Non più sorella
Il telefono squillò alle sette e mezza del mattino mentre ancora giravo lentamente il mestolo nella mia pentola di fiocchi davena. Il numero era familiare, ma era passato tempo dallultima volta che avevo sentito quella voce.
Chiara, ciao. Sei sveglia?
La voce di Caterina era flebile, leggermente rauca, come di chi ha pianto a lungo o non dorme da notti. Abbassai il fuoco e mi appoggiai al davanzale della finestra.
Sì, sono sveglia. Che succede?
Devo parlarti. Va bene?
Parla.
Una breve pausa. Sentivo il ritmo del suo respiro.
È andato via, Chiara. Mi ha lasciato. Sul serio.
Non risposi subito. Guardai fuori dal vetro appannato: nel giardino qualcuno già portava a passeggio il cane, il barboncino bianco della signora Maria. Dentro casa era incredibilmente quieto. Non vuoto: quieto, come quando togli tutto il superfluo da una stanza e rimane solo lo spazio.
Mi senti, Chiara?
Ti sento.
Non so dove andare. Devo dei soldi, non ho un tetto. Non ho proprio dove andare.
Lasciai il cucchiaio sulla ciotola, spensi il fornello. Osservai la mia cucina scelta da me: frontali bianco latte, ceramiche semplici sulle mensole, tende leggere. Tutto come volevo. Tutto mio.
Chiara, so che tra noi Beh, tu capisci. Ma sei mia sorella. Non mi lascerai così.
Presi il cellulare, guardai lo schermo. Poi premetti elimina. Entrai nelle impostazioni. Blocca numero.
Posai il telefono sul tavolo. Versai il tè nella tazza preferita, quella col bordo blu, e uscii sulla terrazza.
Lalba di maggio era fresca, laria profumava di glicine e terra bagnata. Da qualche parte dietro la siepe cantava un merlo. Appoggiai la tazza al corrimano in legno, mi fermai a guardare il giardino.
Era il mio giardino. La mia terrazza. La mia mattina.
Ma non era un inizio. Era una fine. Linizio era stato in un altro tempo.
***
Ho quarantotto anni. Mi chiamo Chiara Moretti. Non ho ripreso il mio cognome da ragazza, Bianchi, dopo il divorzio. Vivo alle porte di Firenze, in un paese che sembra grande solo sulla carta. Qui tutto scorre piano: cè un boschetto, un laghetto, il treno ti porta in centro in venti minuti. Quando io e Matteo abbiamo comprato questa casa sette anni fa, pensavo di aver trovato tutto.
Sette anni. Ci ho riflettuto spesso su quel numero. Si dice che ogni sette anni tutte le cellule si rinnovano. Forse è questo. Forse Matteo, dopo sette anni, era diventato un altro e io non lho visto.
O forse non è mai stato chi pensavo.
Questo ancora non lo so. E, a essere onesta, nemmeno mi interessa più capirlo.
Ma allora, quel settembre, quando Caterina mi chiamò dicendo che avrebbe voluto venire da noi per il fine settimana, io vivevo ancora nella mia bellissima illusione. Tutto al proprio posto: casa, lavoro, marito, programmi per lanno. Gestivo una piccola scuola di ceramica, venivano i bambini del quartiere e qualche adulto appassionato. Non facevo soldi, ma ero felice. Matteo lavorava in uno studio edile, tra preventivi e contratti. Niente di eccezionale, ma sicuro.
Vivevamo in modo regolare. Un po monotono, forse, ma mi sembrava la normalità della maturità. Senza onde alte, senza strappi.
Caterina era più giovane di me di undici anni. Quando è nata avevo otto anni: ricordo quando nostra madre tornò dallospedale con lei in una coperta rosa. Pensavo di avere una bambola vera. Poi si capisce che non è una bambola, ma una persona, con desideri e carattere. Però io avevo listinto di proteggerla.
Non siamo mai state davvero unite come certe sorelle. Visioni diverse, caratteri diversi. Caterina cercava sempre la luce, il movimento, il rumore. Ha cambiato lavoro e marito due volte, da Arezzo a Milano, poi Roma, poi di nuovo, poi ancora. Volava leggera, a me pareva superficialità, a lei la mia vita sembrava noiosa.
Ma ci vedevamo qualche volta allanno. Feste, o così, per caso. Telefonate sporadiche. Il minimo sindacale di un rapporto: né vicinanza, né distanza.
