La mamma stringeva la bambina a sé, la baciava e pensava: «A chi assomiglia?» E sospirava. Anche gli amici si stupivano e facevano la stessa domanda. Forse qualcuno aveva messo strane idee in testa a mio marito, forse sua madre aveva insinuato qualcosa, o forse io stesso, Lorenzo, avevo cominciato a dubitare della fedeltà di mia moglie, ma un giorno tornai dal lavoro di pessimo umore.
Laura, che facciamo? È troppo presto. Elisabetta ha appena compiuto tre anni, da poco abbiamo tolto il pannolino. E io non sono ancora riuscita a riposarmi si lamentava mia moglie Giulia. Da un congedo per maternità allaltro. Elisabetta è ancora piccola, vuole le coccole. Come farò a prenderla in braccio con il pancione?
Saremo in quattro, e lavori solo tu. Forse dovremmo aspettare per il secondo figlio? disse Giulia, impaurita da quelle stesse parole.
Ma cosa dici? Togliti questidea dalla testa. Le risposi severo. Poi, con più dolcezza, aggiunsi: Scusa, è colpa mia. Ce la faremo. Troverò un lavoretto extra.
Se nascerà una femmina, non ci sono problemi. Abbiamo ancora tanti vestiti della più grande. Persino il passeggino è pronto.
La differenza detà è poca, andranno daccordo. E se sarà un maschio Presento domanda per la casa più grande, scherzai con Giulia.
Così decidemmo. Elisabetta era la nostra gioia, la coccolavamo tanto. Era la prima figlia, tanto desiderata.
Non riuscivo a non prenderla in braccio mille volte, stringerla, baciarla, anche quando il pancione di Giulia era già visibile.
A volte, in cuor mio, speravo che questa seconda gravidanza finisse: era arrivata troppo in fretta, ma anche a me stesso facevo fatica ad ammetterlo.
Ma la natura decise diversamente. La gravidanza andò liscia, e al momento giusto nacque unaltra bambina, in famiglia Rossi.
Quando la portarono per la prima poppata, sia io sia Giulia rimanemmo sorpresi dal pelucchio biondo chiaro sulla testa della neonata. Io e Giulia siamo entrambi bruni.
Anche Elisabetta era nata con i capelli nerissimi, poi schiariti un po. Magari questa li avrà scuri crescendo, pensò Giulia.
La bambina, con gli occhi azzurri e la pelle candida, suscitava esclamazioni di meraviglia tra tutti. Sul nome non ci pensammo troppo: la chiamammo Fiorenza.
Un nome raro, e ad entrambe le sorelle avrebbero avuto le stesse iniziali. Noi genitori ci vedevamo un significato tutto nostro.
Nessuno capiva come nella stessa famiglia potessero nascere due bambine così diverse. Fiorenza era diversa sia da Elisabetta che da noi genitori.
E più cresceva, più la differenza si notava. Era come se un vento misterioso lavesse portata da noi.
Col tempo, i suoi capelli diventarono biondo cenere. Tranquilla e paffutella, osservava curiosa il mondo con i suoi occhi celesti.
La mamma la stringeva forte, la baciava, e si chiedeva: «A chi assomiglia?» E sospirava. Anche amici e parenti si interrogavano.
Forse qualcuno aveva insinuato qualcosa a mio marito, o forse sua madre aveva dei dubbi, o forse io stesso iniziai a essere geloso: una volta tornai dal lavoro cupo.
Rimasi in silenzio a lungo, preoccupando Giulia, poi chiesi spiegazioni, accusandola di tradirmi.
Pensavo a quel ragazzo biondo che, anni prima, aveva fatto il filo a Giulia. Magari era successo qualcosa allora? Per forza…
O, se non era così, avevano scambiato i neonati in ospedale. Poche volte accade, ma può succedere.
Non ti ho mai tradito. È nostra figlia, nessuno lha scambiata, piangeva Giulia, addolorata dai miei sospetti immotivati.
Poi abbiamo cominciato a litigare ogni giorno, la situazione andava verso la separazione. Giulia decise di andare via, cominciò anche a fare le valigie. Solo allora ho capito.
