Affittasi il mio appartamento

Sto per raccontarti una storia che, te lo giuro, sembra uscita da uno di quei vecchi appartamenti a Milano dove ci sono sempre troppe cose e troppi ricordi. È una di quelle storie che racconteresti con un sospiro lungo, seduta al tavolo con unamica e un caffè che ormai si è già raffreddato.

Allora, ti ricordi la mia amica Giulia Loredana Bellini? Beh, lei adesso si chiama Giulia Casati, da quando si è sposata con Andrea. Giulia è sempre stata di quelle che pensano che il peggio non è quando va male di colpo, ma quando le cose belle iniziano e finiscono quasi in silenzio, come succede con le piante sul balcone: le innaffi, le vedi lì, belle, poi un giorno trovi tutte le foglie gialle e capisci che ormai non cè più niente da fare.

Tutto è iniziato con lodore, già sulle scale.

Un profumo dolciastro, intenso, con quel fondo polveroso… “Acqua di Parma”. Impossibile sbagliarsi: ogni volta che entrava in casa della suocera, la signora Valeria, laria aveva quella scia e le rimaneva addosso, nei vestiti, nei capelli e, sì, anche nella memoria.

Giulia si ferma davanti alla sua porta col mazzo di chiavi.

Sono le quattro del pomeriggio. Era uscita prima dallufficio: la signora Rosanna della contabilità le ha detto che era bianca come il latte e le ha dato il permesso di andare a casa. Aveva il mal di testa da stamattina, come se avesse una fascia troppo stretta sulla testa. Il suo piano era facile: una pastiglia, il divano, una coperta.

Ma il profumo diceva unaltra cosa.

Apre la porta.

In corridoio trova tre scatoloni giganti, sai quelli del supermercato? COOP scritto sopra. Uno già chiuso con lo scotch, negli altri due qualcosa coperto con i vecchi giornali.

Dalla cucina, un rumore di piatti e qualcuno che borbotta tra sé.

***

Signora Valeria, dice Giulia, ferma lì, senza neanche togliersi la giacca. Che cosa sta succedendo?

Silenzio. Poi la suocera appare sulla soglia della cucina. Una donna robusta, di cinquantasette anni, ordinata, il grembiule sopra a un tailleur grigio chiaro. Capelli raccolti, guanti di gomma alle mani. Il viso serio, quasi solenne.

Giulietta cara! risponde Valeria con quel tono da infermiera che ti dà brutte notizie per il tuo bene. Sei tornata presto? Non ti sentivi bene?

Che succede qua? ripete Giulia, ferma nel corridoio.

Non scaldarti, Valeria si toglie i guanti uno per uno, li piega con cura. Lo sto facendo per voi. Per te e Andrea. Siediti che ti spiego.

Preferisco restare in piedi, grazie. Spieghi pure.

Per un attimo negli occhi della suocera passa quella smorfia da caporeparto che era abituata a comandare e non chiedere, dopo una vita in ospedale San Carlo. Ventitré anni di turni. Era abituata che alle sue parole si rispondeva solo un sì.

Va bene fa un cenno verso la cucina almeno vieni dentro, non restare sulla porta. Ti metto su un tè.

Non serve. Cosa cè negli scatoloni?

Valeria sospira pesante.

Pentole. Padelle. Piatti, i bicchieri di cristallo li ho imballati separati nella plastica con le bolle, vai tranquilla. Le stoviglie le lasciamo agli inquilini.

Quella frase, agli inquilini, Giulia la sente fino in fondo, come se le rimbombasse nello stomaco.

Che inquilini? chiede piano.

Ho trovato chi affitta la casa, dice Valeria come se stesse annunciando una fantastica occasione. Una giovane coppia, con un bimbo di cinque anni. Lui lavora nelledilizia, lei è a casa col piccolo. Persone a modo, li ho controllati, ci ho già parlato. Entrano venerdì.

Venerdì… fa Giulia. Mancano tre giorni.

Sì, tre giorni, ho già sistemato lanticipo. Il primo e lultimo mese tutti insieme.

