Dopo 4 mesi di messaggi accetto un incontro con un corteggiatore 52enne: inizia la conversazione con 5 lamentele

Dicono spesso che lattesa della festa sia più dolce della festa stessa. Ricordo bene come, un tempo addietro, la mia curiosità si trascinò per quasi quattro mesi e si tramutò in una specie di sceneggiato online, con puntate quotidiane che puntualmente riempivano la sera.

In quel periodo imparai alla perfezione le preferenze di Carlo, le sue abitudini, le storie degli amici dinfanzia e finii persino per non farci più caso a quei suoi buongiorno sempre accompagnati da tre puntini.

Avevo quarantacinque anni allora; unetà in cui ti presenti a un incontro senza alcun tremito nelle gambe, ma con la curiosità un po ironica di chi osserva il mondo col sorriso di chi ha visto già molto. Chissà che esemplare toccherà stavolta, pensavo mentre mi preparavo.

Facevo parte di quella categoria di donne capaci di indossare un semplice pullover di cashmere come se fosse un mantello regale, e con la giusta dose di autoironia da sdrammatizzare ogni imbarazzo.

Carlo, cinquantenne appena compiuti i cinquantadue anni, appariva nella nostra corrispondenza come un uomo posato, riflessivo, leggermente sarcastico ma cosa che mi ispirava fiducia affidabile.

Nella nostra età, Isabella, mi scriveva la notte, non si cercano più i fuochi dartificio, ma il tepore. Si desidera una donna che comprenda anche senza parole.

E senza parole sia, sorridevo davanti allo specchio, pettinando le ciglia. Limportante era che quelle poche parole non mi facessero desiderare di scappar via al primo ascolto.

Decidemmo di vederci in un caffè dallatmosfera intima, illuminato da luci soffuse e con laroma della cannella sospeso nellaria. Arrivai puntuale, preparata, sorridente, decisa a trascorrere una serata piacevole. Ero impeccabile.

Carlo si fece vedere con un lieve ritardo di cinque minuti. Dal vivo era appena più basso di quanto sembrasse in foto, e lo sguardo era quello di chi avesse appena scovato un errore nei conti del bilancio.

Si sedette di fronte a me, accigliato, appena accennando un sorriso di cortesia.

Nessun complimento, nessun che piacere conoscerti.

Mi scrutò con attenzione, quasi a volermi mettere sotto esame. Poi propose di ordinare un caffè con un dolce accettai senza fiatare.

Isabella iniziò lui con il tono dello zio arcigno ai pranzi domenicali , ho riflettuto molto su questo nostro scambio. Ormai sono quasi quattro mesi. E ora, che ti vedo finalmente davanti a me, sento il bisogno di chiarire da subito alcune cose. Ho cinque critiche da farti.

Dentro di me qualcosa si incrinò, come una tazza che si scheggia sotto un colpo improvviso. Mi appoggiai il mento sul palmo e annuii.

Cinque critiche? Assai curioso. Sono tutta orecchi.

Carlo non colse affatto lautoironia e sollevò il primo dito.

Primo: le fotografie.

In una delle foto, quella in cui indossi il vestito blu, la figura sembra diversa. Ora ti vedo e, beh sei più formosa. Questo può trarre in inganno un uomo. Arrivati alla nostra età, le donne dovrebbero essere più sincere.

Trattenni una risata. Formosa quantomeno non monumentale, grazie.

Secondo: la rapidità delle risposte.
A volte mi rispondi troppo tardi. Tre settimane fa, per esempio, ti ho scritto alle 14:15 e tu mi hai risposto solo alle 16:40. Agli uomini non piace aspettare. È segno di poca considerazione.

Stavo lavorando in ufficio, tentai di spiegare, ma ormai stava già contando sul terzo dito.

Terzo: il locale scelto.
Perché qui? Questo posto è troppo pretenzioso. Io avevo suggerito una caffetteria più semplice. Questa scelta denota un gusto un po ostentato.

Guardai il mio cappuccino e per un attimo mi venne listinto di versarglielo addosso. Ma la curiosità prese il sopravvento.

Quarto: laspetto.

Per quale motivo questo vestito? Siamo qui solo per un caffè. È troppo appariscente per il pomeriggio. Anche i gioielli sono fuori luogo. Una donna dovrebbe conquistare con la profondità, non con lo sfarzo. Alla mia età cerco la sostanza, non la vetrina.

Quinto: lindipendenza.
Hai scelto tu il ristorante, dici spesso ho deciso io. Non lasci che un uomo si senta uomo. Io voglio una donna che chieda consiglio, che non tenga troppo a mostrarsi indipendente. Se dovessimo stare insieme, dovresti cambiare atteggiamento.

Concluso il sermone, si incrociò le braccia in attesa forse di scuse, forse di un grazie per lonestà.

Lo fissai qualche istante e mi fu tutto chiaro: quei quattro mesi di messaggi non erano che la maschera comoda di un maniaco del controllo. Non cercava tepore voleva solo un oggetto da rimodellare per la propria autostima.