Amavo mia moglie. Se se ne fosse andata con le bimbe, sarei rimasto solo. E io avevo solo bisogno della verità.
Mi bruciava dentro sentire, ogni volta, gente dire: «Da chi avrà preso questa bambina? Così chiara, non dai genitori…»
Mi sembrava che tutti mi vedessero cornuto. Chiesi a Giulia di rimanere, ma le dissi che avrei fatto il test del DNA. Lei ancora una volta scoppiò a piangere.
Come posso restare, se non ti fidi? Fai il test, anzi fallo pure anche ad Elisabetta, magari anche lei non è figlia tua! sbottò. Forse è meglio separarci subito.
Raccolsi personalmente la saliva di Fiorenza e alcuni capelli di Elisabetta, portai i campioni in laboratorio di mia mano.
Tempestai i tecnici di domande: se potevano confondere i materiali, se si potevano sbagliare con i risultati.
Mi rassicurarono, non era possibile. Mi calmai un po.
Le bimbe ascoltavano i nostri litigi. Fiorenza aveva quattro anni ma capiva che i suoi genitori litigavano per colpa sua.
Elisabetta, senza mezzi termini, le disse:
Tu non sei mia sorella, ti hanno lasciata qua. Per colpa tua mamma e papà vogliono separarsi.
Fiorenza pianse. Persino la mamma, prendendola in braccio, ci mise molto a calmarla.
Elisabetta iniziò a pensare a come sbarazzarsi della sorella. Se non ci fosse stata, i genitori non avrebbero più litigato e non si sarebbero separati.
Un giorno la mamma uscì a fare la spesa, lasciandole a casa da sole, e si attardò. Il papà era al lavoro. Elisabetta vestì la sorella e la portò fuori, conducendola sempre più lontano da casa.
Tornando a casa e non trovando le figlie, Giulia si precipitò fuori nel cortile, ma nulla. Una vicina vide le due bambine che si allontanavano, ma aveva fretta: stava per iniziare la sua soap preferita, quindi non chiese nulla.
Una madre disperata corse per i cortili dei condomini. Arrivai anchio e mi unii alle ricerche. Si faceva sera, le bambine erano ancora introvabili.
Allora chiamammo la polizia. Unora dopo le trovarono entrambe. Prima Fiorenza, che una signora aveva visto piangere sola nel parco. Subito dopo anche Elisabetta, smarrita nel buio, incapace di tornare a casa.
Fummo così felici di riabbracciarle che non le sgridammo nemmeno. Elisabetta naturalmente non disse di aver voluto abbandonare la sorella lontano da casa.
Noi genitori tornammo però a litigare. Io accusai Giulia di aver lasciato le figlie da sole, lei me di non essere mai a casa.
E se fossero finite sotto una macchina? E se qualcuno le avesse prese per chissà quale motivo?
Finalmente ricevetti il risultato del test: risultavo il padre naturale di entrambe, Fiorenza ed Elisabetta. Nessun tradimento.
Spiegarono che si trattava di genetica: a volte saltano fuori geni sopiti. Persino donne bionde possono avere figli mori e viceversa, i misteri degli avi.
Pian piano la pace tornò in famiglia. Eppure Fiorenza si sentiva comunque unestranea.
Le sorelle non andavano daccordo. Elisabetta serbava ancora una certa ostilità verso la più piccola. E, durante le liti, ricordava sempre a Fiorenza che non era amata, che non era davvero sua sorella.
A me comprano i vestiti nuovi, tu ti metti sempre quelli che mi restano stretti, perché non sei di famiglia, diceva con crudele convinzione.
Fiorenza piangeva, ma non si lamentava con la mamma. E spesso Elisabetta la incastrava: combinava qualche marachella e dava la colpa alla sorella.
Ma da chi avrai preso? Prendi esempio da Elisabetta, lei sì che è brava, sta composta sospirava la mamma.
Dopo queste parole, Fiorenza smise di lamentarsi. Pensava che la mamma amasse solo Elisabetta.
Si rifugiava in un angolo e chiudeva gli occhi: le sembrava che, se lei non vedeva il mondo, il mondo non poteva vederla.
Così si nascondeva dalle occhiate critiche della madre, dallingiustizia delle parole di Elisabetta.