Giulia appoggia la borsa con calma sulla scarpiera. Si slaccia piano la giacca, lappende. Ogni mossa con fatica, perché la testa sembra più pesante, e adesso le mani sono fredde pure se il riscaldamento è acceso.

Signora Valeria, riesce a dire alla fine. Ne ha parlato con Andrea?

Certo, fa lei. Era una cosa che abbiamo discusso insieme, ti ricordi? Tre mesi fa, quando Andrea ha perso il premio aziendale. Avevo suggerito così: affittate qui, venite da me, mettete via qualche soldo. Logicalissimo.

Non eravamo daccordo, scuote la testa Giulia. Io avevo detto che non mi sta bene.

Tu avevi detto che avresti pensato, ribatte gentile ma ferma la suocera.

No. Avevo detto di no. Andrea mi ha chiesto di non farne una tragedia, allora ho taciuto. Ma non era un sì.

Valeria si incrocia le braccia. Classico gesto da quando non le interessa più il parere di nessuno, solo la propria decisione.

Giulia, sei una persona ragionevole, sei una contabile. Facciamo due conti: quanto vi mangia il mutuo ogni mese?

Non sono fatti suoi.

Giulia…

No. Non è una sfuriata, è solo freddo. Non sono fatti suoi. Sono le finanze della nostra famiglia.

Silenzio pesante in corridoio, solo qualche rumore dalla strada, sotto via Carlo Imbonati, il tram che passa.

Tu puoi anche avere unopinione, Valeria ora è tagliente. Ma una famiglia non sei solo tu. Cè anche Andrea, e lui è daccordo.

Ora chiamo Andrea.

***

Andrea risponde al terzo squillo, sento che cè rumore di officina di sottofondo.

Giulia? Tutto bene? Sei tornata presto…

Andrea, tua mamma sta facendo le scatole. Ha trovato chi affitta la casa. Dice che entrano venerdì.

Silenzio. Dura quanto un battito di cuore.

Volevo dirtelo io, Giulia…

Tu lo sapevi?

Sì, ieri sera mi ha chiamato. Mi ha detto che aveva trovato una soluzione. Pensavo che ne avreste parlato voi due…

Andrea. Si appoggia al muro del corridoio. Tu lo sapevi e non mi hai avvisata. Torno a casa e trovo tutto impacchettato. Ti rendi conto?

Giulia, capisco che ti secca…

Vieni a casa.

Ho una riunione alle sei…

Vieni subito, Andrea.

Lui arriva alle cinque e mezza. Giulia è in cucina davanti a una tazza di tè ormai freddo. Valeria è in salotto che sistema le statuine di porcellana che un anno fa ha portato da Monza “per dare calore allambiente”.

Andrea, alto, biondastro, con quellaria un po colpevole negli occhi, che ormai è diventata la sua firma. Lavora come ingegnere progettista nellhinterland di Milano, prende ogni mattina il passante da Bovisa. Lei lo sa che è stanco, di solito lo perdona per questo. Ma oggi perdono non ce nè.

Giulia… inizia lui sulla soglia.

Siediti.

Si siede, lei appoggia la tazza.

Mi spieghi come mai certe decisioni sulla nostra casa si prendono senza di me?

Nessuna decisione, davvero… È solo una proposta. Pensavo che ne avreste parlato voi due…

Ne ho parlato. Sta impacchettando le padelle. Questa la chiami proposta?

Giulia, la situazione è quella che è…

E spiegamela allora.

Ho perso quel premio, ormai due mesi fa. Siamo sotto ogni mese. Mutuo, bollette, la spesa. Ho il finanziamento della macchina. Non ce la facciamo.

Lei ascolta. Tutto vero, vero. Avevano iniziato a fare i conti più spesso. Ma non era una catastrofe. Lei ha lo stipendio stabile a Contabilità Lombardia, se la cavavano.

Ho suggerito di risparmiare: niente capodanno sulla neve, niente palestra per un po. Ricordi?

Sì, ricordo.

Tua madre dice che non basta.

E tu?

Silenzio.

Andrea, di chi è questa casa?

Beh, formalmente è tua. Ma noi siamo una famiglia.

