Muri Sconosciuti

Muri non propri

Sai a cosa sto pensando? chiesi a mio marito mentre strofinavo per la quinta volta lo stesso piatto, quasi a bucarlo. Al fatto che ormai non ci è rimasto nemmeno un cucchiaino da caffè. Tutto è finito nella loro stanza. E adesso, nella mia stessa casa, vado a letto con il pensiero: e se stiamo facendo troppo rumore nella nostra salotto? Se disturbiAMO loro?

Lui fissava silenzioso fuori dalla finestra, osservando il cortile buio. Poi sospirò, uno di quei sospiri profondi, che ti scavano dal diaframma.

Ospiti, mormorò, senza nemmeno voltarsi. Siamo diventati ospiti. A casa nostra, in cucina.

E proprio in quel momento, come per magia, dalla stanza della nipote si levò una risatina trattenuta, seguita dalla voce baritonale del suo ragazzo. Stavano guardando un film. Nel nostro ex-salotto.

Così è iniziata questa storia, seduti io con il piatto in mano, Vittorio vicino alla finestra. Continuavo a pensare solo a una cosa: ma dove abbiamo sbagliato? Comè che siamo finiti a preoccuparci di scaricare lo sciacquone al momento sbagliato, per paura di disturbare qualcuno “nellappartamento nostro”? Eppure era iniziato tutto con le migliori intenzioni, così, quasi da bravi parenti italiani. Un favore e via.

Tutto prese il via con una telefonata di mia sorella Ludovica alla fine di agosto, un anno e mezzo fa. Stavo lì con il grembiule, indaffarata a mettere sottolio i pomodori e già sudata come un polpo lesso. Squilla il telefono, mi pulisco le mani sul grembiule, e rispondo.

Elena, ciao… la voce di mia sorella aveva il classico tono di chi sta per chiederti un favore grosso. Occhio, pensai, quando Ludovica chiama, significa che qualcosa bolle in pentola. Vive a Torino, e le nostre conversazioni annuali si contano sulle dita di una mano. Senti, volevo chiederti una cosa. Ti ricordi di Giulia, la mia figlia maggiore?

Certo che mi ricordo, risposi. Che succede?

Niente di brutto, anzi! Si è iscritta alluniversità, la Statale di Milano. È passata con la borsa di studio, sai? Solo che il posto in casa dello studente non si libera subito, forse sarà per il secondo semestre, forse mai… E allora ho pensato: avete quellappartamento enorme, siete solo in due, tre camere… Che ne direste di darle la residenza temporanea? Solo per la documentazione da mostrare allateneo, è pura burocrazia. Lei si arrangia, troverà una stanza in affitto, non disturba. Giusto per fare la regolarità.

Mi immobilizzai con il telefono tra la spalla e la guancia, e già nella testa iniziavano i processi. Da un lato, la nipotina brava, sempre diligente, “una ragazza doro”, come Ludovica la dipingeva. Dallaltro, sta faccenda della residenza… Vittorio diceva sempre: “Non dare la residenza a nessuno, che poi ti ritrovi la gente in casa a vita!”. Però è pur sempre la famiglia. E alla fine, come si fa a dire di no a una sorella?

Ludovica, ma sei sicura che si trovi una stanza? Non vorrei che poi si infilasse qui a tempo indeterminato, con Vittorio sai comè, non impazzisce per gli ospiti fissi

Ma va che dici! rise Ludovica. Giulia ha 19 anni, vuole la sua libertà, mica sta da zii… Sta già trattando con delle amiche. Serve solo la carta, alluniversità sono rigidissimi adesso con le residenze. È solo un atto burocratico.

Dissi che avrei chiesto a mio marito. Quel santo uomo tornò a casa la sera, ascoltò, si rabbuiò.

Elena, lascia perdere. seccò lui. Poi chi la caccia più fuori? Alla posta sento storie da incubo ogni giorno su questa roba. Non rischiare.

Ma è solo per qualche mese, alla fine. È figlia di Ludovica!

