L’ultima richiesta

Lultima richiesta

«No, non tornerò più a casa…», sospirava amaramente Eugenio, contorcendosi dal dolore. «E non vedrò mai più Virginia. E dire che volevo chiederle di sposarmi. Non ho fatto in tempo… Ma cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?»

«Dai, non ti agitare così», sorrise linfermiera, notando il colorito pallido col quale il ragazzo era arrivato in ambulanza. «Vedrai che andrà tutto bene.»

«Ne dubito…» riuscì a borbottare piano Eugenio.

Poi osservava in silenzio, con gli occhi spalancati, i preparativi per loperazione, come se si stessero organizzando per liberare Roma dai Visigoti.

*****

Eugenio non ha mai sopportato gli ospedali.

Quella repulsione cronica risaliva allinfanzia lì gli facevano male senza nemmeno scusarsi per le sofferenze morali.

«Ma piantala di piangere, Eugenio!», rideva linfermiera mentre gli pungolava il dito per il sangue. «Ormai sei grande, tra poco vai a scuola, e fai come le femminucce! Non ti vergogni?»

Eugenio la guardava tra le lacrime, tentava di divincolarsi ma stava peggio e peggio. Altro che vergogna: era solo rabbia e dolore.

Così, tornando a casa dalla ASL con sua madre, recitava il suo manifesto: che in ospedale non ci sarebbe entrato mai più, per nessuna ragione.

Sì, proprio così Mai e poi mai! Piuttosto muoio, che mettere di nuovo piede là dentro! dichiarava solennemente.

«Figlio mio, non dire così…», cercava di calmarlo la mamma. «I dottori ci sono per aiutare la gente. Devi aver fiducia! Sono brave persone.»

«Sì, sì, brave…», singhiozzava Eugenio, fissando il dito da cui gli parevano aver succhiato mezza vita. «Curassero se stessi e lasciassero stare me!»

Non vi sto nemmeno a raccontare cosa si è provato quando i genitori lo portarono con la forza dal dentista per togliere un dente.

Urlava così tanto che si sentiva in tutto il quartiere, persino con le finestre chiuse.

Insomma, bei ricordi proprio non ce nerano. Anzi.

Logico quindi che, adulto, Eugenio evitasse ospedali e personale medico rigorosamente. Appena scorgeva un camice bianco, cambiava marciapiede.

Ma la fortuna o sfortuna volle che Eugenio si ritrovasse in ospedale. Diagnosi: appendicite.

Il mal di pancia lo piegò in due. Virginia, la fidanzata, con cui lui stava per andare a cena fuori, fu costretta a chiamare il 118.

«Lascia stare, Virginia, passa da solo…» la supplicava lui.

«E certo, come no! Lo vedo anchio che non stai in piedi. Questa è appendicite, ti dico. Mi è già successo.»

Così, controvoglia, Eugenio è finito al Pronto Soccorso dellOspedale Civile numero 6 di Firenze.

Potete immaginare lumore…

Solo a pensare ai chirurghi che rovistano tra i suoi organi interni, Eugenio si sentiva già a metà strada verso laldilà. E quando vide due portantini trascinare via un paziente coperto dal lenzuolo, il sentimento di tragedia aumentò.

«È finita, non torno più a casa…», gemeva Eugenio, curvo dal mal di pancia. «E Virginia non la rivedrò mai più. Volevo chiederle di sposarmi… non ho fatto in tempo… Ma che sfiga!»

«Ma dai…» lo rincuorò ancora linfermiera, con un sorriso professionale. «Loperazione è una passeggiata e ti abbiamo portato qui in tempo. Se aspettavi ancora, magari erano guai. Fidati.»

E aveva ragione: tutto filò liscio come lolio. Eugenio, incredulo, si rese conto che per la prima volta in vita sua lospedale non gli aveva lasciato traumi. Lhanno addormentato direttamente sul tavolo operatorio e, al risveglio, il peggio era passato. Lhanno pure portato subito in reparto normale.

Dormì come un ghiro fino al mattino, svegliandosi appena per cambiare la flebo.