Quando mi chiamò dicendo che passava il weekend, non sentii niente di particolare. Un po di gioia, forse. Preparai la camera degli ospiti, comprai le sue cose preferite: pecorino stagionato, fragole, cantucci. Matteo non fece una piega. Gli piacevano gli ospiti, soprattutto se cera un buon Chianti e storie differenti dai soliti cantieri.
Caterina arrivò venerdì sera con una piccola valigia e un enorme mazzo di crisantemi. Era affascinante, non bella, ma dimpatto. Bionda cambiava colore ogni pochi mesi, quella volta era miele. Occhi azzurri, brillanti. Trentasei anni, ma ne dimostrava trenta. Dicevano sempre che non ci assomigliavamo. Io scura, con lineamenti calmi. Mamma diceva che avevo il viso di chi pensa. Io non capivo se fosse un complimento o no.
Chiara! mi strinse forte, lei abbracciava in modo totale. Qui si respira davvero. Sono sfinita dalla città.
Entra, dai.
Matteo è in casa?
In cucina.
Passò avanti, presi la valigia. Dopo avrei ripensato a quel gesto: accettare la valigia come se fosse una qualsiasi ospite. Come se fossi sempre stata quella che porta il peso degli altri.
La serata scivolò via bene. Si parlò del nuovo lavoro di Caterina, in unagenzia di eventi, forse avrebbe cambiato ancora città. Matteo ascoltava incuriosito, faceva domande, Caterina faceva ridere con aneddoti. Tutto normale.
Mi occupai dei piatti, mentre loro restavano in sala con il vino. Sentivo le voci smorzate, tranquille. Nulla da segnalare. Solo voci.
Poi rientrai per dire che il film era pronto e vidi.
Non un abbraccio. Niente da quotare. Solo uno sguardo. Caterina disse qualcosa, Matteo rispose, e tra loro, per un attimo, si stese un filo. Non parola, non gesto. Solo uno sguardo, rapido, come se lo ritirassero sentendo i miei passi.
Mi fermai sulla soglia.
Ah, il film! disse Caterina, alzandosi scattante. Sì, dai. Che guardiamo?
Matteo si alzò anche lui.
Chiara, scegli tu. Per me va tutto bene.
Li fissai per alcuni istanti. Due persone comuni. Tutto ordinario. Forse avevo immaginato.
Ok allora, dissi andando in sala.
Ma quello sguardo rimase da qualche parte in fondo alla memoria. Non davanti, più in profondità.
Guardammo il film, Caterina rise alle battute, Matteo fece commenti sul finale. Andammo a dormire. Nel letto, accanto a Matteo, pensai solo che ero stanca, che mi ero fatta dei film da sola.
Il giorno seguente Caterina partì dopo pranzo. Ci abbracciò entrambi, ci salutò dalla macchina.
Grazie, Chiara. Vacanza top.
Torna quando vuoi.
Promesso.
La vidi andar via. Matteo accanto a me disse:
Una donna piena di vita.
E tornò in casa.
Piena di vita. Annotai quella frase. Allinterno. Come appunto silenzioso.
***
La vita proseguì come sempre. Ottobre, novembre. Alla scuola vennero due uomini nuovi, portati dalle mogli timidi, poi presi dalla passione della creta. Mi facevano piacere. Matteo lavorava tanto. Una volta al mese andavamo al cinema. Si cucinava, si guardavano serie. Tutto normale.
Tranne una cosa.
Cominciò a fare tardi.
Allinizio una volta a settimana. Poi due. Le spiegazioni cerano: appuntamenti, incontri con clienti, chiusura lavori. Io non ero una che fa le pulci. Mi fidavo. La parola era: fiducia. Oggi mi rendo conto che fidarsi significava non controllare. Allepoca la chiamavo fiducia e mi sembrava giusta.
Una notte di novembre arrivò quasi a mezzanotte. Io già a letto, coi libri. Passò dalla cucina, poi in bagno, poi nel letto.
Giornata di fuoco? chiesi.
Non immagini. Una trattativa infinita.
Hai mangiato almeno?
Sì, mi hanno sfamato.
Si voltò di schiena, io tornammo a leggere. Tutto normale. Grandi, stanchi, lavoro.
Ma notai che aveva saltato il bacio del ritorno. Unabitudine piccola: si baciava, sempre. Dimenticata, due volte, poi smisi di contarle.