Certo. Oggi la residenza, domani la valigia, dopodomani chiavi di casa…

Ciononostante, mi feci prendere dal senso di colpa (così funziona la famiglia italiana). Il giorno dopo richiamai Ludovica per dire di sì. Giulia richiamò qualche giorno dopo, con una voce così educata che quasi mi commuoveva.

Zia Elena, buongiorno scusi il disturbo, mamma mi ha detto che forse può aiutarmi con questa residenza provvisoria. Ho già trovato una stanza in affitto con delle ragazze, ma il Politecnico vuole la residenza. Giuro che non darò fastidio. Se vuole, ci vediamo e ne parliamo?

Come fai a negare? Ragazza gentile, modesta, educatissima. Vittorio, avvertito che sarebbe passata a presentarsi, allargò le braccia.

Fai come credi, borbottò.

Giulia si presentò a inizio settembre. Alta, magra, jeans e camicia bianca, capelli lunghi a treccia e il classico zaino da studentessa diligente. Porta doni: un vasetto di miele, marmellata fatta dalla mamma, biscotti. Quasi commovente.

Ci prendemmo un tè, mi raccontò delle sue aspirazioni: voleva diventare giornalista, “lavorare in TV, scrivere reportage…”. Occhi brucianti dentusiasmo. Mi mostra le foto della stanza che avrebbe diviso con le compagne: tre letti, un tavolo, niente di che, ma per loro bastava.

Mi serve solo la residenza, per sistemare le carte, ripeteva. Non vi darò problemi, giuro. Giusto qualche scappata se serve…

Quando arrivò Vittorio, Giulia si alzò in piedi, salutò cordialmente, chiamandolo “Signor Vittorio”: rispetto vecchio stile proprio. Lui si sciolse e le diede il suo benestare un po contrariato.

Tre giorni dopo andammo insieme allanagrafe, firmammo mille moduli, e Giulia ottenne la sua bella residenza temporanea, per un anno. Felice, quasi ci baciava le mani. Pensavo fosse finita lì. Avevamo fatto la nostra parte da bravi parenti, Giulia si sarebbe sistemata da sola.

Peccato che la vita, specie quella italiana, non va mai come ti immagini.

Allinizio Giulia davvero non si fece vedere. Un paio di chiamate, una per sapere se stavamo bene, una per auguri. Ludovica ringraziava via telefono. Mi tranquillizzai: tutto gratis e senza danni.

E invece, a novembre, Giulia richiama: può venire da noi un paio di giorni? “Litigio con le coinquiline, una chiama amici a tutte le ore e non dormo mai, devo preparare gli esami”. Come si fa a negare a una studentessa sotto esame? Arriva la sera stessa, zaino sempre più pesante. Dice che resterà una settimana al massimo.

Settimana che poi diventano due. Arriva la sessione invernale, non si trova casa a gennaio, dopodiché trova un lavoretto part-time in una redazione e annuncia che risparmierà vivendo da noi per mettere da parte qualcosa. La solidarietà parente-parente scivola pian piano verso laccomodamento, con la scusa dei costi milanesi che neanche in centro a Roma…

Zia, posso restare ancora un po? occhioni grandi, aria da gattina abbandonata. Pago le spese, mi compro il cibo, giuro…

Vittorio, stavolta, sbotta:

Basta Elena! Te lavevo detto! Adesso si è installata!

Io minimizzo, compatisco la ragazza da sola a Milano. “E poi paga le bollette, non ci pesa…”. Vittorio ride amaro: “Paga? Dai, duecento euro e si sente padrona”.

Appena appena si mette su qualche regola: la sua roba invade mezzo armadio, i libri universitari a montagna sul balcone, yogurt e frutta a prendere una mensola in frigo. Non ruba nulla eh, solo che ogni tanto beve il nostro olio, il nostro zucchero, finisce il pane. Poi però lo ricompra. Ma la sensazione è quella: la casa non è più del tutto nostra.

