Resa dei conti familiare

Famiglia, diario di una sera dautunno

15 ottobre, martedì

Non riesco ancora a credere a quello che ho appena letto. Ho sfogliato il messaggio di mia cognata per la terza volta, e ogni volta le stesse parole mi sembrano cambiare sfumatura, come se laccento si spostasse e colpisse ogni volta da un altro lato. Patrizia ha scritto poche righe, secche, senza giri di parole. È proprio questa semplicità che pesa di più.

In cucina si sente lodore di cipolla soffritta e di foglie bagnate. Ottobre a Modena ha quel fiato dautunno umido, che filtra anche attraverso le finestre ben chiuse. Sono seduta al tavolo, stringo una tazza di tè ormai tiepido, senza bere, e guardo le luci dei lampioni che si riflettono sulle pozzanghere dasfalto scuro.

Mamma, cosa fai lì ferma? Giulio mi chiama dal salotto. Ha nove anni, sta facendo i compiti: in realtà sta guardando i cartoni con il libro sulle ginocchia.

Tutto bene, amore. Studia tu

Appoggio la tazza, accendo di nuovo lo schermo. Il messaggio è arrivato unora fa:

Anna, la mamma ha detto che ha dato a voi due il pacchetto per il lago. Vorrei parlare.

E basta. Niente per favore, niente punto interrogativo. Solo un vorrei parlare, come se fosse già un ordine. E io avevo capito bene cosa significava.

Scrivo subito ad Enrico: Quando hai due minuti, chiamami. Tua sorella mi ha scritto.

Enrico ha quarantadue anni e fa lingegnere in unazienda a Carpi. Di solito torna a casa verso le otto. Sono sposata con lui da quindici anni, lavoro come segretaria allASL, suono sempre la sveglia alle sei. Di questa famiglia ho imparato quasi tutto: soprattutto che parlare, qui, non significa mai solo parlare.

La suocera, Lucia, abita poco lontano, in via San Faustino. A novembre compirà settantanni. Data importante. Da mesi si discute di come festeggiarla, che regalo farle, dove andare. Tre settimane fa ha telefonato ad Enrico e ha detto che voleva regalare a noi un soggiorno in un centro benessere sul Lago di Garda. Dieci giorni. Due persone, tutto incluso. I soldi li teneva da parte per una buona azione, prima che la salute non le permetta di godersi la felicità degli altri.

Enrico era commosso. Mi ha chiamato subito dal lavoro, emozionato: La mamma è unica, sempre pensa agli altri. Mi sono sentita avvolta da un calore strano, perché con Lucia non avevo mai avuto un rapporto intimo, solo un rispetto tranquillo e distante. Quel gesto, invece, mi era sembrato vero.

Patrizia, quarantasette, vive a pochi isolati dalla madre, è single e senza figli. Lavora allAgenzia delle Entrate, precisa, razionale, sa a memoria ogni regolamento. Ci vediamo solo durante le feste in famiglia, scambiamo cortesie e poco più. In lei sento sempre una tensione, come quella di una corda che vibra appena le si sfiora sopra.

Vibra il telefono. Enrico.

Che cè?

Patrizia vuole parlare della storia del soggiorno.

Pausa. Sento lui sospirare. Me lo aspettavo. Ieri la mamma mi ha detto che Patrizia era arrabbiata.

E perché non me lhai detto?

Pensavo che passasse da sola.

Chiudo gli occhi. Quante volte in quindici anni lho sentito dire passerà da sola. Mai che sia stato vero.

Che ha detto tua sorella, esattamente?

Che non è giusto. Che anche lei è figlia. Che la mamma avrebbe dovuto dividere i soldi, o almeno darli a lei, visto che è sola.

Capisco.

Anna, non prendertela

Non mi arrabbio. Sto solo pensando.

