storia, non voleva ricordare nulla tranne suo figlio.

Quando Lucia fu dimessa dallospedale, arrivò tutta la famiglia.

Che guanciotte! Sembra disegnato! Tutta sua mamma!

Le lacrime vennero su senza preavviso, e nessuno in famiglia le fece mai pesare quella situazione particolare. La moglie del fratello maggiore, di nascosto, le sussurrò allorecchio in cucina:

Hai fatto bene. Non resterai mai sola. E poi, uno bravo lo trovi, Lucia. Non sono tutti come certi tipi. E al bambino ci pensiamo insieme. Vedrai che uomo cresce!

Quella promessa venne mantenuta. Ogni due settimane arrivava qualcuno dalla famiglia, portando salami, formaggi, conserve fatte in casa. Lucia sistemava tutto e si asciugava in silenzio gli occhi. Ci vuole così poco, in fin dei conti, per sentirsi a casa: sapere che qualcuno ti sta vicino, ti dà una mano se serve, vuole bene a te e al tuo bambino come fossero suoi. E in quei momenti, Lucia si arrabbiava per quelle lacrime, ma era felice di sentirsi parte di qualcosa.

Lasilo per Davide fu una vera battaglia. Si ammalava sempre, e Lucia si divideva tra lavoro e corse dal pediatra. Se non fosse stato per Rita e Giulia, avrebbe mollato tutto e sarebbe tornata al paesino, anche se lidea di stare in casa con la famiglia del fratello maggiore la bloccava. Odiava sentirsi un peso.

Seduta accanto al lettino di Davide, che sudava tutto con la febbre, Lucia pensava alla sua storia mancata e si diceva che forse non tutti trovano quello che cercano: un compagno vero, che ti stia accanto nei momenti in cui cè solo da tenerti la mano. Adesso sapeva esattamente cosa chiedere, se un giorno nella vita arrivasse qualcuno di nuovo: non parole dolci, non fioretti, ma una tazza di tè quando ne aveva bisogno, quello che le dicesse vai a dormire, penso io a tuo figlio, che la portasse al parco la domenica e comprasse un palloncino a Davide, che apprezzasse il suo ragù e alla fine della cena attaccasse una mensola, quella che giaceva in un angolo da mesi

Uno così. Solo questo. E questa sarebbe stata la famiglia perfetta.

Il sonno arrivava improvviso, buttandola su una sedia accanto al lettino. In una di quelle notti, accadde la svolta di tutta la sua vita.

Davide era ammalato da tre giorni, la febbre non scendeva mai. La pediatra del piano di sotto veniva tutti i giorni: niente di particolarmente grave, però serviva pazienza, diceva.

State facendo tutto giusto. Ora solo tempo e un po di fortuna.

Lucia non lasciava Davide un secondo, lo teneva in braccio finché lui, sfinito, crollava; poi ricominciava a piangere, toccandosi lorecchio. Rita arrivò portando del brodo caldo, baciò il bambino, e accarezzò il sudato frontino.

Ancora febbre!

Non scende mai, non ce la faccio più.

Forse meglio così, vuol dire che combatte disse Rita, facendo il solletico a Davide. I dottori lo dicono, no?

Lo so. Ma vederlo soffrire Non lo sopporto.

Passerà. Se ti consumi così però, non gli servi. Mangiate e cercate di dormire un po. Dallalba si vede tutto meglio.

Lucia annuì, cominciò a preparare gli impacchi per lorecchio, mentre Rita usciva senza far rumore. Gino si infilò accanto al bimbo, che tentava di afferrare la coda per gioco. Si sciolse dal gioco, si accoccolò e Davide si addormentò sereno.

Lucia decise di non svegliarlo. Toccando la pentola, andò verso la cucina per scaldare un po di brodo. Da lì sentì un frastuono e poi le urla del bambino. Corse nel panico in camera. La scena la pietrificò: saltò su uno sgabello e si lanciò in aiuto di Gino.

