Non cantare
Sorridi nel modo sbagliato.
Nadia ci mise un attimo a capire che stavano parlando proprio con lei. Guardava le mani, appoggiate sulle ginocchia, sopra un vestito blu scuro che non avrebbe mai scelto da sola. Troppo stretto sulle spalle. Troppo lucido. Troppo estraneo.
Nadia. Ti ho detto che sorridi nel modo sbagliato. Sei troppo tesa. La gente se ne accorge.
Gennaro parlava a bassa voce, senza nemmeno voltare la testa. Fissava la sala, dove già si sistemavano gli ospiti per il ventennale della sua azienda. Venti anni di impresa, una grande festa, una serata importante. Il ruolo di Nadia era stato stabilito in anticipo, come una clausola di contratto: sedere accanto a lui, sembrare presentabile, non parlare troppo, non bere più di un bicchiere, non rivolgere la parola ai partner senza il suo permesso.
Scusa, mormorò lei.
Non scusarti, correggiti.
Il ristorante era uno di quei posti dove i soldi si sentono nellaria. Non ostentati, solo percepibili. Nel peso delle tovaglie, nella luce soffusa dei lampadari, nel modo in cui i camerieri si muovono quasi senza rumore, come se fluttuassero. Nadia era già stata lì altre volte, e ogni volta provava la stessa sensazione: lei lì era fuori posto. Non come moglie di un imprenditore di successo, ma come persona. Come donna con un nome, una storia, qualcosa che un tempo le brillava dentro.
Aveva cinquantacinque anni. Ventotto di questi vissuti al fianco di Gennaro Bianchi. Si erano conosciuti quando lei finiva il conservatorio. Era vivace, piena di voce, innamorata di Verdi e Puccini. Lui era un giovane imprenditore dai sogni grandi e la convinzione di poter comprare o rimodellare tutto ciò che voleva. Allinizio la guardava come se fosse il suo intero mondo. Poi si scoprì che voleva solo rimodellare anche lei.
Gennaro, posso andare da Lorenza? Eccola là, seduta sola.
Lorenza aspetta. Non devi andare al tavolo dei Conti.
Ma la conosco da ventanni.
Nadia, il suo tono non era arrabbiato, solo stanco, il modo di chi ripete sempre la stessa cosa al proprio figlio. Oggi è una sera importante. Siediti e sorridi.
Lei sorrise. In modo corretto. Come da istruzioni.
La sala si riempiva lentamente. Partner, clienti, funzionari, le mogli. Tutti eleganti, conversazioni di circostanza, la giusta dose di vivacità. Nadia ascoltava brandelli di discorsi e si chiedeva quando avesse parlato davvero, per lultima volta, di qualcosa che le piacesse sul serio. Di musica. Di come è costruita una fuga. Del perché il secondo concerto di Rachmaninov la sconvolgesse ancora ogni volta che lo sentiva in radio.
A casa loro la radio era quasi sempre spenta. Gennaro non sopportava la musica classica. Diceva che gli dava sui nervi.
Al tavolo accanto una donna in rosso rideva forte per una battuta. Una risata vera, roca, viva. Nadia si trovò a guardarla con una punta dinvidia. Non per il vestito, né per la bellezza o la giovinezza. La invidiava perché rideva come se ne avesse pieno diritto. Senza chiedere il permesso a nessuno.
La cena seguiva il rituale: brindisi, applausi, discorsi sui ventanni di successi e futuri trionfi. Gennaro fece il suo brindisi breve e efficace, come sempre. Tutti applaudirono. Era bravo a prendere la sala, questo Nadia lo riconosceva. Anche lei applaudiva, pensando che forse anche lei sapeva farlo, un tempo. Prendere la scena. Cantare davanti alla gente, togliendo loro il respiro.
Aveva cantato in pubblico per lultima volta ventiquattro anni fa. Una serata al conservatorio, accompagnata e riportata via da Gennaro che aveva ricevuto una telefonata di lavoro.
Il presentatore annunciò un angolo Open Talent dopodessert, quando gli ospiti erano ormai rilassati. Un passatempo: chi voleva poteva salire sul palco e mostrare qualcosa. Una battuta, un gioco, una canzone. Gennaro fece una smorfia.
Che volgarità, disse piano.
Nadia non rispose. Guardava il palco, già allestito con microfono e un giovane pianista dal sorriso buono che aveva suonato alcune pagine durante la cena. Nadia lo aveva notato subito, per le dita affusolate e la testa che ondeggiava appena, seguendo il ritmo anche nei brani più pianissimi.
