E allora, vuoi farmi un bambino?
La folla si stringeva davanti alla biglietteria: finalmente si era aperta, e avevano cominciato a vendere i biglietti. Subito la fila si era sfaldata, la gente si era infuocata e discuteva su chi fosse arrivato prima.
Vladimiro era calmo come una suora in processione. La calca non gli piaceva e così si era rimesso in coda, tanto il suo treno passava tra unora: ce nera di tempo. Quando ormai era quasi in testa, venne spinto da un lato con una gomitata tanto sonora che quasi gli andò di traverso il respiro.
Fu una giovane donna, col fazzoletto scivolato giù sulle spalle, lo chignon disfatto e le borse appese al braccio come se fossero i suoi figli. Si faceva spazio a colpi di gomiti come una vera gladiatrice romana. Tutti la osservavano esterrefatti, qualcuno si indignava, ma lei si faceva largo senza vergogna, porgendo una mano robusta alla bigliettaia.
Uno per Bologna, per favore!
Poi agitò il biglietto come una bandiera sullonda delle proteste del pubblico.
Che tipa, eh!
Noi abbiamo il treno prima e aspettiamo come cristiani. I giovani di oggi, non hanno rispetto!
Uè, sta qua sembra una mucca che sfonda i campi! Ma che si sono mangiati la vergogna?
Lei, come niente fosse, controllò il biglietto al tabellone e si incamminò verso la sala dattesa. Vladimiro si prese la vita con calma, fece il suo biglietto e la perse di vista.
Stava tornando dai genitori. Una breve trasferta al paesello, fuori Modena. Era una vita che non tornava e, come spesso accade, si era trovato a pensare a quanto poco fosse cambiato tutto da quelle parti. Persino la folla in stazione era sempre la stessa.
Ormai viveva a Parma, in città, e lavorava come veterinario in un grande allevamento di polli. Un lavoro serio, una posizione invidiabile, per questo non gli era facile tornare spesso.
La mamma, piccola, già curva dalletà, lo accolse piangendo di commozione. Lo strinse nel corridoio e ripeteva:
Oh, il mio ragazzo è tornato il mio ragazzo è tornato!
Quanto stava bene Vladimiro a casa, in quellatmosfera di pane e affetto! Mamma come una trottola tra stufa e tavolo, chiacchierava a ruota libera, anche delle superstizioni e dei sogni premonitori.
Mangia, figliolo, mangia, che sei diventato un chiodo!
Poi tornò papà dal lavoro, sfinito, e via a tavola per una mega-rimpatriata con discussioni serie: paese, politica, la vita, i massimi sistemi.
Naturalmente, non poteva mancare il discorso: i suoi coetanei con figli a carico, nipoti ovunque, mentre lui ancora scapolo. Ogni volta sembrava quasi un decreto daccusa per la sua lunga singlezza.
Vladimiro buttava tutto in battuta, ma ci rimaneva male per i suoi. Sarebbe stato bello tornare con moglie e figli. Dopotutto, aveva quasi quarantanni.
Lo sguardo gli scappò su Lilia, la sua ex degli ultimi tre anni. Aveva provato ad immaginare di tornare insieme a lei dai suoi, ma ce la vedeva poco in quella casetta calda e rustica. Lilia era tutta dritta e superba, un po tagliente nei modi.
Immaginò la scena: sua madre che abbassava gli occhi, suo padre che usciva a fumare, nervoso. Insomma, meglio così, pensò Vladimiro. Quei tre anni erano stati una tempesta. Peccato, ma ora, almeno, era tornato libero. I genitori non sapevano nulla, pensavano fosse sempre stato solo.
Mamma, giuro, prima o poi mi sposo, rideva Vladimiro.
Eh, però il tempo passa e tu fai il difficile, borbottava il padre, Da noi gli uomini mancano, e lì a Parma che fate? Le ragazze non le trovate?
Si vedeva che per loro non era uno scherzo.
