La vita rimandata
Mamma, posso prendere una caramella dalla scatola? Una sola, dai! chiese Lucia, girando intorno alla credenza come un piccolo folletto, dove Claudia aveva nascosto con tanta fatica le rare dolcezze conquistate.
Assolutamente no! Quelle sono per le feste. Se le mangi adesso, non resterà nulla per Capodanno.
Lucia fece il broncio. Ma che differenza cè se la mangio oggi o domani? E poi, non è che voglio la scatola intera, solo una caramella! Perché mamma è sempre così? Se una cosa è buona, va messa via per dopo; se un vestito è bello, lo si mette solo per unoccasione speciale. Lucia invece avrebbe tanto voluto indossare il vestitino nuovo che papà le aveva portato da Milano e andare a trovare Marta, la sua amica. Perché a Marta sua madre non proibisce mai di mettersi le cose nuove anche allasilo? Lucia aveva sentito dire che i vestiti Marta non li comprava, li cuciva la mamma. E allora? Tanto Marta era sempre la più elegante del gruppo. Lucia si ritrovava sempre con lo stesso vestitino a pois, che ormai la faceva sbadigliare solo a guardarlo.
Lucia non poteva sapere ancora quanto erano costati quegli abiti e quelle caramelle ai suoi genitori. La mamma lavorava in biblioteca, il papà era ingegnere. Da piccolina, Lucia aveva sentito spesso il termine procurare. Vuol dire che, con un colpo di fortuna o grazie a conoscenze misteriose, si riusciva a mettere le mani su qualcosa che non si trovava mai nei negozi: così erano arrivate le scarpette nuove e perfino gli stivali della mamma. Dopo quellacquisto, si era vissuto un mese a pastasciutta e patate, ma la mamma era talmente felice che i primi giorni non li aveva nemmeno messi: li guardava e basta. Chissà perché, quegli stivali sono rimasti nella testa di Lucia, che da adulta ricordava ogni graffio e tacco consumato.
Poi è arrivata lepoca dei miracoli: nei negozi cera finalmente di tutto. Abiti, scarpe, cioccolata e ogni altro sfizio. È diventato difficile, però, avere i soldi per comprarli. Lucia era allultimo anno delle medie quando suo padre tornò a casa entusiasta:
Mi hanno preso! annunciò.
Allinizio Lucia non capì cosa volesse dire, ma quella sera, vedendo la felicità dei genitori, capì che sarebbe cambiato qualcosa. E in effetti la ditta italo-tedesca dove il papà iniziò a lavorare valorizzò finalmente i suoi talenti. Diventò un altro uomo: meno pensieroso, meno mugugnoso, più carico di energia. Scoprì di essere anche un ottimo organizzatore: la sua carriera prese il volo.
La vita divenne più semplice. Mamma non stava più ogni sera con un quadernone a fare quadrare i conti per regalare un vestitino a Lucia. Arrivarono i primi jeans, le scarpe alla moda persino le gomme americane! Lucia abbandonò lidea di mollare la scuola per andare a lavorare, e si preparò per luniversità. I genitori la sostennero in tutto. Dopo due anni a rompersi la testa sui libri e saltando feste e amiche, passò brillantemente il test e diventò studentessa. Avrebbe potuto rilassarsi, ma Lucia la prese diversamente: prima di tutto lo studio e una buona posizione lavorativa, il resto poteva aspettare. Ed ebbe ragione anche stavolta: laurea con il massimo dei voti, lavoro in banca dove il padre aveva le giuste conoscenze. Finalmente poteva godersi la vita, pensare a sé, magari a una famiglia. Ma Lucia decise che era il momento della carriera! Così, non avrebbe mai più pensato a dove andare, che vestito mettere, né dove vivere E, nemmeno a dirlo, ci riuscì.
I genitori erano fieri: intelligente, in carriera, si era comprata casa e macchina da sola, parte nei fine settimana per Barcellona o Parigi. Solo che Lucia era sola.
