Due mogli

Due mogli

Nina bussò tre volte, poi ancora due, proprio come le aveva insegnato sua madre da bambina: tre colpi brevi, due lunghi. Ma dall’altra parte della porta cera solo silenzio.

Signora Ludovica Andreini, apra per favore. So che è dentro.

Qualcosa scricchiolò dallaltra parte. Poi ancora. Nina era sullingresso di un palazzo sconosciuto in via dei Navigli a Genova e si sentiva come se il pavimento ondeggiasse sotto i suoi piedi. Anche se non era cosìera solo una sensazione.

Chi è lei? la voce oltre la porta era asciutta, quasi senza emozione.

Sono Nina Vespa Carli. Il mio cognome da nubile è Verdi. Sono la moglie di Andrea Carli. Dobbiamo parlare.

Silenzio. Poi un chiavistello, un altro, e infine il terzo. La porta si aprì.

La donna sulla soglia era più o meno dell’età di Nina, forse poco più giovane. Quarantotto, quarantanove anni. Capelli chiari raccolti ordinatamente. Una vestaglia di flanella a fiori minuscoli. Gli occhi erano così calmi che quel modo di fissarla inquietava Nina più di qualsiasi grido.

Mi chiamo Ludovica, disse. Prego, entri.

Nina varcò lingresso.

Laria nellappartamento era impregnata dellodore di crostate appena sfornate, e di qualcosaltro che per un attimo le sfuggì, ma riconobbe subito dopo: il dopobarba Vento del Nord. Quello nel flacone blu. Andrea lo usava da quindici anni.

Nellingresso cerano delle scarpe da uomo, taglia 42. Andrea aveva proprio quel numero.

Nina si fermò davanti alle scarpe e le fissò a lungo. Poi sollevò lo sguardo.

Viene spesso qui? chiese.

Venerdì prossimo sono ventanni che viviamo insieme, rispose Ludovica. Festa grande. Si sieda, metto su il tè.

Nina non era abituata. Sedersi a bere il tè nella casa dove il marito aveva vissuto ventanni Ma i suoi piedi la portarono ugualmente fino alla sedia in cucina. Il cuscino era blu, legato con uno spago. Come quelli che teneva a casa sua, solo che i suoi erano verdi.

Ludovica avviò il bollitore e prese due tazze. Ogni gesto era misurato, familiare. Nina osservava le sue mani e pensava che quelle mani avevano acceso il fuoco e cucinato minestroni per Andrea infinite volte, avevano stirato camicie e steso asciugamani.

Come ha scoperto tutto? chiese Ludovica senza voltarsi.

Grazie al suo cellulare. Lha dimenticato nella mia auto. Lho recuperato, era in bagno. Ho visto un messaggio arrivare sul sedile. Da lei. Ludo ti aspetta, arrivi domani?

Ludovica si girò. Il suo viso restò quasi impassibile.

Non sapevo di lei, disse se le interessa.

Nemmeno io sapevo di lei.

Il silenzio tornò. Il bollitore fischiò, Ludovica versò il tè con mani appena tremanti. Solo un tremolio impercettibile, ma Nina lo notò. Perché anche lei sapeva cosa significava apparire calma mentre dentro tutto si era già mosso.

Era la storia di due donne e di un uomo che aveva creduto che il mondo girasse attorno a sé. Ma Nina avrebbe capito questo solo più tardi. Quel primo giorno, sulla sedia col cuscino blu, riusciva solo a pensare: E adesso?

Andrea Carli era un belluomo. Non in modo eclatante, ma con una bellezza che si faceva notare a poco a poco: il naso un po aquilino, le tempie brizzolate, il modo di guardarti appena sopra gli occhi, come se pensasse a questioni più grandi ma si abbassasse a te. Nina si era innamorata di lui ventidue anni fa, durante una festa aziendale in una società di costruzioni, la Orizzonte, dove allora lavorava come contabile. Andrea era stato invitato come architetto esterno per un progetto di ristrutturazione. Ballarono un valzer e lui le aveva detto: Balla come se sapesse sempre qual è il prossimo passo. Non è da tutti. In effetti, Nina sapeva sempre prevedere. Tranne la questione più importante, a quanto pareva.

Ludovica aveva conosciuto Andrea ventanni prima di Nina. Ma questo Nina lo avrebbe scoperto solo al loro secondo incontro, una settimana dopo il primo.

Non si erano date appuntamento. Eppure Nina suonò ancora alla porta con quella sequenza di colpi, e Ludovica le aprì. Come se sapessero entrambe che una volta sola non bastava.

Mi racconti di lui, chiese Nina, sedendosi di nuovo sulla sedia col cuscino blu. Dallinizio.

Ludovica la guardò a lungo, con attenzione.

Perché?

Non so. Voglio solo sapere chi era da giovane.

Era uno di quelli che volevi avere vicino. Non solo perché ti innamoravi, anche quello ma non solo. Accanto a lui ti sentivi importante. Non più solo una donna di una città qualunque, capisce? Parte di qualcosa di grande.

Nina annuì. Sapeva cosa intendeva. Esattamente quello.

Ci siamo sposati che io avevo ventotto anni e lui ventinove. Abbiamo una figlia, Silvia. Ora ne ha diciannove, studia scienze della formazione. Pensa che il padre lavori fuori città, lha sempre creduto.