Scese al sottopassaggio e arrivò in seconda piattaforma, dove ritrovò la donna dei gomiti potenti. Sul marciapiede, sistemava il vestito (con le rose applicate) che dietro le arrivava più su che davanti, giacca aperta e scarpe sformate. Accanto a lei, le borse traboccavano di pacchetti. Il fazzoletto sempre sulle spalle, ché ormai faceva caldo.
Un cane arrivò scodinzolando, girando attorno alle sue borse. Vladimiro si aspettava che lei lo scacciasse con un calcio, visti i precedenti. Invece, scandagliò una borsa, trovò qualcosa e offrì il boccone al cane, che lo ghermì con soddisfazione e si sistemò a mangiare.
Se non fosse stato per quellaria di chi non si cura molto di sé, una rotondità precoce e la sfacciataggine con cui aveva gestito la folla, la si poteva considerare piuttosto carina. Ma pareva non darle peso.
Il treno emise un fischio, rallentò di colpo. Lei si affrettò, le borse al braccio, diretta alla carrozza numero cinque. Era la stessa di Vladimiro, così chiese una mano a sistemare la valigia.
Il vagone era cuccetta. Si scoprì che erano vicini di posto. Sotto, già una signora anziana si era accoccolata, laltro letto in basso era vuoto; i loro erano quelli di sopra.
Vladimiro non era tipo da presentazioni, si arrampicò in branda e in pochi minuti dormiva, cullato dal rumore del treno.
Al risveglio, fuori era quasi buio, le due coinquiline parlottavano con aria di tregua davanti a cibo e focacce. Il treno correva nel bosco, e nel buio la nostalgia si faceva strada. Vladimiro stava per rigirarsi e riprendere sonno quando sentì:
A me hanno proposto un vedovo con figli, ma io non è il marito che voglio io vorrei tanto un bimbo mio. Un maschietto o una femminuccia, basta che sia mio. Poi, per il resto, uomini? Macché.
Il frastuono della ferrovia e il respiro del treno coprivano tutto.
Eh, ma avere figli non è poi sta grande impresa
E che ne sai? Io voglio tutto pulito, senza imbrogliare nessuno. Niente uomini sposati, che poi come guardo negli occhi le loro mogli? E in paese ci conosciamo tutti, e i giovani preferisco lasciarli stare. Che se li trovino loro i casini.
E a fare la stagione in città? Di gente se ne trova
Sì, ma ho la nonna da badare mia madre, povera donna, se nè andata presto, ed è rimasta solo lei. Lho appena sistemata in ospedale. Ho fatto girare pure i dottori, ché non ci stavano dietro. Ora spero se ne prendano cura, tanto torno a prenderla presto Però, finché non stai lì a battere i pugni
Alla fine, magari, si sta meglio nei paesini. Tutti emigrano dalle città.
Da noi cè spazio! Casa bella, scuola grande a pochi chilometri. Ma senza un bimbo che serve a fare? Per i figli, servono due. Ma chi lha inventata sta regola?
Dopo poco le donne cominciarono a prepararsi per scendere; la tipa dei gomiti sarebbe scesa presto. Vladimiro pensò che fosse il momento di sgranchirsi, bere un tè.
Assaggia la mia verza sottaceto, lho fatta io.
No grazie, già mangiato. Piuttosto un tè.
Ma dai sei secco come uno spaghetto, disse lei, uguale alla madre.
È costituzione, tutto qui, sorrise Vladimiro, per tenere il tono leggero.
Ho anche torta salata, vuoi assaggiare?
Ok, ma prendi anche tu la mia focaccia, allungò il pacco di sua madre.
In realtà Vladimiro non aveva fame, ma mangiò per non farle dispiacere.
Buona, vero? chiese lei.
Sì, davvero ottima.
Eh, la ricetta di mia nonna: le mie torte le lodano tutti. Questa tua è diversa, più morbida, la mia è più rustica. Mi piacciono tutte le torte, guarda che fisico che ho! Mia nonna mi segue quando cucino: sbagli di un passo, e ti spara!
Una vera marescialla! Sta con te?
Vladimiro si accorse troppo tardi di aver sentito la conversazione. Ma la sua compagna di viaggio non si scompose.