Ma lei non se ne curava troppo. Non era mai stata una brava bambina, di corteggiatori ne aveva fin troppi. In fondo, pensava, tanto vale godersi ancora un po tutto: chi si sposa giovane non ha più tempo per sé.
La prima vera storia importante Lucia la ebbe solo a trentacinque anni. Lei e Vittorio erano colleghi di lungo corso: uffici vicini, ma chiacchiere solo per lavoro. Lucia non avrebbe mai pensato di piacere a Vittorio, che era attraente, serio, molto intelligente proprio come piace a lei. Durante una cena aziendale, complice un bicchiere di prosecco di troppo, Lucia poggiò la testa sulla sua spalla: Vittorio, che la restava a distanza temendo la regina delle nevi (così la chiamavano in ufficio), prese coraggio:
Lucia, sposami. Abbiamo entrambi una bella posizione, non siamo più dei ragazzini. È ora di mettere su famiglia. Mi piaci da sempre. E anche di più. Ti amo, Lucia.
Lei rise piano:
Dai, Vittorio, che dici? Abbiamo tutta la vita davanti! Cè ancora tempo per tutto.
Ma al mattino, guardandolo negli occhi, Lucia sentì uscire dalla sua bocca parole che la sorpresero:
Va bene, lo voglio anchio.
Matrimonio in grande stile, Claudia in lacrime per la gioia (oramai aveva perso le speranze per vedere i nipoti), poi tre anni in cui Lucia capì che tutti i suoi successi non valevano nulla, se paragonati a ciò che finalmente aveva ottenuto dopo tanto rimandare: una vera vita da condividere.
Non cè più Il mio futuro non cè più, mamma disse, stringendo tra le mani la risposta degli esami. Perché sono stata così stupida?
Amore, aspetta. È solo un esame. La medicina oggi fa miracoli. Può ancora cambiare tutto.
Quando? Lucia buttò le carte per terra.
La casa dei genitori di Lucia era pressoché identica a quella della sua infanzia. Claudia e Aldo si rifiutavano di accettare soldi per rifare l’arredamento o il bagno, anche se Aldo non lavorava più ed era spesso malato, e Claudia non si fidava a lasciarlo solo. Lucia, ovviamente, qualcosa faceva lo stesso, ignorando i loro non serve!, ma alla fine tutto si riduceva a un frigorifero pieno delle stesse cose, qualche restauro qua e là ora di moda si dice vintage e tappezzeria cambiata dieci anni prima. Ora fissava una macchia sul muro e pensava che bisognava dare una rinfrescata alle pareti e una passata al parquet. Roba da niente, ma che salta in testa quando la vita crolla sotto i piedi
Mamma, non capisci? Il tempo è proprio quello che io non ho più
Rimasero sedute insieme finché non si accorsero che era arrivato il buio. Non sentirono il telefono squillare. Lucia piangeva o si calmava, ma taceva, stanca di ragionare su ciò che ormai non aveva spiegazione. Alla fine alzò la testa, intravedendo il viso della madre nella penombra:
Grazie, mamma
Per cosa, Lucia?
Per avermi ascoltata. Non ho nessun altro con cui parlare di certe cose. Ormai non servo più a nessuno.
Ma cosa dici?! Claudia le coprì la bocca con la mano. Servi a me! Servi al papà! E anche a Vittorio!
A Vittorio non più.
Perché, Lucia?
Perché il problema è mio, non suo. Anche lui non ha tempo da buttare. Può ancora diventare davvero padre.
Lucia si alzò, abbracciò la mamma, ignorò tutte le nuove obiezioni e si rimise in macchina.
Non ti preoccupare, mamma. Non mi perderò. le disse, mandandole un bacio prima di chiudere la porta. Claudia cadde esausta sulla sedia dellingresso. Perché proprio alla mia bambina, Dio mio?
Non aveva voglia di rincasare, così girò per il Lungarno. In questa stagione cera poca gente: qualche cane, coppie di anziani impellicciati contro il vento, impegnati a scambiarsi battute secche. Lucia li osservò e si mise a piangere come una bambina. Lei aveva sognato tutto questo: una vita insieme fino a invecchiare, occhi che si capiscono al volo, piccoli rituali da condividere E invece niente. Solo ora, ammettendolo, sentì quanto aveva amato Vittorio. Aveva rimandato persino questa consapevolezza, come aveva fatto per tutta la vita. E adesso che importava?