Accompagnarono due persone: una raccontò una barzelletta, un altro suonò larmonica. Applausi cortesi. Poi il presentatore ripropose il microfono agli ospiti e la sala si fece un po più silenziosa.
Nadia sentì che dentro qualcosa si muoveva. Non come uno schiaffo, solo una porta chiusa troppo a lungo che trova una lieve spinta e si apre appena. Appoggiò il tovagliolo sul tavolo. Si alzò.
Dove vai? chiese Gennaro.
In bagno.
Non andò in bagno. Andò dal presentatore e gli disse qualcosa allorecchio. Lui sollevò le sopracciglia, poi annuì. Si avvicinò al pianista, scambiò poche parole. Anche lui annuì, stavolta con una scintilla negli occhi.
Quando il presentatore la chiamò, Gennaro deve aver capito solo in quel momento cosa stava succedendo. Nadia, di lato, vide il suo viso mentre si dirigeva verso il palco, facendo di tutto per non guardarlo. Guardava il microfono.
Tre gradini per arrivare sulla pedana. Si fermò di fronte a quella sala piena di estranei in abiti eleganti. Qualcuno si distraeva, altri la osservavano con gentile attesa: vediamo che altro succede.
Nadia annuì al pianista.
Attaccò le prime note e la sala si zittì subito: non era una canzonetta, non era pop. Era Rachmaninov. Il Vocalise. Un brano tra i più belli e difficili che aveva cantato anni prima allesame di diploma. Senza parole. Solo voce e musica.
Cominciò a cantare. E nei primi istanti non ci poteva credere nemmeno lei: la voce ancora cera. Non era morta, non era avvizzita dopo tutti quegli anni. Era lì. Un po cambiata, più scura, ma viva. Vera.
La sala si bloccò a metà brano. Non gradualmente: come se tutti di colpo smettessero di parlare e tornassero a guardare. Nadia non se ne accorgeva molto. Pensava non perdere il respiro, a tenere la frase, non pensare a Gennaro, alla sua faccia, a cosa sarebbe successo dopo.
Il dopo non importava. Cera solo il presente.
Alla fine ci fu qualche secondo di silenzio. Poi la sala si alzò in piedi. Non tutta subito, ma molti sì. Gli applausi furono autentici, nessuna cortesia. La donna in abito rosso urlava brava. Il pianista la guardava affascinato, come se avesse visto qualcosa di raro.
Nadia scese. Le gambe un po molli. Il cuore batteva forte ma regolare. Tornando verso il tavolo vide la faccia di Gennaro.
Non batteva le mani.
Siediti, disse.
Lei si sedette.
Sai cosa hai appena fatto?
Ho cantato.
Non fare la spiritosa, la voce era fredda. Ti sei esibita alla mia festa. Senza il mio permesso. Capisci come sembra?
Come sembra?
Come se mia moglie avesse bisogno dattenzione. Come se non le bastasse mai. Sollevò il calice e lo posò piano. Ce ne andiamo. Dieci minuti e andiamo via.
Gennaro, la serata non è finita
Dieci minuti, Nadia.
Tre persone riuscirono ad avvicinarla: la donna in rosso, che si chiamava Tamara, le strinse la mano. Sei straordinaria, da dove vieni? Un uomo anziano con la barba le fece solo: Stupendo. Chi era il tuo maestro? Lorenza Conti, la vecchia amica, accorse dal suo tavolo e la abbracciò: profumo di casa e cipria. Lei per poco non scoppiò a piangere.
Nadia, doveri tutto questo tempo? Oddio, hai cantato come
Lorenza, dobbiamo andare, disse Gennaro, comparso. Le prese il braccio, non con forza ma tenendo saldo il gomito. Scusateci, Nadia non si sente bene. Ci dispiace, dobbiamo andar via.
In macchina, silenzio. Strada facendo, Gennaro taceva, ma quello silenzio era peggio di qualsiasi parola. Nadia guardava fuori: le luci di Milano, le vetrine, il traffico. Avvertiva dentro uno strano senso di calma. Né gioia né paura. Qualcosa di diverso. Come se avesse ricordato da poco il proprio nome.
A casa, Gennaro tolse la giacca, la sistemò sulla stampella e si voltò verso di lei.