Certo, chi altri? Non vedente ci vede bene, il problema sono le gambe, non cammina più. Lho spedita a farsi curare. E io, invece, viaggio per commissioni. E tu, da dove arrivi?
Ho visitato i miei a Zocca. Ormai sono anziani anche loro.
A Zocca? Ma dai, io sono di Montale! Lo conosci?
Sì, vagamente da bambino sarà.
Era un paese vivo, ora non cè più nessuno. Hanno chiuso anche il caseificio. Io lavoro alla latticini. E tu?
Stessa baracca: veterinario industriale.
Lo sapevo che non eri uno qualunque! Lo si vede
E da cosa scusa?
Era vestito in maniera semplice, pantaloni sportivi, camicia a quadri: da casa.
Dal modo di parlare. Gli uomini che abbiamo a Montale, sai che fanno con le donne nuove in treno? Subito a provarci
Vladimiro ricordò la conversazione di prima. Strano, lamentano mancanza dattenzione maschile, però
E tanto ci provano? sorrise lui.
Uhm ormai molto di meno. Una volta sì, ora basta. Sistemo i capelli dietro lorecchio.
Ma sei ancora giovanissima.
Eh, sì, come no! Mica vero, abbassò gli occhi e, per un attimo, Vladimiro notò che era davvero attraente, se non fosse stata così irruenta, magari lavrebbe notata davvero.
Ciglia e sopracciglia scure, capelli pesanti, una bellezza selvatica. Quegli scatti da dura forse erano un modo per proteggersi.
Sai, a diciottanni mi sono sposata. Lui mi piaceva, mi ha fatto la corte, il matrimonio tutto in regola. È partito militare, e dopo tre mesi mi mandano la lettera: è caduto in missione, il mio Giovanni. Da lì, sono sprofondata nel dolore. E anche il bambino non ce lha fatta. Capirai che gioia Sembra nemmeno sia successo a me.
Urca. Ma la vita non finisce a trentanni. Dai, non abbatterti.
Lei scosse la mano, quasi a buttar via il ricordo.
E tu, sposato?
No, e la mia, di madre, batte sempre chiodo: dice che vuole i nipotini.
Eh, si capisce. Questa cosa del bambino la capisco. Sai che ti dico? Non mimporta mica di sposarmi, io vorrei solo un bambino.
Arriveranno tempi migliori. Guarda come hai fatto vedere i sorci verdi in biglietteria! le sorrise.
Uff… Lì ho solo sbagliato orario! Tu ceri anche, no?
Sì, io cero.
Vedi che non sono una qualunque? In azienda mi conoscono profilo da ossobuco che prende ciò che serve.
E uomini, niente in fabbrica?
Ottima domanda! Ma con tutte le donne che ci sono i single si buttano sulle pischelle. Appena parli di bambini, spariscono. Io mi sono stancata di fare tutto da sola. Dopo il lavoro, mangio e dormo. Peggio sono le feste: mi viene da ululare.
Ti capisco. Sono nella stessa barca.
Per voi uomini è diverso. Noi donne, invece, ci sentiamo perse.
Parlarono ancora dei paesi di provincia, il treno rallentava nelle stazioni illuminate, ripartiva nel buio.
Adesso si va spediti per due ore, mise via la tavola, Non vuoi venire giù? Nessuno salirà più.
No, sto bene in alto. Magari sale qualcuno e si arrampicò di nuovo.
Figurati! Treno vuoto, siamo solo noi
Eppure rimase sopra il suo letto, sorridendo in pace. Lei era stesa sotto, di fronte a lui.
Il treno correva nella fresca notte estiva, Vladimiro non riusciva a dormire, troppi pensieri in testa.
Neppure la sua compagna dormiva. Dopo un po, la sentì sedersi di scatto e guardar su, verso di lui.
Come ti chiami? chiese, cogliendolo di sorpresa.
Vladimiro, rispose lui, sentendosi un po sciocco, e tu?
Bel nome, io sono Caterina. Caterina Maria De Luca, scese giù coi piedi, e il suo viso era tutto vicino.
