Esame di Stato: la sfida decisiva per gli studenti italiani

Esame

Basta! Non ne posso più! Se non la smetti di stressarmi, non vado a dare nessun esame! Sparisco, non mi presento neanche! Cosa fai a quel punto, eh?! Giulia lanciò lo zaino in un angolo dellingresso e si sfilò il berretto con un gesto secco.

Sua madre non disse nulla. Scosse solamente la testa e si rifugiò in cucina.

Giulia si tolse il piumino e fu sul punto di gettarlo via, imitandolo allo zaino, ma poi si fermò. Aprì larmadio, lo appese ordinatamente alla gruccia e sospirò.

Maledizione, di nuovo abbiamo litigato… E come sempre per un nonnulla!

Quello che non riusciva proprio a tollerare era che la mamma non smettesse di farle domande e impartirle consigli. Ma chi pensava che fosse? Una bambina scema?

Certo che si ricordava bene che oggi avrebbe avuto la lezione con il nuovo professore privato. Non cera bisogno di ripeterglielo ogni mezzora!

Naturalmente Giulia esagerava. La madre non la assillava proprio si era solo informata se si ricordava che, per la terza volta quellanno, avrebbero cambiato professore ditaliano e di letteratura. Ma proprio il fatto che la madre tentasse di controllarla ancora la faceva andare in bestia, trasformando ogni minima osservazione in una scenata di rabbia incontrollata.

Giulia si lavò le mani e si guardò nello specchio sopra il lavabo.

Bellissima, che roba! Pensò ironica. Brufoli, il naso a patatina dello zio Mario, la chioma ribelle ereditata da mamma. Quante volte aveva chiesto di lasciarla tingere i capelli? Mai una volta che la madre cedesse! Ripeteva da sempre che la bellezza va coltivata, e prima o poi Giulia le avrebbe detto grazie.

Figurati!, pensò. Tutta la gente normale, e io come uno spaventapasseri! Le trecce Davvero, chi le porta più le trecce?!

Le scappò un sorriso ripensando a quando mamma era scoppiata a piangere, il giorno in cui Giulia, esasperata, aveva tagliato quasi a zero quelle odiate trecce con delle forbici da bricolage trovate per caso in fondo a un cassetto.

Aveva serrato i denti, chiuso gli occhi e segato, lama dopo lama: sapeva già nel dettaglio lespressione sconcertata della madre: Giulietta, perché?!

Perché sì! Perché tutti avevano deciso al posto suo! Era la sua vita, le sue regole! E avrebbe fatto solo ciò che le andava.

Tutti dicevano che bisogna ascoltare i genitori. Ma a quale scopo? I loro valori superati non servivano a niente. Avevano vissuto senza nemmeno Internet alla sua età, come facevano a capire il mondo di oggi? Bastava un dito sullo schermo, tre secondi, e sapevi tutto su tutto! La mamma insisteva che la rete non insegna a essere persone o a vivere con gli altri, ma lei cosa ne sapeva? Meglio si guardasse qualche tutorial su come trattare con gli adolescenti. Magari imparava qualcosa davvero!

Giulia si staccò una crosticina da un brufolo e fece una smorfia. Meno male che la mamma non la vedeva, altrimenti avrebbe urlato. Continuava a portarla da dermatologi e minacciava che le sarebbero rimasti i segni Ma a Giulia poco importava: lavrebbero apprezzata per quello che aveva dentro, non per la faccia! Meraviglioso spiegare queste cose al genitore!

Genitore Giulia si ritrovò a pensare alla parola, chè mamma sì, laveva partorita, ma non aveva alcun diritto di proprietà su di lei! Non era una cosa! Non si trattano così i figli, punto!

Fece locchiolino al suo riflesso.

Ti piace, eh, mamma? Forse la prossima volta impari, non mi tormenti coi ripetitori e non mi chiami avvocato! Al diritto e alle leggi ormai ne so più di voi, sapete? Almeno vi foste separati in modo intelligente!

