Gorgiera Italiana: Un Viaggio tra Storia e Stile nella Moda del Rinascimento

Giorno 13 dicembre

Mi chiamo Zita Severina, e ormai da anni entro sempre alla stessa ora nella pellicceria La Gorgera, in centro a Milano. Arrivo puntualmente mezzora dopo rispetto alle altre ragazze, come ci chiamiamo tra noi, anche se nessuna di noi è più giovane di cinquantanni. Sollevo con fatica il foulard in seta ormai madido dal caldo milanese, sistemo la borsa di pelle di fianco allo stivale, ché le caviglie gonfie mi rallentano, saluto distrattamente il custode Vado sì, lo chiamiamo Vado per ironia, lui si chiama Vardo ma qui a Milano tutto si trasforma.

«Buongiorno, Zita Severina!» esclama lui, in piedi come ad una parata, a sistemarsi il colletto della camicia bianca, impeccabile. Io lo guardo senza particolare attenzione il caldo in negozio è soffocante e cerco subito con lo sguardo le mie colleghe.

Ci salutiamo con cenni della testa; tutte indossiamo camicette rosse e gonne nere, unabbinata scelta dalla nostra amministratrice, Nadia, che insiste sul fatto che col rosso si risalti di più in mezzo al mare di pellicce e cappotti color tortora o cioccolato. Allinizio mi ero opposta: «E perché non camicia bianca? Il rosso mi gonfia come un pallone!» Ma niente, Nadia è giovane, convinta, dice che il rosso attira i clienti come il profumo del pane appena sfornato. Vabbè.

Io, nella camicetta rossa, mi sento una montagna di fuoco che avanza.

«Zita, cè la tisanaalla camomilla, prendi!» strilla Nina, che, con le sue mani scheletriche e la testa impeccabilmente rasata, sembra una passera che svolazza tra gli scaffali. Quando lavoro qui con lei e sua sorella Valeria, entrambe minuscole, quasi scompaiamo tra visone e marmotta.

«Sì sì Nina, ma non è che bevo e sparisco come la nebbia io, eh!» borbotto, arrancando verso lo sgabello vicino alla porta del magazzino. Lacqua piovana lasciata sulle pellicce costose dalle clienti non mi interessa, ho altro da pensare. Non riesco più neppure a piegarmi per slacciare i bottoni del cappotto, mi siedo, allungo le gambe, gonfie di vene, e respiro a fatica.

«Maria, aiutami che non mi piego!» Mi rivolgo alla collega agile e sportiva che si occupa di coordinare in sala clienti e commesse come un direttore dorchestra. Si avvicina, mi abbassa la zip degli stivali senza smettere di monitorare il negozio: tra una sistemata e un sorriso ai clienti, mi sistema il colletto e mi propone ancora acqua.

«Basta con questacquamica sono una fontana! Sentivai, quella signora lì studia la pelliccia grigia come se fosse un Michelangelo, sicuro la compra.» Così la mando e resto a contemplare il negozio cè calma in queste ore; dobbiamo aspettare il pomeriggio, quando arrivano donne tutte tirate, con le labbra rifatte e il marito gonfio come un panettone, a comprare cappotti da tremila euro senza nemmeno chiedere lo sconto.

Eppure non ho mai capito perché tutte le milanesi in, che possono permettersi qualsiasi cosa, devono farsi quei capelli color biondo-cenere? A me, tanti anni fa, stava pure bene, ma ora…

Ecco che i pensieri svaniscono, arriva una giovinetta, nuova. Mi becca lo spigolo della porta, parla concitata al telefono: «Non resterò qui nemmeno un giorno! Questo è una tana di carampane!» urla alla madre. Mio Dio, i giovani senza rispetto! Ma ha ragione, in questo negozio le belle sistemate non resistono; chi ha la pensione piccola, i figli sparsi e le bollette da pagare, qui lavora senza scelta né gloria.

Maria torna, la riconosco dalla camminata decisa. «Chi è quella lì? Mi farà venire un livido che divento verde come un basilico!» mi lamento.