Elisabetta finì le scuole prima, ma non si iscrisse all’università. A che serviva studiare a una ragazza bella?
Conobbe un ragazzo a una festa, si sposò subito. Lui aveva un appartamento tutto suo, lavorava col padre a vendere auto usate.
La mamma voleva bene anche a Fiorenza. Ma, senza volerlo, continuava a mettere la maggiore come esempio per la più piccola.
Fiorenza sentì per tutta la vita il confronto, sempre a suo sfavore. Le restavano in testa le parole della sorella, e in effetti portava ancora i vestiti smessi di Elisabetta.
Che fortuna Elisabetta, sè preso un bel ragazzo. Impara! Tu invece stai sempre in casa a sognare, a disegnare. Dovresti uscire di più, le diceva la mamma.
In quinta superiore, un ragazzo si innamorò di Fiorenza. Lei, fiduciosa, contraccambiò. Aveva tanta voglia di essere amata.
Non si accorse subito di essere rimasta incinta. Quando lo scoprì, fu presa dal panico e ne parlò al ragazzo.
A lui piaceva Fiorenza, decise di parlarne con i genitori. Così il loro legame segreto si svelò.
La madre di lui si presentò dai Rossi per chiedere, quasi con minacce, che non costringessero il figlio ad assumersi la responsabilità: voleva che Fiorenza abortisse.
Inaspettatamente, il padre si schierò a difesa della figlia. Forse per rimediare ai suoi errori passati, o forse solo per compassione.
Che partorisca, disse deciso. Non rovinatele la vita. Ha già sofferto abbastanza. Se non vi va bene, cresceremo il bambino da soli.
Spedirono il padre del nascituro in unaltra città dai parenti. Fiorenza studiava a casa.
A scuola cercarono di insabbiare la vicenda, evitando che arrivasse in presidenza, dove avrebbero accusato gli insegnanti di aver educato male la ragazza.
Anche gli esami li fece a casa, assistita dagli insegnanti. Non era il caso che gli altri studenti vedessero una compagna incinta.
Linsegnante di inglese ebbe pietà di lei, laiutò alle prove, e Fiorenza prese un ottimo voto. Ma a che le sarebbe servito? Sarebbe rimasta a casa con il bambino.
Poco dopo, mio padre ci lasciò. Il cuore non resse più, tra lavoro e problemi. Si coricò davanti alla TV la sera, e morì nel sonno. Mamma andò a chiamarlo per la cena: era ancora tiepido.
La casa si riempì di urla e pianti, arrivarono ambulanza e necrofori. Lo stress scatenò in Fiorenza un parto prematuro.
Così, proprio nel giorno in cui mio padre ci lasciava, Fiorenza diede alla luce un bambino. Proprio come lei: biondissimo e con gli occhi del cielo.
Non fu al funerale, era in ospedale. Alla dimissione, la mamma venne pallida dal dolore e, quasi senza accorgersene, disse che era stata lei a far morire il padre.
Solo guai dalla figlia minore, fin dalla nascita. Ma a quel nipotino, però, si affezionò.
Come non voler bene a un piccolo angelo così dolce? Ma dentro di sé, la mamma si preoccupava: chi mai avrebbe sposato Fiorenza, ora?
Non mi serve nessuno. Mio padre ha dubitato, un estraneo non potrebbe mai amare mio figlio diceva Fiorenza.
Il bimbo crebbe sveglio, curioso, tranquillo. Aveva cinque anni quando Elisabetta tornò a mettere mano sul destino della sorella.
A differenza sua, Elisabetta non riusciva nemmeno a sognare di diventare madre.
I suoceri volevano un nipote, un erede: convinsero il figlio a cercarsi unaltra donna.
Lui si diede alla bella vita, Elisabetta soffriva ma non lo lasciava: dove sarebbe andata? Tornare da mamma non era invitante. Ormai si era abituata al benessere.
Odiava ancora la sorella e il nipote che abitavano dalla madre; Fiorenza aveva un lavoro da parrucchiera, il piccolo andava all’asilo.