Avevano diviso tutto a modo loro: papà era andato via con una ragazza più giovane, aveva lasciato la madre e tenuto tutto, senza che lei dicesse una parola. A Giulia era rimasta la casa della nonna, ed era normale così! E alla madre? Solo il mantenimento? Anni buttati così, senza alcun risarcimento. Ma Giulia non era più una bambina che non capiva la tensione quotidiana. Lo sentiva nella voce di mamma, mentre sparecchiava, e nellindifferenza secca nei ringraziamenti di papà per la cena Sapeva tutto, sentiva tutto.

La vedeva la madre, ogni volta che metteva la sveglia per non incontrare il padre mentre si vestiva; sentiva limmenso sollievo che avevano entrambi quando Giulia, a quattordici anni, aveva detto loro di smetterla e separarsi per davvero. Basta!

Ma che adulti assurdi! Sempre a dire viviamo per te, sei la nostra ragione di vita.

Tutte menzogne! Ognuno vive per sé. Gli altri non contano, contano solo i propri interessi e Giulia sapeva portare mille esempi. Anche quando si trattava dei cosiddetti suoi interessi, i genitori pensavano solo a loro stessi! Lei era solo la moneta di scambio, il parafulmine necessario a calmarli nei momenti peggiori.

Come quella casa in cui vivevano adesso: stesso palazzo, scala diversa, una casa più piccola un bilocale invece del trilocale. Sì, ristrutturato, con mobili belli, ma tutto una finta: la mamma aveva ottenuto quellappartamento pescando nei sensi di colpa paterni. Che bambino deve vivere nella comodità decente, no? E papà aveva ceduto. Sì, ora Giulia aveva una camera più grande di quella di prima, ma solo perché i genitori non volevano litigare per anni. Lei aveva fatto da cuscinetto.

Giulia fece una smorfia e prese il barattolino della crema prescritta dalla dermatologa, mentre pensava che così almeno quella macchia spariva in fretta. Non era una concessione alla madre, la crema funzionava davvero, e oggi le serviva.

Perché era sera. Perché cera la tettoia.

La tettoia era entrata nella vita di Giulia pochi mesi prima, quando Lorenzo che fino a quel momento Giulia aveva solo spiato da lontano, senza mai osare avvicinarsi le aveva scritto: Facciamo due passi?

Allinizio aveva pensato fosse uno scherzo crudele, così come tutti sapevano della cotta che aveva per Lorenzo. Lo prendevano in giro, senza cattiveria. La gente la voleva bene, perché Giulia non era una che si metteva in mezzo: passava i compiti, si faceva interrogare al posto degli altri, si prendeva i richiami per liberarli dalle interrogazioni.

Gallo, ti ho già chiesto la scorsa lezione. Perché alzi la mano ancora?

Professoressa Russo, largomento è troppo interessante! Ma secondo lei Mazzini è stato davvero un rivoluzionario? O era un idealista disperato?

E così la prof si faceva incantare dalle domande di Giulia, e i compagni sospiravano sollevati: niente interrogazione quel giorno.

Quando aveva mostrato il messaggio a Caterina, la sua amica-nemica, si era sentita rispondere con un sorrisetto:

E allora? Panico per un messaggio? Vai da lui, falle vedere che sei tu la donna del secolo! Siamo nel 2024, Giulia! Le ragazze ora invitano i ragazzi, mica aspettano.

Non le aveva dato retta, la sua emotività sovrastata dal terremoto di sensazioni che provava davanti a quelle poche lettere. E al posto dincontro ci era andata. Da quel momento, le cose erano cambiate.

La tettoia di una vecchia palazzina abbandonata, meta di tanti ragazzi, non era il luogo più sicuro, e Giulia lo sapeva bene. Ma ogni volta che Lorenzo le prendeva la mano dicendo: Attenta, guarda dove metti i piedi!, il cuore le batteva fortissimo e saliva le scale contando i gradini.

Sedici, diciassette Avanti Trentaquattro Non avere paura, lui è qui.