Nina guardò Ludovica e provò qualcosa simile al dolore, ma non per sé stessa. Per quella donna coi capelli ordinati e lo sguardo sereno che aveva vissuto ventanni a metà, senza saperlo.

Con me di figli non ne ha voluti, disse Nina. Allinizio era troppo presto. Poi è tardi ormai. Oggi io ho cinquantuno anni. Tardi da un bel pezzo.

Da quanto state insieme? chiese Ludovica.

Ventidue anni. Sposati da venti.

Ludovica posò lentamente la tazza sul tavolo.

Quindi vi siete conosciuti due anni dopo il mio matrimonio.

Così sembra.

Il silenzio riprese il sopravvento. Fuori pioveva e sullampia finestra scorrevano righe diagonali dacqua. Nina pensò che un anno prima, se le avessero chiesto cosa avrebbe fatto dopo aver scoperto un tradimento, avrebbe risposto senza esitare: Me ne vado. Subito. Ora era seduta in una cucina che non era la sua, bevendo tè, senza sapere dove andare.

I rapporti più profondi si svelano quando uno smette di temere la verità. Nina era arrabbiata, certo, ma la rabbia le scorreva da qualche parte nel petto, pronta, come una molla. E non sapeva ancora dove lavrebbe portata.

Come spiegava le sue assenze? domandò Nina.

Lavori. Era architetto, aveva progetti ovunque, anche fuori Italia. Mi ci ero abituata. Che sparisse per settimane, mesi. Aspettavo.

Anche io ho aspettato.

Ludovica guardò Nina in modo diverso questa volta. Non compassione, qualcosa di più silenzioso.

Sa cosa mi domando di più? esitò, Come abbia fatto. Due vite, due tabelle di marcia. Due donne, due abitudini. Possibile che non si sia mai confuso?

Ovviamente no, non si confondeva, rispose Nina.

E allora era facile per lui, concluse Ludovica. Forse era questo che la disorientava di più.

Andrea Carli tornò quella sera stessa a casa di Nina, come sempre verso le otto. Si tolse le scarpe, appese la giacca, andò in cucina. Nina era alla finestra.

Tutto bene? domandò.

Oggi sono stata in via dei Navigli, rispose Nina.

Lo guardò. Poi, molte volte ancora ripensò a quel momento, cercando di capire cosa fosse passato sul suo volto. Qualcosa cera, chiaro. Ma poi era svanito e lui si sedette come se nulla fosse.

Lì comè? chiese.

Ci abita una donna che si chiama Ludovica. Ha cuscini blu sulle sedie della cucina, una figlia, Silvia, che studia scienze della formazione. E davanti allingresso ci sono scarpe della tua misura.

Andrea rimase in silenzio. E quel silenzio non era quello consueto. Nina capì: stava cercando le parole. Valutando. Soppesando.

Hai intenzione di spiegare qualcosa? domandò Nina.

Nina, io iniziò, ma si fermò.

Basta, disse lei, non voglio spiegazioni, voglio la verità. Sono due cose diverse.

Come hai

Ho trovato il vecchio telefono, quello che hai perso tre anni fa, nel cappotto. Sistemando larmadio. Cerano delle foto. Molte cose.

Era una bugia. Nessun vecchio telefono. Nina se lera inventato per non coinvolgere il messaggio. Perché, non lo seppe nemmeno lei. Così, però, si trovò a mentire alluomo che laveva ingannata ventanni. E questa sensazione le lasciò in bocca un sapore amaro.

Andrea si passò le mani sul volto.

Quanto hai scoperto?

Quanto basta.

È iniziato tanto tempo fa. Non riuscivo

Andrea, basta con i non potevo. Hai scelto. Ogni giorno hai scelto. Non è la stessa cosa.

Lui la fissava. Nina vedeva nei suoi occhi qualcosa che non riusciva a chiamare smarrimento, perché quello avrebbe significato sincerità. Era più un tentativo di trovare una via duscita. Trovare soluzioni, quello era sempre stato il suo talento. Per ventanni.

Cosa vuoi che faccia io? domandò infine.

Non lo so, rispose Nina sinceramente. Per ora non lo so.

Andò a dormire in unaltra stanza. Lui restò in cucina. La mattina dopo non cera più.

Nina lavorava come vice responsabile del settore contabile allUfficio Scolastico Comunale. Il suo ufficio era piccolo, con una finestra su un cortile. Le piaceva proprio perché lì nessuno la disturbava mai. I numeri li capiva subito: tornano o non tornano. Con le persone era più complicato.

La mattina dopo aver parlato con Andrea, sedeva alla scrivania e non vedeva le cifre sul monitor. Pensava a cosa significasse vivere ventanni accanto a qualcuno e non conoscerlo davvero. Non sapere qualcosa di essenziale, di grave. Non era solo aver subito una menzogna. Era essere vissuta dentro una costruzione, una struttura di cui nemmeno si sapeva lesistenza.

Entrò Tiziana, una collaboratrice giovane.

Signora Carli, non si sarà dimenticata? Alle tre cè la riunione.

Non mi sono dimenticata. Vai, arrivo subito.

Tiziana uscì. Nina aprì il cassetto e prese un piccolo quaderno che usava da dieci anni per appunti personali. Lo aprì su una pagina bianca e scrisse: Chi sono stata in tutto questo tempo?