Verso fine novembre chiamai Caterina, senza un motivo preciso, una domenica. Rispose subito.
Chiara, ciao!
Ciao. Come va?
Bene bene. Un sacco di lavoro. E voi?
Tutto ok. Matteo è sommerso di cose da fare.
Eh, lavoro del settore, rispose, senza esitazione. E la tua scuola?
Parlammo venti minuti. Tutto normale. Spensi il telefono e mi accorsi che non provavo nulla: né calore, né fastidio. Solo parole.
Dicembre passò tra i preparativi. Matteo rincasava spesso tardi. Talvolta lo trovavo a casa già quando dormivo. Una notte mi svegliai: il suo lato del letto era vuoto. Mi alzai e lo trovai in cucina con il cellulare, che spense appena entrai.
Non dormi? domandò.
Mi sono svegliata. A che ora sei arrivato?
Poco fa. Vai a letto, Chiara.
Lavori di notte?
Chat con clienti dallestero. Fusi orari. Dai, stai tranquilla.
Lo fissai. Aveva uno sguardo calmo, limpido. Nessuna ansia, nessuna colpa, solo stanchezza.
Va bene, dissi. Non fare troppo tardi.
Rimasi a letto a lungo. Sentivo il telefono, il movimento. Pensavo: con chi chatta alle tre? Forse davvero clienti, mi dicevo. Non volevo diventare una che indaga, diffida.
Ma qualcosa dentro era già sveglio. Piccolo, silente. Capiva tutto, ma ancora non lo ascoltavo.
***
Non ricordo il momento esatto in cui lintuizione diventò voce. Sarà stato gennaio, dopo le feste. Capodanno da soli: Matteo disse di essere stanco, che preferiva restare. Io accettai. Cena buona, prosecco. Lui gentile, affettuoso. Mi convinsi quasi che avevo solo fatto film.
Caterina mandò auguri su WhatsApp. Semplici. Anche a Matteo, credo. Me lo mostrò: Guarda, Caterina ci fa gli auguri. Annuii.
Poi venne una piccola cosa, in febbraio.
Preparavamo la cena, il telefono di Matteo squillò. Guardò lo schermo: È del lavoro, arrivo subito. Uscì in terrazza, tracciando passi nella luce fioca. Lo vidi parlare, rideva. Quando sono le otto e una collega ti chiama per unurgenza, non si ride.
Non dissi niente. Non volevo diventare isterica per una risata. Ma la fissai dentro.
Dopo due settimane controllai il suo telefono.
Non lavrei mai immaginato prima. Mi sembrava peggio che leggere i diari. Ma quella notte si addormentò e lasciò il cellulare sbloccato. Non era programmato. Era lì, lo presi.
Trovai una chat senza nome, solo numeri. Pochi messaggi. Come va? Tutto ok, ti aspetto. Arrivo. Lultimo, tre giorni prima.
Rimisi il cellulare. Andai in cucina a bere.
Numeri, nessun nome. Ti aspetto. Poteva essere chiunque. Un collega, un amico.
Ma sapevo che non era così.
Lo sapevo e basta. Non con la testa, ma con quella conoscenza antica nel petto, a cui non servono prove. Lintuizione, dicono le donne. La diffidenza, dicono gli uomini. La verità, secondo me, quando la mente ancora non ci arriva.
Ci convissi qualche giorno. Andai a scuola, gestione, cene, lezioni. Con Matteo parlavo come sempre, nessuna domanda. Intanto dentro qualcosa già si preparava. Come un corpo che si difende anche se gli occhi non vedono.
***
A marzo andai da Caterina.
Non era programmato come indagine. O forse sì, non volevo ammetterlo. Matteo, quella mattina, disse che sarebbe andato con i colleghi in collina, tornava tardi o dormiva da loro. Era già successo. Io gli dissi: Ok, vado da unamica.
Ma andai da Caterina.
Allora stava a Roma, in un monolocale a San Paolo. Arrivai con il treno, poi la metro. Non la avvisai. Disi che volevo fare una sorpresa. Sapevo che era altro.
Mi aprì Caterina, in accappatoio e capelli bagnati, come appena uscita dalla doccia. Vide me e per un microsecondo il suo volto cambiò, una specie di crepa. Poi fu il viso di sempre.
Chiara! Ma che sorpresa. Hai avvisato?
Volevo fare una sorpresa. Ti disturbo?
No, no. Entra, entra.