Lì, sulla tettoia, Lorenzo laveva abbracciata per la prima volta, davanti a tutti, senza dire una parola, dichiarando: È la mia ragazza! Le altre del parallelo avevano storto la bocca, ma a lui non importava di nessuna, aveva scelto Giulia.

E lì, sempre sulla tettoia, laveva baciata.

Quella sera, quando gli altri erano andati al cinema, lei era rimasta con lui. Voleva vedere il film, ma Lorenzo le aveva sussurrato che ci sarebbero andati insieme, unaltra volta, solo loro due. E Giulia aveva capito che quella notte sarebbe stata diversa.

Così fu. Ancora adesso, chiudendo gli occhi spesso e allimprovviso, sentiva la voce di Lorenzo:

Giulia, mi piaci tanto Non so spiegarmi, ma sei la più speciale che abbia mai incontrato Ti va?

E quelle sue labbra, calde e carezzevoli

Giulia si lasciò trasportare ancora una volta da quel ricordo, quando fu interrotta da un lieve bussare alla porta del bagno.

Giulia, fai tardi Il pranzo è pronto

La collera la invase di nuovo. Non ne poteva più.

Uscì dal bagno come una furia; il viso rosso e stravolto, come nei meme di una zia arrabbiata trovata su Internet.

Cosa vuoi, mamma?! Mi ricordo tutto, non stressarmi! Papà già se nè andato perché non ti sopportava più Ora devi tormentare me?! Me ne vado anchio! Te lo dico, se continui così

Non finì la frase. Sua madre sospirò stranamente e le diede uno schiaffo sonoro.

Vai! Ma quando torni, ricordati che domani hai la simulazione di italiano. Cerca di dormire stanotte.

Stupita, Giulia restò immobile. La mamma non laveva mai toccata una volta, in tutta la sua vita. Non che si sentisse offesa se lera cercata. Ma la sorpresa fu un colpo. La madre aveva finito di sopportarla.

Arrendersi senza lottare, però, non era il suo stile. Zaino, giacca, cuffiette Avrebbe sbattuto la porta fortissimo, ma si trattenne. Non voleva sembrare isterica.

Scese per strada guardando lorologio. Unora tra andata e ritorno, unora con il professore. Con Lorenzo avrebbe potuto vedersi non prima delle sei. Bene! Si sarebbero rifugiati sulla tettoia, mentre la madre avrebbe avuto il tempo di calmarsi. Era sano che la facesse preoccupare un po. Il padre non rispondeva al telefono della madre già da mesi, quindi Giulia avrebbe avuto la serata libera per parlare con Lorenzo. Magari lui aveva qualche consiglio. I suoi genitori erano diversi non gli stavano addosso. Viveva con la sua carta ricaricata fino a 300 euro al mese, vestiti dei brand migliori, senza alcuna pressione. Diceva che a sedici anni uno doveva vivere da solo, e che anche la preparazione agli esami era una sua responsabilità. Così si cresce.

Beati quelli che hanno genitori così!

Non la sua, certo.

Il papà chiamò proprio mentre Giulia arrivava davanti al portone del professore.

Che succede tra voi due? Tua madre dice che vuoi venire da me?

Dai, papà, dammi tregua! Che vuoi, che mi metta a fare la baby-sitter della piccola che sta per nascere? Ho i miei problemi!

Basta litigare con tua madre, Giulia. Se no ti taglio la paghetta. Capito?

Sai che mi piaci per la tua schiettezza? Ho capito, tranquillo!

Così mi piaci. E smettila di farle venire lansia. Se lo merita anche meno di te.

Poi solo il tono muto, e Giulia si chiuse nel suo broncio.

Sempre così! Guerra tra loro, ma quando si trattava di lei, diventavano una squadra. Strani, i grandi!

Il nuovo professore a Giulia non piacque. Alle sue domande sui modi di dire, lui fece una smorfia e le diede un libro da leggere per la prossima volta. Si irritò, ma capì che quelle letture non le avrebbero fatto male.

