Il Divano degli Anni Novanta

Divano anni Novanta

Ragazzi, abbiamo una sorpresa per voi! La signora Maria Grazia Sorbelli brillava come le luci di Natale mentre osservava il nostro nuovo, quasi vuoto, salotto. Abbiamo deciso di regalarvi il nostro divano!

Il mondo si fermò per un attimo. Guardai Alessio. Sorrideva tirato, come se avesse appena addentato una fetta di limone nonostante il suo amore per i gelati alla stracciatella.

Mamma, papà, ma insomma è ancora in ottime condizioni provò lui. Vi serve a voi.

Ma va, ma va! fece cenno col braccio il signor Roberto Sorbelli. Ne abbiamo comprato uno nuovo. Moderno, funzionale. Questo è robusto, in vero legno! Non ne fanno più così oggi. Vi va benissimo per iniziare. Così risparmiate anche dei soldi.

“Per iniziare.” Quella frase mi colpì come una sentenza. Visualizzai subito quel divano qui. Quel mostro bordeaux, massiccio, dalle gambe tornite che, vivendo da mesi a casa loro, avevo sempre chiamato mentalmente Il Mastodonte del Soggiorno. Ingombrava metà della loro stanza. Avrebbe inghiottito metà della mia.

Signora Maria Grazia, è davvero molto generoso, ma cercai le parole. Noi stavamo pensando a qualcosa di più contemporaneo, sa.

Contemporaneo! sbuffò la suocera. Questa vostra moda delle scatole bianche e pulite passerà. I mobili solidi, quelli, restano per sempre. Vedrai, Violetta, mi ringrazierai col tempo. Domani troviamo chi lo trasporta e lo portiamo.

E infatti lo portarono. Due traslocatori, paonazzi per la fatica, spingevano il mastodonte bordeaux sulla ceramica ancora intatta del mio salotto nuovo. Una volta andati via, io e Alessio fissavamo il divano nel centro della stanza come si guardano i monumenti rimasti in mezzo alle rotonde di paese. Le sue zampe massicce affondavano nel parquet chiaro, il profumo di velluto stantio, polvere e qualcosa di dolciastro invadeva laria.

Beh, fece Alessio, almeno possiamo sederci, ormai.

Mi voltai e me ne andai in cucina. Capivo bene che non era solo un divano. Era il cavallo di Troia. Nel suo ventre celava tonnellate di aspettative, sensi di colpa, richieste di gratitudine. E ora quel cavallo stava proprio nel fulcro della mia casa.

***

Ci avevo messo tre mesi a progettare quel soggiorno. Tre mesi! Ogni sera sfogliavo cataloghi, salvavo foto, schizzavo piante. Volevo la stanza luminosa della casa: diciotto metri quadri con finestrone a est, parquet rovere sbiancato, le pareti calde color latte, lini leggeri e trasparenti come sottile brezza. Avevo scelto un divano angolare in stile nordico, grigio chiaro, gambe sottili e qualche cuscino minimal. Ci sarebbe stato un tavolino basso e una libreria essenziale in legno naturale e ferro; una mensola per la tv e alcune per i libri. Less is more: aria, luce, leggerezza.

Adesso cera lui. Il divano anni Novanta di Maria Grazia e Roberto, comprato quando si erano sposati, solido come unarca, rivestito di velluto bordeaux con fiori ormai sbiaditi: rose viola, foglie confuse. Lo schienale alto con inserti di legno nero, spesso graffiato dal tempo. Le gambe, intagliate a zampa di leone, facevano ridere accanto al mio sogno minimalista. Il divano era lungo, quasi quattro metri, profondo almeno uno. Sedendoci sopra, sprofondavi; rialzarsi richiedeva una coreografia da spettacolo. Le molle gemevano sotto il peso del passato, una ormai distesa formava una specie di cratere dove tutti i cuscini scivolavano.

Ma il peggio non era quello. Il peggio era che il divano trasudava memoria. Memorie degli anni, vita di famiglia: lì si guardava la tv, si mangiavano arachidi, si dormiva post-turno, si sistemavano coperte con le frange cucite a mano. Odorava di fumo di pipa di Roberto, del profumo dolce di Maria Grazia, misto ai vapori di cucina. Era così impregnato di vita che sembrava essere vivo lui stesso. Adesso aveva invaso la mia stanza.