Sai, Carlo, gli dissi con dolcezza, quasi tenera posso dirti anchio la mia. E mi sono bastati cinque minuti per capire.

Ah sì? rispose con uno sguardo sprezzante.

Sei un personaggio curioso. Hai attraversato mezza Milano solo per presentare il conto a una sconosciuta: per i suoi gusti, per il suo aspetto, per il diritto di essere se stessa. Ammirevole la tua sicurezza.

Carlo si rabbuiò:

Io sono soltanto sincero.

No scossi il capo tu non sei sincero: sei solo infelice e provi a misurare il mondo con un righello storto. Le mie foto non ti piacciono? Vai alla Pinacoteca: lì le opere non cambiano mai. Ti irrito perché rispondo tardi? Adotta un canarino. Il vestito non ti convince? Lho scelto per me, non per te.

Mi alzai con calma, sistemando la borsa:

E per concludere: se il tuo ego vacilla davanti a una donna autonoma, non hai bisogno di una relazione ma di un percorso di rinascita. A quarantacinque anni ho imparato a non sprecare il mio tempo con chi comincia un incontro facendomi la lista dei difetti.

Ma dove vai? E il caffè? borbottò Carlo.

Te lo finirai da solo. Ti aiuterà a risparmiare due euro, che di questi tempi non guasta. E un consiglio: se vuoi qualcuno che ti ascolti a bocca aperta, prendi appuntamento dal dentista.

Tornata a casa, la prima cosa che feci fu bloccare Carlo dappertutto. Alla mia età, la vera serenità non sta solo in una coperta di lana e un salotto silenzioso, ma anche in uno smartphone libero da persone che cercano di incastrarti in uno stampo sbagliato.

E voi, che ne pensate: solo un pessimo tentativo di corteggiamento o una scena studiata a tavolino? E davvero vale la pena continuare a frequentare chi, dal primo istante, ti presenta il conto solo per essere te stessa?