Poi sottolineò. E scrisse ancora: Moglie. Ma di chi?

Richiuse il quaderno e andò in riunione.

Ludovica lavorava da diciotto anni alla Biblioteca per Ragazzi Mario Gorlini. Prima lavorava allasilo, ma il frastuono laveva stancata e in biblioteca si trovava bene tra libri e carta. Amava i libri. Andrea a volte scherzava sulla sua abitudine di appuntare le frasi in un quaderno. Ludo, sembri una professoressa, le diceva. Lei pensava fosse un modo dolce. Ma ora non ne era più certa.

Dopo che Nina se ne fu andata quel primo giorno, Ludovica rimase seduta a lungo, fissando le tazze. Poi le lavò, le asciugò e le rimise a posto. Prese il quaderno delle citazioni, ne lesse una: La verità può essere scomoda ma la bugia pesa di più. Non ricordava da quale libro venisse. Sottolineò la frase e restò a fissare la pagina.

Chiamò Silvia.

Mamma, papà viene questo venerdì?

Non lo so, tesoro.

Coshai? Non stai bene?

No, tutto bene. E tu come stai?

Bene, ho passato lesame di pedagogia. Mamma, tu e papà vi siete litigati?

No.

Sicura? Parli in modo strano.

Va tutto bene, Silvia. Sono solo un po stanca.

Dopo la telefonata, Ludovica passò molto tempo alla finestra, pensando che sua figlia era cresciuta sapendo che suo padre passava poco, ma quando cera portava sempre regali e buonumore. Un padre da festa, un padre a tempo. Silvia lo amava proprio così. E ora? Come glielo avrebbe spiegato?

Era questa la parte peggiore. Non capire cosa fare con Andrea: quello si capiva. Era come dirlo a una figlia che aveva sempre ammirato quelluomo, anche se soltanto a distanza.

Nina richiamò quattro giorni dopo il secondo incontro. Ludovica rispose al secondo squillo.

Posso passare ancora? domandò Nina.

Certo, venga.

Ho bisogno di parlarne. Lei è lunica che capisce.

Anche io, rispose Ludovica. Esattamente così.

Nina andò da lei sabato, primo pomeriggio. Questa volta portò dei biscotti alla pasticceria Casa Dolce, friabili, con semi di papavero. Bevettero il tè e chiacchierarono a lungo, forse tre ore. Inizialmente di Andrea, poi di loro stesse.

Mi racconti di lei, chiese Ludovica. Non di lui. Di lei.

Nina si sorprese. Aveva smesso di pensarsi senza Andrea. In ventanni io e noi si erano quasi fuse.

Sono di Genova, ma mi sono trasferita qui ventanni fa per matrimonio. Ho una sorella più giovane, Vera, che è rimasta in città. Mi piace si interruppe, non sapeva più cosa rispondere.

Cosa le piace? suggerì dolcemente Ludovica.

Mi piacciono le mattine presto, quando è ancora tutto silenzio. Mi piacciono le passeggiate lunghe, ma ultimamente non ho tempo. Mi piace cucinare il minestrone, anche se lui diceva sempre che metto troppo poco cavolo. Invece ne metto quanto basta. Era lui a non amarlo.

A me piacciono i temporali, disse Ludovica, dimprovviso. Strano a dirsi, ma sì. Mi piace quando tuona e piove forte, come se il mondo si chiudesse e restasse solo quello. Da bambina era lo stesso.

Non è strano, sorrise Nina. Ognuno ama le sue cose.

Lui ne aveva paura, dei temporali, aggiunse Ludovica. Era inaspettato. Non lo diceva, ma lo vedevo. Si agitava, camminava avanti e indietro. Mi faceva tenerezza, quella sua vulnerabilità.

Nina tacque. Non aveva mai notato se Andrea avesse paura dei temporali. In ventanni, forse non ci aveva mai fatto caso. O il lui con lei era diverso?

Sa cosa mi tormenta? disse Nina. Mi chiedo se qualcosa nella nostra vita sia mai stato vero. O se fosse tutto costruito, comodo.

Ma cosè, ciò che è vero? chiese Ludovica, senza filosofia, ma con stanchezza.

Forse quando laltro è importante in sé, non solo come parte della tua vita.

Allora no, disse Ludovica. Siamo state entrambe parti della sua immagine. Diverse. Aveva bisogno di una famiglia, di stabilità. Magari di due, per sentirsi ancora più grande. Ho letto di uomini così. Gli serve sempre di più, per sentirsi vivi.

Glielha mai detto?

No. Ho sempre taciuto, posò la tazza. Credevo fosse giusto così. Che una moglie non debba pesare. Se sta bene, torna da te. Per ventanni ho aspettato in silenzio.

Anche io, sussurrò Nina.

E in quel anche io ci fu qualcosa che alleggerì entrambe. Non bene. Ma un po meno pesante.

Andrea aveva una qualità che Nina chiamava ampiezza. Riusciva a entrare ovunque e diventare il punto centrale. Non per forza con arroganza, ma in modo naturale. Poche parole, dette tutte al momento giusto, e tutti si zittivano e ascoltavano. Notava nelle persone proprio ciò che volevano che lui notasse: a uno lodava lintelligenza, a un altro lironia, ad un altro ancora laffidabilità. Offriva a ognuno quello che si aspettava. Nina aveva questa sensazione desser speciale. E, a quanto pareva, anche Ludovica.