Entrai. In ingresso cerano scarpe maschili. Scarpe marroni, eleganti. Le conoscevo. Le avevamo comprate insieme.
Mi fermai.
Hai ospiti? chiesi. Calma. Nessun grido.
Chiara
Chi è da te, Caterina?
Chiuse gli occhi, un attimo. Poi li riaprì.
Vieni in cucina. Ti prego.
No. Dimmi.
Allora, dalla camera, uscì Matteo. Camicia, pantaloni, solo calzini. Si muoveva senza fretta, come se fosse normale uscire da quella stanza in quella situazione.
Ci guardammo. Tutti e tre fermi nel piccolo ingresso.
Chiara disse Matteo.
Non dire nulla, risposi.
Sentii le loro voci. Sussurravano. Lappartamento era piccolo. Brandelli: Dobbiamo parlarne, Lo capirà, Bisogna preparare il terreno. Questa frase mi restò impressa. Preparare il terreno. Come nellorto: scavare, livellare, per far nascere altro.
Uscii senza dire altro.
***
A casa tornai tardi. Entrai, mi tolsi le scarpe, appesi la giacca. Misi lacqua per il tè. Guardai il giardino.
Matteo arrivò verso mezzanotte. Io ero in cucina con la tazza ormai fredda.
Entrò, vide la mia giacca, restò. Poi venne.
Sei qui.
Sì.
Si sedette davanti.
Chiara
Sei stato da lei? chiesi. Non per non sapere. Volevo che lo dicesse.
Sì.
Da quanto?
Pausa.
Qualche mese.
Annuii. Sollevai la tazza, la posai.
Volevi il divorzio? Vi ho sentiti parlare.
Non rispose. Silenzio.
Quando volevi dirmelo?
Non lo so, Chiara
Non ti chiedo spiegazioni. Solo una risposta: quando volevi dirmelo?
Dovevamo capire
Capire cosa. Chiaro.
Mi alzai, svuotai il tè, misi la tazza nel lavandino.
Vai via stasera. Domani parliamo di quello che cè da fare.
Chiara, non so dove
Non minteressa, interruppi. Vai.
Andò.
Chiusi la porta. Rimasi un po nellingresso. Poi in camera, sopra le lenzuola, con i vestiti addosso, fissai il soffitto.
Non piansi. Non subito. Il pianto arrivò giorni dopo, mentre lavavo i piatti e mi resi conto che erano solo i miei. Mi fermai lì, le mani bagnate. Quello fu il momento. Piansi, forse, per unora. Non per lui. Per altro. Per il tempo, probabilmente. Per i sette anni che ora erano altro.
***
Divorzio. Una parola che diventa tutto. Come affrontare il divorzio, come riprendersi dal divorzio, vivere dopo un tradimento. Leggevo tutto, volevo capire che tanti altri passano lì. Tutte esperienze simili. Forse il tradimento ha la stessa forma ovunque.
Giuridicamente, la separazione durò mesi. Matteo prese un avvocato. Non me lo aspettavo: avevo sperato in un accordo sereno. Ma lui era già pronto. Preparare il terreno davvero.
La casa era intestata a me: lavevo comprata coi soldi delleredità della nonna, il resto con i miei risparmi. Matteo lo sapeva. Ma pretese una quota della scuola. La scuola, che era solo mia. Lho fondata io, comprato il forno, tutto io. Dopo quattro anni aveva un piccolo utile. Lui la volle come bene comune.
Il suo avvocato ci provò. Il mio suggerito da una cara amica vinse. Ma furono mesi di stress, incontri, carte. Mesi in cui dovevi guardare una persona familiare diventare rivale per denaro. Non perché ne avesse bisogno. Per principio.
Lavarizia del divorzio. Pensavo: Succede davvero? Sì.
Un giorno pretese la tv, una vecchia, presa anni fa. Ormai nemmeno moderna. Ma la fece reclamare dal legale. Guardai Matteo: ben vestito, con il suo legale, a volere un televisore. Coseri diventato?
Portatela via, dissi. Prego.
Se la portò.
Quarantasette anni, desideravo solo finire e ricominciare.
***
I primi mesi da sola furono strani. Non tristi, strani. La casa era mia ma silenziosa. Tolsi le sue cose, quelle rimaste le donai. Lenzuola nuove, cuscini nuovi.
