Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – la nonna respirava affannosamente, ma il suo volto irradiava una felicità autentica. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani asciutte, le lasciò cadere sul piumone.

Grazie a Dio, ce lho fatta! la nonna respirava a fatica, ma il suo volto era illuminato da una felicità sincera. Accarezzò delicatamente il viso del nipote con le sue mani asciutte e poi le lasciò ricadere sulla coperta.
Riposa un po, nonna, la pregai. Domani abbiamo tutta la giornata, ci racconteremo tutto con calma.
No, Giulio, la nonna sorrise tristemente. Ho chiesto solo una cosa al Signore: rivederti. Adesso posso stare in pace, ti ho visto, ti ho abbracciato. Ora mi riposo un attimo, poi parliamo, chiuse gli occhi, visibilmente sfinita. Mariuccia, dagli qualcosa da mangiare, sarà affamato dopo il viaggio.

La nonna stava davvero male. Sapeva che le rimaneva poco tempo. Giulio era lunico suo parente stretto, così come lei lo era per lui. I genitori di Giulio erano scomparsi, prima consumati dal vizio, svendendo una cosa dopo laltra: prima gli oggetti di valore, poi i mobili, infine la casa. Alla fine, si erano sacrificati anche loro. La nonna riuscì in tempo a portare via il nipote da quel baratro, lo fece studiare, lo convinse a prendere la patente per auto e camion, e lo salutò quando partì per il servizio militare. Oggi, finalmente, lo aveva rivisto. Non era il ritorno che aveva desiderato, ma non si sceglie quando si può vedere chi si ama.

Mentre Mariuccia vicina di casa e vecchia amica della nonna preparava qualcosa per me in cucina, la nonna, con gli occhi socchiusi, cercava le parole giuste, quelle che parlassero al cuore e alla testa. Ma la memoria già le faceva qualche scherzo. Accarezzava la sua gatta preferita, Minù, che non laveva lasciata un momento negli ultimi giorni, sentendo che qualcosa non andava. Alla fine mi chiamò:
Giulio, vieni qui. Mi avvicinai al suo letto e lei parlò piano: Mi sarebbe tanto piaciuto conoscere i tuoi figli, Giulio, ma temo che non ne avrò la possibilità. Rimani da solo. È dura, da soli. Se incontrerai una brava ragazza, non lasciare andare: scegli per la vita, per la strada difficile. La vita facile non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. Evita di perdere tempo in sciocchezza e divertimenti stupidi, e soprattutto stai lontano dal vino maledetto! Basta uno a cadere, ma a soffrire sono tutti quelli che ha vicino. Le strade sono tante, Giulio, scegli quella giusta, si interruppe, forse ricordando i miei genitori. Poi riprese: Ho intestato a te lappartamento, così avrai dove portare tua moglie. Per il funerale ho messo via dei soldi, Mariuccia ti mostrerà dove. Il resto te lho trasferito sulla carta: per cominciare dovrebbero bastare. Abbi cura della mia Minù, non lasciarla sola. È intelligente, affettuosa ma tu lo sai, lhai portata qui cucciola ecco, penso sia tutto. Ora vai a riposare, anche io devo farlo, sono stanca.

La mattina dopo, la nonna non si svegliò più

Trovatomi solo, trovai lavoro come tecnico per le installazioni di reti internet, grazie a delle conoscenze. Eravamo in sei a occuparci di cablare fibra ottica e collegare nuovi utenti. Anche se la sera ero stanco, uno stipendio decoroso e la soddisfazione per il lavoro ben fatto compensavano le fatiche.

A casa mi aspettava Minù, la gatta grigia che avevo raccolto dalla strada otto anni prima. Dopo la scomparsa della nonna, Minù si era lasciata andare, non mangiava più. Passava le giornate sulla vecchia poltrona preferita dalla nonna, fissando la porta come se aspettasse che lei rientrasse in ogni momento. Ma la nonna non tornava.

Provai a distrarla, a parlarle a lungo mentre la accarezzavo in grembo, le raccontavo cosa avevo fatto nella giornata, cercavo di invogliarla con cibi più gustosi. Solo dopo un mese Minù diede segni di ripresa.

Quel giorno ricevetti il mio primo stipendio. Gli amici pretesero il rito del brindisi una tradizione intoccabile: rifiutare era maleducazione. Li invitai tutti in un bar, offrendo loro da bere e da mangiare, e mi divertii anchio. Tornai tardi e allegro. Sulla porta mi accolse Minù. Non so perché, ma mi vergognavo a guardarla negli occhi quegli occhi grandi, verdi, così comprensivi. Provai a sfuggire al suo sguardo, ma lei non mi lasciava perdere. Capendo la mia condizione, fece un miagolio triste e andò a nascondersi sotto il divano.

Minù, non potevo dire di no agli amici. Sono loro che mi hanno trovato il lavoro, e poi sono amici Mi sentivo come se chiedessi scusa più alla nonna che alla gatta.

Il giorno dopo Minù mi venne incontro di nuovo. Capito che ero in forma, mi accolse felice, attorcigliandosi tra le gambe e facendo le fusa. Mangio con appetito, mi seguì tutta la sera e quella notte si accoccolò accanto a me, fiduciosa.