La prima sera provai a coprirlo con un telo bianco. Comprato unenorme tela di cotone, tentai di nascondere quellincubo color vino. Ma le zampe leonine spuntavano sotto, più grottesche di prima. Il telo scivolava, faceva pieghe, sembrava storpio. Lo rimisi a posto trenta volte, poi cedetti.

Magari prendiamo una fodera, provò Alessio leggendo la disperazione nel mio viso. Su misura.

Una fodera da tre metri e mezzo? E le gambe, le chiudiamo nel tessuto? Ale, non risolve. Non è il colore, il problema. E che questa cosa ci mangia metà stanza.

Alessio tacque. Tacque sempre, quando si parlava dei suoi genitori. E io lo capivo. Era cresciuto in una famiglia dove nulla si buttava, dove ogni cosa era stata faticosamente conquistata e doveva durare. Il padre, ex maresciallo, gli aveva insegnato valori come il risparmio e la praticità. La madre conservava qualsiasi oggetto, ricordando il sacrificio per averlo. Togliere il divano era un po un tradimento per loro.

Ma io che colpa avevo? Perché dovevo vivere con un mostro di velluto? Solo perché i miei valori erano altri: spazio, luce, armonia, non il divano robusto da tramandare.

Il giorno dopo chiamò Maria Grazia.

Violetta cara, il divano va bene? Comodo?

Sì, grazie è impressionante.

Certo! Lo comprammo nel 93. Roberto era appena tornato dalla Germania, eravamo pieni di lire! Era un altro mondo. Oggi fanno tutto usa e getta. Questo durerà altri ventanni!

Ventanni. Visualizzai ventanni di mostro bordeaux, e una nebbia sottile mi prese allo stomaco.

E voi, uno nuovo?

Eh sì. Uno grigetto, moderno, poco voluminoso. Un euroletto, si stende che è una bellezza. Noi ormai siamo vecchi, basta poco. Per voi giovani invece serve una cosa di rappresentanza! Questo nostro è proprio quello giusto.

Attaccai e mi sedetti per terra. Loro avevano un divano moderno, compatto, e a me avevano lasciato il dinosauro, spacciandolo per gesto damore. Peggio: erano sinceramente convinti di avermi fatto un favore, trasmesso un pezzo di storia.

Ma io quella storia non la volevo. Non nel mio salotto.

***

Passò una settimana. Cercai di fare la pace col divano. Giuro che ci provai. Al mattino prendevo il caffè seduta là, ma finivo nella buca e le molle mi segnavano la schiena. Provavo langolo, era troppo rigido. Alla sera guardavamo la tv e io scivolavo giù, respirando polvere ormai parte dei miei vestiti, dei miei capelli.

Mi vergognavo a chiamare le amiche. Io, che progettavo case bellissime per lavoro, prigioniera in un museo kitsch. Quando infine Martina, la mia migliore amica, venne a vedere casa, rimase paralizzata sulla soglia.

Violetta, che roba è?

Regalo suoceri.

Martina studiò il mostro come una predatrice che valuta la preda.

Ma mi avevi fatto vedere il progetto! Cera un bel divano grigio, lineare! Questo è

Un incubo?

Beh, non volevo dirlo, ma sì. Uccide tutto il tuo stile. La luce, laria, tutto!

Lo so, mi svuotai sulle sedie della cucina. Non so che fare. Loro lo hanno donato con un orgoglio travolgente. Maria Grazia chiama ogni giorno per sapere del divanino.

Divanino? sbottò Martina. Questo è un mobile antico e massiccio! Non potrai sistemare niente con lui: né poltrone, né tavolo. Sceglierà tutto lui.

Avevo capito: il divano imponeva la dittatura. Tutto il resto era suddito.

***

Dopo due settimane ci vennero a trovare i genitori di Alessio. Per vedere i progressi. Avevo cucinato una crostata, sistemato casa, preparato il tè. Mi mettevo il timer: quaranta minuti era il massimo che potevo reggere la conversazione zuccherosa. Mi portai questa abitudine da quando vivevamo da loro.

Si presentarono con borsoni: mele della campagna, barattolo di marmellata, biscotti. Entrarono, raggiunsero il salotto e si fermarono.

Ecco! esclamò Maria Grazia. Da Dio, perfetto! Vero Roberto?

Roberto studiò il divano, si sedette, provò le molle.

Robusto approvò Non come quei vostri Ikea. Ti siedi e stai sicuro.