Ripensandoci, Nina ora capiva: Andrea non amava le persone, ne faceva uso. Non per crudeltà, per indole. Il mondo per lui era formato da chi faceva qualcosa per lui e chi ancora no. Non si chiama bontà. Si chiama abilità.

Lo disse a Ludovica al loro terzo incontro, questa volta in un bar, non più in casa. Si videro al Foglia dAutunno, in via delle Magnolie. Posto tranquillo, crostata di mele a buon prezzo.

Parla di narcisismo, disse Ludovica. Ho letto molto. In biblioteca studi di psicologia servivano, per comprendere i bambini. Ora li leggo per capirmi.

Definirlo narcisismo mi sembra troppo accademico, rispose Nina. Lo direi più semplicemente: viveva come se gli altri esistessero per rafforzare la sua sicurezza.

Sì. Una volta gli dissi che ero stanca di restare da sola. Mi ascoltava, assentiva, poi diceva: Ludo, tu sei forte, ce la fai. E allora mi sembrava un complimento. Ora vedo che tagliava la conversazione. Perché non lo riguardava.

Anche a me diceva: Ninetta, tu sei la più intelligente, saprai come fare. Parole quasi uguali, solo nomi diversi.

Si guardarono.

Ci diceva le stesse cose, disse Ludovica.

Forse con parole diverse, ma con lo stesso senso, confermò Nina.

Fu unamara rivelazione. Non perché fosse nuova, ma perché le rendeva entrambe uguali, interpreti dello stesso ruolo. Era doloroso, ma necessario accettarlo.

Andrea non sparì. Telefonava a Nina ogni tre giorni, con tono distaccato, come se avessero solo litigato e bastasse aspettare. Una volta si presentò senza avviso.

Dobbiamo parlare, Nina.

Stiamo parlando.

Seriamente. Senza questa distanza.

Cosa vuoi dirmi?

Lui sul divano, lei alla finestra. Sembrava stanco. Nina notò che aveva preso a strofinarsi spesso il ponte del naso, gesto nuovo o che lei non aveva mai notato.

Vorrei chiarire Non è stato come pensi.

Come penso io?

Pensi che io abbia voluto tutto da subito, che fosse premeditato.

E non lo era?

No! Ludovica cera già. Quando ho conosciuto te, ero con lei. Pensavo di lasciarla, ma non ce lho fatta. Poi sei arrivata tu, e

E hai deciso che si poteva fare anche così, lo interruppe Nina.

Non ho deciso. È successo così.

Andrea, ventanni. Non succede. Si sceglie, ogni giorno.

Lui si strofinava il naso. Si alzò, camminò. Nina pensava: ecco, il solito Andrea che credevo di conoscere. Stessi gesti. Eppure tutto diverso.

Ti amo, disse. È vero.

Non basta a spiegare.

Ma è vero.

Magari. Ma lo dici anche a Ludovica. Se è vero ovunque, non è quello che chiamo amore.

Si ammutolì. Nina si voltò verso la finestra. Ottobre faceva cadere le foglie, il cielo basso. Una signora anziana attraversava il cortile col carrello della spesa. Una scena normale, fuori.

Vai via, disse Nina. Non sono pronta a parlare ora.

Lui uscì senza scenate, senza sbattere porte. Sapeva andarsene così, senza chiudere del tutto.

Silvia chiamò la madre tre settimane dopo la prima visita di Nina in via dei Navigli. Nel frattempo Andrea era sparito da entrambe le case. Ludovica non sapeva dove fosse. Nemmeno Nina, che non cercava.

Mamma, papà ieri ha detto cose strane. Mi ha chiamata, parlava di un periodo difficile. Cosè?

Silvia, devo dirti una cosa. Ci penso da tempo.

Che cosa?

Riguarda il papà.

Pausa.

È malato?

No, sta bene. Ma non siamo la sua unica famiglia. È da tanto. C’è unaltra donna. Unaltra famiglia.

Lunga pausa.

Tu lo sapevi?

No, lho scoperto da poco.

E non mi hai detto niente per tre settimane?!

Cercavo le parole.

Mamma! nella sua voce cera rabbia e confusione. Comè possibile? Per tutta la mia vita?

Non lo sapevo, Silvia.

Ma come si può non sapere? Sei sua moglie!

Proprio per questo. Era facile fidarsi di lui. Non ho mai dubitato. Ho solo aspettato e creduto.

Silvia scoppiò a piangere. Ludovica poteva solo ascoltare.

Chi è lei?

Nina Carli. È una brava persona. Anche lei non sapeva nulla.

Ci hai parlato?

Sì.

E avete solo bevuto il tè?

Sì, esattamente così.

Silvia tacque a lungo. Poi disse:

Non ti capisco, mamma.

A volte non mi capisco neanche io, rispose Ludovica.

Nina chiamò sua sorella Vera, più giovane, che viveva a Milano col marito e due figli ormai adulti. Si chiamava Vera, anche se da piccola la chiamavano Verina. Non si vedevano da due anni ma si sentivano spesso.

Nina, che è successo? Lo sento dalla voce.