Poggio il telefono, mi alzo. Devo finire la cena. Le polpette sono in forno, le patate bollono. Girello col cucchiaio, fisso la pentola. Penso che Lucia ha fatto una scelta da persona adulta. Settantanni. Ha voluto fare un regalo al figlio e alla nuora, punto. Perché questa deve diventare una questione? Perché devo sentirmi io in colpa, quando non ho chiesto nulla?

Lo so il perché. Da sempre, in questa famiglia, se qualcosa va come non vuole Patrizia, la colpa è sempre mia. Mai di Enrico, mai della madre. Io, la straniera, la nuora, porto ancora un cognome che non è il loro.

Il mattino dopo rispondo a Patrizia. Scrivo, riscrivo, cancello, poi in fondo mando solo: Quando vuoi parlarne, io ci sono.

Risposta dopo venti minuti, nel suo stile: Oggi pomeriggio posso venire da voi.

Non se per te va bene, non quando puoi. Solo vengo. Come se fosse deciso.

Io: Oggi non posso. Giulio ha la febbre. Mentendo. Giulio sta benissimo, ma oggi proprio non ce la faccio. Ho bisogno di capire cosa voglio e cosa non voglio. Dove mettere il mio limite.

Risponde: Allora sabato.

Enrico sabato lavora. Lo sa anche lei. Preferisce parlare con me sola.

La sera prima chiamo Silvia, la mia amica. Abita nel condominio accanto, ci conosciamo da ragazzine. Con lei posso essere vera.

Domani viene Patrizia. Non so come mi comporterò.

Ma cosa vuole esattamente?

O che rinunciamo al viaggio, o che lo dividiamo, o che la mamma le regali qualcosa di uguale. Non so esattamente

Ma tu vuoi andare?

Non è più quello il punto, Sil. Voglio solo capire perché devo sempre giustificarmi, giustificare le scelte degli altri. Io non ho chiesto niente.

Allora dillo.

È facile a dirsi

Anna, hai paura di tua cognata?

Ci penso. No, paura no. È che sa farti sentire colpevole, e basta. Ha un modo tutto suo di prendere la scena: calma, ragionata, con quella faccia di chi è stata offesa senza motivo, e tu alla fine quasi ci credi.

Non ho paura. Sono solo stanca.

E allora stabilisci i tuoi limiti. Prima che venga, decidi su cosa sei pronta a parlare e cosa no. Tieni la linea.

Giro tutto il resto della notte a pensare. Immagino tutte le frasi possibili, le risposte, le alternative. Come provare un vestito, prima della festa.

Arriva il giorno. Pulisci casa, fai il minestrone, una torta di mele semplice. Non per farle bella figura, ma almeno le mani sono occupate. Giulio va a giocare da Silvia.

Alle due in punto, puntuale da lasciare il segno, suona il campanello.

Apro. Patrizia, nel suo cappotto blu scurissimo, borsa a tracolla, sempre composta, sempre misurata. Sembra perfino gentile, a prima occhiata, solo che intorno agli occhi tira quella solita ansia.

Ciao, dice. È bene che parliamo.

Entra pure. Indico la cucina, metto su il tè.

Ci accomodiamo al tavolo.

Anna, inizia lei, diciamo, come sempre, col nome proprio. Voglio parlarti senza rancori. Sinceramente.

Va bene.

La mamma mi ha detto del soggiorno tre giorni fa, quasi per caso. Mi ha stupito, ecco. Mai pensato che avrebbe speso quella cifra.

Ma sono soldi suoi, rispondo chiaro.

Sì, però… io sono figlia. Lunica. E mi sembra strano che il regalo più grande vada a te, la nuora. Non per offenderti.

Non solo a me, anche a tuo fratello. Partiamo in due.

Sì, ma ci va con te, Anna. Perciò comunque tu ricevi un gran regalo da mia madre.

Lucia è anche la mia suocera. Se lo desidera, può farmi un regalo.

Sorride, quel sorrisino educato che mi irrita da sempre: gentile, condiscendente, da chi si sente già superiore.