Decise che doveva liberarsi nuovamente della sorella. Ma ormai Fiorenza era grande, non la potevi portare a zonzo per i cortili né abbandonare da nessuna parte. E allora pensò di trovarle un marito.
A casa sua spesso passava un ragazzo a sistemare il computer: giovane, carino, scapolo.
Elisabetta ci avrebbe anche fatto un pensierino per vendicarsi del marito, ma il ragazzo era tipo tosto, la rifilò senza tanti complimenti.
Così decise di combinare un appuntamento tra lui e la sorella. «Non vuoi me? Ecco la mia stupida sorella e per giunta con figlio al seguito.»
Gli scrisse, dandogli appuntamento in un bar; a Fiorenza disse che voleva presentarle un ragazzo. Non si può restare sempre sole, un padre serve anche al bambino.
Era certa che Fiorenza non avrebbe saputo tenersi allaltezza. Lui aspettava Elisabetta, non lei, e gli uomini non amano donne paffute, tanto più con figli. E se per caso fosse piaciuta? Avrebbe liberato la casa, e lei sarebbe rientrata dalla madre. In ogni caso, la cosa le andava bene.
Fiorenza si preparò con cura, sistemò i capelli, ma non si truccò. Voleva che la vedesse così comera.
Al bar riconobbe subito il ragazzo. Era seduto da solo, immerso nel telefono.
Sei Matteo? chiese avvicinandosi.
Sì, e tu chi sei?
Sono la sorella di Elisabetta. Mi chiamo Fiorenza.
Lui rimase sorpreso, ma le offrì un caffè.
Ci sono dei dolci buonissimi qui, vuoi qualcosa? chiese.
Come lo sa?
Vengo spesso in questo bar a incontrare i clienti disse lui, tornando al cellulare per provare a chiamare Elisabetta.
Fiorenza lo osservava: occhi profondi, barba incolta, capelli spettinati.
Aveva voglia di accorciargli i capelli. Non sapeva come comportarsi con lui, e Matteo a malapena le faceva caso.
Sto disturbando? chiese Fiorenza.
No, affatto, ma tua sorella non verrà?
Non capisco. Lei ha detto che saresti stato qui ad aspettare me. Forse è meglio se vado.
Proprio allora arrivò il caffè.
Almeno beviamo un caffè, visto che sei qui.
Non posso disse Fiorenza, spostando via il piatto dei dolci.
Hai paura di ingrassare? Sei bellissima così, stai bene. rispose Matteo.
Gli uomini però preferiscono le ragazze magre.
Chi te lha detto? Cosa ne sai degli uomini?
Niente confessò Fiorenza. Ho un figlio. Ha cinque anni. Elisabetta non te lha detto? confessò allimprovviso.
E perché avrebbe dovuto? rispose lui.
Nonostante Fiorenza avesse capito che la sorella laveva lasciata sola lì apposta, Matteo si offrì comunque di accompagnarla a casa.
Camminarono e chiacchierarono. Parlava soprattutto lui, e Fiorenza ascoltava. Davanti al portone, lui le chiese il numero.
Perché? chiese Fiorenza stupita.
Voglio continuare a conoscerti. Ho raccontato tanto di me, ma non so nulla su di te. Ti chiamerò.
Ma chiamò solo dopo una settimana.
Scusa, ho avuto un sacco di lavoro. Stasera sono libero, vediamoci?
Questo la spiazzò. Aveva un figlio, tutta la sua vita girava attorno a lui. Ma decise di darsi una chance.
Sedettero nuovamente al bar, e Fiorenza iniziò cautamente a raccontare la sua vita, la nascita, i litigi dei genitori.
Raccontando, capì tante cose: era come se vedesse la propria storia con gli occhi di lui.
Usciti dal locale, una cagnolina randagia gli si avvicinò. Entrarono al supermercato e Matteo comprò pane e mortadella per il cane.
Alla cassa, una vecchietta davanti a loro contava le monete piano per pagare la spesa. Matteo pagò anche per lei, aggiungendo una tavoletta di cioccolata, della mortadella e un gelato.
E il gelato? chiese Fiorenza.
Sai, mia nonna adorava il gelato, ma lo prendeva di rado, risparmiando sempre.