La sorpresa arrivò al risveglio

…un uomo anziano era stato messo nella sua stanza.

Ecco, ci mancava solo il vecchietto logorroico, pensò seccato. Quello che inizia a raccontarti tutta la sua vita.

Non aveva voglia di parlare con nessuno. Solo silenzio e magari una focaccia. Perfino a Virginia non scrisse, se non un messaggio breve: Sto bene, non preoccuparti. E via il telefono sotto il cuscino.

Eugenio e Virginia stavano insieme già da più di un anno e proprio la sera prima lui voleva dichiararsi: tavolo prenotato in una trattoria carina, chitarrista pronto a suonare la canzone preferita di Virginia, e il cameriere già avvertito il famoso piatto col ring sarebbe arrivato al momento giusto.

Tutto calcolato, in grande stile.

Ma è andata diversamente. Invece di parlare di matrimonio, Eugenio ascoltava i sospiri del suo compagno di stanza.

Stranamente però, lanziano non aveva voglia di chiacchierare. Salutò educatamente e si chiuse nel suo silenzio, bisbigliando tra sé mentre tentava di telefonare a qualcuno. Tutto il giorno, senza ricevere risposta. E quando finalmente il vecchio cellulare si scaricò, si disperò. Caricabatteria? Lasciato ovviamente a casa ventanni fa.

Nemmeno il personale aveva la spina giusta per quellantiquariato.

Mentre fissava quel telefono morto, luomo scoppiò in lacrime. Eugenio si sentì un po una carogna, pentito di averlo giudicato male.

Dopo un po si schiarì la voce e gli chiese soft, quasi vergognandosi: «Va tutto bene? Qualcosa non quadra?»

«Non riesco a parlare con mio figlio…», sospirò lanziano.

«Non sa che sei qui?!»

«Lo sa… Lhanno chiamato dallospedale appena mi hanno ricoverato. Ma non mi vuole sentire. Siamo in lite da mesi, poco prima del mio compleanno. Lui voleva mettermi in una RSA per vendere la casa, io non ne volevo sapere. Non per la casa, proprio…»

Così raccontò il suo infarto, il ricovero, la prognosi non proprio da ridere.

«Mi hanno detto che devo operarmi dopo domani… Io temo di crepare prima di finirci su quel tavolo.»

«Non dire stupidaggini!» Eugenio provò a consolarlo. «I medici ci sono mica per niente. Guarda qua, mi hanno tolto lappendice ieri e sono ancora vivo.»

Lanziano sorrise, consapevole che cuore e appendice non sono proprio la stessa cosa, ma lasciò correre.

«Ho solo un pensiero, la mia cagnolina è rimasta lì, in strada. Avrei voluto dirlo a mio figlio: di badare a Cannolo se mi succede qualcosa. Altrimenti almeno di trovargli una buona famiglia. I vicini non se la prendono, hanno già troppi animali. Ma mio figlio potrebbe realizzare il mio ultimo desiderio. Non lo faccio gratis, eh: la casa con terreno che tanto sogna di vendere sarà sua appena io non ci sarò più. Ma non risponde alle chiamate. E pure quando l’infermiera ha telefonato, non cè stato niente da fare. Questo è mio figlio…»

«Eh, già…» mormorò Eugenio.

«Ho paura per Cannolo. Chi lo curerà? Dove dormirà?»

Strano vecchio, pensava Eugenio, ha loperazione tra 48 ore e si preoccupa della cagnolina…

Ma più luomo parlava, più Eugenio capiva che Cannolo per lui era tutto: lo aveva trovato per caso, proprio al suo ultimo compleanno, abbandonato sotto la pioggia, e la moglie morta (che Dio la benedica) gli era apparsa in sogno con una cagnolina al guinzaglio. Fatto sta che, segno del destino o esaurimento nervoso, era stato amore a prima vista.

«Ho appeso volantini in mezza Firenze per cercare i padroni. Nessuno! Ormai era chiaro: lei era fatta per me. Cannolo non è solo un cane. È il senso della mia vecchiaia, il mio migliore amico.»