Non dico che non possa. Parlo solo del fatto che io, come figlia, ci resto male. Capisci?

Capisco. Ma ora cosa vorresti da me?

Pausa. Guarda verso la finestra. Vorrebbe che la aiutassi a ottenere qualcosa, capisco.

Vorrei che parlassi tu con la mamma. Che magari le suggerissi di rivedere la sua decisione. O che mi comprasse qualcosa anche a me. Tu hai un bel rapporto con lei, puoi farlo.

Assurdo. Vuole che le faccia da ambasciatrice, che suggerisca a Lucia di pareggiare i regali. Che logica.

Patrizia, vuoi che chieda a tua madre di cambiare idea sul regalo già fatto a noi?

Non cambiare. Aggiungere. Per parità.

Non spetta a me. Parla tu con tua madre, se pensi che sia giusto.

Ci ho provato, ma si mette a piangere.

E allora questa è la sua risposta. Non tocca a me.

Si irrigidisce. Abbandona il tono mieloso.

Quindi, non vuoi aiutarmi.

Non posso e non voglio mettermi in mezzo.

E allora non ti importa se mi sento ferita.

Mi importa, ma non posso fare quello che mi chiedi solo per quello.

Si alza, prende la borsa.

Pensavo si potesse parlare con te.

Abbiamo parlato, Patrizia.

Se ne va. Resto alla finestra. La torta di mele rimane quasi intera.

Non provo sollievo. Solo una stanchezza diversa, profonda. Quella che arriva quando dici la verità e ti costa.

Enrico chiama la sera.

Allora?

Normale. Lei voleva che parlassi con tua madre per rimediare o per dividere il regalo.

E tu?

Le ho detto di no.

Silenzio.

Forse hai fatto male, povera mamma.

Non ora, ti prego.

Ok. Lo dicevo.

Senti, tua sorella se vuole parli con tua madre. Non è mio compito.

Dopo un attimo sospira: Daccordo, Anna. Hai ragione.

Non sono sicura che lo pensi davvero, ma al momento mi basta.

I giorni scorrono tranquilli. Patrizia sparisce. Lucia mi chiama per un consiglio sulla marmellata, zero riferimenti ai viaggi. Ma poi, un giovedì sera, arriva un messaggio proprio da Lucia.

Annuccia, non ti offendere. Ho parlato con Patrizia. È molto triste. Volevo farvi un bel regalo, ora penso sia meglio dividere i soldi fra voi e lei, così. Che dici, ti va bene?

Mi resta un gusto amaro. Non per il viaggio perso, ma perché capisco che il risultato non cambia: Lucia ora si sente in colpa, spinta a cedere. Patrizia ha avuto quello che voleva, ma ha portato la madre a rinunciare al gesto spontaneo, a fare conti invece di festeggiare.

Scrivo una lunga risposta, poi la riduco:

Signora Lucia, faccia come preferisce, basta che sia una decisione sua. Non me la prendo, limportante è che non si senta costretta solo perché lo vuole Patrizia.

Risposta breve: Grazie cara. Sei saggia.

Capisco che il viaggio si è trasformato in una divisione di soldi, boh, 700 euro a testa. Lucia non sa dire di no se uno dei figli sta male. Scelta sua.

Enrico lo viene a sapere quella sera.

Hai qualcosa in contrario?

No. Sono i soldi di tua madre.

Non ti senti presa in giro?

Per i soldi no. Mi spiace che il gesto di cuore sia finito così.

Poi: Vuoi parlarne con Patrizia, magari distendere un po?

No.

Perché?

Mi ha chiesto una cosa che non potevo fare. Ho detto di no. Poi ha fatto a modo suo. Non cè altro da dire.

Lui tace. Potrei aggiungere che non importa se era in buona fede o meno. Conta che Lucia si sente in colpa e fa qualcosa che non voleva. Un regalo diventato una contabilità. Ma non dico altro.

Va bene, limportante è che mamma non ci rimanga male.