Guardando il fiume nero e indifferente, Lucia ricordò le domeniche con i suoi: lunica concessione, un gelato che non mancava mai, anche dinverno. Mai una volta che si sia ammalata. Ma lei, con i suoi figli, non avrebbe mai fatto queste passeggiate
Scacciò pensieri cupi con una scrollata. Basta! Autocommiserarsi non serve a nulla. Bisogna andare avanti, cercare un motivo. Tutti i suoi titoli ora le parevano carta straccia. Nulla, né carriera né abiti firmati, potevano riempire il vuoto che aveva dentro. Doveva solo scoprire cosaltro voleva veramente. Ma intanto, bisognava parlare con Vittorio. Perché il suo tempo… ormai era impegnato altrove.
Arrivata alla macchina si bloccò. Un gruppo di adolescenti bazzicava nei pressi. Si guardò attorno: nessuno. Per un attimo pensò: E vabbè, che succeda quel che deve, ormai Ma si fece avanti.
Che succede qui?
I ragazzi avevano sedici anni al massimo, si voltarono tutti insieme.
È la tua macchina?
Sì, perché?
Sotto il cofano! Bisogna aprirlo! si misero a parlare sopra le righe, e Lucia capì che non volevano farle del male.
Ferma, non riesco a seguirvi. Uno alla volta, che succede lì sotto?
Parlarono fra loro, poi il più basso si fece avanti. Ecco, il capobranco, pensò lei.
Cè un gattino. Si è infilato sotto la macchina, forse sul motore, per scaldarsi. O lo tiriamo fuori o si fa male.
Lucia inarcò le sopracciglia.
Sei sicuro?
Certo. È che fa freddo, i gatti vanno sempre a scaldarsi sotto le macchine.
Lucia aprì portiera e cofano.
Oh madonna! le sfuggì, quando i ragazzi tirarono fuori un cucciolo nero come la notte che si divincolava agitato.
Questo morde! rise il ragazzo. Tieni, è tuo!
Mio? Lucia prese il gattino, che si acquietò subito. E io che ci faccio adesso? Non ho mai avuto un gatto in vita mia!
Semplice, lo nutri e impari. E se ne andarono, fra le risate e il saluto.
Aspettate! Lucia scavò in tasca portafoglio e diede loro una banconota da venti euro. Per la bestiolina, diceva sempre mia madre, chi fa bene, un caffè se lo merita.
Grazie! urlarono i ragazzi e sparirono.
Lucia salì in macchina e fissò la nuova conquista.
E tu che ci fai con me?
Il gattino si sistemò sulle sue ginocchia e cominciò a fare le fusa, infilandoci pure le zampette luride sulle sue calze chiare.
Perfetto Eccomi qui, mezza vecchia e col gatto. Come nei cartoni animati. mise in moto la macchina. Dai, andiamo a casa.
Rimandò la conversazione con Vittorio al mattino seguente: passò la serata a lavare e sistemare il gattino.
Ma dove hai raccolto tutte queste pulci? Sei uno gnomo! Ma chi me lha fatto fare di accettare una roba simile? brontolava Lucia mentre lo insaponava nella vasca. Vittorio era appoggiato alla porta, tenendo un asciugamano pronto.
Incredibile
Che cè?
Normalmente i gatti odiano lacqua, questo sembra quasi godersi il bagno!
E fa le fusa perfino qui dentro. Senti che rumore di motore sotto le mani.
Lucia, asciugandolo e strizzando il ridotto e infeltrito pelo, dichiarò la missione compiuta:
Ora si mangia.
Quando il gattino, ormai sazio, si sdraiò accanto a Lucia sul divano, Vittorio chiese piano:
Lucia, allora? Novità?
Lucia sospirò. Sarebbe stato meglio aspettare domani, ma tanto sarebbe stato solo rimandare.