Andrea ha unaltra famiglia. Da ventanni.

Silenzio.

Mamma mia.

Già.

Figli?

Figlia. Diciannove anni.

Nina e tu?

Non lo so. È quello che provo a capire.

Tornerai da lui?

Non lo so.

Nina, devi

Vera, lascia stare. Sai che devi non mi serve.

Vera tacque. Lo sapeva. Nina non aveva mai sopportato che qualcuno le imponesse cosa fare. Decisiva, ma lenta.

Sei sola?

Sì.

Vuoi che venga?

Nina ci pensò. Sapeva che Vera sarebbe arrivata subito. Ma ora preferiva stare sola. Non per orgoglio, perché sentiva che dentro qualcosa stava cambiando, ricostruendosi, e la presenza di altri avrebbe rotto quellequilibrio.

Non ora. Dopo, semmai. Ti chiamo io.

Chiamami quando vuoi.

Grazie.

Quando riagganciò, fuori iniziava a piovere. Restò a guardare, senza accendere la luce. Si faceva buio. Il ticchettio della pioggia. Pensò che i prossimi ventanni sarebbero stati diversi. Ancora non sapeva come, ma diversi, sì.

Nina aveva una piccola abitudine segreta. Le domeniche, quando Andrea partiva per lavoro, cucinava il minestrone. Una pentola grande, per tre giorni. Prepararlo era per lei un rito, un modo per raccogliere i pensieri: sminuzzare la verza, mescolare, lasciar cuocere. Così trovava un ritmo.

La domenica dopo la telefonata con Vera, cucinò ancora una volta il minestrone. E pensava. A chi fosse stata in quel matrimonio. Non Nina Carli, vice-responsabile contabile; non una donna matura, con idee tutte sue. Ma moglie. Aspettando. Custode di una casa visitata dal marito. Aveva scelto lei quella parte, o ci era arrivata senza accorgersene?

Era una domanda difficile, perché conosceva già la risposta, anche se era scomoda. Le piaceva sentirsi utile, parte di qualcosa. Andrea sapeva farla sentire necessaria: Senza di te non ce lavrei mai fatta, diceva. Tu sei il mio sostegno. E lei ci credeva. Essere il pilastro è piacevole, finché non capisci di essere trattata unicamente come un elemento utile.

Il minestrone era venuto buono. Se ne versò una scodella, aggiunse formaggio, mangiò. Poi chiamò Ludovica.

Sta preparando minestrone anche lei? chiese, senza un vero perché.

No, oggi minestra di piselli. Come mai?

Nulla. Solo una telefonata.

Signora Carli Ludovica la chiamò così per la prima volta. Posso chiamarla semplicemente Nina?

Certo.

Nina, ho parlato con Silvia oggi. Ora sa tutto.

Come sta?

Male. È arrabbiata. Chiede spiegazioni che non posso dare.

E cosa dice?

Vuole parlare col padre. Mi rimprovera di non essermi accorta di nulla, come se fossi distratta.

Non è giusto.

Probabile. Ma la capisco. Ha bisogno di un colpevole. E Andrea, si vede, non trova il tempo di rispondere. Lui è sempre bravo a sparire nei momenti scomodi.

Nina ricordò di quando Andrea le raccontava che da piccolo, se i genitori litigavano, lui si chiudeva in camera e faceva finta di nulla. Diceva che era una qualità: non intromettersi. Allepoca le era sembrata una prova di maturità. Ora aveva cambiato idea.

Dovè adesso? chiese Nina.

Non lo so. Non mi chiama da tre giorni.

Neanche a me.

Avrà trovato un terzo posto, disse Ludovica con un sorriso amaro.

Magari sta solo aspettando chi delle due lo richiama prima, aggiunse Nina.

Non è detto che aspetti per sempre.

No, convenne Nina. Non aspetterà.

Fu il primo momento in cui parlarono non solo da donne ferite, ma anche da donne che avevano deciso da che parte stare. Forse non ancora del tutto, ma una svolta cera stata.

I drammi familiari nati nel silenzio, senza testimoni, spesso sono più pesanti di uno scandalo urlato. Non perché il silenzio sia peggio del grido, ma perché nel silenzio non sai dove mettere tutto quello che hai accumulato. Nina lo sapeva per professione: un documento parla solo di numeri, ma dietro ci sono persone. E le decisioni importanti si prendono sempre in silenzio.

Andrea ricomparve una settimana più tardi. Bussò alla porta di Nina. Lei aprì.

Devo prendere alcune cose, disse.

Va bene. Entra.

Andò in camera. Nina sentì lapertura e la chiusura dei cassetti. Tornò con una piccola valigia.

Hai deciso, Nina?

Sto decidendo.

Devo saperlo.

Tu devi? lo fissò con calma. Andrea, per ventanni quello che ti serviva era la mia tranquillità, la mia fiducia in te. Ora quello che vuoi è la mia decisione. Sempre qualcosa per te. Ma a me?

Lui la guardava.

Tu, cosa vuoi?

Ci sto pensando. Per la prima volta, dopo tanto.

Mi sembra una risposta.

Forse.

Fece una pausa. Poi domandò:

Vedi ancora Ludovica?

Sì.

Lui sembrava aspettarsi altro. Che fossero nemiche, o che Nina non conoscesse il nome dellaltra donna. Nina notò la sua sorpresa.