Settimane scorrono. Arriva novembre, con quel freddo bagnato emiliano. Lavoro, accompagno Giulio a scuola, cucino, mi occupo della casa. Non penso più a quellepisodio, non perché abbia dimenticato, ma perché ho messo il mio limite: ho fatto la mia parte.

Ma in famiglia non finisce mai tutto davvero. Cè sempre la prossima occasione, la prossima festa.

Allinizio di novembre mi chiama Lucia.

Anna, non arrabbiarti per il viaggio. Volevo solo fare un bel gesto.

Signora Lucia, davvero non sono arrabbiata.

Patrizia è sola, lo sai. È diversa.

Lo so.

Divido i soldi, metà a voi, metà a lei. Va bene così?

Faccia come si sente.

Grazie, cara. Sei davvero brava.

Spengo e fisso il muro a lungo. Poi preparo la cena.

Silvia mi chiama dopo cena.

Allora, pace fatta?

Diciamo che ora i soldi sono divisi e va bene a tutti…

E tu?

Penso che, alla fine, tutto sia come sempre. Patrizia ha ottenuto la sua parte. Io ho tenuto duro con lei, ma ha trovato unaltra strada.

Ma Anna, non è una sconfitta tua. Hai fatto quello che volevi, hai detto no, ti sei rispettata.

A volte sembra che a dire no, qualcosa passi lo stesso, da unaltra porta.

Forse, ma tu resti te stessa. E questo conta.

So che ha ragione, Silvia. Ma sapere la cosa giusta e sentirsi tranquilli non sono la stessa cosa.

Alla fine del mese si festeggia il compleanno di Lucia. Sabato sera, al ristorante Orione in viale San Faustino. Trenta persone, parenti, qualche vicino, amiche di Lucia. Enrico e io facciamo il regalo insieme: lui le compra un grande mazzo di fiori e una bella sciarpa, io scelgo un plaid caldo e una scatola di tè profumato. Giulio fa un biglietto, disegna la nonna, la casa, il sole. Lucia si commuove.

Patrizia arriva con unamica. Ci scambiamo un cenno, niente di più.

La serata va avanti bene. Lucia sorride, si vede che è contenta. Passano piatti, brindisi, vecchie storie, qualche lacrima.

A un certo punto, mentre tutti sono distratti, Patrizia si avvicina.

Anna.

Sì?

Volevo solo dire che forse ho sbagliato, a venire da te. In quel modo

La osservo. Sembra diversa. Forse è davvero dispiaciuta.

Mi sono sentita esclusa, non era giusto chiedertelo.

Sì, capisco.

Ma non dovevo metterti in mezzo. Hai fatto bene.

Sto zitta, lascio che sia lei a concludere.

La mamma, poi, ha deciso come voleva lei.

Come sempre.

Non sei arrabbiata?

Ci provo, a non esserlo. Non è facile.

Annuisce e se ne va, piano.

Resto a guardare fuori. Scende la prima neve della stagione, lenta e spessa. Lucia ride in mezzo ai nipoti, gli occhi che scintillano di felicità. Settantanni e ancora così viva.

Enrico mi si mette accanto, mi prende la mano.

Come va?

Tutto bene.

Avete parlato, tu e Patrizia?

Sì, niente di che. Solo parole.

Si sta vicino, in silenzio, guardando Lucia che riceve auguri, Giulio che trascina la zia per la manica, fuori nevica davvero.

Questa sera nessuno accenna al viaggio, né ai soldi, né a quel sabato di discussione. Eppure, so che tutto è ancora lì, appena dietro la porta, silenzioso.

Penso che le relazioni in famiglia non si risolvono mai in una sola sera. Sono come strade nella nebbia: vedi qualche metro e poi tutto può cambiare.

Penso a Lucia, che voleva solo fare la mamma e si è ritrovata in mezzo ai nostri scontenti. A Patrizia, forse troppo sola. A Enrico, che vorrebbe accontentare tutti.