Ascolta, Vladimiro, non ti spaventare ma mi fai un bambino? sbottò allimprovviso. Vladimiro faticava a capire se stava scherzando.
Ma lei continuò: Mi dico, magari è Dio che mi manda unoccasione e io la spreco! Nessuno ci vede, tutti dormono, tempo ne abbiamo Non ci rivedremo mai più. E poi, il desiderio viene facile, anche senza innamorarsi.
Scusa, non capisco, Vladimiro si sollevò con la testa che girava.
Il suo viso era segnato da una vaga sofferenza.
Non hai da temere. Son sana, ci controllano tutti in fabbrica. E per te che cambia? Tu scendi domani, non ci rivediamo più! Mi serve solo un figlio per essere felice, basta. Che ti costa? Magari neanche resta incinta, al massimo ti sei divertito!
Il mondo familiare di Vladimiro stava crollando.
Caterina, ma cosa dici? Non è il caso, non mi conosci nemmeno.
Proprio per questo. Così è meglio. Passa il tempo e ci dimentichiamo. Rimane solo il bambino, e tu mi avrai regalato un po di felicità. Non è mica un male.
Vladimiro scese dal letto, confuso. Il discorso era talmente surreale da fargli venire freddo.
Dai, beviamo un altro tè, che questo discorso è assurdo! Sarà la notte, sarà il ticchettìo delle ruote. Vedrai che
Ma Caterina, invece, si sedette vicino, e gli prese la mano.
Vladimiro, e se fosse questa la mia occasione? E poi non ti piaccio neanche un po?
Sciolse i capelli, iniziò a slacciare la giacca. Quando lui la prese per le spalle e la fece sedere di nuovo.
Su, rimettiti in ordine. Niente da fare, basta! Non sono il tipo da queste cose.
Lei ebbe un attimo di imbarazzo, poi lo fissò con occhi verdi.
Proprio non ti piaccio, eh?
Vladimiro la osservò: di sicuro non era brutta. Aveva un fascino passionale, forse troppo improvviso. Ma lui non sopportava le avventure. Sarebbe stato un errore.
No, non è così. Sei bella davvero, soprattutto i capelli
Solo i capelli?
In te si potrebbe anche innamorarsi, Caterina. Sei giovane, quanti anni hai?
Trentaquattro. Una mela troppo matura ormai.
In stazione laveva data per una quarantenne, invece era giovane, si rese conto.
Ancora una ragazzina! Abbi cura di te, Caterina. Vado a prendere il tè.
Quando tornò, Caterina aveva già rimesso a posto i capelli e stava preparando di nuovo cibo.
Quando sono nervosa, mi viene fame. Roba da matti!
Vladimiro, affamato per la prima volta, tirò fuori le cibarie della madre.
Dai, facciamo uno spuntino per nottambuli!
Lei rise piano. Forse era servito a smorzare la tensione. Forse per latmosfera strana della confessione, Vladimiro le parlò come non aveva mai parlato a nessuno della sua storia complicata con Lilia.
Lei ascoltava e masticava, e ogni tanto commentava:
Furbetta quella! sgranocchiando pollo.
Ma che vipera. tagliando il pomodoro.
Noi donne possiamo essere tremende addentando biscotti.
A Vladimiro quella chiacchierata piaceva, finalmente si sentiva leggero.
Hai fatto bene a lasciarla. Per casa e figli ci vogliono altre qualità, lo sai.
La sua frase colpì nel segno: Lilia non era adatta.
Due ore passarono in fretta. Arrivarono a una stazione. Dai rumori in corridoio si capisce che stava per entrare qualcun altro. Un uomo abbronzato, baffuto, quarantanni e spiccioli, voce baritonale e aria da bonaccione, buttò locchio nella cuccetta.
Beh, che accoglienza! Ecco dove se ne stanno svegli i piccioncini Qui cè il mio posto, fece cenno a Caterina.
Certo, mi sposto io.
Non fece in tempo ad alzarsi: lui si buttò accanto a lei.
Ma a me non dispiace stare con una bella donna anche fino a Palermo!