Quella notte Eugenio pensò solo al cane rimasto per strada, e al figlio che non rispondeva alle chiamate del padre.

Che cuore serviva per trattare così un genitore?

E da lì sogni pieni di cagnolini randagi, e lui che li seguiva per ore senza sapere nemmeno il perché.

Fu svegliato di soprassalto dal vecchio che ansimava, pallido, una mano sul petto.

«Devo chiamare il medico?» chiese terrorizzato Eugenio, balzando dal letto.

«No, aspetta… prima, fammi un favore: telefona a mio figlio, Sergio. Il suo numero è scritto lì, sul foglietto. Se puoi, digli di venire, ho bisogno di salutarlo… Esploratore… e se non ha voglia, almeno che accudisca Cannolo. Non credo che rivedrò più la mia bestiola… ma sapendo che sta bene, forse riesco ad andarmene in pace.»

Eugenio, mani che tremano, prese il telefono, lesse il numero vergato storto, e compose.

«Pronto? Sergio? Sono Eugenio, sono il compagno di stanza di suo padre…»

Si rese conto solo ora che non sapeva nemmeno il nome completo del vecchio.

«Vittorio Stefani, mi chiamo!», sussurrò il vecchio.

«…di Vittorio Stefani, sì. Sta male. Chiede di lei.»

«Sta per morire allora? In quale reparto è ricoverato? Sesto piano, giusto? Sai che non mi ricordo…»

«Ospedale Civile, terzo piano, camera 314», recitò Eugenio. Indicazioni complete. Poi mollò il telefono e via a cercare linfermiera.

Due minuti dopo era di nuovo al fianco del vecchio. Medico e infermiera arrivarono trafelati purtroppo, troppo tardi.

Il cuore di Vittorio Stefani aveva già deciso di prendere una strada diversa.

*****

«Suo padre mi è morto sotto gli occhi», spiegò Eugenio a Sergio lindomani.

«Beh, meno male così», rispose Sergio con la sensibilità di un iglù. «Almeno non ha sofferto. Nemmeno io insomma. Vecchi acciacchi, li chiamiamo. Sai quantè dura curare un genitore, con famiglia, lavoro, mutuo… Meno male, dai»

«Lultima sua richiesta era che si occupasse di Cannolo, il cane», aggiunse Eugenio.

«Il cane? Ah, sì, quella bestiola che si è portato in casa. Lho sempre detto che con gli animali lui esagera… Proprio per la cagnolina, niente casa di riposo, testardo comera!»

Gli bastava così. Sergio arraffò il vecchio Nokia e il biglietto col numero, tutto lì. Neanche un grazie o un arrivederci; solo una porta sbattuta.

Eugenio restò a riflettere. Peccato per il vecchio Vittorio. Settantasette anni: magari avrebbe potuto campare ancora, come quelli che arrivano a cento…

Che beffa, però. E il cane, ora? Abbandonato veramente come un mobile vecchio.

E il pensiero rimasticava lo stesso dubbio: Sergio ascolterà la richiesta del padre? Difficile a credersi… Metterà lannuncio per vendere il terreno e addio Cannolo.

Quella notte Eugenio sognò Vittorio che girava per Firenze chiamando la sua cagnolina sotto la pioggia piangeva, e stranamente, anche Eugenio piangeva, e nemmeno si ricordava lultima volta che aveva pianto sul serio.

Anche dopo essere tornato a casa, il sogno si ripresentava ogni notte. Virginia se ne rese conto subito.

«Eugenio, tutto ok?»

«Sì, sì, tranquilla. Ma pensavo a una cosa… Lanziano con cui ho condiviso la camera… beh, era in ospedale per il cuore… E aveva solo quella cagnolina.»

«Non ha parenti?»

«Solo un figlio, ma… non si parlavano da mesi. Non rispondeva mai alle sue chiamate. E quando è venuto, era più interessato alla casa che al resto. Alla cagnolina… non credo che ci pensi minimamente. Mi viene una pena incredibile, anche se quella bestiola non lho mai vista.»

«Andiamo a cercarla?» propose Virginia. «Se nessuno la vuole, lasciamo che venga da noi. Ti va?»