E comè non concluse.

Parliamo, rispose Nina. Due persone adulte che devono capirsi.

Di cosa parlate?

Di ciò che non puoi comprendere, disse Nina. Vai, Andrea. Quando avrò qualcosa da dire, te lo comunicherò.

Lui se ne andò. Questa volta la porta fece un piccolo rumore, ma fu comunque un saluto definitivo.

Nina si preparò un tè. Si accorse che stava facendo proprio quello che aveva osservato fare a Ludovica la prima volta che era entrata in casa sua. Mettere lacqua, fare qualcosa con le mani per non restare lì ferma. Era un modo per calmarsi. Solo acqua calda, solo una tazza.

Si rividero ancora al Foglia dAutunno. Ora meno per parlare di Andrea, quasi per nulla.

Mi sono iscritta a un corso, disse Ludovica. Aveva un aspetto diverso, non più intenso, più sereno, come chi ha deciso qualcosa, anche solo di vivere.

Che corso?

Gestione di progetti bibliotecari. Voglio fondare un club di lettrici in biblioteca. Per donne più adulte. Leggere un libro al mese, chiacchierare insieme. Lo desideravo da tempo, rimandavo sempre. Dicevo: Quando sarà tutto più tranquillo. Ma non si calma mai niente, anzi.

È unottima idea, disse Nina.

E lei? Qualcosa ha deciso?

Sì, ho deciso che chiederò il divorzio. Non ora, non domani. Ma lo farò.

Come si sente?

Stranamente, serena. Mi aspettavo peggio. Sono qui a mangiare torta di mele con lei, e va bene così.

Ludovica sorrise. Il primo vero sorriso da quando si conoscevano.

Non vorrei perderla, disse. Suona strano, lo so.

Non lo è.

Ci siamo conosciute così, nel peggiore dei modi.

Ma è stato sincero, rispose Nina. Più di molti altri incontri.

Rimasero in silenzio. Nina guardava dalla finestra. La gente con gli ombrelli camminava, ottobre proseguiva con una pioggia sottile.

Mi dica una cosa, domandò Nina. Ma sinceramente.

Cercherò.

Ora pensa a ciò che ha perso o a quello che può guadagnare?

Ludovica ci mise tempo a rispondere. Poi:

Al secondo. Fa paura ammetterlo, ma sì.

Anche io, aggiunse Nina.

Era una verità che entrambe conoscevano, ma a voce alta sembrava nuova. Il vuoto che il tradimento aveva lasciato, osservato da vicino, non era del tutto vuoto. Solo ancora libero.

Andrea riapparve da Ludovica, con un mazzo di garofaninon le erano mai piaciuti, e lui lo sapeva. Ma sempre i garofani.

Posso entrare? chiese.

No, rispose Ludovica. Così, semplicemente.

La guardava fisso.

Ludo

Per ventanni ti ho spalancato quella porta. Credevo di sapere a chi la aprivo. Ho sbagliato.

Solo un momento, lasciami spiegare.

Non mi servono spiegazioni. A Silvia, sì. Chiamala: ti aspetta.

Possiamo parlare?

Non adesso.

Quando?

Non lo so, disse Ludovica. Forse mai. Ancora non lo so.

Chiuse la porta. Restò in corridoio. Sentì i suoi passi allontanarsi lungo la scala. Attese ancora, finchè non si calmò. Poi andò in cucina, riempì un bicchiere dacqua e bevve.

Fuori era iniziato il temporale. In lontananza i tuoni, poi sempre più vicino. Non abbassò le tapparelle. Le piacevano i temporali. Da sempre. E adesso, finalmente, poteva starsene alla finestra solo a guardare il cielo che faceva il suo lavoro.

Silvia si presentò sotto casa due settimane dopo la scoperta. Avvisò con una telefonata. Arrivò col pan di spagna, che era insieme comico e dolce.

Mamma, sbottò sulluscio sono arrabbiata. Con papà. Un po con te. Persino con me, perché non mi sono mai accorta. Ma, soprattutto, voglio capire, non solo urlare.

Vieni, disse Ludovica. Metti il dolce in cucina.

Si sedettero. Silvia domandava, la madre rispondeva. Su molte cose diceva solo: Non so. O: Allepoca la pensavo così, ora no.

Ma questa Nina, chiese Silvia la frequenti davvero?

Sì.

Come puoi? È per colpa sua.

No, Silvia. Non è lei la causa. Anche lei era alloscuro, come me.

Ma lei ci stava con lui.

E anche io. Siamo entrambe donne non viste per davvero.

Silvia restò muta.

È strano che non vi detestiate.

Non serve. Il vero nemico ci ha appena lasciato un mazzo di fiori.

Silvia guardò la madre, e capì qualcosa di nuovo.

Stai scherzando.

Un po sì.

Non hai mai scherzato così, prima.

Vedi, sorrise Ludovica quando smetti di fingere, è più facile essere sé stessi.

Nina intanto aveva parlato con unavvocata, la signora Ines Borri. Donna energica, dritta, che la fissava negli occhi. Piacque subito a Nina.

La sua situazione, legalmente, è chiara, spiegò Ines. Un matrimonio, beni in comune, ventanni di convivenza. Può chiedere il divorzio quando vuole.