Urca, che programma che hai fatto Caterina, stavolta, era quasi impacciata.
Sistemò la biancheria nel letto sotto quello di Vladimiro. Lui si rifugiò in corridoio, lasciando che il chiassoso nuovo coinquilino si ambientasse.
Dai, presentiamoci! disse il nuovo, che si sistemò, lanciò aria da compagnone e aggiunse: Io sono Sergio.
Si presentarono, e lui chiese:
Un tè?
Non cera più voglia di tè, era solo educazione. Forse Sergio animava qualsiasi gruppo: raccontava barzellette, diceva battute ammiccando di continuo a Caterina. Lei rideva, ma ogni tanto dava unocchiata imbarazzata a Vladimiro.
Personalità invadente, già la abbracciava, troppo espansivo.
E Vladimiro capì: forse lui era perfetto per la richiesta di Caterina, uno che non dice di no. Avrebbe fatto il donatore convinto.
Vladimiro trovò un paio di cuccette vuote più avanti. Quando Sergio uscì, Vladimiro cambiò posto e sussurrò a Caterina:
Caterina, vado in un altro scompartimento. Dico che voglio dormire.
Perché?
Penso sia proprio il tipo che cercavi tu. Lui sembra luomo giusto per un bambino. Ti piace, no?
Simpatico, sì
Vladimiro portò materasso e valigia nellaltra cuccetta. Sergio lo beccò nel corridoio.
Ma dove vai?
Ho sonno, e là è vuoto. Tanto Caterina adesso fa due chiacchiere con te.
Meglio così, allora! Ti aiuto!
Caterina sedeva al tavolo, guardando fuori.
Vladimiro fece loro cenno di buona notte e lasciò la cuccetta. Ma non riusciva a prender sonno. Pensava a Caterina, ai figli, a tutto.
Negli ultimi giorni non aveva fatto che sentir parlare di bambini: la madre, il padre, e ora questa giovane donna pronta a tutto pur di averne uno.
Ma che significa: farmi un figlio? Come si compra un cane o un gatto?
Il bambino non è un riempi-vuoto. È una persona nuova, che ha diritto a una vita, magari a una famiglia. Se lo si fa solo per capriccio, che senso ha? O forse, essere madri è davvero un sentimento unico?
Ora Caterina, da qualche parte, magari si lancia in braccio al primo venuto, solo per avere unerede. Senza padre, senza storia, solo perché mi serve.
Mentre i pensieri si inseguivano come il treno sui binari, sentì una confusione nel corridoio. Sporse la testa.
Caterina stava lottando con Sergio che la tratteneva e cercava di baciarla. Lei riuscì a liberarsi, si rifugiò dietro Vladimiro, il vestito in disordine, respirava affannata.
Che succede? chiese Vladimiro con tono secco.
Sergio non fece una piega.
Oh, era daccordo, ci provavo soltanto. Non ti allarmare.
Ti prego, basta, lasciami stare Caterina tremava, scoppiò a piangere e si sedette nella cuccetta di Vladimiro.
Vladimiro senza una parola le aiutò a spostare le sue cose nella sua cuccetta. Sergio, ancora in vena, si giustificava:
Scusa, non so cosa le sia preso! Mica forzavo, eh. Di solito le capisco le donne, ma questa
Buonanotte, tagliò corto Vladimiro.
Si sedette davanti a Caterina, le offrì il tè. Non cera bisogno di parlare.
Lei finalmente alzò gli occhi.
Niente, non ce lho fatta, si arrese, Mi sa che resterò senza bimbo. Neanche quando capita, riesco a fare la cosa giusta.
Il bambino deve nascere per amore. Forse è un bene non averlo forzato, le diede del tu senza accorgersene. Troverai di nuovo lamore. Non ti buttare giù, non sei una scartata e il tuo treno non è passato. Arriverà anche il padre, perché il papà serve. Fidati. E ora dormi, ché tra poco devi scendere.
Caterina gli ubbidì. Si girò verso il muro, il viso sfiancato come quello di una bambina persa. E tutta la sua sfacciataggine era solo una maschera per difendersi dalle malinconie.
