Mi chiamo Elia. Da vent’anni lavoro al banco oggetti smarriti e reclamo bagagli della Stazione Centrale. È un luogo rumoroso e caotico

Mi chiamo Elio. Da ventanni lavoro al banco degli oggetti smarriti e ritiro bagagli nella Stazione Centrale di Milano. È un luogo frastornante, dove le voci si mescolano agli annunci urlati, mentre laria odora di diesel e focaccia appena sfornata.

Io però vedo i Radicati. Sono quelli che non salgono mai sui treni. Restano seduti sulle panche, tre o quattro borsoni pesanti accanto a sé. Li trascinano in bagno, li portano perfino in caffetteria. Non hanno una casa, o cercano di trovarne una, e tutto quello che possiedono sta in quelle borse. Non possono lavorare: chi si presenta a un colloquio col sacco a pelo in mano? Sognare di affittare un monolocale è fuori discussione: non possono lasciare le loro cose nemmeno per un sopralluogo; qui larmadietto costa 18 euro al giorno, come se fosse un milione.

Lo scorso inverno, un ragazzo di nome Matteo ha iniziato a vagare nella stazione. Rasato di fresco, camicia pulita, ma con due valigie enormi e uno zaino da montagna. Ogni giorno si sedeva vicino al mio sportello. Aveva aria intrappolata. Ho un colloquio oggi alle due, mi raccontò un martedì, la voce stretta dal panico. In zona Bovisa. Ma non posso portare tutto questo. Scalciò la valigia. Se la lascio, me la rubano. Se la porto capiscono che vivo per strada e non mi prendono.

Guardai il retro, il deposito degli oggetti dimenticati, destinato a ombrelli smarriti e cappotti dimenticati. Dammi i bagagli, gli dissi. Cosa? Li registro come Trovati – In attesa di ritiro. Hai 24 ore. Vai pure al colloquio. Torna prima delle sette, quando smonto.

Mi guardò come se gli avessi regalato un pezzetto di cuore. Mi spinse i bagagli oltre il banco, finalmente dritto sulle spalle. Sembrava più alto di dieci centimetri senza quel peso addosso. Scappò via come il vento. Alle cinque era già di ritorno, gli occhi luminosi: Mi hanno chiamato per il secondo colloquio!

Da quel giorno ho iniziato a farlo anche per altri. Ho creato un sistema tutto mio. Se vedevo qualcuno che, allo specchio del bagno, tentava di sistemarsi ma inciampava tra le proprie borse, gliela facevo capire con un cenno. Taggiala, sussurravo. Avevo un registro segreto: Il Registro dei Radicati. Non custodivo soltanto oggetti smarriti; custodivo i loro pesi, così potessero essere leggeri per qualche ora.

Dopo tre mesi però mi beccarono. Il mio responsabile, il signor Ferrini, trovò sei valigie non autorizzate stipate nel retro. Elio, hai aperto un deposito gratuito? È una follia! sbottò. Non è un deposito, dissi piano. È un programma per il lavoro. Quella borsa rossa? La sta usando una signora proprio ora per un colloquio da Caffè Gilli. Il trolley blu? Il proprietario è al test dingresso alluniversità.

Schiudo il registro. Matteo è tornato la scorsa settimana. Non aveva più bisogno di lasciare la borsa. Stava comprando un biglietto. Ora ha un alloggio. È andato a trovare la mamma in treno.

Ferrini guardò le valigie. Guardò me. Non mi licenziò. Sgombrò invece un vecchio sgabuzzino vicino allingresso e ci mise un cartello: Armadi della Rinascita. Gratuiti per chi cerca lavoro. Rivolgersi a Elio.

Oggi facciamo squadra con la Caritas locale. Chi ha un appuntamento, riceve un gettone per larmadietto. Ho sessantadue anni, continuo ad attaccar tagliandi alle borse. Col tempo ho capito che non puoi camminare avanti se porti tutto il tuo passato sulla schiena. A volte il regalo più grande non sono gli euro. È, semplicemente, offrire un posto sicuro dove posare i pesi. Così si può varcare una porta a schiena dritta.

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