Non voleva passare da stupida. Lorenzo era brillante, e lei doveva essere allaltezza. Aveva visto mille video e tutorial sulle relazioni: ogni volta la stessa cosa una ragazza doveva essere autonoma e intelligente. Di autonomia se ne parlava più avanti, ma lintelligenza La cultura si conquista, diceva sua madre. E su questo forse aveva ragione: era riuscita a laurearsi tardi, con fatica, dopo aver lasciato luniversità per crescere Giulia.

La madre aveva rinunciato alluniversità quando era nata lei: era entrata in aspettativa, poi aveva abbandonato, convinta che la figlia fosse più importante del titolo. Da piccola Giulia si ammalava spesso, non cerano nonne su cui contare. Allasilo era durata sei mesi, una settimana sì e un mese no, sempre ammalata. E lì non le piaceva. Cibo disgustoso, bambini pestiferi, mai labbraccio caldo della mamma. Una volta il padre le aveva detto:

La tieni troppo attaccata a te. Non imparerà mai a essere indipendente, così.

Quando Giulia era in seconda elementare, la mamma aveva trovato una vicina per aiutarla e si era iscritta di nuovo alluniversità, lavorando nel frattempo.

Aveva fatto bene. Meglio così che passare la vita a contare gli spiccioli e odiare il mondo.

Aveva aperto una piccola ditta di allestimenti per matrimoni. Giulia ne era orgogliosa: un lavoro bello, con quel tocco di femminilità che invidiava. Alla mamma bastava mettersi al lavoro, dare ordini ai collaboratori, e Giulia restava incantata dalla sua sicurezza una forza che avrebbe voluto avere anche lei.

Ma il controllo materno era soffocante. Giulia si era fatta rispettare: la madre non entrava in camera sua senza bussare, ma riusciva comunque a curiosare in ogni sua azione. Non con minacce, come il padre, ma con una gentilezza esasperante:

Giulia, tutto bene? Cosa hai oggi in programma? Vuoi mangiare qualcosa?

Quella premura la faceva saltare i nervi. Avrebbe voluto urlare: Lasciami stare! Ormai sono grande!

A volte lo faceva. Gridava, pestava i piedi, si arrabbiava perché la madre prendeva tutto sempre come un capriccio.

Giulia uscì in fretta dopo la lezione, diretta al solito posto dove di solito si incontrava con Lorenzo. Voleva perdersi tra le sue braccia, dimenticare per qualche ora genitori, esami, obblighi. La vita vola, e loro si fissavano sulle solite sciocchezze.

Al cancello della scuola, però, Lorenzo non cera. Aspettò qualche minuto e poi decise di salirgli incontro fino alla tettoia. Anche al telefono, Lorenzo non rispondeva, e questa era una novità. Cominciò a preoccuparsi.

Salì le scale, sentendo dentro di sé una strana paura. Di solito le faceva con leggerezza, sentendo la presa della mano di Lorenzo; ora ogni gradino sembrava pesare tantissimo.

Il vento primaverile, ancora freddo, le sferzò il volto. La tettoia era deserta, nessuno in vista.

Pensò di andare via, ma mentre rimetteva a posto il cellulare, sentì un movimento sul bordo del tetto. Restò immobile, trattenendo il fiato per la paura, soffocando il grido che stava per uscire quando riconobbe la sagoma.

Lorenzo

Lui era seduto sul cornicione, gambe che penzolavano nel vuoto, spalle curve. E Giulia, anche se lo conosceva da poco, capì subito che stava male, malissimo. Una cosa grave, forse terribile, era successa.

La paura di perdere chi amava le diede la forza di agire. Lasciò lo zaino sui gradini e si avvicinò, senza osare pronunciare il suo nome.

Ciao

Si mise seduta vicino a lui, sulle mattonelle ruvide, ma con i piedi ben piantati sulla tettoia. Non guardava giù: aveva sempre avuto paura dellaltezza, non sapeva neanche lei perché fosse lì, in quel momento, a sfidare tutto per lui.