Bene. Capisco che sei annoiata. Capisco che ti servi qualcosa per te stessa. Ma devi essere consapevole dei limiti. Ci sono cose opportune e cose che non lo sono. Stasera mi hai messo in imbarazzo davanti a persone da cui dipende il mio lavoro.
Ho cantato. La gente mi ha applaudito.
Sei diventata lanimatrice della festa aziendale. Capisci la differenza?
No, rispose lei, sorpresa dalla tranquillità della propria voce. Spiegami.
La fissò a lungo. Poi disse:
Hai tutto. Casa, agio, posizione. Non capisco cosa ti manca. E, onestamente, non ho più voglia di capirlo.
Te lo dico. Mi manca me stessa.
Che vuol dire?
Lo sai benissimo.
Andò in camera e chiuse la porta. Si sdraiò vestita guardando il soffitto: bianco e uniforme come tutta la loro vita dallesterno. Sentiva Gennaro camminare nellappartamento, che apriva e chiudeva ante. Poi tutto tacque.
Non dormì. Pensava. Ricordava il momento quindici anni prima in cui aveva ceduto a licenziarsi dalla scuola musicale dove insegnava canto. Non è da moglie di imprenditore, paga troppo poco, non ti serve lavorare, aveva decretato lui. Lei aveva acconsentito, pensando avrebbe trovato altro. Ma ogni volta che ci provava, Gennaro trovava una motivazione per cui nemmeno quello andava bene.
Non la insultava mai. Non urlava. Spiegava solo molto pacatamente cosa era giusto e cosa no. E dopo ventotto anni Nadia aveva imparato a tal punto a sentire soltanto lui, che aveva smarrito la propria voce. Letteralmente. Persino dentro la testa.
Fino alla sera prima.
Al mattino, mentre lui era in bagno, lei prese una borsa vecchia dalla soffitta, ci mise dentro i documenti, il diploma del conservatorio trovato in fondo a un cassetto, alcune foto, il cellulare. Qualche euro in contanti messi via anno dopo anno, senza sapere perché. Ora lo sapeva.
Si vestì semplice: jeans, maglione, giubbino. Quando Gennaro uscì dal bagno, la trovò vicino alla porta, la borsa sulla spalla.
Dove vai?
Via.
Pausa lunga.
Non dire sciocchezze.
Non sono sciocchezze. Sto andando.
Nadia, si asciugava le mani fissandola come chi è esasperato da altrui farneticazioni. Sei agitata. Riposati. Questa sera ne parliamo con calma.
Abbiamo già parlato.
Non hai soldi. Non hai lavoro. Dove pensi di andare?
Una soluzione la trovo.
Nadia, a cinquantacinque anni? Dove
Lei aprì la porta e uscì. Sentiva la voce dietro di sé, ma le parole non le sentiva più. Lascensore ci mise una vita a scendere e lei si specchiava nelle porte dacciaio: un riflesso confuso, appena accennato. Quasi sorrise a se stessa.
Andò a piedi, respirando. Era un autunno secco e fresco, profumava di foglie e caffè da un bar allangolo. Entrò, prese un espresso, si sedette alla finestra e prese il telefono. Chiamò lunica persona a cui sentiva di poter telefonare in quello stato.
Lorenza, ho bisogno di una mano.
Madonna, che è successo?
Ho lasciato Gennaro.
Silenzio. Poi:
Dove sei?
Lorenza viveva sola in un bilocale in periferia. I figli cresciuti e sparpagliati, il marito morto da anni. Aprì la porta, vide Nadia con una borsa in mano e non chiese nulla. Si fece solo da parte: Vieni, il tè è già sul fuoco.
Restarono in cucina fino a tardi. Nadia raccontava, Lorenza ascoltava e, ogni tanto, rabboccava la tazza. A fine serata Lorenza disse solo:
Sei andata via. Questo è fondamentale. Il resto si vedrà.
Lui bloccherà i conti. Anzi, sarà già successo.
Blocca?
Sì. Laveva detto. Quando litigammo lanno scorso: Prova ad andar via, vedrai
Vediamo cosa fa, commentò Lorenza con le labbra strette.
Gennaro non si fece attendere. Quella sera iniziarono le telefonate: prima lui, poi la segretaria, poi la madre di Nadia che, chiaramente, era stata istruita. Al telefono piangeva e diceva che Gennaro le aveva raccontato del crollo nervoso di Nadia dopo la festa, che era uscita sconvolta e aveva bisogno di qualcuno vicino.