Voglio sapere cosa perdo, disse Nina. Non legalmente. Umanamente.

Quello lo deve capire da sola, rispose la signora. Di solito avanti in queste cose si chiede allinizio cosa perdo, e dopo ci si domanda cosa avevo davvero?

Nina la fissò.

Io ho già fatto questa domanda, rispose.

È una risposta sgradevole. Ma, almeno, è sincera. Ed è rara.

A novembre si videro, Nina e Ludovica, non più al bar, ma a casa di Nina. Ludovica arrivò in autobus, reggendo un vasetto di marmellata di ribes nero regalata dalla vicina. Nina scaldò tortine salate che aveva preparato in mattinata. Si accomodarono in cucina e fu tutto sorprendentemente familiare, come tra vecchie amiche.

Ho presentato la domanda di separazione, Nina versò il tè.

Quando?

La settimana scorsa. Andrea ha firmato senza fiatare. Forse nemmeno sa cosa fare.

Ti cerca?

Qualche volta. Dice che dovremmo salvare qualcosa. Gli ho chiesto: salvare cosa? Non lo sa.

Anche a me ha telefonato, sospirò Ludovica. Dice che ama, che vuole chiarire. Gli ho detto: parla con Silvia.

Lha fatto?

Si sono visti. Non so cosè successo, Silvia non racconta. Ma dice che almeno si sono parlati. È già qualcosa.

Nina le porse un tortino.

Tu, che farai ora?

Vita di sempre. Biblioteca, Silvia, libri. Il club di lettura parte in dicembre. Ci sono già otto iscritte. Pensavo venissero in tre, e invece

Il nome?

Pagina. Solo Pagina. Mi piace. Un libro è fatto di pagine, ognuna finita e parte di un tutto.

Bello, approvò Nina.

E tu?

Sto pensando di cambiare casa. Non città, solo appartamento. Questo qui è grande, e labbiamo comprato insieme io e Andrea. Voglio qualcosa che sia solo mio.

Hai paura?

No, rispose Nina. Non ho paura. Questo mi sorprende. Mi aspettavo paura. Invece cè calma. Forse anche troppa.

Quando vivi a lungo aspettando, poi smetti di aspettare ed è strano sentire che la vita cè, semplicemente.

Aspettando cosa?

Non so. Io aspettavo che tutto migliorasse, che cambiasse, che finalmente si potesse vivere davvero. Poi smetti di aspettare e scopri che la vita cera sempre stata.

Nina la guardò.

Sei una donna saggia, Ludovica.

Solo una che legge molto, sorrise lei. Non è sempre la stessa cosa.

Sorrisero insieme.

Andrea si presentò ancora, a fine novembre. Nina gli aprì perché aveva chiamato prima e lei non aveva voluto negarsinon perché non fosse capace, ma perché credeva che a certi capitoli bisognasse dare un finale vero e non lasciarli sospesi.

Entrò, si sedette. Nina rimase alla finestra, come la prima sera, ma lei era una donna nuova.

Nina, sei sicura?

Di cosa?

Di voler il divorzio. Davvero necessario?

Sì. Sicura.

Ma, forse

Andrea, non è qualcosa che puoi riparare. Non è un guasto, è una scelta. Tua per ventanni, ora mia.

Ce lhai con me?

Nina ci pensò un momento.

No, non sono arrabbiata. Sarebbe più facile esserlo, la rabbia ti dà energia, ti muove. Invece ora sento solo distanza. Sei molto lontano, pur essendo qui davanti a me.

Lui sembrava non capire.

Parli ancora con Ludovica.

Sì.

Perché?

Mi piace farlo. Lei capisce certe cose che pochi capiscono. Ed è più onesto che fingere che non esista.

Non avete niente in comune.

Sei stato tu a unirci, rispose Nina. Non volevi. Ma ora è così.

Si strofinò il naso.

Parlate di me?

A volte. Non solo. Parliamo anche di altro. La vita, i libri, il lavoro, i progetti.

E che progetti avete?

Il nostro futuro, disse Nina. Che è già abbastanza grosso, non trovi?

Andrea se ne andò col solito sguardo disorientato. Nina pensava che le avrebbe fatto pena. Invece no. Solo una calma consapevolezza: lui non sarebbe cambiato. Non aveva mai avuto lintenzione di farlo. Aveva sempre vissuto semplicemente come meglio gli riusciva, e il mondo si adattava. Ora non più.

Non è una vittoria, né una sconfitta. È una storia che finisce, lasciando una domanda aperta.

Dicembre, quellanno, portò una grossa nevicata. Nina non aveva mai amato linverno, ma la prima neve era qualcosa che accoglieva sempre bene. Cera qualcosa che purificava, metteva tutto a zero.

Chiamò Ludovica il primo giorno di neve.

Vedrai che meraviglia?

Ho visto, tutto il cortile è bianco.

Oggi ho firmato il contratto per la nuova casa. Piccola, terzo piano. La finestra dà sul giardino. Ora è ricoperto di neve, ma in primavera dicono fioriscano i meli.

I meli sono belli.

Ludovica, la chiamò, abbreviando per la prima volta, lei si è mai pentita che quel giorno ho bussato alla sua porta?

Lunga pausa.

No. Non mi sono pentita. Allinizio volevo che andasse via, ma no.

Lo so.