Alessio annuiva col sorriso contratto. Io, sulluscio, in silenzio. Il timer ticchettava nel grembiule. Mancavano trentanove minuti.

Vale, sei pensierosa? mi chiese Maria Grazia. Il divano non ti piace?

No, che cosa solo che è molto grande. Pensavo a qualcosa di più discreto

Discreto? la suocera si irrigidì Ma ci devi vivere! E magari verranno figli! Su un divano piccolo tutta la famiglia non ci sta. Questo è spazioso. Se dorme un ospite, ci si stende. Praticità!

Praticità. La loro parola magica. Mobili pratici, servizi pratici. Bellezza, armonia, stile: cose moderne, da giovani sciocchi, pensavano.

E il tavolino da caffè? La tv?

Non li abbiamo presi ancora, rispose Alessio. Stiamo scegliendo.

Da scegliere cosa? scosse la mano Roberto. Appendete la tv, e il tavolo ve lo porto dalla casa in campagna, uno bello solido cè. Roba che non si trova più!

Visualizzai il loro tavolo: scuro, massiccio, gambe a zampa di leone. Un altro mostro. Ulteriore imposizione.

Grazie, ma abbiamo un altro progetto. Qualcosa di leggero, moderno.

Maria Grazia mi guardò accigliata.

Violetta, cara, ma noi vogliamo solo aiutare. Perché spendere soldi se le cose buone ci sono già?

Perché questa è casa nostra, mi scappò più deciso del previsto. E vogliamo arredarla a modo nostro.

Calò il silenzio. Alessio sbiancò. Roberto si irrigidì. Maria Grazia serrò le labbra.

Sì, certo, rispose lei gelida. Vostra casa. Noi solo per aiutare. Ma se laiuto non serve

Mamma, non voleva dire quello! tentò Alessio. Non abbiamo deciso ancora nulla, vero Violetta?

Annuii col capo mentre il timer segnava venti minuti. Resistere.

Fu una merenda tesa. Maria Grazia parlava del condominio, del lavoro di Roberto, ma il tono era spento. Alluscita, Alessio mi guardò accigliato.

Ne valeva la pena? la sua voce tremava. Hanno rinunciato, hanno voluto il meglio!

Il meglio per chi? Ho passato mesi su questo progetto. E loro hanno deciso per me!

Era un regalo! quasi urlava. Comprando il nuovo, volevano farci risparmiare!

Ci hanno rifilato quello che non volevano! scattai.

Restammo zitti tutta la sera. Io chiusa in camera, lui crollato sul divano in salotto. Quando uscì, aveva il viso affondato tra i cuscini e tremava. Alessio piangeva. Trentadue anni, informatico, e piangeva sul mostro bordeaux.

Sedetti vicino, le molle gemevano.

Perdonami, sussurrai. Non volevo ferire i tuoi.

Lo so, si asciugò il volto. Ma tu non capisci: per loro era tutto. Avevano fatto sacrifici. Era il primo bel pezzo addirittura da signori. Portarlo qui, a noi era passaggio damore.

Ma io voglio fare la mia storia, la nostra, mormorai.

Lui tacque. Non cera risposta.

***

Provai a integrarlo nellarredo moderno. Lo giuro. Cuscini chiari, scandinavi, a righe candide su velluto bordeaux. Sembrava una corazzata con le ghette ricamate. Misi un ficus di fianco: pareva un signore elegante finito per sbaglio in compagnia sbagliata. Leggevo consigli in blog: Contrasta la vecchiaia del mobile con accessori minimal. Mensole chiare, libri, candele, tavolino moderno, tappeto chiaro.

Disastro. Il divano non entrava nello stile. Lo stile si spezzava sul divano. Laria stessa sembrava sbagliata: il salotto diventò una zona di guerra tra Novanta e minimalismo. Stravinsero i Novanta.

Martina, la mia amica, tornò una settimana dopo. Guardò tutto, sedette pessimista.

Non funziona, sentenziò. Potresti coprirlo di mille cuscini, ma resta un mostro. Devi liberartene.

Come? Se lo tolgo, faccio litigare tutti Maria Grazia si offende, Roberto mi odia, Alessio non mi parla.

Vendilo, o regala su internet. Basta che lo portino via!

E ai suoceri che racconto?

Che si è rovinato! Un cane lo ha distrutto

Ma non ho un cane!

Allora prendine uno.

