Sul filo del rasoio
La stanza è immersa nella luce pallida di una lampada da tavolo, che disegna lunghe ombre sulle pareti. Sul tavolo si accatastano documenti, il portatile misura i secondi sullo schermo spento, e nellangolo campeggia una culla da cui si alza il pianto insistente di un neonato. Lorenzo chiude di scatto il laptop: il suono rimbalza nellappartamento e fa sobbalzare Chiara.
Te lavevo detto che non dovevi lasciarlo da solo, la voce di lui è tesa, aspra, e ormai non nasconde più lirritazione. Luomo si abbandona sulla sedia, si passa la mano tra i capelli come per ritrovare lucidità, ma non ci riesce. Se avessi fatto come ti avevo detto, ora non saremmo nei guai!
Chiara si blocca. È ferma davanti alla culla, stringendo al petto il fagottino piangente. Gli occhi le bruciano di lacrime che si ostina a non lasciar cadere mentre, con voce tremula, ricomincia a canticchiare una ninna nanna nel tentativo di calmare il piccolo.
Lo chiami un problema, tuo figlio? sussurra, quasi senza voce, come se ogni parola le costasse una fatica immane. Cerca di contenere la voce rotta dallemozione, ma senza successo.
Sì, lo chiamo problema! Lorenzo si alza di scatto, la sedia cade rumorosamente a terra. Lui non la guarda, fissa soltanto i fogli sparsi sul tavolo come se tutto ciò che conta fosse lì. Te lho spiegato mille volte, Chiara: in questo periodo sul lavoro non posso distrarmi. Cè un nuovo progetto, mi giocano un contratto fondamentale!
Comincia a raccogliere i documenti, infilando i fogli nella cartelletta con gesti imprecisi, scattosi. Alcuni fogli cadono a terra, ma lui non se ne cura. Le mani gli tremano mentre chiude la cerniera della borsa del computer.
Dove vai? Chiede infine Chiara, distogliendo lo sguardo dal bambino e fissandolo con smarrimento e paura. Istintivamente avvicina di più il piccolo al petto, come a proteggerlo da quanto sta per succedere.
Lorenzo si arresta sulla soglia, senza voltarsi. Stringe nervosamente il manico della borsa, le nocche bianche per lo sforzo. Fa un respiro profondo, come per trattenere la rabbia, e solo allora risponde:
In albergo. Poi troverò un appartamento in affitto: preparami le mie cose. Io ho bisogno di lavorare, qua dentro non riesco più a concentrarmi! Si gira finalmente, e Chiara per un attimo vede nei suoi occhi non solo stanchezza: cè una rabbia profonda, quasi un rancore per la situazione in cui si trova. Volevi il figlio? Ora arrangiati. Io devo lavorare!
Luomo esce sbattendo la porta così forte che il rumore rimbomba nella casa. Perfino il piccolo, per un istante, zittisce il suo pianto come spaventato. Chiara resta lì, sola, col bambino stretto a sé e le spalle che tremano. Le lacrime le rigano il viso, ma continua a cullare e cantare piano, cercando di consolare sé stessa e suo figlio.
Dopo un po si lascia cadere sulla poltrona più vicina, sfinita da infinite notti insonni. Matteo, rannicchiato tra le sue braccia, ricomincia a singhiozzare, prima sottovoce, poi con tutto il fiato che ha nei polmoni. Il pianto invade la stanza.
Chiara cerca di calmarlo, cullandolo dolcemente, ma lui sembra non sentire le sue parole affettuose: il viso si contrae, i pugnetti si stringono, le urla si fanno stridule. Unondata di disperazione monta dentro di lei: hanno consultato tanti specialisti, fatto mille esami, ma la risposta è stata sempre la stessa Matteo è perfettamente sano. Eppure piange da mattina a sera, non dorme, nessun rimedio funziona.