E lei? Nessun rimpianto?

Nina guardò fuori. Fiocchi di neve scendevano piano, regolari.

Nessun rimpianto, rispose. È stata probabilmente la conversazione più sincera della mia vita.

Anche per me, disse Ludovica.

Restarono mute. Ma era un silenzio buono.

Il primo incontro del club è venerdì, disse Ludovica. Leggiamo Lettere di una sconosciuta. Se vuole la segno come decima partecipante.

Nina ci pensò un secondo.

Mi segni.

Allora a venerdì, rispose Ludovica.

A venerdì.

Nina ripose il telefono. In cucina ancora la pentola di minestrone che aveva cucinato la mattina. Fuori la neve continuava a scendere, senza fretta. Si versò una scodella, aggiunse un po di parmigiano, si sedette. Mangiava e guardava la finestra. Non pensava a niente in particolare. Solo mangiava e guardava.

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Due mogli
Zia, hai per caso del pane? Potresti darmelo? Giulia ha 37 anni e non è mai stata sposata. Un tempo lavorava come contabile. Ancora non riesce a trovare il senso della vita, né a scoprire la sua vera vocazione. Era molto assonnata. Si alzò e si costrinse ad andare al lavoro. Ancora una volta era il suo turno. La donna aveva trovato lavoro come cameriera. Ora doveva servire i clienti nella terrazza estiva, e quando era il suo turno arrivava alle sei del mattino. Dalle sette, infatti, la gente iniziava già ad arrivare. Viveva in periferia, quindi per non fare tardi doveva raggiungere il lavoro ancora prima, alle cinque. Con collegamenti scomodi e cambi, a volte capitava che l’autobus fosse in ritardo o bloccato nel traffico. Poi Giulia iniziò, come sempre, a pulire i tavoli prima dell’apertura della terrazza, perché ogni giorno si posava la polvere. Gli ospiti dovevano sedersi su sedie e tavoli puliti. Mormorò tra sé una melodia familiare. “Anche la mia mamma canta bene.” – All’improvviso sentì una voce di bambina. Giulia non si aspettava di incontrare nessuno a quell’ora. Davanti a sé, una ragazzina di circa cinque o sei anni, completamente sola. Si guardò intorno. “Cosa ci fai qui? Sei sola? Di mattina così presto?” “Sono uscita per fare una passeggiata. E per cercare un po’ di cibo per me e mio fratello. Zia, hai per caso un pezzo di pane?” chiese timidamente la bambina. Si vedeva che era affamata. “Certo che sì. Siediti, cerco qualcosa in cucina. Dov’è tuo fratello?” “È a casa. Qui dietro l’angolo, con la nonna.” Giulia non le chiese perché fosse sola e dove fossero la madre e il padre. La bambina decise di spiegare da sé. “I nostri genitori non ci sono più da tempo, e la nonna è molto vecchia, si dimentica di tutto, anche di noi nipoti, spesso non si ricorda.” Giulia non sapeva cosa dire. Rimase senza fiato. “Non voglio disturbare, chiedo solo un po’ di pane, poi torno a casa da mio fratello e dalla nonna.” “Non avere fretta, vengo io con te, aspettami qui. Non andare via.” disse Giulia. Giulia chiese a una collega di sostituirla un momento e si offrì di accompagnare la bambina. La piccola aveva una sua chiave. Entrarono e videro un bimbo di circa un anno e mezzo che gattonava e giocava a terra. Li salutò con un sorriso. Sul letto era sdraiata la nonna anziana, che non si accorse neanche di loro. Sembrava in uno stato di profondo torpore. “Ma che sta succedendo?” – chiese Giulia stupita. Chiamò l’ambulanza. Arrivarono e portarono via la nonna; dal suo aspetto si capiva che non sarebbe rimasta ancora a lungo. Giulia prese il bambino e la bambina e li portò a casa sua. Lì li attendeva il figlio tredicenne, sinceramente sorpreso. Ma quando la madre gli spiegò tutto, capì e la sostenne. Non aveva mai litigato con suo figlio. Fra loro c’era fiducia. Nella loro famiglia non si era soliti discutere. Lui aiutava sempre la mamma, era ragionevole e obbediente. Accettò di restare con i bambini mentre Giulia andava a lavoro. Dieci giorni dopo la nonna non c’era più. Era chiaro che i bambini sarebbero finiti in orfanotrofio. Ma Giulia non riusciva a separarsi da loro: erano così gentili, educati, ormai si erano affezionati. Sapeva come sarebbe stato finire in istituto, tra persone sconosciute. Così decise di assumersi la responsabilità e adottarli, diventando la loro tutrice. Dovette lasciare il lavoro da cameriera e accettare finalmente quello da contabile offerto da una cara amica, che la aiutò pure con tutte le pratiche. Così, dopo qualche settimana, Giulia riuscì a prendere ufficialmente in affido i bambini. “Ecco perché volevi fare la cameriera!” scherzò l’amica. “Hai ragione, era un piano a lungo termine che sta iniziando solo ora a realizzarsi.” Chi mai avrebbe immaginato che la sua vita potesse cambiare così tanto? Ora si ritrovava con tre figli e doveva scegliere tra diverse professioni. Giulia non si era mai sentita forte, ma ha raccolto la sfida che il destino le ha posto davanti.