Mamma, sto bene.
Nadietta, lui è molto in pena. Dice che ieri sei stata strana, dovresti farti vedere
Ho cantato, mamma. Sono salita sul palco e ho cantato. Non ho avuto un crollo.
Dice che era fuori luogo, che lo hai umiliato
Mamma. Sto bene, sono da Lorenza. Ti richiamo domani.
I conti davvero risultarono bloccati. Nadia lo scoprì la prima volta che tentò di prelevare dal bancomat. Niente soldi. I contanti finivano in fretta, Lorenza non voleva soldi per lospitalità, ma non si poteva continuare così.
Tre giorni dopo Gennaro fece spedire le sue cose. Due uomini sconosciuti lasciarono alcuni sacchetti sotto casa di Lorenza. Dentro cerano abiti buttati a caso: vestiti estivi a ottobre, tacchi a spillo, inutili cianfrusaglie decorative. Nessun capo caldo, nessun libro. Anche quello era un modo per dire qualcosa.
Il giorno dopo la madre la chiamò, Gennaro era stato anche da lei. Le aveva raccontato che Nadia era sempre stata fragile, squilibrata; lui aveva sempre fatto tutto per lei, ma adesso aveva davvero bisogno di un aiuto serio. La madre ascoltava. Lei sapeva ascoltare chi parlava con calma.
Nadia, forse dovresti tornare, parlarne
Mamma, mi sta bloccando i soldi e sparge voci che sono pazza. Capisci cosa vuol dire?
Silenzio.
È un uomo, Nadietta. Loro sono così quando si sentono feriti.
Nadia chiuse la conversazione guardando a lungo fuori dalla finestra. Poi tirò fuori il diploma, lo mise sul tavolo. Copertina blu, lettere dorate. Nadia Bianchi. Diplomata in canto lirico. Non lo teneva in mano da quindici anni almeno.
La mattina dopo chiamò il conservatorio. Chiese di Arturo Bellini, suo vecchio maestro. Pensava non ci fosse più. Invece cera ancora, insegnava ancora benché fosse ormai anziano. Le diedero il suo numero.
Maestro Bellini? Sono Nadia Bianchi. Si ricorda di me?
Pausa.
Bianchi? Quella del quarto anno?
Sì.
Ma certo che mi ricordo. Che fine ha fatto signorina Nadia?
Ho fatto la fine. Maestro, ho bisogno di aiuto.
Si incontrarono due giorni dopo, al conservatorio, in una minuscola aula al terzo piano. Bellini era esattamente come lei lo ricordava: minuto, asciutto, occhi vivaci, le mani appoggiate in grembo. La osservò con attenzione, poi disse:
Siamo invecchiati.
Anche lei.
Ed è giusto così. Sorrise appena. Canti.
Adesso?
Cosa aspetta?
Cantò. Allinizio con incertezza, i polmoni che non volevano seguirla a fondo, la voce tremante sui toni alti. Bellini ascoltava. Quando finì lui disse:
La voce cè, sentenziò. La tecnica un po persa, il respiro va ricostruito. Ma la voce cè. Questo è limportante, Nadia. Si aggiusta tutto il resto.
Quanto tempo?
Dipende da lei. Se lavora seriamente, tra due-tre mesi potremmo riparlare. Silenzio. Perché ha mollato?
Ho sposato.
E suo marito ha proibito di cantare?
Non ha proibito. È successo un poco alla volta.
Bellini la fissò a lungo.
Un poco alla volta, ripeté. Capisco. Beh, Bianchi. Ci rimettiamo sotto.
Cominciarono così. Cada giorno Nadia andava in conservatorio alle nove, via alle due. La voce tornava lentamente, con sbalzi: tutto facile, poi il giorno dopo tutto da capo. Bellini severissimo, niente scuse: La voce non ha età. Ci sono tecnica e volontà. Il resto sono scuse.
Lorenza le trovò un lavoretto: lezioni di canto per anziani al centro culturale. Pochi euro, ma suoi. Tre sere a settimana, donne di sessantanni o più che cantavano per il piacere di farlo, senza ambizioni, solo per lanima. Guardarle era curativo.