Non è che formalmente. Me lha lasciata papà. Tre mesi prima delle nozze. Documenti, atto notarile, tutto in regola. Né tu, né tua madre potete affittarla senza il mio permesso scritto. E lo sai che è pure un reato?

Andrea la guarda per la prima volta dritta. Si capisce che non ci aveva pensato.

Giulia, non chiamerai i carabinieri…

Qui non si parla di denunce. Si parla di rispetto. La verità è che lasci tua madre gestire ciò che non è suo. E taci. Perché?

Sul fondo si sentono passi. Valeria entra in cucina, si piazza allangolo della finestra.

Andrea, sei arrivato, bene. Parlatele, spiega che è razionale. Lei evidentemente non capisce la situazione per intero.

Mamma, dammi un minuto…

Che minuto? ora la voce è decisa. I ragazzi aspettano una risposta seria. Se diciamo di no, cercano altro e noi perdiamo unoccasione così non si ripete.

Signora Valeria, dice Giulia calmissima. La mia risposta è no. Non affittiamo. Non ci spostiamo da qui. Punto.

Valeria la guarda dritta negli occhi. Poi si volta verso Andrea.

Hai sentito?

Mamma, forse per una volta…

Tre giorni di telefonate. Ho organizzato la visita domani. Per un capriccio deve saltare tutto?

Non è capriccio suo. Andrea quasi sussurra. È solo che…

Giulia si alza, sistema la tazza nel lavello.

Domani la visita non si farà. Se proverà a portarli qui, spiegherò io la situazione. Buonanotte.

Entra in camera. Non sbatte la porta. Chiude piano.

***

La notte è pesante. Andrea torna in stanza prima delle undici, si sdraiano ognuno sul proprio lato, fermi, senza quasi respirare. Lei ascolta il suo fiato, lento. O forse finge. Lei non dorme, pensa.

Il padre, da piccola, le diceva: Giulietta, se devi risolvere qualcosa, fai un passo indietro. Da vicino fa sempre più paura.

Il padre non cè più da quattro anni. Quellappartamento glielo ha lasciato lui. Giulia lha sempre vissuto come una difesa più che un bene. Lui lo sapeva che lei era figlia unica, che la mamma stava a Lecco. Che una figlia ha bisogno di unancora.

Adesso quellancora erano degli scatoloni.

No, lancora non sono gli oggetti. Lancora sono i documenti. E lei sa dove sono. In quel mobile alto in salotto, nella cartellina blu che ha portato dal trasloco e lasciato sempre lì. Atto di proprietà. Atto di donazione. Tutto firmato.

Lei sa già che domani Valeria tornerà con gli inquilini. Proprio come sa che domattina accenderà la moka. Valeria non si arrende. Non è il suo stile. E questa è la sua forza, e anche la sua debolezza.

Giulia sì, sa arretrare. Solo se ne vede la necessità.

Qui no, senso non ce nè.

Andrea nella notte si gira piano. Lei gli dà le spalle. Stanno lì, due persone che hanno una storia insieme, angoli rotti in bagno riparati insieme, il primo albero di Natale, due chiavi della stessa porta.

Lamore, pensa Giulia, si vede nelle scelte, nei silenzi. E quando non si capisce più cosa voglia dire quello che non viene detto lì fa paura, più delle scatole.

***

Al mattino, sveglia alle sette. Andrea dorme. Lei fa il caffè, lo beve davanti alla finestra. Fuori cè una pioggerellina schifosa, il cielo grigio di marzo. Piazza Bausan è sempre triste: la neve sporca, lasfalto bagnato, gli alberi tutti spogli.

La testa è meno pesante, va meglio.

Apre la vetrina, prende la cartellina blu. La mette sul tavolo, controlla i fogli: atto catastale, tutto a norma, atto di donazione di papà, data 28 febbraio di due anni prima, intestazione: Giulia Loredana Bellini, ora Casati. Va tutto bene.

Rimette la cartella al suo posto.

Alle nove e mezzo chiama la mamma da Lecco. Giulia risponde subito. Ma avrebbe preferito non doverlo fare teme che alla voce le tremi tutto.

Tesorina, come va?