«Ah, è Caterina. Nadia lha presa, pare sia la nipote di qualcuno, ma questa ha già iniziato a sbuffare!» In effetti, perché sei qui, Zita? mi chiede vegliando sulle scarpe.

«Eh, sono a casa per stare? Mi annoio, qui almeno vedo gente, posso dare consigli. Come in Parlamento: presente e seduta. Qui si gira così! Su, vai da quella signora che punta il cappellino color terracotta ma senza pompon, che suda!»

Quando finalmente Maria se ne va, mi prendo un momento per bere la camomilla. Chissà se è vero che rilassa… Guardo intorno: il negozio è diventato casa. Sento le storie di tutte madri sole, mariti in ospedale, un passato migliore. Io sono qui perché non ho più niente. Un tempo cera una famiglia, una figlia che non è mai arrivata a casa, un marito Leone che mi ha lasciata, colpa mia, colpa sua… chissà.

Arriva un cliente, una di quelle tipe che conosco da anni. Mi squadra, alza il sopracciglio: «Non sei la Rinaldi, tu? Quella del gran viavai?» Ah sì, le milanesi non dimenticano mai.

Cerco di rispondere con educazione, ma mi blocco pensando a tutte le voci che corrono in città il padre di Caterina, arrestato per truffa, la nonna che per orgoglio lha messa qui a lavorare, la madre rimasta sola Qui tra pellicce impari la vita dalla parte di chi cade e si rialza.

A Milano ci si rialza sempre. Anche adesso, con la crisi, con la tristezza.

I giorni passano. Caterina si fa notare: ogni tanto risponde male, ogni tanto piange in bagno. Io guardo, prendo nota, proteggo, quando serve. Glielo dico: «Non vergognarti di fare la commessa. Nella vita bisogna imparare a rialzarsi. Impara, e un giorno sarai fiera.»

A Natale, la situazione precipita. Un incendio devasta La Gorgera, tutto in fumo, assicurazione o no. Nessuno si fa male, ma restiamo tutte in strada, davanti ai Vigili del Fuoco, con la polvere sul vestito e il cuore in gola. Nessuno ha salvato nulla.

Poi, ospedale. Mi ricoverano senza avvisare nessuno. Che importa? Si va avanti. Un giorno, nella mia stanza entra Caterina: un mazzo di fiori, una busta con le arance, occhi fieri.

«Sei venuta a farmi compagnia?» le chiedo, fingendo indifferenza.

Lei ride: «Ma certo! Come dicevi sempre tu, non si vive da sole a Milano.»

Parliamo, camminiamo insieme nel corridoio, io mi appoggio al bastone. Lei mi racconta che si è iscritta alluniversità, che il padre è in attesa di processo ma ora le cose vanno meglio, anche la madre si rimette in piedi. Mi fa bene averla vicino.

Dopo qualche settimana Vado mi accompagna a casa di Caterina. È una di quelle domeniche casalinghe, di tavolate e caffè, la nonna che prepara addirittura la cassoeula. Lì vedo che la mamma di Caterina starebbe benissimo con una mantella in visone come quelle che una volta appendevo alla mia sedia in negozio.

E allora sì che penso: avremo un altro Natale con il profumo di pino, unaltra Pasqua e ancora primavere. Senza La Gorgera, pazienza. Caterina mi ha convinta a fare un po di sport leggero, e io adesso vado in piscina e respiro meglio.

Adesso so che nella vita nessuno è un accessorio. Non una semplice gorgera che fa bella solo per un attimo. Siamo donne, forti, con storie che ci hanno insegnato che solo chi brucia di passione, vale più di ogni pelliccia.

Chissà, magari questinverno compreremo noi un bel cappotto caldo. Ma intanto, dentro, ci sentiamo già al caldo.

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Gorgiera Italiana: Un Viaggio tra Storia e Stile nella Moda del Rinascimento
“Invecchierai da sola!” – Parole che ho sentito da un uomo.