Ci separiamo, Vittorio.
Sì, buonanotte E quale sarebbe il motivo?
Perché io bambini non ne avrò più, solo io sono in colpa. Tu hai ancora tempo. Troverai qualcuno e diventerai papà.
Vittorio la fissò come se la vedesse per la prima volta.
Cosè, ti immagini che io sia un robot? Trovo moglie, cambio moglie Lucia, tu! Non hai pensato che la cosa importante sei tu, non la lista dei figli. La cosa fondamentale sei tu, vicino a me. Ma tu sembra che te ne freghi: hai già deciso tutto.
Poi prese il gattino e se ne andò in studio.
Dormo nello studio stasera. Notte.
Lucia annuì, e appena lui uscì, scoppiò a piangere piano. Eh, ci vuole davvero poco per sentirsi idiota. Però il tarlo del dubbio rosicchiava: ora lui lo dice, tra due o tre anni?
Passò la notte a rimuginare. Ripensò a tutto della loro vita insieme. Ma alla fine continuava a pensare che la scelta fosse quella giusta. Meglio uno sbaglio ora che rimpianti eterni domani. E Vittorio, anche se non lo avrebbe mai detto, era troppo buono per lamentarsi.
Si addormentò allalba, rannicchiata su una poltrona. Non sentì Vittorio alzarsi, né dare la pappa al gatto, né uscire. Si svegliò quasi a mezzogiorno, avvolta da un plaid. Accanto a lei, una nota: Torno stasera. Parliamo. Nemmeno pensarci di lasciarmi, che tanto non te lo permetto. Ti amo.
Il gattino la fissava dagli occhi verdi.
Cosa cè? si alzò facendo una smorfia: tutto il corpo indolenzito. Ho bisogno di un caffè. Vieni?
Per la prima volta dopo giorni, sorrise guardando il gatto sfrecciare verso la cucina.
Hai già capito tutto tu, eh?
Mentre metteva su la moka, si accorse di sentirsi più leggera del giorno prima. Per merito del biglietto di Vittorio, o del tempo, chi lo sa. Semplicemente, la ferita bruciava meno. Non riusciva ancora a darvi un nome, a infilarci una speranza, ma qualcosa di nuovo cera nellaria. Era ora di vivere…
Telefonò al lavoro: avrebbe preso un giorno di malattia. Si prenotò dal parrucchiere e in una spa, si vestì e uscì.
La città era travolta dalla pioggia. Le automobili navigavano nei viali, lacqua correva nei tombini. Dimenticando lombrello, arrivò inzuppata fino alla macchina. Ma tornare indietro? Nemmeno per sogno. Far niente portava solo altre lacrime.
La pioggia aveva allungato la fila in salone. Lucia scorrendo i giornali appoggiati, si imbatté per caso in una rivista sulla maternità. Si mise a ridere amaro: proprio ora, tra mille periodici di moda, mi capita questo Lo sfogliò, distratta, poi si bloccò: un bimbo dagli occhi verdi, enigmatici, la fissava dalla pagina. Lucia sentì un tuffo: certo, non era possibile, ma cera qualcosa in lui che le arrivava dritto al cuore. Lesse i dati sotto la foto.
La parrucchiera chiamò Sig.ra Bianchi?, eppure Lucia non cera più. E nemmeno la rivista.
A casa, Lucia entrò di corsa nello studio del marito. Vittorio rimase a bocca aperta: non laveva mai vista così agitata.
Guarda! gli sventolò la rivista sotto il naso, indicando una foto.
E chi sarebbe?
Non ne ho idea, cè il nome e letà. Ma guarda bene!
Lo trascinò davanti alla parete a specchio, gli mise la foto in mano e lo costrinse a confrontarla con il riflesso.
Non ti ricorda nessuno?
Vittorio guardò quei due occhi identici, solo più maturi sul suo volto.
Incredibile sussurrò.
Incredibile, sì! Ma io ora non voglio più aspettare!