Bene, mamma.

Ti sento diversa…

È tutto a posto.

Pausa.

Andrea mi ha chiamata ieri. Ha raccontato che cè un casino con Valeria.

Giulia chiude gli occhi.

Ha chiamato te?

Ma sì. Era preoccupato. Non sa che fare.

Mamma, lui deve scegliere da che parte sta.

Giulia… lui non è cattivo. Solo che dopo trentanni con la madre… non si cambia in un giorno.

Lo so.

Riesci a resistere?

Sì, mamma.

Se vuoi vengo lì. Dimmi solo.

Le si annoda la gola. Sgrana forte, quasi finge di tossire.

Non serve, mamma. Faccio da sola.

Va bene, lo so che puoi. Ma ricordati, la casa è tua. Non si discute.

Ricordo, mamma.

Chiude la telefonata. Andrea esce dalla stanza alle dieci. Si versa il caffè, non dice nulla. Lei sta davanti alla finestra con un libro che più che altro è una scusa.

Giulia… rompe il silenzio.

Sì?

Mia madre mi ha chiamato. Arriva a mezzogiorno con loro per la visita.

Ti ho sentito ieri.

Potresti solo ascoltarli? Magari sono simpatici, chi lo sa…

Si volta dalla finestra.

Andrea, stai cercando di convincermi ad affittare casa mia a gente che neppure conosco, a condizioni che avete deciso voi senza di me?

È che… mamma ci ha messo così tanto impegno…

Senti come ne parli? Mamma ha fatto. Non tu, non noi. È casa sua, è una sua decisione?

Appoggia la tazza. Si stropiccia la fronte.

Non so come uscire da questa storia senza farle male.

E fare male a me, invece?

Silenzio. Torna al libro, o meglio ci prova. Le righe ondeggiano.

***

Arrivano alle dodici e mezza.

Giulia sente il citofono, la voce di Valeria, bella squillante. Poi lascensore.

Andrea è alla portafinestra, fissa fuori. Giulia seduta sul divano, la cartellina blu al suo solito posto.

Suona il campanello.

Andrea fa per alzarsi.

Resta qui, gli dice lei.

Lui si ferma. La guarda, cè un misto di paura, sollievo, qualcosa che non so dire.

Ancora campanello.

Giulia va ad aprire.

Valeria indossa il suo cappotto bello, quello con i bottoni argentati, che mette solo alle cresime e alle comunioni. Dietro, una coppia intorno ai trentanni, lui giacca sportiva, lei piumino rosso, con il bimbo che avrà cinque anni, berrettino con le orecchie. Il bambino la guarda serio, come i bambini che ancora non si fidano.

Giulietta! Valeria entra decisa. Vi presento: Marco e Alessia. Gente perbene. Marco lavora in edilizia, Alessia è a casa con Leo.

Buongiorno, dice timida Alessia. Scusi limprovvisata…

Nessun problema, entrate pure, voce piatta Giulia.

Si fanno avanti. Leo, il bimbo, sempre serio.

Andrea dovè? chiede Valeria senza nemmeno girarsi.

In salotto.

Perfetto, ora vi mostro. Vetrate doppie, cucina abitabile, metro sotto casa Piazza Bausan…

Parla da padrona, illustra altezza soffitti, impianti elettrici. Giulia le sta dietro.

In soggiorno Andrea saluta appena, imbarazzato. Non la guarda.

Allora, qui sono venti metri, la camera diciotto. Cucina piccola, ma nuova. Forno, abbiamo speso lanno scorso…

Marco annuisce, Alessia stringe Leo vicino a sé. Giulia resta presso la libreria sospesa.

Per il prezzo, pensavo millecento euro…

Un attimo.

La voce di Giulia è calma. Apre la vetrina, prende la cartellina blu.

Tutti la fissano.

Marco, Alessia, dice. Prima di decidere vi faccio vedere una cosa.

Tira fuori due fogli, li passa davanti alla coppia.

Questa è la visura catastale. Data recente. Vedete, cè scritto Proprietaria: Giulia Loredana Bellini.

Alessia legge, alza lo sguardo.