Ciao… Lorenzo non la guardò nemmeno. Giulia gli prese la mano trovandola gelata.

Sei freddo…

Eh? Solo allora lui le rivolse lo sguardo. Quegli occhi vuoti, così diversi dai soliti, la spaventarono e attrassero allo stesso tempo.

Forse fu in quel momento che Giulia capì davvero sua madre, il terrore animale di non riuscire a raggiungere chi si ama.

Proprio quello sentiva in quellistante, sentendo inerte la mano di Lorenzo nella sua, così fredda, così poco viva.

Come stai?

La voce che sentì fu la sua, ma le sembrava quella di sua madre: stessa intonazione, stesso appello accorato.

Dimmi qualcosa! Parla! Voglio aiutarti!

E funzionò.

Male Lorenzo le strinse finalmente le dita, debolmente. Proprio male, Giulia

È successo qualcosa.

Giulia non fece domande, affermò soltanto. E anche questo funzionò.

Sì.

Posso sapere? Capisco che non siamo così intimi, ma… Se vuoi, sono qui.

Lorenzo sollevò finalmente il viso e la guardò in modo tanto strano che Giulia rabbrividì.

Non ci consideri intimi?

No, certo che no! Anzi, tu sei per me la persona più vicina che abbia Solo che non sapevo se tu sentivi la stessa cosa.

Giulia, ma ti pare? Tu per me sei tutto, lunica persona che mi resta.

Il cuore di Giulia perse un battito, poi riprese a martellare sempre più forte, sembrava che Lorenzo potesse sentire il pazzo ritmo di vita.

Tutto? E i tuoi? Le scappò la domanda, ancora presa dallemozione, ma la reazione di Lorenzo la riportò bruscamente alla realtà.

Lui si agitò, scuotendo la testa con violenza.

Attenta!

Sì! Tienimi forte! O meglio lasciami andare come hanno fatto loro!

Chi?!

Quelli che pensavo essere i miei genitori! Loro non sono nessuno per me, capisci? Mia madre mi ha dato i documenti e mi ha raccontato come sono arrivato in casa loro. Giulia, sono adottato! Capisci? Sono solo il sostituto di qualcun altro! Ho vissuto una vita non mia!

Gridava. Giulia lo tratteneva con tutte le forze, terrorizzata che potesse lasciarsi andare davvero.

Lo conosceva: sapeva che la maschera da duro era solo facciata, e che dentro, con lei, restava fragile, dolce, tenerissimo. E, allimprovviso, si vergognò della sua rabbia, delle sue tensioni verso la madre, dei suoi crucci.

Cosera davvero la giustizia, la sofferenza? In quel momento, Giulia lo capì davvero. Le sue lotte per la maturità erano niente. Davanti a lei cera chi era diventato adulto suo malgrado, costretto a portare un peso che lei, nonostante tutto, non aveva mai provato.

Lorenzo, ho paura! E la voce rotta, le lacrime che le bagnavano le guance, svegliarono anche lui.

Ehi! Che fai così? La strinse forte. Non piangere, dai! Anche se loro mi hanno buttato fuori, io non lascerò mai quello che cè tra noi. Senti? Non cè niente di più importante di te!

Non mi chiamo Lorenzo disse lui, la voce vuota. Giulia alzò il viso, cercando di vederlo tra le lacrime. Mi chiamavano Andrea. E il cognome era diverso.

Non importa come ti chiami! Potresti chiamarti anche Papa Francesco, io so chi sei tu! Tu sei TU! Capito?

Sì Ma non tutti la penseranno così. Giulia, che faccio ora? Dove vado?

Non puoi tornare a casa? Ti hanno cacciato?

No. Mamma piangeva, mi chiedeva di restare. Ma il padre lho colpito.

Perché?

Cercava di chiudere la porta, di impedirmi di uscire. Mi urlava che non sapevo nulla.