Sospirai. Sapevo che aveva ragione. Ma mi terrorizzava perdere la tregua fragile con la famiglia di Alessio. Avevo sempre sorriso, sempre ringraziato per ogni sciocchezza. Così era più facile. Ma il divano era la goccia. Bisognava scegliere: loro o me.

***

Il sabato vennero due amici di Alessio. Federico e Igor. Entrarono, salutarono, rimasero scioccati dal divano.

Ale, ma cosè sto oggetto?

Regalo di famiglia, mesce Alessio le birre.

Un regalo? Federico si tuffa nella buca centrale e ride Un relitto! Come dai nonni a Siena!

Già, conferma Igor. Ne avevamo uno pure noi, ci saltavamo tutti sopra. Finché la nonna lo buttò: cerano le tarme!

Cosa? mi irrigidii.

Sì. Amano il velluto queste bestiole. Hai controllato?

No, non avevo controllato. Lidea della fauna nascosta era orrenda. Mi immaginai larve che rodono la stoffa e si spostano su vestiti e tende. Mi venne la nausea.

Dopo che se ne andarono, cercai con una torcia in ogni fessura. Niente tarme, ma sotto una cucitura trovai un panino secco. Ricoperto di muffa. Si capiva che era lì da uneternità. Forse dalle elementari di Alessio. O di qualche ospite. Non importava. Il fatto era uno: il divano era diventato un ecosistema.

Mi sedetti a terra, fissando il panino: le lacrime arrivarono non per il disgusto, ma per la frustrazione. Era la goccia. Basta vivere in compagnia della muffa.

Ale, chiamai.

Venne. Gli mostrai il panino come prova del crimine.

Ecco cosho trovato.

Dio mio, sussurrò.

Era sotto le imbottiture. Ale, non è solo vecchio, è sporco, tossico! Non ce la faccio più!

Viole, è solo una dimenticanza, capita

Non è un panino. È un simbolo! gridai. Ci hanno lasciato il vecchio, chiamandolo dono! Loro dormono tranquilli su quello nuovo, e a me resta questa reliquia! Devo pure essere grata?!

Alessio era in guerra lui stesso: vergogna, senso di colpa. Sapeva che avevo ragione. Ma ammetterlo significava tradire i genitori.

Cosa proponi?

Via.

E i miei?

Diremo che non sta bene qui. Punto. Questo spazio è nostro. A me non ha mai chiesto nessuno nulla.

Chiuse il viso tra le mani.

Mamma la prende malissimo. È la sua vita. Dirà che siamo ingrati.

E io? Conto zero?

Mi guardò negli occhi. La domanda era chiara: scegliere me o la famiglia.

Proviamo a trovare una via di mezzo, bisbigliò.

Non cè, Ale. O resta il divano e io mi consumodentro, o va via e si offendono.

Restammo in silenzio dieci minuti.

Ci penso io. Spiego che è troppo grande, ci serve diverso.

Davvero?

Sì, ma non prometto niente. Sai come sa insistente e piagnona.

***

Alessio impiegò tre giorni a trovare il coraggio. Scuse, rimandi, la paura che lo soffocava. Alla fine telefonò di sera. Io in cucina, spiavo.

Mamma? Tutto bene Volevo parlare del divano No, niente di grave! Solo che è un po grande No, non è brutto! Ma non entra bene nel progetto Sì, sì, siamo grati, ma

La voce di lei, acuta, risuonava come una siringa. Alessio si difendeva, argomentava. Poi, sempre più scoraggiato.

Mamma, non si butta via! Magari in campagna, o a un parente Comè, tradimento?! È solo un divano, mamma!

Attaccò esausto, il viso cenere.

Sta piangendo. Ha detto che abbiamo sputato sullanima loro. Hanno risparmiato, fatto sacrifici, e noi così. Papà ha detto che se non lo vogliamo, lo riprendono. E basta. Non ci regalano più nulla.

Lo abbracciai.

Scusa, Ale. Non volevo andasse così.

Vengono sabato a prenderlo. Ed è gelo, penso per anni.

Dentro, provavo pietà. Ma anche sollevamento. Finalmente la fine del mostro. Potrò respirare.

***

Sabato fu una giornata grigia e umida. I Sorbelli arrivarono di mattina, in silenzio, accompagnati dagli stessi traslocatori. Io restai nascosta in cucina. Alessio aprì, tentò un sorriso. Nessuno rispose.