Ecco, io. Questo è latto di donazione di mio padre, due anni fa. Nessun altro ne è intestatario. Mio marito e la signora Valeria non hanno diritto sulla casa.

Alessia passa il foglio a Marco.

Ma… inizia Valeria, stai commettendo una sciocchezza…

Marco, Giulia non le dà ascolto, per affittare serve consenso scritto del proprietario. Nessuno lha dato. Né io ho fatto accordi. Se firmate con altri, rischiate. Vi sto avvertendo ora.

Marco guarda i fogli, poi lei. Leo sussurra qualcosa allorecchio della mamma. Alessia scuote la testa sottovoce.

Non lo avevamo capito, dice poi. Ci hanno detto che era tutto a posto.

La proprietaria sono io e dico di no.

Silenzio infinito.

Ehm, Marco si schiarisce la voce, allora… va bene. Scusate il disturbo.

Le restituiscono i documenti. Giulia li ripone.

Un momento! Valeria prova a fermarli, la voce ora fredda, dura davvero. Marco, non ve ne andate, ora chiarisco…

Valeria, interviene Andrea.

Tutti si fermano.

Sta ancora vicino al balcone, mani in tasca.

Mamma… hanno ragione loro. Lasciali andare.

Valeria lo guarda.

Cosa?

Lasciali. È casa di Giulia. Dovevo impedirlo già ieri.

Silenzio compatto.

Alessia prende Leo per mano, Marco fa un cenno e se ne vanno. Porta chiusa, basta.

Restano in tre.

***

Valeria è impietrita davanti al figlio. Giulia stringe la cartellina blu.

Andrea. Ora la voce è gelida Sai cosa hai appena fatto?

Sì, mamma.

Ti schieri con lei. Contro di me.

Sto col giusto, mamma.

Col giusto? Io sbaglio?

Stavolta sì.

Ti ho cresciuto sola, lavorando su tre turni. Tuo padre ti ha lasciato che eri un bambino!

Lo so.

Lo sai! voce sempre più alta. Tutto quello che faccio è perché tu non abbia problemi, ti ho trovato questa soluzione…

Ma hai deciso senza chiedere. Senza parlare con la vera proprietaria.

Proprietaria! si gira verso Giulia. Così adesso la chiamate. Siete una famiglia, dovrebbe essere tutto condiviso.

Signora Valeria, Giulia tranquilla io discuto le questioni economiche con mio marito, allinterno della nostra famiglia. Non con lei. Non sotto ricatti.

Io volevo solo aiutare!

Lo posso credere. Ma aiuto non chiesto non è aiuto. È invadenza.

Invadenza… ora è chiaro che non le rivolgerà più la parola. Tutto passerà da Andrea. Andrea, hai sentito? Così pensa di me. Sono invadente.

Mamma…

No! la mano si alza. Adesso scegli: ascolti tua madre, oppure resti con chi mi tratta come un peso.

Giulia non si muove. Aspetta. Andrea sta fermo, in mezzo al loro salotto con la libreria storta, le tende scelte insieme.

Guarda sua madre.

Resto, dice piano.

Valeria non capisce.

Cosa?

Resto. Qui, con Giulia. Ti voglio bene, mamma. Tanto. Ma così non va. Non puoi entrare senza invito, fare e disfare, decidere per noi. Dovevo dirtelo già da tempo. Ho sbagliato, è colpa mia pure.

Valeria resta lì, si rimette il cappotto, chiude piano tutti i bottoni. Prende la borsetta.

Te ne pentirai, dice piano. Non è una minaccia, sembra solo un presagio di quelli che non dimentichi.

Può essere, risponde Andrea. Ma almeno ora so che faccio la cosa giusta.

Lei si avvia, esce. Giulia non si muove. Porta che sbatte un po più forte.

Fatto.

***

Restano nel soggiorno. Andrea al balcone, Giulia al mobile. La cartellina in mano, una scatola chiusa in un angolo. Fuori il cielo è sempre grigio e cade una pioggia sfocata.

Giulia rimette tutto nella vetrina. Va verso il divano, si siede. Lui la segue, si siede a distanza.