Le braccia le tremanonon dal peso del bimbo, ma dalla stanchezza, dallimpotenza, dalla sensazione di star sbagliando tutto. Lo stringe rischiando quasi di farlo cadere, ma si salva per un attimo aggrappandolo con laltra mano. Il cuore le batte allimpazzata: Cosa mi succede? Non riesco nemmeno a sorreggerlo
Non ce la faccio più Sono davvero esausta! le scappa, la voce le si spezza come una corda troppo tesa.
Chiara mette Matteo nella culla. Lui urla ancora di più, ma lei stringe i pugni e si costringe ad allontanarsi. Arriva a malapena alla finestra e ci si appoggia con il palmo sulla superficie fredda.
Fuori cè il cortile del palazzo. Laltalena colorata, lo scivolo, la sabbiera tutto sembra appartenere a un altro mondo, quello delle mamme che ci sanno fare, delle famiglie perfette. Alcuni bambini giocano e urlano allegri. Una bimba avrà cinque anni, si arrampica sullarrampicata, la madre la osserva sorridendo dalla panchina.
Gli occhi di Chiara restano incollati su quella scena, il petto le si stringe, la gola si secca. Ecco come dovrebbe essere pensa. Ecco una vita normale
Forse ho fatto una scelta avventata. Non sono proprio tagliata per essere madre bisbiglia. E le lacrime, trattenute troppo a lungo, scendono finalmente sulle guance.
Non piange rumorosamente; le lacrime scivolano sul viso in silenzio, lasciando scie umide. Le asciuga con il dorso della mano, ma continuano a spuntare dagli occhi gonfi. Il pianto di Matteo la raggiunge ormai ovattato, come se venisse da unaltra stanza, da un altro mondo nel quale è sola, smarrita, senza forze.
Chiara fa un lungo respiro per cercare di riprendersi. Dai, forza. Bisogna reagire. Non posso mollare, si ripete nella testa, ma dentro sente urlare: Non ce la faccio davvero più.
Si trascina fino alla culla, riprende Matteo in braccio. Non è capace di lasciarlo a urlare da solo. Ma è così stanca
Eppure, solo un anno fa, Chiara era al settimo cielo quando vide le due linee rosa sul test di gravidanza. Davanti allo specchio del bagno, teneva stretto il bastoncino e sorrideva incredula. Gli occhi brillanti, le guance dolci per il sorriso. Immaginava come lavrebbe detto a Lorenzo, il suo abbraccio, i sogni condivisi. Già si figurava una casa accogliente, risate di bambini, passeggiate ai giardini pubblici.
Aveva aspettato la sera, comprato la torta preferita di Lorenzo, aveva acceso una candela per rendere magica latmosfera. Appena lui rincasò dopo il lavoro, tremante demozione, gli porse il test.
Lorenzo, aspettiamo un bambino! esclamò, quasi non riuscendo a contenere la gioia.
Lorenzo prese il test e lo fissò, poi guardò lei. Sul viso passò qualcosa di indefinito non felicità, non paura, forse solo smarrimento. Si sedette lento sul divano, lo sguardo disperso, ancora col test in mano.
Chiara, non è proprio il momento giusto per un figlio, iniziò piano, scegliendo ogni parola con cautela. Lo sai quanto sto lavorando. Tra sei mesi sarò immerso nel nuovo progetto. Da questo dipende il nostro futuro. Un neonato sarebbe solo un ostacolo
Chiara rimase immobile, il sorriso le scivolò dal volto ma costrinse le labbra a una nuova smorfia, come se così potesse cambiare le cose.
Andrà tutto benissimo! gli prese le mani, cercando di trasmettere anche a lui il suo entusiasmo. Non ti preoccupare, gestirò tutto io, tu quasi non noterai la differenza. Te lo prometto!
Lorenzo le lasciò le mani. Non voleva ferirla, ma neppure mentire.
Sai che i neonati piangono di notte? disse con calma, la voce però dura. E non solo di notte: spesso stanno male, bisogna star loro dietro tutto il tempo. Non credere sia tutto facile. Io non posso sdoppiarmi. Non è una bambola Non puoi metterlo via quando ti stanchi.