Caterina chiamò una volta, in maggio. Non risposi. Poi mandò un messaggio: Mi dispiace tanto. Vorrei spiegarti. Non risposi. Non per rabbia. Non mi servivano spiegazioni.
Il tradimento: non si spiega. O lo accetti o no. Lei voleva spiegare per renderlo meno reale. Non cera modo.
Le amiche cerano. Lucia, dellinfanzia, venne molte volte. Portava torte, stava ore. A volte non si parlava, solo presenza.
Come stai, Chiara?
Bene.
Davvero?
No, ma mi sforzo.
Sei arrabbiata?
Sono troppo stanca per arrabbiarmi. Ora cè solo un vuoto.
Passerà.
Lo so.
Lucia crede nelle cose: karma, tutto torna, la giustizia segreta delluniverso. Io non saprei, non ci penso. Ma quellanno ho creduto che qualcosa mettesse ordine, alla fine. Che il conto si pareggia da solo.
Non per odio verso Matteo o Caterina. Solo speranza di tornare a vivere. Dentro di me, la convinzione che avrebbero raccolto ciò che hanno seminato.
***
Lestate fu lenta, purificatrice. Mi presi cura del giardino. Prima lo lasciavo a Matteo, ma lui faceva il minimo. Ora era tutto mio. Manuali, video, piantine. Piantai ribes, lamponi, due meli. Zappai la terra.
La fatica del lavoro, la terra tra le dita, mi faceva bene. Dopo ore di lavori sparivano i pensieri. La ciclicità della natura: semina, raccogli.
A agosto mi iscrissi a un corso dacquerello. Non per diventare artista, ma perché avevo sempre rimandato. Ora cera tempo. Il poi diventava adesso.
Si svolgeva il sabato, nella bottega di un paese vicino, un laboratorio in una palazzina vecchia. Insegnava la signora Vera, calma, precisa. Mai carezze inutili ma sempre gentile.
Lì conobbi Giulia, che abitava a cinque minuti da me, mai incontrata prima. Era più grande di me, figli adulti, aveva iniziato a dipingere dopo la pensione. Dopo la prima lezione diventammo amiche.
Da tanto dipingi? mi chiese.
Solo ora ho iniziato. E tu?
Da tre mesi. Mia figlia mi regalò il set di colori lo scorso anno. Lì fermi due mesi, poi… via!
Comè?
Difficile. Ma mi piace.
Questa frase mi piacque: difficile, ma mi piace.
***
In autunno feci il restauro.
A lungo desiderato. La casa era solida, ma il vestito vecchio. Cucina datata, la camera con carta da parati troppo scura (piaceva a Matteo), salotto con il legno che scricchiolava.
Mi affidai a una piccola squadra. Un mese di confusione: polvere, rumore, operai ovunque. Lo trovai quasi piacevole, un caos costruttivo.
Rifeci la cucina chiara, frontali bianchi e piano di legno. Carta da parati celeste cielo nella camera, cercata a lungo, perfetta per me. Pavimenti sistemati. Nuovo rivestimento e corrimano di legno in terrazza.
Finito il lavoro, girai stanza per stanza. Tutto come volevo. Nessun colore lasciato fare per accontentare. Ogni dettaglio era mio.
Buttai gli ultimi oggetti della vecchia vita: libri con dediche, una foto della vacanza al mare, altre cose piccole. Non buttati: tolti dalla vista.
Poi andai sulla terrazza rinnovata. Odorava di pioggia, foglie, un filo di fumo dei vicini. Era fresco ma buono.
Pensai: un anno fa non credevo sarei stata qui. Sola, dopo il restauro, serena.
Solitudine. Una parola che ho pensato tanto, quellanno. Sopravvivere alla solitudine o viverla? Scoprii che la solitudine ha tante facce. Vuoto quando manca qualcosa. Tranquillità quando basta a sé stessi. Quellanno mi insegnò la differenza.
***
In inverno la mia vita prese un ritmo nuovo. Al mattino ginnastica, colazione, scuola. Dopo pranzo cura della casa o giardino, lettura, acquarello. Sabato i corsi, a volte uscite con Giulia o Lucia. Spesso semplicemente terrazza e silenzio.
Era il mio ritmo. Mio, tutto. Non egoismo, diritto al proprio passo.
Anche la scuola andava bene. Presi un nuovo allievo: Nicola, dieci anni, venuto con la madre. Serissimo, lavorava la creta tutto corrucciato.