Con Vittorio parliamo ormai solo per monosillabi, uno entra, laltro scappa. Lui torna tardi per non incrociarla, io cerco di restare in cucina oltre il dovuto. La sera si sente solo il ticchettio della tastiera del computer di Giulia dal salotto (ormai diventato la sua stanza), e la vita di coppia va in letargo.

Finché una sera Giulia esce con la sua tazza (personalizzata, ovvio), si prepara il suo tè alla pesca bio in bustina e si comporta come se fosse nata lì. “Comoda”, come diremmo noi. E io, tagliando insalata, mi chiedo: ma quando ha smesso di essere ospite ed è diventata… inquilina?

Giulia, come va con la ricerca di una stanza? Non è che le tue ex compagne si sono calmate?

Lei alza gli occhi dal telefono, sorride mesta.

Ormai con quelle lì non ci parlo più, pace fatta niente… Ma cerco, davvero, solo che tutto costa troppo o è lontano. Qui mi trovo bene, metro, università Se proprio volete, mi cerco altro.

Cosa rispondere? Dirle: “Ci dai fastidio, trovati casa”? Impossibile. Troppo buona, troppo italiana per essere così schietta.

Sì, cerca, magari ti trovi meglio altrove. Qui, insomma, non hai la tua camera

Ma mi va bene! Non vi do fastidio!

Il problema è che siamo noi a stare scomodi: passiamo le serate in cucina, ormai il salotto non esiste più. La TV la guardiamo col volume basso, io a fatica mi azzardo a telefonare per paura di disturbare.

Vittorio, quella sera, in camera, mi sussurra:

Elena, dobbiamo farla andare via. Quando scade la residenza, in agosto, basta. Non rinnovare. È ora.

Daccordo, prometto. Ma in verità lo so che sarà tuttaltro che semplice. Giulia ha la residenza temporanea, vive qui ormai da mesi, e quella situazione sembra impossibile da ribaltare senza fare una scenata familiare.

Marzo, aprile… Giulia sempre più presa da studi, lavoro e progetti. Arriva a casa tardi. La situazione peggiora. Poi, immancabile, la svolta: una sera presenta il fidanzato, Andrea (questi nomi moderni!). Altra università, anche lui “creativo”. Per carità, un ragazzo con il giubbotto di pelle non si rifiuta a nessuno… ma adesso fanno gruppo studio in salotto. Altra aria in casa.

Elena, possiamo lavorare al progetto qui? Come si fa a dire no? Mi sento come una professoressa che non sa più dove mette i registri…

Vittorio scopre della cosa, s’infuria: “Portano anche i maschi, adesso!”

Dopo la terza visita del giovane in una settimana, lo scontro è inevitabile. Tra noi e Giulia laria si fa tesa. “Io pago, non do fastidio…” lamenta lei , “Almeno non mi cacciate come se fossi una piattola, sono vostra nipote!”.

Ad agosto Giulia chiede la proroga della residenza. “Solo per un altro anno, ve lo giuro, a settembre troverò davvero una stanza”. Ludovica quasi mi chiama in lacrime: “Elena, un altro po’, ti prego, ti prego… se no la cacciano dalluniversità…”. E io la bravata firmo ancora. Vittorio non vuole nemmeno più vedere i moduli.

A settembre Giulia torna dalle vacanze in Piemonte con un bagaglio doppio. Laria di chi ha deciso di insediarsi. A ottobre, solito Andrea in salotto, questa volta senza più nemmeno chiedere permesso. Si sentono a casa ormai.

Un giorno, invece di protestare, accendo una sigaretta (non fumo da anni). Vittorio torna sempre più tardi, la casa è una specie di hotel. Siamo diventati inquilini e non padroni.

A novembre il vaso trabocca. “Giulia, le dico finalmente quando ti trovi una camera?”. Lei si stringe nelle spalle, con fare colpevole.