Chiara fece un passo indietro, ma strinse i pugni con ostinazione.
Ce la faremo, troveremo una soluzione. È una gioia, un bambino! Limportante è aiutarsi
Lorenzo scosse il capo, lo sguardo perso altrove.
Io non sono pronto, Chiara. Adesso proprio no. Aspettiamo che la situazione lavorativa sia più stabile.
La ragazza rimase zitta. Le candele brillavano tremolando, la torta restò intatta. La gioia di poco prima sembrava già un ricordo lontano, impalpabile. Ma Chiara non voleva arrendersi non poteva credere che la felicità potesse diventare improvvisamente un incubo.
Lo so, lo so, minimizzò, agitando la mano come a scacciare un insetto fastidioso. Tutte le mie amiche hanno già figli, voglio anchio!
Parlava con gli occhi accesi, si vedeva già spingere il passeggino nei parchi, mostrare il piccolo alle amiche, che avrebbero detto Comè carino!. Immaginava la maternità fatta di foto sorridenti e giornate da sogno.
Il mio dovere era avvisarti, Lorenzo sospirò stanco, si massaggiò la fronte come se avesse mal di testa. Non avrò tempo per aiutarti. Tra lavoro, riunioni, scadenze perfino i weekend sono pieni.
La osservò a lungo, sperando che comprendesse la gravità della situazione. Ma Chiara rispose solo con un sorriso, convinta che fosse tutto superabile.
Ce la farò da sola, ribadì, dritta sulla schiena come a convincere se stessa oltre che lui. Al massimo chiederò aiuto a mamma. Lei adora passare il tempo coi nipoti.
Lorenzo la guardò ancora, notando la felicità nel suo volto, il luccichio impaziente negli occhi, e scosse la testa tra sé e sé. Discutere era inutile: quando Chiara si mette una cosa in testa
Ok, pensò. Tanto vale organizzarsi bene, che almeno sia tutto pronto.
E così Lorenzo stilò una lista di cose da fare: preparare la cameretta, comprare tutto il necessario, scegliere la miglior clinica possibile. Meglio privatapiù attenzione, migliore assistenza. Depennava i vari punti: trovò un arredatore, ordinò lettino e cassettiera, lesse recensioni delle ostetriche, fissò consulti.
Chiara seguiva diligentemente tutte le raccomandazioni mediche. I primi mesi scorrevano bene: si divertiva a scegliere minuscoli vestitini, decorava la cameretta, sognava ad occhi aperti il futuro del suo bimbo. Poi la gravidanza avanzando diventò sempre più pesante.
I piccoli piaceri quotidiani sparivano: niente più cene tra amici, niente concerti, niente passeggiate a perdifiato per le vie di Milano. I tacchi preferiti? Impossibili: le gambe gonfie, la schiena che duole, il sonno impossibile. Il corpo si ribellava e lei cercava di non dar peso allinsonnia, ripetendo a sé stessa: È temporaneo. Limportante è il lieto fine. Ma giorno dopo giorno la stanchezza si accumulava, la pazienza cedeva, e qualsiasi disagio diventava irritazione: lattesa dal medico, i ritardi di Lorenzo, ogni movimento doloroso nella schiena.
A volte, nel buio, contava i giorni al parto: non più con eccitazione, ma con speranza esausta: Presto sarà finita. Andrà meglio. Ma in fondo aveva paura di dover ammettere che sarebbe potuto pure peggiorare.
Il giorno arrivò. In sala parto, sotto luci abbaglianti, le urla di Matteo riempirono la stanza. Il medico sorridendo glielo posò tra le braccia:
Signora, congratulazioni! Un vero ometto quattro chili e due, cinquantasei centimetri.
Chiara, stremata ma felice, si accoccolò al neonato. Le lacrime, quella volta, erano di gioia. Studiava le sue dita, il piccolo naso, la fronte rugosa ogni parte di lui le sembrava un miracolo. Eccolo, il mio bimbo, sussurrava incredula.