La mattina dopo, appena scesi, Vladimiro le aiutò a caricare le borse sulle spalle. Lei aveva occhi velati.
Beh, arrivederci Vladimiro come si dice di padre?
Federico. E tu come si chiama il tuo papà?
Egidio. Io sono Caterina Egidi De Luca. Tutto regolare.
Che ti vada bene tutto, Caterina, il saluto fu impacciato. Dopo quella notte, si sentivano nudi, come due sconosciuti che si sono confessati troppo.
Tanti auguri anche a te. Sposati, e trova quella giusta.
E anche a te. Guarda che arriverà, sorrise lui, le baciò gli occhi e sentì il sapore salato delle sue lacrime.
Lei si allontanò: ancora pienotta, vestito troppo corto dietro, scarpe un po consumate, le borse sulle spalle.
Il treno ripartì come se non avesse bisogno di fermarsi. Dal finestrino vedeva che lei si era fermata a guardare.
Le è venuta la tristezza, fece la capotreno, chiudendo la porta.
Viaggiare nel grigio di un cielo in tempesta, il vetro rigato di pioggia.
Vladimiro, invece, si sentiva confuso, agitato. Alla fermata dopo, comprò un pacchetto di sigarette (lui che aveva smesso da anni), fumò, tossì, ma poi rise: aveva unilluminazione. Conosceva il suo indirizzo.
E qualche settimana dopo, da Parma era già partito per Montale una lettera indirizzata a Caterina Egidi De Luca. Dopo poco, una risposta tornava da Montale a Parma. Allinizio, solo su tempo, campagna, lavoro; poi, il necrologio della nonna.
Lanno dopo, Vladimiro tornò dai suoi.
La mamma, curva e piccola, lo accolse commossa:
Oh, sei tornato, figlio mio.
Questa volta non sono solo, mamma, nellingresso comparve Caterina. Più magra, nuova acconciatura, i lunghi capelli ricci.
Mamma mia che sorpresa! la madre a mani al petto, Che gioia. Entrate, entrate!
A casa sua era perfetto. E quanto ci stava bene Vladimiro, in quella casa piena daffetto.
Tornato pure il padre, Caterina e la mamma, inarrestabili, rimbalzavano tra stufa e tavola, chiacchierando come due filatrici. Caterina era schietta, ma niente affatto superba. Piacque subito ai genitori.
Lei sì, era fatta per quella casa.
Mangia, figlio, che sei uno stecco!
Questo lo raddrizziamo presto, rise Caterina, Vedrete che torte vi preparo ioAccadde tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo: mentre la pioggia batteva sui vetri e la tavola era piena di cibo, Caterina sorrise a Vladimiro, e per la prima volta lui le prese la mano, in mezzo al baccano domestico. Non cerano domande, richieste, né promesse ingombranti: solo la complicità nuova di chi si è riconosciuto per caso, dopo un viaggio che sembrava destinato a finire in solitudine.
Più tardi, rimasti soli in cucina a sparecchiare, Caterina si voltò, gli occhi lucidi per il troppo ridere.
Sai, stavolta sarei pronta davvero a fare un bambino. Uno nostro, bisbigliò, quasi stupita di pensarlo sul serio.
Vladimiro la fissò, e la vide come mai nessuno: non come una donna in cerca di qualcosa, ma semplicemente come Caterina, buffa, generosa, ostinata compagna di strada.
Avremo tutto il tempo che serve, disse, stringendola contro di sé, Ma vorrò che sia una bella avventura, questa volta.
Lei gli sorrise con il coraggio di chi ha saputo aspettare.
Prima di andare a dormire, la madre sistemò la coperta alla nuova ospite e, uscendo dalla stanza, si girò di scatto: Caterina, vedrai che qui sarai felice.
Da dietro la porta, Vladimiro sentì la voce di Caterina, chiara nel buio: Adesso sì, signora, adesso sì.
E in quella casa, per la prima volta da anni, sembrò che anche la solitudine si fosse fermata, chiedendo permesso prima di entrare.