Vai pure a prenderlo. Qui non serve.

Dai, mamma

Lascia stare. Abbiamo capito. Non serviamo a nulla.

Io comparvi sulla porta. Loro nemmeno mi videro. I traslocatori lo trascinarono fuori, grattando lo stipite. Rimase un alone scuro sul parquet, luogo dombra che il sole non aveva mai baciato.

Dove lo portiamo? chiese il trasportatore.

Discarica, troncò Roberto.

Ma è il nostro divano! si strinse Maria Grazia.

I ragazzi non lo vogliono. Noi ora abbiamo quello nuovo.

Salutarono senza salutarci davvero. Alessio li seguì fino allascensore. Rimasi nella sala vuota. Guardavo il segno scuro sul parquet senza sapere se ridere o piangere.

Soddisfatta? chiese Alessio.

No, risposi. Avrei voluto andare diversamente.

Come? Che applaudissero?

Non li ho mandati via. Volevo solo il mio spazio.

E adesso ce lhai. Felice?

Restammo in silenzio.

Potremmo chiamarli per spiegare meglio.

Cosa vuoi spiegare? Che il regalo non serviva? Che siamo ingrati?

E dal nostro punto di vista?

Abbiamo difeso casa nostra. Ma a loro non cambia nulla.

***

Passò una settimana. Nessuna telefonata. Alessio provava a chiamare, nessuna risposta. Il distacco era duro.

Comprai il divano che avevo sempre immaginato: angolare, grigio, proporzionato, leggero. Sistemai il soggiorno come sognavo. Era bello, luminoso, pulito. Dovevo essere felice, ma sentivo una pietra nel petto.

È bellissimo, ammise Alessio una sera. Tutto come volevi.

Sì.

Felice?

Vidi la sua malinconia. Era ferito dentro, colpevole, insicuro.

Lo spazio mi piace. Ma il prezzo pagato

Si chiama scegliere, sospirò. Tu hai scelto larredo, io te. Loro hanno scelto il rancore.

Ci sedemmo vicini sul nuovo divano. Era comodo, bello, ma senzanima, storia. Solo un oggetto, a differenza del mastodonte che aveva dentro la vita intera della loro famiglia.

Ale, proviamo a reinvitarli. Per cena. Mostriamo che non era cattiveria.

Servirà?

Almeno proviamo.

***

Dopo due settimane, accettarono. Svogliati. Maria Grazia scura in volto, Roberto mutissimo. Entrarono, guardarono il soggiorno.

Ecco il nuovo divano. È compatto e lascia spazio a tutto il resto.

Maria Grazia studiava: bianco, chiaro, scaffali, stile nordico. Roba da marziani per lei.

Moderno borbottò. Ma un po freddo, poco accogliente.

Secondo me invece è più arioso, luminoso, dissi io piano.

Spazio cè, annuì Roberto. Però sembra fragile. Vedrai che si rompe prima o poi.

Non si rompe, dimostrò Alessio. È più robusto di quanto sembra.

Vedremo, concluse il suocero. Magari ve lo chiediamo in prestito quando cede.

Non potevano fare un complimento sincero. Per loro, era una sconfitta.

A tavola, parlammo di ogni cosa tranne che del divano. La tensione però cera, seduta con noi.

Guardate, presi coraggio, mi dispiace se vi siete offesi. Ma abbiamo gusti diversi, tutto qui. Non significa che il vostro stile sia sbagliato. Semplicemente è unaltra epoca.

Maria Grazia posò la forchetta.

Tu sei giovane, disse, calma. Pensi che il colore del divano conti. Ma non è il mobile, è la famiglia importante. Tu hai scelto il mobile.

Ho scelto il diritto a casa mia, ribattei piano.

Per me è la stessa cosa, chiuse decisa.

Se ne andarono, ancora scossi.

***

Dopo un mese, chiamavano poco. Brevi saluti. Alessio soffriva, ma qualcosa era cambiato: era più libero, meno teso dal giudizio altrui. Faceva lui le scelte.

Un pomeriggio ero sul divano con un libro, Alessio sdraiato con la testa sulle mie gambe. Il sole tramontava, riflessi dorati sulle pareti. Guardavo quellambiente finalmente mio, e sapevo quanto era stato difficile.

Pentita? chiese lui.

Di aver scelto casa mia? No. Di averli feriti, sì. Ma non torniamo indietro.