Giul… vorrebbe parlare.

Aspetta.

Restano zitti. Lei guarda la libreria storta, lui le mani.

Dovevo fermarla subito, ieri, non lho fatto, è più facile dire sì che sentirle il muso. Da bambino era sempre così: era più facile assecondare.

Lo so. Ma ora sei grande.

Sì, lo so. Ed è dura, lo è sempre. Non so se ho fatto bene. Ovvio che ho fatto bene. Però lei è mia mamma.

E resterà tua madre.

Adesso sarà arrabbiata. E mancherà. E farà male.

Probabile.

Si massaggia la fronte.

E ora?

Ora, sospira. Ne riparliamo. Non oggi. Serve tempo. Bisogna discutere di soldi, del mutuo, di come andare avanti. E anche di tua madre. Un altro discorso ancora.

Silenzio. Poi:

Sei arrabbiata con me?

Ci pensa sul serio. Non per rispondere bene, ma per capire cosa prova davvero.

Sono stanca, gli dice. Stamattina ero furiosa. Ora sono solo stanca.

Giulia, io…

Andrea, oggi hai fatto quello che dovevi. Oggi. Ma oggi è solo oggi. Capisci?

Lui annuisce. Capisce.

Sì.

Bene.

Guarda ancora la libreria, il quadro bianco. La scatola nellangolo.

Sistemiamo tutto? propone.

Sì, sistemiamo.

***

Disfano in silenzio ogni scatolone. Giulia libera le pentole dal giornale, le rimette a posto. Andrea incarta con delicatezza i bicchieri di cristallo.

Ancora odore di Acqua di Parma nellaria. Ci vorrà un po per andare via. Giulia apre unanta, entra aria fredda, marzo pieno.

Leo, il piccolo, ora starà tornando a casa. Guarderà fuori dal tram, ignaro di tutto quello che è successo dietro quella porta.

Ripensa alle parole di sua madre: Trentanni con lei, non si cambia in fretta. Già, vera. Ma oggi, Andrea ha detto no. Per la prima volta.

Non significa che sarà facile. Non significa che tutto dora in poi sarà chiaro.

Ma almeno, cè stato. È successo.

Giulia mette a posto lultima pentola, raccoglie i giornali e li butta.

Prendo un altro caffè? Andrea dalla cucina.

Sì, grazie.

Va in cucina, prende la cornice bianca dal davanzale. Li guarda: un po impacciati, vestito non come lo voleva, lui già senza la cravatta di rito. Ma sorridono, davvero.

È passato un anno.

Rimette la foto.

Arriva il profumo buono del caffè, il loro. Il caffè di casa.

Si siede al tavolo. Lui le versa la tazza. Si siede di fronte.

Fuori piove. Loro stanno zitti, ma non è il silenzio che pesa. È pieno di cose da dire. Magari le diranno domani.

Per ora basta il caffè. La finestra aperta. La libreria storta nellaltra stanza.

E la cartellina blu al suo posto.

***

Vorrei tanto dirti che il peggio è passato, che adesso va tutto a posto. Ma sai anche tu come funziona: i conti in famiglia, come dice lei, non tornano mai al primo giro. Si cerca, si sistema, si sbaglia.

Valeria sicuramente richiamerà, magari domani o la prossima settimana. Non è una che resta offesa per sempre. È una che attende, aspetta che qualcuno la convinca.

Andrea soffrirà, sarà strappato. I soldi del premio persi, il mutuo, le rate… Tutto ancora lì.

Avranno tanto da parlarsi seriamente. Ma forse un passo lhanno fatto.

Andrea appoggia la tazza.

Giulia…

Dimmi.

Grazie. Sei rimasta qui, anche quando dicevo delle sciocchezze. Sei rimasta e hai fatto la cosa giusta.

Lei lo guarda.

Non avrei saputo fare diversamente. È casa mia.

È casa nostra.

Pausa.

Sì, dice. Casa nostra.

Fuori, la pioggia si è calmata. Sul Naviglio, il cielo sembra meno pesante.

Giulia prende la tazza. Il caffè è quasi freddo, ma lo finisce comunque.

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