«Sul serio? Non ti spaventano i cani?»

«Tuttaltro! Sarebbe bellissimo avere finalmente un animale, no? Ci farebbe stare meglio.»

«Già… e come la troviamo, la cagnolina? Neanche so lindirizzo.»

«Passiamo in ospedale! Lascia fare a me: un po di cioccolato, un barattolo di buon caffè per la segretaria, e troveremo tutto!»

Mai sottovalutare i miracoli di una tavoletta di cioccolato fondente e due parole gentili: anche se la signora allaccettazione inizialmente tirava su il naso, davanti a Virginia (e al dolce) capitolò, scarabocchiando lindirizzo su un foglio.

Quaranta minuti dopo, Eugenio e Virginia erano davanti alla casa di Vittorio Stefani, una villetta dalle persiane verdi. Nessun cane in giardino. Bussarono.

La vicina si affacciò: «Cercate qualcuno? Sapete che la casa è vuota da giorni?»

«Sì: eravamo in ospedale con il signor Stefani. È mancato.»

«Povero uomo! Era gentile, daltri tempi. Suo figlio, invece… Nemmeno per il funerale ha organizzato niente di decente. Ha fatto tutto di corsa, ora parla solo di vendere la casa! Tipico…»

«Non avrebbe mica visto la sua cagnolina, Cannolo?»

«Ma sì! Fino a ieri era qui che aspettava. Sempre accovacciato davanti al cancello, fissando la strada. Sperava che il padrone tornasse. La notte che è morto ha ululato fino allalba. E il figlio, quel Sergio, è venuto, lha strattonato, caricato sulla Panda e chissà dove lha portato. Non credo che labbia tenuto… Non ha mai amato gli animali…»

«E neanche detto dove la portava?»

«Mi ha detto che lavrebbe dato a qualcuno che conosce. Però… chi ci crede? Aspettate: ho una foto!»

Era un corgi: delle zampe corte e gli occhi più dolci del tiramisù. Virginia, intenerita: «Ma che tesoro, guardalo!»

Ringraziarono, tristezza in crescendo. Forse, se fossero arrivati prima…

Fecero un paio di giri per il quartiere, mostrando la foto a chiunque, ma niente. Nessuna traccia.

Quando Eugenio provò a chiamare Sergio per farsi dire la verità, trovò il suo numero bloccato. Neanche il Whatsapp funzionava.

«Speriamo che davvero Cannolo stia bene…» disse Virginia, lanciando uno sguardo malinconico. Ma, dentro, entrambi sapevano che la speranza era solo una buona scusa per dormire.

Il destino, però, non aveva esaurito i suoi colpi di scena.

Finiti in coda sulla superstrada, Virginia decise di prendere una scorciatoia. Qualche chilometro dopo, rallentò improvvisamente.

«Eugenio, guarda là sulla destra!» indicò emozionata.

Un cane, piccolo, dagli occhi tipici del corgi, se ne stava seduto nellerba, spaesato.

«Secondo te è lui?»

«Sembrerebbe proprio… Dai, fermiamo!»

Accostati sulla ghiaia, scesero. La bestiola si voltò verso di loro, in allerta, ma quando Eugenio si avvicinò, sussurrando il nome «Cannolo! Cannolo!» il cagnolino ebbe un sussulto. Annusò laria, incerto, poi si avvicinò piano. Quelle mani avevano ancora lodore rassicurante di Vittorio.

Cannolo si mise a scodinzolare come un matto, facendosi accarezzare. Eugenio sentiva un groppo in gola, alla faccia delle promesse infantili di non piangere come una femminuccia.

Virginia pure, si commosse, e così trovò il lieto fine.

Tornarono a casa tutti e tre, finalmente felici. Eugenio e Virginia gioirono della scorciatoia e del nuovo amico peloso; Cannolo trovò non solo una nuova famiglia, ma anche mani che sapevano di casa.

Che altro chiedere alla vita?

*****

Rientrati finalmente a casa, Eugenio sbottò: «Ecco che razza di figli abbiamo oggi! Non si occupano nemmeno di una richiesta così semplice… Altro che rispetto!»