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Dopo 4 mesi di messaggi accetto un incontro con un corteggiatore 52enne: inizia la conversazione con 5 lamentele
La piccola orfana porta un anello speciale al banco dei pegni per salvare un randagio: il gesto del gioielliere sconvolge tutti Cinque anni fa il mondo di Leonardo si è frantumato — e poi rinato, più luminoso che mai. Allora sua figlia Marta, angelo di sei anni, ha iniziato a perdere le forze. Il suo sorriso, capace di illuminare ogni stanza, si affievoliva. I medici, prima cauti poi freddi, hanno pronunciato la sentenza: malattia incurabile. Tumore al cervello. Una parola che fa tremare solo a pensarla. Ma per Marta non era una condanna — era una sfida, affrontata con la dignità di una regina. Leonardo e Galina, genitori dal cuore spezzato prima ancora di capire quanto potesse spezzarsi, hanno fatto di tutto per dare a Marta una vita normale. Sognavano che andasse a scuola, imparasse a leggere, contasse, leggesse una favola prima di dormire. Sognavano ciò che per molti è routine, ma per loro era un’impresa. Hanno assunto una tutor — Daria, donna dalle mani calde e dal cuore saggio. Dopo due settimane, Daria ha notato un sintomo inquietante: dopo ogni lezione, Marta soffriva di forti mal di testa. Stringeva le tempie, impallidiva, ma insisteva: «Voglio studiare, devo farcela». Daria, preoccupata, ha consigliato ai genitori di consultare un medico: — Potrebbe non essere solo stanchezza. Bisogna indagare. Seriamente. Galina, guidata dall’intuito materno, ha capito che qualcosa non andava. Ha prenotato subito una visita. Il giorno dopo, tutta la famiglia — padre, madre e la fragile Marta — si è recata in ospedale. Leonardo, imprenditore sicuro di sé, si ripeteva: «Sono cambiamenti dell’età. Passerà». Non poteva accettare che sua figlia fosse malata. Marta era un miracolo — nata a 37 anni, quando nessuno ci sperava più. Ogni mattina ringraziavano Dio per lei. Ora Dio sembrava volerla riprendere. Tre ore — un’eternità — in clinica. Il medico era gelido. Il giorno dopo, lasciata Marta con la tata, i genitori sono tornati per i risultati. In ufficio li ha accolti il silenzio e uno sguardo pesante. — Vostra figlia ha un tumore al cervello, — disse il medico. — La prognosi è negativa. Galina vacillò. Il volto di Leonardo si pietrificò. Era incredulo, rifiutava la realtà. Era un errore. Un errore dell’universo. Hanno consultato altre cliniche, ma la diagnosi era sempre la stessa. È iniziata la battaglia. Per ogni giorno, ogni respiro. Leonardo e Galina hanno venduto tutto: azienda, casa, auto. Sono volati in America, Germania, Israele. Hanno pagato per cure sperimentali, per le migliori cliniche, per un filo di speranza. Ma la medicina si è arresa. Marta si spegneva, lentamente, ma sempre con il sorriso. Una sera, mentre il sole colorava la stanza d’oro, Marta ha sussurrato al padre: — Papà… mi avevi promesso un cagnolino per il compleanno. Lo voglio tanto… Ce la farò? Il cuore di Leonardo si spezzò. Le strinse la mano e le disse: — Certo, piccola. Te lo prometto. Galina pianse tutta la notte. Leonardo fissava il buio dalla finestra, sussurrando: — Perché la prendi? È così buona… Prendi me! Prendi me al suo posto! Lei serve al mondo, io no! La mattina dopo portò a Marta un cucciolo di golden retriever dagli occhi dolci. Il cucciolo saltò sul letto e Marta, per la prima volta dopo tanto, rise. — Papà! Che bello! — esclamò, stringendo il cucciolo. — Lo chiamerò Zeus! Da quel giorno furono inseparabili. Zeus divenne la sua ombra, la sua voce. I medici le davano sei mesi. Marta visse otto. Forse fu l’amore per Zeus a darle forza. O forse fu un dono dal cielo. Quando Marta non poteva più alzarsi, parlava piano al cane: — Presto me ne andrò, Zeus. Per sempre. Forse mi dimenticherai… Ma voglio che tu ricordi. Prendi il mio anello. Tolse il piccolo anello d’oro e lo mise sul collare. Le lacrime le rigavano il viso. — Così ti ricorderai di me. Prometti. Pochi giorni dopo Marta se ne andò, tra le braccia dei genitori, con Zeus accanto. Galina impazzì dal dolore. Leonardo non si riconosceva più. Zeus smise di mangiare, aspettava. Dopo una settimana sparì. Leonardo e Galina lo cercarono ovunque. Sentivano di aver perso l’ultimo dono di Marta. Passò un anno. Leonardo aprì un banco dei pegni e una gioielleria, chiamandoli «Zeus». In ogni gioiello, un ricordo. Una mattina, Vera, la sua assistente, disse: — Leonardo, c’è una bambina in lacrime. Puoi venire? In foyer c’era una bambina di nove anni, vestita di stracci, con occhi identici a quelli di Marta. — Che succede, piccola? — chiese dolcemente. — Mi chiamo Uliana, — sussurrò. — Ho un cane… Muktar. L’ho trovato sporco e affamato. L’ho salvato. L’ho nutrito come potevo… anche rubando. Per questo mia zia mi picchiava. Vivevamo in cantina. Lui era il mio protettore… La voce tremava. — Oggi dei ragazzi l’hanno avvelenato. Sta morendo. Non ho soldi per il veterinario. Prenda questo anello. Era sul suo collare. La prego, aiuti Muktar… Leonardo guardò la mano della bambina. E sentì la terra mancargli sotto i piedi. Era proprio quell’anello. D’oro. Piccolo. Con un graffio all’interno — il segno di Marta. Si inginocchiò, con le lacrime agli occhi. Tutto tornò al suo posto. — Indossalo, — sussurrò, rimettendo l’anello al dito di Uliana. — La sua padrona sarebbe felice che tu ami il cane come lei amava Zeus. — Zeus? — chiese Uliana. — Ora ti racconto tutto. Ma prima andiamo a salvare Muktar. Arrivarono alla casa fatiscente. In cantina, su un vecchio materasso, c’era il cane. Magro, sofferente. Ma quando Leonardo entrò, il cane lo leccò. — Zeus… — sussurrò Leonardo. — Mio caro, ti ho ritrovato. In clinica i veterinari lottarono per la vita del cane. Uliana pregava. Galina, arrivata all’ultimo, abbracciò la bambina: — Ora vieni da noi. Giocherai con Zeus. Lui ti aspettava. Dopo un’ora Zeus era salvo. E Uliana aveva una nuova vita. Veniva ogni giorno. Galina la vestiva come una principessa. Ma un giorno Uliana non arrivò. Zeus si agitava, annusava l’aria. — È successo qualcosa, — disse Galina. — Andiamo, — rispose Leonardo. — Zeus sa dove andare. Arrivarono alla casa. L’odore di muffa e disperazione. Al secondo piano aprì una donna ubriaca e rabbiosa. Zeus corse in camera. Sul letto c’era Uliana. Lividi. Sangue. — Cosa le avete fatto?! — urlò Galina. — Colpa sua! Ruba! — strillava la zia. — Lei è una criminale, — disse Leonardo gelido. — Verranno a prenderla. Ora portiamo via la bambina. In ospedale curarono Uliana. Leonardo e Galina, con tutte le loro conoscenze, ottennero la revoca della tutela. Uliana divenne loro figlia. Non per legge — per amore. E Zeus? Ogni sera ai suoi piedi, con l’anello al collare. E ogni volta che Uliana lo accarezzava, sussurrava: — Tu ti ricordi di lei, vero? Di Marta? E Zeus la guardava, le leccava la mano. Come a dire: «Sì. Ricordo. Ricorderò sempre. L’amore non muore. Cambia solo forma.» Così, dal dolore e dalle lacrime, è nato un miracolo. Un miracolo chiamato — speranza.