Anche con me sei così? Solo per compassione, come con il cane e la nonna?
Ma che dici? Mi piaci davvero tanto. Sei limpida, sei pura. Gli animali e gli anziani invece mi fanno davvero tenerezza. Ho dei soldi, perché non aiutare?
Il cane finì in un boccone la mortadella e se ne andò.
Allora, come è andata? chiamò la sera Elisabetta.
Bene, rispose Fiorenza.
E cosa cè di buono?
Ora usciamo insieme con Matteo. Grazie per averci presentati.
Davvero? Ti è piaciuto quel tipo ruvido?
È molto gentile, mi piace tanto. E lui dice che piaccio a lui.
Elisabetta bofonchiò qualcosa e chiuse la telefonata. Poco dopo però si presentò da noi.
Fiorenza mise a dormire Sergio, poi si avvicinò al salotto dove sentì Elisabetta e la madre parlare in cucina.
Ha sempre culo quella scema. Lho fatto per vendicarmi di lui che mi ha scartato, e invece si è innamorato di quella tonta.
Ma che dici? Sei sposata, la rimproverò la mamma.
Sposata Sta già cercando una sostituta, il divorzio arriverà. E io che faccio, mamma?
Forse ti stai facendo troppe paranoie.
Nah, mamma. Ma perché è così? Grassa, scema, sempre dentro le teste degli altri. Persino lei ha un figlio, e io non posso averne.
Doveva innamorarsi di me. È grazie a me che lha conosciuta. Meglio se lavessi buttata giù dal tombino, quella volta!
Il tombino? Ma che st.
Mamma, che hai? urlò Elisabetta, e Fiorenza accorse in cucina.
La madre si accasciava stringendo il petto e aveva gli occhi persi. Fiorenza chiamò subito il 118.
I medici arrivarono in tempo, le conseguenze dellictus furono lievi.
Due mesi dopo, Fiorenza sposò Matteo e si trasferì con Sergio a casa sua.
Ma continuava a visitare la madre quasi ogni giorno. Elisabetta litigò con tutti e partì per cercare altrove la sua felicità
I genitori pensano che i figli piccoli non capiscano, si sgridano davanti a loro. Ma i bambini ascoltano tutto e imparano.
A volte la rivalità tra sorelle per lamore dei genitori, la presenza di un ragazzo, è spietata. E la vendetta spesso si ritorce contro chi la escogita.
I figli non ascoltano mai i genitori, ma li copiano sempre.
Le parole che una figlia ascolta che esprimano sostegno e cura, oppure feriscano diventano per lei verità su se stessa e su come funzionano i rapporti tra le persone.Così, quando Sergio, ormai adulto, un giorno abbracciò sua madre davanti allo specchio della vecchia casa e le sussurrò: «Tu sei bellissima, mamma», Fiorenza sorrise davvero per la prima volta. Si specchiò negli occhi limpidi di suo figlio e capì che quella dolcezza, quella cura silenziosa che aveva sempre desiderato, aveva attraversato le generazioni: era diventata la forza di una famiglia nuova, più gentile di comera mai stata.
Elisabetta, in una città lontana, guardava le foto del nipote sui social e qualche lacrima le rigava il volto. Chissà se un giorno avrebbe avuto il coraggio di chiedere scusa, di tornare a casa, di sedersi a tavola in mezzo alle risa di una nipote che non aveva mai voluto conoscere, di una sorella che aveva amato male.
Ma Fiorenza, ogni volta che Sergio le chiedeva di raccontargli la storia della famiglia, non parlava mai dei torti o della fatica. Gli raccontava solo di un giardino in primavera, di due sorelle che giocavano insieme e della speranza che, qualsiasi seme si fosse piantato nella terra, il sole e lacqua dellamore avrebbero saputo far crescere qualcosa di bello.
Così, in quel giardino, dove Fiorenza finalmente si sentiva a casa, si radunavano i ricordi e le nuove gioie, e la voce delle vecchie ferite si fece sempre più fievole, fino a dissolversi del tutto tra le foglie mosse dal vento. Perché nessuno è davvero estraneo dove cè qualcuno che trova il coraggio di amare, per primo e per sempre.