I primi giorni a casa furono irreali: Chiara si svegliava a ogni battito, controllava che Matteo respirasse, cambiava pannolini, lo allattava, lo cullava. Convinta che si sarebbe abituata presto al nuovo ritmo. Ma il tempo passava, e non arrivava nessun sollievo.
Matteo piangeva giorno e notte. Il suo grido occupava la casa, risuonava tra le pareti e negli occhi stanchi di Chiara. Aveva provato tutto: cambiare posizioni, misurare la temperatura del latte, cullare, cantare niente cambiava. Il piccolo urlava, lei si sentiva sempre più impotente.
La nonna arrivò tre giorni dopo le dimissionicon buste piene di pannolini, biberon, e una valanga di consigli. I primi giorni fu davvero daiuto: cambiava i pannolini, cucinava, dava tregua a Chiara. Ma già al quinto giorno, facendo le valigie, annunciò:
Amore, sono fuori programma, devo tornare nella casa di campagna, ho promesso alla vicina di aiutarla nellorto. Mi dispiace, figlia mia, ma non posso stare qui per sempre.
Chiara annuì, mascherando il dolore.
— Certo, mamma, capisco, sussurrò, laccompagnò alla porta.
Il marito Lorenzo ci provava. Rientrava tardi, accennava un sorriso stanco, domandava: Come va? Ma dopo cinque minuti il cellulare vibrava, lui rispondeva, tornava al computer, si immergeva nei documenti. A volte Chiara provava a coinvolgerlo:
Lore, guarda, Matteo piange ancora. Lo tieni tu qualche minuto?
Chiara, ho una relazione urgente. Finisco tra unora, poi aiuto, replicava, senza staccare gli occhi dal monitor.
Unora dopo era spesso addormentato sul tavolo, mentre Matteo ancora piangeva.
E poi, quella seraquella che ha fatto traboccare il vaso
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La porta si chiude alle spalle di Lorenzo. Chiara resta sola, in piedi vicino alla finestra, stringendo a sé Matteo che singhiozza. Fuori dai vetri i primi fiocchi di neve si poggiano sul davanzale. Non si accorge del tonfo della porta che si riapre, né sente i passiè troppo persa nei pensieri.
Scusami, dice improvvisamente una voce alle sue spalle.
Chiara sussulta, stringe Matteo istintivamente più forte. Non si volta subitoha paura che se guarda Lorenzo, scoppierà in un pianto ancora più disperato.
Ti ho lasciato tutto sulle spalle senza pensare a cosa provassi. Mi sono lasciato inghiottire dai miei problemi, continua lui, e la voce ha una dolcezza nuova, sconosciuta.
Lei si gira finalmente. Lorenzo è lì, a un passo, e negli occhi non cè la solita stanchezza: cè rimorso sincero. Si avvicina piano, la abbraccia, facendo attenzione a non svegliare il piccolo, e le accarezza dolcemente i capelli, come faceva agli inizi, quando lei era triste.
Ho preso una tata. Arriverà tra unora: tu potrai riposare, fare un bagno, sederti in silenzioqualsiasi cosa. Te lo prometto.
Chiara scoppia in singhiozzi. Le lacrime escono finalmente senza vergogna, ma ora sono diverse. Appoggia la testa sulla spalla di Lorenzo, sentendo sciogliersi la tensione accumulata.
Scusami se non ho visto quanto stavi male. Pensavo che garantire un futuro stabile fosse tutto. Ma tu avevi bisogno di me, non dei soldi, sussurra, stringendola.
Chiara lo guarda, vorrebbe dirgli qualcosa, ma le parole si bloccano in gola. Si stringe a lui, sentendo il cuore rallentare, il respiro farsi più leggero. Anche Matteo, percependo il cambiamento nellaria, si calma e appoggia il nasino sulla spalla della mamma.