E a me. Che, almeno per una volta, ho saputo tenere il punto. Dire no e non arretrare. Magari è poco, ma per me vale.

Giulio mi corre incontro, le guance accese.

Mamma, la nonna vuole una foto di tutta la famiglia!

Andiamo.

Lo prendo per mano. Tutti, intorno a Lucia. Sorridiamo. Anchio. Non perché tutto sia risolto, ma perché va bene così, oggi.

Quando la serata si chiude, mentre ci infiliamo i cappotti, incontro lo sguardo di Patrizia. Mi guarda, senza rabbia, senza calore. Solo si volta poi di nuovo.

Non so cosa succederà. Se cambierà qualcosa, se avremo altre discussioni. Magari. O magari resteremo queste: parenti civili a tavola.

La vita non si ferma mai dopo un confine segnato. Continua, con tutte le persone, desideri, dolori e amori.

Metto la sciarpa, Giulio si infila il berretto.

Andiamo? borbotta impaziente alla porta.

Arrivo.

Fuori nevica. I lampioni disegnano strisce dorate tra i fiocchi. Odore di neve e qualcosa di caldo, che non è solo il pane della panetteria accanto.

Andiamo verso la macchina, Enrico porta via la torta di mele che Lucia ci ha dato. Parlottano lui e Giulio, io cammino e penso alle ultime parole di Patrizia: Forse, ho sbagliato. Forse davvero. Ma qualcosa, comunque, si è mosso. Un sasso scivolato di lato.

Mamma, andiamo ancora dalla nonna la prossima settimana? chiede Giulio.

Vediamo

Ha promesso le crêpes!

Allora magari sì.

Giulio ride e corre davanti. Enrico mi apre la portiera. Salgo, iniziamo il viaggio verso casa.

Sullautostrada, linterno è caldo. Giulio si addormenta subito, Enrico non parla. Dopo un po lo dico io:

Enrico.

Sì?

Va tutto bene.

Lui sorride appena, guida ancora.

Lo so.

Fuori Modena splende nei fiocchi bianchi, la città diventa quasi elegante.

Guardo Patrizia nella mia testa: ora torna a casa sua, in cappotto blu, la borsa a tracolla. Forse mette su il tè. Chissà che pensa, se le pesa qualcosa.

Non lo so. E forse non lo sapremo mai davvero, cosa pensa chi ci sta vicino.

A casa, Enrico mette Giulio a letto. Io tolgo il cappotto, accendo il bollitore. Gesto consueto. Preparo il tè, siedo al tavolo dove tutto è iniziato. È novembre, fuori nevica, Lucia ha ormai settantanni. Niente soggiorno, solo soldi divisi. Patrizia ha detto forse ho sbagliato, Enrico lo so.

E ora?

Bevo il tè caldo al timo. Non so cosa verrà, per nessuno. La vita sorprende sempre.

Ma di una cosa sono certa: quel sabato, quando Patrizia parlava di giustizia e dovere di figlia, io ho trovato qualcosa di solido in me. Non rabbia, non risentimento, qualcosaltro. Ho pensato: questo è il mio posto, e io ne sono certa. Nessuno può spostarmi, se non voglio.

Il telefono tace sul tavolo.

Finisco il tè, vado a letto.

Fuori la neve scende, la prima vera neve che resta.

Enrico, dormi?

Quasi.

Va bene così.

Sì, Anna.

Ci hai saputo fare, con questa storia.

Ci penso, poi sussurro:

Ci ho provato.

Lui non dice altro. Mi prende la mano, così, senza parole.

E io resto nelloscurità, a sentire la città silenziosa e la neve che cade. Lucia dorme in via San Faustino. Patrizia pure. Giulio nella sua cameretta. Tutto è uno, una città, una notte, una famiglia che vive comunque, qualsiasi storia vada in archivio o no.

E io vado avanti.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

17 − 13 =