«Lascia stare, Eugenio», intervenne Virginia. «Limportante è che noi abbiamo trovato Cannolo. Il resto… La vita sistema tutto. Prima o poi Sergio avrà quello che si merita: la solitudine che non ha mai voluto vedere nel padre.»

«Hai ragione…», ammise Eugenio. Poi gettò un occhio a Cannolo sul divano: dormiva, le zampette che si muovevano come se corresse nei sogni, felice.

Eugenio sapeva dove correva e chi rincorreva, nei sogni.

Salutami Vittorio, pensò. Poi, facendo attenzione a non svegliare il cane, prese dal cassetto la scatolina dellanello.

Quella sera stessa, finalmente, chiese a Virginia di sposarlo. Niente ristoranti di lusso, niente musicisti pagati, niente camerieri con piatti speciali. Solo un divano, un cane felice e un sentimento vero.

Perché per dichiararsi davvero non serve aspettare loccasione perfetta. Bisogna farlo, e basta.

Virginia accettò senza esitare.

E questa, alla fine, è la storia.

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L’ultima richiesta
L’uomo aprì gli occhi e, con stupore, vide sulle sue ginocchia un gattino tutto sporco, grigio e magro come uno stecchino. Le orecchie sporgevano buffamente dalla piccola testa. Il micino si alzò sulle zampette posteriori e gli strofinò il musetto sul volto… Le cardiopatie congenite sono tra le diagnosi più gravi che un medico possa pronunciare. In certi casi, quando la situazione diventa critica, il trapianto è l’unica speranza. Nell’attesa di un cuore compatibile, il paziente spesso viene sottoposto a interventi e a dispositivi elettronici che aiutano un organo sempre più stanco. Ma anche con tutta la tecnologia moderna, chi nasce con il cuore malato spesso non arriva all’età adulta. La storia di quest’uomo, però, fu un’eccezione. Riuscì a raggiungere i trentacinque anni, che i medici giudicavano un vero miracolo. Ricoveri annuali, esami continui e interventi diventavano la sua normalità. I medici gli impiantavano protesi, correggevano funzioni cardiache e facevano tutto il possibile per regalargli ancora un po’ di tempo. Così “tirò avanti” — proprio così. Perché era difficile considerare vita quella fatta di attese per un donatore, per un’operazione, o forse per la morte stessa. Non costruì mai una famiglia: non trovava una donna disposta a vivere sotto l’ombra costante del rischio, e lui stesso non voleva pesare sulla vita di nessuno. I genitori se n’erano andati e lui restò solo. I lunghi mesi passati ogni anno in ospedale erano ormai una consuetudine, ma stavolta era diverso. Il medico scorse a lungo le cartelle cliniche, consultò il computer, sospirò profondamente. Poi prese coraggio e disse: — È arrivato il momento di mettere in ordine le sue cose. Se vuole lasciare delle disposizioni, le faccia ora. E vada a trovare i suoi cari… Il dottore abbassò gli occhi e continuò: — Siamo ancora in attesa di un donatore, ma è questione di fortuna. Le sue condizioni, però, sono gravissime. Altri interventi non avrebbero senso. Possiamo sistemarla in una stanza singola e collegarla alle macchine, ma a quel punto non potrà più uscire fino al trapianto. E quando arriverà il cuore, lo sa solo Dio. L’uomo non disse nulla. Era esausto, stremato dalla paura e dall’attesa. Stanco di lottare per una vita che ormai sembrava non appartenergli più. Sorrise e disse: — Non si preoccupi. Va tutto bene. Ho già deciso: farò un viaggio. Il medico alzò gli occhi spaventato: — Non può allontanarsi troppo dall’ospedale! E se si trova un donatore? Non riusciremmo ad aiutarla! Ma l’uomo si alzò e se ne andò. Non ne poteva più né dei muri d’ospedale, né degli orari, né delle restrizioni. Andò in un’agenzia viaggi: il suo sogno era vedere Venezia — quella città