Capisci tutto, eh. Sussurrai, accarezzandola. Ma non preoccuparti, ormai sono grande, so badare a me stesso. Solo chi beve non è padrone di sé, ma io non voglio cadere il sangue non mente. Forse dovrò cambiare lavoro, qui il bere è la regola: si trova sempre la scusa, per il freddo, la stanchezza, una festa, pure per il bicchiere della staffa ogni venerdì. Io provo a rifiutare, ma mi guardano già storto. Meglio cercare qualcosaltro. Da piccolo sognavo di fare lautista di camion, ma la mia patente non basta e nessuno affiderebbe un tir a un novellino.

Un altro venerdì ero di nuovo al bar con i colleghi. La compagnia era allegra, festeggiava la fine della settimana. Io, come sempre, bevevo acqua minerale e guardavo con noia gli altri ormai troppo vivaci.

A servirci, una giovane cameriera, carina, gentile. I ragazzi la invitavano spesso al tavolo, il caposquadra a un certo punto la prese per il braccio forzandola vicino a sé. La ragazza spaventata cercava di liberarsi, ma inutilmente. Lui era forte, e ormai ubriaco.

Lasciala andare, dissi alzandomi. A quel tavolo nessuno aveva mai osato parlare così al caposquadra. Lo colsi di sorpresa, lui allentò la presa, così la ragazza riuscì a divincolarsi. Ma si fermò lì vicino, lanciando uno sguardo preoccupato verso di me.

Il conflitto fu spento sul nascere dal titolare del bar: un uomo enorme, in camicia bianca da chef, le maniche rimboccate sulle braccia. Alla sua vista, il gruppo si preparò a uscire, lanciandomi occhiate di rancore.

Aspetta un attimo, ragazzo. Il titolare mi fermò. Lasciali fuori, magari prendono una boccata daria e rinsaviscono. Mi sorrise con gentilezza. Ma perché ti mescoli a quella gente? Ho visto che non bevi, che ci stai a fare con loro?

Lavoriamo insieme, stiamo insieme anche fuori, risposi con unalzata di spalle.
Ma lascia perdere, brontolò lui, presentandosi come Michele. Che compagnia sarebbe? E che amici sono! Giulia, figlia mia, prepara un buon tè come solo tu sai fare. Così ci rilassiamo entrambi.

Tua figlia? domandai, seguendo lo sguardo verso la ragazza.
Sì, mi aiuta dopo le lezioni. Bevvi con loro un tè profumato, nel silenzio rassicurante del locale ormai vuoto. Ascolta, ragazzo, meglio che tu cambi lavoro: dopo oggi con quelli non durerà. O peggio, rischi di affezionarti alla bottiglia. Che altro sai fare?

Ho preso le patenti prima della naja e in militare ho guidato un anno. Ho sempre sognato il camion a lunga percorrenza, ma chi mi assume?
Subito nessuno, convenne Michele, ma forse posso aiutarti. Ho degli amici autotrasportatori veri. Nel frattempo, vieni a lavorare da me: hai la patente per i mezzi piccoli, mi aiuti coi trasporti in città e tra le province. E poi magari, con un altro esame, si passa ai camion grandi.
Accetto! sorrisi. Michele mi piaceva sempre di più enorme, tranquillo, buono. E poi era il padre di Giulia, solo per quello si meritava rispetto. Vedendo come fissavo sua figlia, Michele sorrise e disse:
Giulia, finisci qui. Grazie dellaiuto, va pure a casa, Giulio ti accompagna. Sul volto di entrambi affiorò un rossore di gioia timida.

***

Cinque anni dopo, stavo tornando a casa guidando un tir attraverso una strada innevata.

Distanza fino a Bologna, dove mi aspettavano mia moglie Giulia, la nostra bambina Martina e lanziana Minù ormai mascotte della famiglia, una trentina di chilometri. Notai sul ciglio della strada un uomo solo, con un giaccone leggero, inadatto allinverno.

Congelerà qua fuori, pensai rallentando. Quando lo fece salire, riconobbi il vecchio caposquadra.

Sei tu disse, lo sguardo perso e lalito pesante di alcool. Ero caposquadra, già La squadra non esiste più, ci hanno sostituito altri. Ormai siamo rimasti la metà. Uno è morto congelato, uno è annegato, entrambi dopo aver bevuto, un terzo sè avvelenato con lalcool. Noi altri vivacchiamo con qualche lavoretto Estrasse una bottiglia maleodorante dal giubbotto, ne bevve un sorso scuotendo la testa. Pazienza! Andrà meglio

Lo lasciai poco dopo, vicino al centro, osservandolo allontanarsi con tristezza. Sorrisi amaramente ripensando alla sua vecchia arroganza da ubriaco.

Arrivai davanti a casa, guardai verso le finestre. In cucina la luce era accesa: Giulia non dormiva, mi aspettava. Forse cera di sotto Mariuccia, venuta a chiacchierare o a giocare con Martina. Ma di solito Martina dormiva nel suo lettino, sotto la foto della mia nonna. Spesso le confidava le sue piccole preoccupazioni, i fatti dellasilo, le novità della giornata. E non le pesava che la nonna non rispondesse: aveva occhi buoni e un sorriso gentile. Ecco anche Minù, che guardava nella notte seduta sul davanzale. Appena mi vide, scese, inarcò la coda, e sparì nel buio per venirmi incontro alla porta.

Non sono solo, nonna, sussurrai sorridendo verso la finestra. Siamo tutti qui, insieme, e anche tu sei con noi. Questa è la mia strada.

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Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – la nonna respirava affannosamente, ma il suo volto irradiava una felicità autentica. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani asciutte, le lasciò cadere sul piumone.
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