Dopo sei mesi portarono a casa Marco, adottato dal loro cuore e subito dalla vita vera. E due anni dopo, su una copertina simile, Lucia ci trovò unaltra bimba: Martina. Non aveva mai conosciuto unaltra madre. E dopo cinque anni, Lucia dando la colpa a una precoce menopausa, sbottò il giorno della visita:
Ma mi prendi in giro, dottore? Non è possibile!
Nasceva Giulia, a tempo perfetto, lasciando tutti increduli e felici.
Claudia fece in tempo a conoscere la nipotina, poi se ne andò un anno dopo. La malattia la logorava, ma riuscì fino allultimo a dedicarsi ai nipoti.
Voi siete la mia gioia. Voi siete la mia vita
Sistemando le cose di mamma per preparare papà al trasloco, Lucia trovò una scatola in fondo allarmadio. Allaprirla, gridò e scoppiò a piangere così forte che spaventò i bambini lì intorno.
Mamma! Ma che fai? Marco le corse incontro.
Lucia tirò fuori dalla scatola il vecchio paio di stivali di mamma e li strinse forte, piangendo via il dolore. Era stata forte a ogni addio, persino al funerale. Ma ora non ce la faceva più.
Perché piangi, mamma? Martina si mise in ginocchio davanti a lei per guardarla negli occhi, poi, siccome non ci riusciva, la abbracciò. Giulia, la più piccola, cominciò a piangere per solidarietà.
Vittorio, accorso dalla cucina, dovette calmarli tutti:
Ehi, piano! Lucia, che succede?
Le bimbe zittirono e si voltarono verso papà: Se papà cè, allora mamma smette di piangere.
Guarda È roba sua. Lha tenuta per anni non ci posso credere
Lucia mise via gli stivali e sbirciò ancora nellarmadio. Lì, tra bustine di lavanda e lenzuola mai usate, cera il corredo messo da parte per lei. Che non aveva voluto portare via quando si era sposata, considerandolo troppo demodé per la casa nuova. Adesso però, tirando fuori quelle cose, capiva che sua mamma le aveva conservate con amore fino allultimo. Anche le lenzuola in pizzo, mai stese sul letto di Claudia.
Vittorio disse Lucia. Comè possibile? Una persona non cè più, eppure le sue cose sono qui. Perché continuiamo a rimandare? A mettere da parte le cose belle, invece di viverle subito? Forse unoccasione non arriva mai e basta. Non è giusto!
Vittorio la abbracciò, senza dire nulla. Aveva ragione, tutto qui.
La piccola Giulia girò intorno a Lucia, la abbracciò per la gamba e la fissò con i suoi grandi occhi verdi:
Mamma!
Lucia simmobilizzò, incredula. Ma Vittorio sorrise e lei si inginocchiò:
Ripeti!
Mamma! la piccola le saltò in braccio. Mamma
Marco e Martina applaudirono.
Hai sentito, lha chiamata mamma! Marco strizzò locchio a papà. Tocca a te portarci allo zoo, allora!
Quando, papà? saltellò Martina. Domenica?
Ma perché aspettare domenica? ridacchiò Lucia baciando Giulia sul naso. Non dovete mai rimandare a domani quello che potete fare oggi! Si parte!
Guardò il caos di lenzuola sul pavimento. Tutto quello sì che poteva restare per dopo. Adesso sapeva darci il giusto peso.
Guidando, ascoltava le risate dei bambini dai sedili posteriori e pensava che non sapeva ancora come renderli felici per sempre. Forse nessuno lo sa davvero. Ma avrebbe fatto di tutto per insegnare loro questa cosa fondamentale: la vita è adesso. Perché il dopo è una brutta bestia, fa i capricci e magari non arriva mai, quando pensi che sia dietro langolo, zac, è già passato.
E un gelato?
Adesso? Marco strabuzzò gli occhi. Mamma, non abbiamo ancora pranzato!
Tranquilli, cè tempo per tutto. Che ne dite?
Sììì! i piccoli battevano le mani e Vittorio sorrideva.
Vizi troppo questi figli, cara mamma?
Come si fa senza, caro papà? Quando, se non adesso?