sull’acqua, passeggiare sui suoi ponti, salire su una gondola… Il cuore batteva irregolare, la debolezza lo assalì e si sedette su una panchina nel parco cittadino. Chiuse gli occhi, respirava piano cercando di calmare il dolore. Il sole filtrava tra le foglie, guardò la luce fino a serrarli, e poi… Qualcosa di leggero saltò sulle sue ginocchia. Aprì gli occhi — e tra le sue braccia si ritrovò un gattino sporco, magro e grigio, con le orecchie dritte in tutte le direzioni. Il piccolo si alzò sulle zampette posteriori e, con il musetto caldo, si strofinò contro il suo viso. — Mi scusi… — si sentì dire accanto. Una donna, sulla trentina, si era avvicinata. — Sono venuta a prenderlo, volevo adottarlo, ma è scappato… Non penserà di tenerlo, vero? La prego, me lo ridia. L’uomo sorrise e cercò di cedere il micino, ma quello, all’improvviso, si aggrappò forte ai suoi vestiti con le piccole unghie e miagolò disperatamente. L’uomo si bloccò, allentò la presa. — Dai piccolo… Non puoi restare con me, non so nemmeno se domani mi sveglierò. Vai da questa bella signora. — Perché non sa se sarà vivo domani? — domandò piano la donna, sedendosi accanto a lui. Inaspettatamente, le raccontò tutto — dall’infanzia fino alla conversazione del mattino con il dottore. Parlò delle sue paure, della battaglia senza fine e del desiderio di vedere Venezia. Mentre lui parlava, il minuscolo batuffolo si addormentò tra le sue braccia, aggrappato con le unghiette. La donna tratteneva a stento le lacrime. — Mi scusi… — si confuse lui. — Non volevo rattristarla. — Basta! — disse decisa lei, alzandosi. — A Venezia ci andrà, ci andrà eccome. Ma adesso… Adesso viene a casa mia, prendo tutto ciò che ho preparato per il gattino. Poi veniamo da lei. Gli diamo un’accoglienza come si deve. D’altronde, ha scelto proprio lei. L’uomo si alzò e le porse una chiave. — È di casa mia. Se mi succede qualcosa… lo prenda con sé. — Non le succederà nulla! — rispose sicura. — Ora ha una ragione per vivere. Si avviarono lungo il viale, parlando e ridendo. Per la prima volta, non ascoltava più il battito del suo cuore. La debolezza sparì come d’incanto. Non vi annoierò con i dettagli. Vado dritto al punto. Visse altri vent’anni. Vent’anni felici. Con quella donna ebbe due figli. E tutti insieme fecero quel viaggio a Venezia: girarono in gondola, ascoltarono i cantori, passeggiarono al chiaro di luna. La città divenne il loro sogno realizzato. L’uomo si scordò dell’ospedale. Certo, i richiami dei medici per i controlli annuali c’erano ancora, e la moglie doveva trascinarlo a forza. Lui brontolava: — Sto benissimo! Ma la morte non si inganna. Si può soltanto rimandare, se si sa per chi si vive. Una notte, un vecchio gatto grigio si accoccolò tra le sue braccia. L’uomo capì tutto all’istante. Si alzò piano, per non svegliare la moglie, e uscì sul balcone. La luna brillava luminosa, come se fosse solo per lui. Si sedette in poltrona, strinse il gatto al petto e disse: — Non temere. Sono con te. Ti voglio bene. Il gatto lo guardò negli occhi, sospirò piano e si addormentò per sempre. L’uomo lo accarezzava, guardando la luna. Così li trovarono al mattino — seduti insieme. L’uomo fissava il cielo. Li seppellirono uno accanto all’altro. La moglie disse: — I loro cuori hanno vissuto insieme. E si sono fermati insieme. Non maledisse né il destino né Dio. Sapeva che quei vent’anni regalati erano il dono più grande. E ringraziò il mondo, quel piccolo gattino sporco, l’uomo dal cuore malato — e sé stessa per non aver voltato lo sguardo. Chi può dire dove comincia un miracolo? Così finì la loro storia. Forse non allegra, ma chi può negare che in essa ci sia stato amore e felicità? Di certo non io.