Si prese qualche secondo.

Quando ero bambino, mamma portò quel divano come trofeo. Era il simbolo del riscatto. Per loro, darcelo era come mettere una bandiera: siete al sicuro.

Capisco, accarezzai i suoi capelli. Ma noi volevamo solo libertà.

Non lhanno mai capita.

Forse un giorno lo faranno.

Il salotto si riempì di penombra. Ci godevamo il silenzio, la nostra pace.

Una settimana dopo, telefonò Maria Grazia.

Violetta? Possiamo venire sabato? Magari ci aggiorni sullarredo. E dimmi, il vostro divano è così comodo come dicono?

Davvero tanto, sorrisi. Vuoi vedere dove lho preso?

Beh, magari sì. Ci serve qualcosa di pratico pure in campagna. Deve essere moderno e leggero.

Tranquilla, ti aiuto io.

Quando chiusi la chiamata, Alessio rideva.

Ora ti chiedono consigli darredo?

Pare di sì. Forse il tempo guarisce.

Forse si sono arresi.

Forse siamo cresciuti tutti, proposi.

Arrivarono il sabato. Maria Grazia, più distesa; Roberto, meno rigido. Si sedette cauta sul nostro divano.

Ammetto, è comodo.

Vedi? Non tutta la modernità è da buttare.

Sarà. Noi però amiamo la solidità, roba che resta.

Ma il mondo cambia, sorrisi. Ora si cerca lo spazio, la leggerezza.

Beh, qui ce nè, di spazio. Vedremo quando ci saranno dei nipoti.

Ci scambiammo una battuta. Per una volta, li lasciai pensare che il loro vecchio divano forse era meglio. Tanto, ormai, non era più qui.

Poi Maria Grazia mi fece scorrere una galleria di divani online che avevo selezionato per loro. Prendeva appunti, chiedeva dettagli. Era la pace, finalmente.

Quando andarono via, la suocera mi abbracciò.

Perdonaci se ti abbiamo invaso. Volevamo aiutare.

So che era per affetto. E siamo grati.

Però, dora in avanti, scegliete voi. Siete giovani, casa è vostra.

Era la resa, sottovoce ma sincera.

***

La sera ritornammo sul divano, guardando le luci che salivano dalla città.

Magari era davvero un modo per restare nella nostra vita, rifletté Alessio. Un ponte.

Può darsi. Ma ora sanno: ci sono altri modi. Migliori.

Tipo?

Rispetto, sorrisi. Accettare che abbiamo le nostre regole.

Mi strinse forte.

Sei forte, disse piano. Io non ci sarei mai riuscito.

Lo saresti diventato, con un po di tempo.

Il salotto era immerso nella luce calda, finalmente accogliente. Guardai il mio divano, le mensole, le tende leggere: era tutto quello che volevo. Non solo un progetto darredo, ma legittimazione. Per essere me stessa a casa mia.

Il divano bordeaux era stato un simbolo: di volontà altrui, di compromessi, di scelte imposte. Noi avevamo vinto, senza fare guerra. Avevamo solo difeso la nostra vita.

Tutti abbiamo imparato qualcosa: i suoi genitori hanno imparato a lasciar andare, Alessio a scegliere, io a dire no.

E se arrivasse un altro regalo?

Non succederà, dichiarai sicura. Ora sanno che possiamo dire di no.

E cosa rispondiamo?

Grazie, ma no.

Rise.

Così semplice?

Sì. Finalmente sì.

***

Un mese dopo, Maria Grazia mi inviò via WhatsApp una foto: il loro nuovo divano per la casa in campagna. Grigio, elegante, moderno.

Comprato! Avevi ragione, comodissimo. Roberto lha montato da solo. Grazie!

La mostrai ad Alessio.

Progresso, eh?

Alla grande, ridemmo.

Poi, mentre mi raggomitolavo sul mio divano con una tazza di tè e un libro, pensai che a volte bisogna lasciare andare qualcosa, per trovare davvero se stessi. A volte bisogna dire no, per dire sì alle cose importanti. A volte bisogna buttare via il vecchio, per fare spazio al nuovo.

E non vale soltanto per i mobili.

Vale per la vita.

Viole, chiamò Alessio dalla cucina, il tè lo vuoi?

Certo! risposi, sorridendo.

Perché adesso, finalmente, ero a casa. A casa mia.

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