E tu? Hai capito proprio tutto?

Cosa intendi? Cosa altro dovrei capire, Giulia?! Gridò, la voce tesa come una corda.

Perché hanno deciso di dirtelo proprio oggi?

La sua domanda rimase lì, portata via dal vento. Lorenzo si chiuse ancora di più, cercando risposta.

Non lo so… sussurrò infine.

Ma ora, nella voce, cera domanda e non disperazione. Giulia capì che almeno per quella notte, il bordo della tettoia era salvo.

Vuoi che venga io con te?

Dove?

Dai tuoi Andiamoci insieme. Poi ti spiegheranno perché ti hanno detto la verità proprio ora. E se vorrai, torneremo qui. E farai quello che vuoi, giuro non ti fermerò.

Lo sguardo sorpreso di Lorenzo non le fece paura. Lo strinse e lo tirò a sé, lontano dal vuoto.

Andiamo!

Lorenzo si voltò, rimise i piedi sulla tettoia e la seguì verso le scale.

Sembro uno stupido…

Non è vero! Giulia rise tra le lacrime, trascinandolo per mano verso le scale. Lo saremmo tutti! Dai!

Giulia inciampò, ma Lorenzo la prese al volo.

Attenta!

Eh, guarda chi parla! rise lei, accendendo la torcia del cellulare. Andiamo, ne abbiamo da fare stanotte!

Quella sera non sarebbe mai uscita dalla loro memoria.

La chiacchierata dolorosa con i genitori di Lorenzo, la riconciliazione, la verità: il padre naturale di Lorenzo, in carcere, sarebbe uscito e minacciava di raccontare tutto.

Le lacrime della madre adottiva, la responsabilità che si era presa per crescere lui quando la vera mamma sua carissima amica era morta tragicamente.

La mia vera madre

Sì, Lorenzo, è stato tuo padre…

E ora lui vuole

Vuole vederti appena esce.

Io non voglio.

È una tua scelta. Saremo con te, qualunque cosa deciderai.

Parlarono ancora, e Giulia capì che alla tettoia non sarebbero più tornati. Era cambiato qualcosa, dentro di loro.

Quella notte, quasi a mezzanotte, Giulia rientrò. Aprì la porta con le proprie chiavi, senza togliersi neanche il piumino, entrò in punta di piedi in cucina, dove la madre vegliava con lo sguardo fisso sulla finestra. Labbracciò, affondando il viso nei riccioli ribelli e sentendo il profumo familiare del suo cuore. E uscì la parola, quella che cancella il superfluo e salva ciò che conta:

Scusami

Ed ecco la risposta attesa, per chi ha nella vita solo i dolori di Giulia:

Anche tu Hai fame?

No, mamma. Grazie Sai, credo di aver dato un esame, oggi

Ma qual è, Giulia? Gli esami finali sono tra mesi!

Mi sa che era quello vero, mamma Poi ti racconto.

Perché poi?

Domani prova scritta. Devo dormireLa madre le sorrise con gli occhi lucidi, passandole una mano tra i capelli, non più arrabbiata, non più delusa.

La vita è piena di esami, Giulia, non servono quelli in classe per capire se si è pronti.

Giulia restò ancora qualche secondo abbracciata a lei, respirando forte come al termine di una corsa. Poi si lasciarono, ma senza staccarsi davvero.

Fuori, la città era una distesa di luci tremolanti e finestre accese. In quel silenzio e tra tutte le incertezze capì che essere grandi forse voleva dire solo questo: avere il coraggio di restare, anche quando è più facile scappare.

E mentre saliva in camera, con il cuore ancora in subbuglio ma più leggero, si voltò verso la cucina e disse, col tono sicuro di chi ha appena superato la prova più difficile:

Buonanotte, mamma. Domani raccontami tu del tuo esame.

Dallaltra stanza arrivò una risata gentile, come una promessa destate.

E Giulia, finalmente, si sentì davvero pronta per ogni altro giorno.

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