Per un attimo, tutte le difficoltànotti in bianco, pianti, paura di non farcelapassano in secondo piano. Ci sono solo labbraccio caldo di Lorenzo, il respiro quieto di Matteo, e la consapevolezza che non è sola. Ha accanto qualcuno con cui dividere gioia e fatica.
Lorenzo le accarezza i capelli, sussurrando parole dolci, e Chiara finalmente lascia andare la tensione. Da settimane non si sentiva così: forse, insieme, ce la faranno.
Davvero? La tata arriva tra unora? chiede piano Chiara con gli occhi ancora pieni dincertezza: troppo lunga la sua ansia per crederci subito.
Certo, Lorenzo sorride, le sistema una ciocca ribelle. Ho capito che mi sono lasciato risucchiare dal lavoro. Ma ora dobbiamo aiutarci. Tu non sei una macchina, Chiara. Hai diritto al tuo riposo, hai bisogno di sostegno.
Chiara è commossa, vorrebbe rispondere ma riesce solo a piangere. Lorenzo la stringe più forte.
Cercherò di aiutarti di più, te lo prometto. Troveremo la strada giusta.
Prende delicatamente Matteo tra le braccia. Il piccolo si fa più calmo: il calore delle mani del papà sembra un abbraccio rassicurante.
Vedrai che ce la faremo, culla il figlio. Siamo genitori alle prime armi, è normale sbagliare.
Chiara li osserva e torna a sentirsi qualcosa dentro: la speranza. Nota i segni della fatica anche su Lorenzo, le nuove rughe agli occhi, qualche ciocca di capelli bianchi. Anche lui è esausto, solo più bravo a nasconderlo.
Non pensavo fosse così difficile, confida, asciugandosi il viso. Immaginavo tutto come le mie amiche: bimbo tranquillo, tempo per me, passeggiate invece solo pianti, notti senza sonno, non riesco mai a fare nulla
Nessuno ci ha insegnato davvero a essere genitori, sospira Lorenzo, adagiano Matteo nella culla. Stiamo imparando insieme.
Fa sedere Chiara sul divano, la avvolge col plaid.
Adesso riposati, io preparo un tè. Tra poco arriva la tata, tu fai quello che vuoi: un bagno, una dormita, perfino un film, se vuoi.
Chiara annuisce: un nodo le si scioglie dentro. Per la prima volta lascia scorrere la stanchezza senza sensi di colpa: può davvero rilassarsi, anche solo per un attimo.
Lorenzo torna dalla cucina con due tazze fumanti, ne posa una accanto a lei.
Sai, si siede vicino, stavo pensando: prendiamo una tata ogni giorno, almeno per qualche ora? Così potrai uscire, respirare, magari incontrare unamica.
Chiara lo guarda sorpresa.
Davvero lo pensi?
Certo! Non puoi stare chiusa in casa. Troveremo una brava tata, tu riprenderai in mano la tua vita. Essere madre non è solo pannolini e fatica: è anche gioia e hai diritto a viverla.
In quel momento suonano alla porta. Lorenzo si alza:
Sarà la tata! Vado ad aprire.
Parla qualche minuto con una signora sorridente. Lorenzo le spiega tutto con calma, le mostra Matteo, come prenderlo in braccio, come consolarlo.
Si avvicina a Chiara:
Buonasera! Sono Elena. Sarò qui ad aiutarvi con Matteo. Vedrà, tutto andrà bene.
Ha una voce rassicurante. Chiara si rilassa, le spalle si abbassano.
Grazie, sussurra.
Ecco, Lorenzo la abbraccia. Ora tu riposi. Vieni, ti accompagno in camera.
La fa sdraiare, la copre.
Se hai bisogno, chiamami. Sono qui.
Chiara chiude gli occhi, sentendo la stanchezza finalmente sciogliersi. In lontananza sente le voci di Lorenzo ed Elena, il respiro regolare di Matteo. Per la prima volta, davvero, crede che andrà tutto bene.
Insieme ce la possono fare.