Nicola, sei soddisfatto? gli chiesi dopo aver finito una tazzina.
Ci pensò.
Non proprio. Il manico è storto.
Si può riparare. Ma in generale?
Sembra una tazzina.
Allora va bene, gli dissi.
Davvero?
Limportante è che sia come te la immaginavi. Allinizio basta.
Annuii.
Logica bambina, brutale. Mi colpì: importante è che sia come lo volevi. Anche la mia vita stava diventando simile a come lavevo immaginata. Non senza fatica. Ma ci stava riuscendo.
***
A aprile, un anno dopo il divorzio, andai a Venezia per tre giorni. Così, senza bisogno. Scelsi una pensione economica, musei, caffè, camminate lunghe lungo i canali. Da sola. Esperienza nuova. Una volta pensavo: viaggiare si fa in due. Da sola invece si fa tutto a modo proprio: mezzora davanti a un quadro, si salta ciò che non suscita interesse, si mangia quando pare.
Chiamai Lucia.
Allora, comè laggiù?
Stupenda. Fredda. Bella davvero.
Non ti annoi da sola?
No. Giuro.
Vedi che progresso!
Risi.
Lucia, significa che con me stessa sto bene.
È la cosa più importante al mondo.
Forse sì.
Chiusi. Tornai tra le calli. Il vento sapeva di acqua. Mi strinsi nel cappotto e pensai: quarantotto anni, e una vita tutta mia. Non quella che avevo progettato. Unaltra. Ma mia.
Il tradimento ha rotto qualcosa di fragile, ma che non sapevo fosse fragile. Era meglio così: altrimenti ci sarei rimasta dentro per sempre, sicura che fosse normale.
Tradimento è parola per molte cose: debolezza, caso. Ma ciò che fecero Matteo e Caterina era altro. Era una scelta. Loro costruirono, programmarono, prepararono il terreno. Non fu impulso. Fu progetto. Questo fu il più duro da accettare. Non che fossero insieme, ma che fosse stato pensato.
Destino di donna. Una frase usata con compassione, come fosse ineluttabile: soffrire, portare, perdonare. No. Non è destino; è scelta. La mia scelta era differente.
***
Mattino di maggio. Profumo di glicine. Il merlo canta.
Il telefono squilla alle sette e mezza.
So già come finirà questa storia. Lho già raccontato. Ma voglio rimandare di un attimo il gesto, osservando lo schermo con il messaggio di Caterina.
Ha scritto tanto, diversi paragrafi. Leggo giusto le prime righe: Lui è andato via per una più giovane, debiti, sono senza casa. Scorro, leggo sorella, ti prego, qualsiasi cosa, sono comunque sangue tuo.
Sangue. Strano termine.
Ci penso alcuni secondi. Di sangue. Lo era stata, quando comodo. Quando aveva ciò che voleva. Quando si poteva chiedere.
E io? Io ero chi laveva sempre accolta, portata a casa la prima volta a Firenze, prestato soldi senza mai richiederli, preparato la camera, comprato i biscotti preferiti.
Non è un rimprovero. Lho fatto perché volevo. Ma ora capivo la differenza: essere vicini a qualcuno, o essere la sua riserva di energia.
Premetti su elimina. Poi nei contatti, blocca numero.
Basta.
Né rabbia né rivalsa. Come chiudere la finestra per tagliare il freddo. Silenzio, nessuna spiegazione.
Misi su il tè, versai nella tazza con il bordo blu che avevo comprato da sola, lestate passata alla fiera del paese. Uscii in terrazza.
La mattina si srotolava lenta. Il cielo era quello stesso tono celeste-grigio degli acquarelli scelti per la camera, finalmente miei. Il glicine compattissimo, bello da fermare il fiato. Nel giardino muoveva vento leggero. Il merlo tra i meli.
Appoggiai la tazza al corrimano. Respirai. Guardai il giardino piantato con le mie mani, la casa risistemata da me, questa mattina, tutta mia.
Forza danimo. Non mi era mai piaciuta quellespressione, sembrava sempre urlata. Ma lanno trascorso mi insegnò che non è urlata. È stare. Alzarsi. Preparare colazione. Lavorare. Piantare alberi. Scegliere colori. Bloccare numeri.
Andare avanti.
Il tè scottava. Il glicine profumava. Il merlo cantava.
E io, sulla mia terrazza, pensai che avevo quarantotto anni e tutto quello che mi serviva.