Una grossa pantegana combatteva furiosamente, Gino la inseguiva ovunque, già ferito, con lorecchio squarciato e un graffio sul fianco. Lucia stava per intervenire, ma il gatto colse la bestia al volo e la azzannò. Non riusciva a staccarlo dalla carcassa.

Ginuzzo, lasciagli! È finita, hai vinto!

Il gatto miagolò come un bambino, mollò la presa e corse vicino alla culla dove Davide piangeva a dirotto. Lucia, vedendo quello che era lì vicino al figlio, sbiancò: una seconda, piccola, ma ugualmente orribile. Afferrò Davide, aprì la porta e gridò:

Aiuto!

Unora dopo, imbacuccata il più possibile, era già a casa di Rita che le diede le chiavi e si prese cura del gatto.

Uno scandalo! Le pantegane nellappartamento! Eppure avevamo appena fatto la disinfestazione, e guarda Rita era furiosa, sentendosi impotente davanti a un edificio ormai sfasciato.

Rimessa in ordine la stanza, Rita portò con sé Gino in guardiola e curò le sue ferite.

Sei un eroe, Ginuzzo! Ho fatto bene a lasciarti restare. Un gatto così è raro.

Gino restava lì, senza forza, e si rifiutava di mangiare; Rita si preoccupò subito. La mattina dopo, finito il turno, andò a raccontare tutto a Lucia.

Puoi guardare Davide? Lucia si agitava preparando la borsa. Ma dimmi, dove si porta un gatto così?

Cè una clinica veterinaria a due isolati. Vai di corsa!

E Lucia, infatti, corse come una disperata verso casa. Gino giaceva vicino al letto, disteso come uno straccio.

Ginuzzo! Forza, resisti! Torno subito!

Arrivò di corsa dalla veterinaria. Una ragazza in camice cercò di fermarla, ma Lucia, impaziente, sbottò:

Voglio il dottore. Il migliore. Subito!

La ragazza rimase basita, ma alzò solo il dito verso la panchina.

Lucia restò accanto a Gino, in ansia, pronta ad urlare ancora, quando si aprì la porta e, abbassando la testa per non urtare, entrò un vero gigante.

Che succede qua? la voce bassa la fece tremare. Solo dopo un attimo riuscì a rispondere, porgendogli il gatto:

È lui

Chi glielha fatto questo? il dottore Mario girò Gino tra le mani come se fosse una piuma.

Una pantegana.

Non sembra un randagio, ben tenuto

È il mio gatto.

E dove la trova lui una pantegana? Sta sempre in casa?

Sì.

Che storia!

Ma vuole farmi altre domande? Sta malissimo! Ha salvato mio figlio, faccia qualcosa!

Non serve urlare Mi chiamo Mario. Lei?

Lucia.

Bene! Piacere, Lucia. Per la prossima volta, meglio parlarsi con calma.

Lui la guardò e poi sorrise:

Aiuteremo il tuo salvatore, tranquilla!

E qualche anno dopo, il grande Gino rosso sarebbe entrato silenzioso nella cameretta, controllato ogni angolo, poi si sarebbe arrampicato nel lettino vicino al divano dove dormivano Davide e la piccola Alessia. Sentendo il calore della pelliccia rossa, la bimba avrebbe affondato le dita nel pelo. Gino avrebbe fatto le fusa, la ninna nanna dei gatti, e lei si sarebbe addormentata ancora più serena. Poco dopo, Lucia sarebbe entrata con suo marito Mario, il veterinario , avrebbe sistemato le coperte al figlio, il calzino caduto alla bimba, e si sarebbe appoggiata alla spalla di lui.

Hai visto, che babysitter, Mario?

Unica. Mario avrebbe grattato dietro lorecchio, quello rattoppato da lui tempo prima. Pochi gatti valgono quanto lui.

E poi brilla, hai visto? avrebbe sorriso Lucia.

Gino avrebbe steso la zampa accanto ad Alessia, Lucia avrebbe spento la luce, richiamato a sé il marito e chiuso piano la porta della cameretta. I suoi figli non avevano mai avuto paura del buio, perché Gino era sempre lì vicino. E chi ha accanto il suo Gino, davvero, non deve temere nulla.

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