Zia, ci provo, ma se spendo tutto in affitto come faccio a laurearmi col massimo dei voti? Qui pago le mie cose, ho il wifi, posso studiare…

Non ce la facciamo più. Basta con le visite di Andrea, questa è una famiglia, mica un convitto…

Lei, piccata, replica: Siete troppo chiusi, pagate due soldi di bollette e pretendete di comandare! Ho la residenza, sono a posto! Se non vi piaccio, che facciamo chiamate la polizia?

Ed eccoci: la triste scena dello zio e della zia cacciati dalla propria casa per gentilezza. Situazione surreale. A Natale, Giulia va dai suoi, la casa respira. Vittorio quasi ride la notte di Capodanno: “Questanno almeno, brindisi senza intromissioni!”

Peccato che a gennaio Giulia ritorna. E porta la notizia-shock: Andrea a breve si trasferirà qui. “Solo per un po, ovviamente”, e sintende che anche lui “paga la sua parte di bollette”.

“No” scatta il no secco da parte di Vittorio. “Non ci pensare nemmeno! Tu e il tuo ragazzo vi cercate casa, ci bastano già i vostri amici, ora anche il trasloco permanente, no grazie!”

Serata di urla con annesso “Non avete il diritto, io ho la residenza! Mi potete mandare via solo col giudice!”

Chiamiamo Ludovica, la quale si tira fuori: “Fate voi, io non mi intrometto. Se bisogna fare causa, fate causa”. Solidarietà familiare proprio allitaliana…

Andrea si presenta comunque, dopo due giorni, valigie alla mano. Frequenta altrettanto la cucina per fare, col microonde, “sushi vegetariano”. Incominciano le minacce di ricorsi, avvocati, persino consulti col CAF.

Vittorio, ormai al limite, si presenta dal legale: “Ci serve lo sfratto della nipote e divieto d’accesso per il moroso!” Il legale ride sornione: “Sarà lunga, ma si può fare…”

La situazione deflagra: arrivo della polizia municipale dopo la terza settimana di Andrea “ospite”, redazione del verbale, raccomandata di allontanamento per Andrea, accumulate prove: condominio, bollette, orari poco consoni.

Andrea dopo lennesima registrazione se ne va, ma Giulia rilancia: “Sto facendo il modulo di coabitazione per lui, può farlo chi vive qui!”

Il nostro avvocato scongiura: ora basta davvero, via con causa di sfratto, diffida per Andrea e preghiere per non perdere la calma. Ludovica non mi parla più.

I mesi passano. Casa sempre più loro, arredano persino il salotto con lultimo modello di TV preso online coi coupon. Il nostro vecchio apparecchio buttato in balcone. Andrea, ogni giorno, più di casa che noi.

LInverno passa con noi reclusi in camera da letto, la cucina come unico rifugio. I nostri saluti con i ragazzi sono sempre più monosillabi e nervosismi. Vittorio sospira: “Se vendessimo tutto e ce ne andassimo?”

Alla fine, con una rassegnazione profondamente italiana, decido che forse è lunica. Mi prendo in giro da sola mentre faccio i conti in euro: “Cediamo e balliamo, al massimo ci mandano allospizio per vecchi ingrati!”.

Salotto, cucina, camera… tutto stravolto. Le nostre mura non sono più nostre.

La sera, mentre cerco di leggere un libro, sento le risate e la TV nuova sparata a tutto volume. Ripenso a quando abbiamo detto “sì, dai una mano a una ragazza onesta, la famiglia è la famiglia”. Borbottiamo la solita frase: “Non lo faremo mai più”.

E quando chiudo gli occhi sento, oltre la parete, Giulia e Andrea che vivono, ridono, si amano. La loro vita fiorisce dove la nostra si è inaridita.

In quella casa di Milano che non è più nostra, i nostri sogni sono diventati leco di una risata di troppo.

E penso che la vera perdita non è una stanza, un contratto, la bolletta gonfiata. La vera perdita è aver smarrito la fiducia, lidea che la bontà un giorno ti ritorni indietro, come le rondini in primavera.

Ma questa, mi sa, è una favola che funziona solo nei film italiani degli anni Sessanta.

E buona notte alle mura di casa. Che una volta erano nostre.

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