Intanto, Gennaro non mollava. Attraverso conoscenti arrivavano voci: diceva che lei se nera andata per un insegnante, che era instabile, che lui aveva sopportato anni e poi aveva dovuto arrendersi. Cambiava versi secondo chi ascoltava, ma il punto era sempre lo stesso: lei squilibrata, lui vittima. Alcuni ci credevano, altri no, altri semplicemente non dicevano nulla. La mamma chiamava poco, stava attenta anche con le parole.
Ma almeno pensi al futuro? A una casa?
Mamma, ci penso.
Gennaro dice che è pronto a parlarne, se torni.
Non torno.
Nadia, potete trovare un accordo. Divorzio, divisione beni
Mamma, mi ha sequestrato i soldi, dice in giro che sono fuori di testa. Con chi fa così non si tratta, si chiude. Basta.
Non aveva rabbia, non con la mamma. Lei veniva da unaltra epoca, altre idee di matrimonio e sopportazione. Accusarla era come volersela prendere con chi non parla una lingua mai imparata.
Un mese dopo Bellini le disse una cosa importante, senza staccare lo sguardo dagli spartiti:
Tra due mesi cè un grande concerto benefico in città. Cercano solisti. Posso consigliare lei.
Nadia si bloccò.
Maestro, non canto davvero da ventiquattro anni.
Lo so.
Ma cè il pubblico?
Diretta TV regionale, raccolta fondi per lospedale pediatrico. Sì, pubblico esigente.
Esitò.
Ci penso.
Pensi in fretta: non la aspettano.
Accettò dopo due giorni. Bellini annuì come se fosse scontato.
Le sei settimane seguenti furono uno dei periodi più intensi della sua vita. Lavorarono al programma: arie dopera, romanze, e come finale, sempre su richiesta di Bellini, di nuovo Rachmaninov, diverso e più difficile. Aveva una stanchezza nuova, che però era vita: non la fatica grigia e appiccicosa degli anni di matrimonio, ma una stanchezza energica.
Lorenza la coccolava e la rimproverava, metteva altro cibo nel piatto, diceva che lavorava troppo e mangiava poco. Nadia rideva: era la sana fatica di chi fa qualcosa per sé. In quei mesi divennero più vicine che mai: vivere in casa insieme senza maschere avvicina.
Tre settimane prima del concerto arrivarono i guai. Un amministratore di produzione la chiamò:
Signora Bianchi, ci sono dei dubbi sulla sua partecipazione.
Faticava a dire chiaramente cosa.
Ha ricevuto chiamate da Gennaro Bianchi?
Pausa.
Non posso dirlo.
Ho capito.
Chiamò Bellini. Lui rispose secco: Venga domani, parlo io con gli organizzatori.
E risolse. Come, Nadia non indagò, ma restò in programma. Ma non era finita. Una settimana prima Lorenza la chiamò agitata:
Nadia, sono venuti due uomini. Dicono di essere mandati da Gennaro. Chiedevano se sei qui.
Che hai risposto?
Che non ti conosco. Ma stanno ancora in cortile. Attenta.
Nadia sentì un gelo improvviso. Non era paura vera, era la consapevolezza: non cederà facilmente. Tutto era sempre stato suo, tutto doveva rimanerlo. Il suo abbandono non era dolore, ma una minaccia allordine secondo lui. E questo non lo accettava.
Ne parlò a Bellini. Lui tolse gli occhiali, li pulì, li rimise:
Tenterà di fermare anche il concerto?
È probabile.
Ha paura?
Nadia rifletté onestamente:
No. Non più. Ho finito la paura.
Va bene. Pausa. Al concerto ci sarà Vittorio Savetti.
Chi è?
Un produttore importante. Lavora nei grandi teatri. Lho invitato. Ha saputo di lei da quella sera in ristorante, qualcuno della sua gente era lì. Vuole sentirla. Canti al meglio, Bianchi.
Lei lo fissò.
Ha organizzato tutto di proposito?
Insegno da quarantanni, rispose Bellini. Ho avuto tre studentesse davvero dotate. Una è partita e ha fatto fortuna lontano. Una è morta giovane. E la terza si è sposata ed è scomparsa. Ho sempre pensato a quella terza. Finalmente lho ritrovata.
Il giorno del concerto fu grigio. Nadia arrivò in teatro due ore prima, passeggiò sul palco vuoto, ascoltò la quiete. Un teatro grande, ottocento posti. File di poltrone che si perdevano nel buio. Amava quei momenti: sala ancora vuota, ma la scena pronta.
Poco prima dellinizio lamministratore la trovò:
Signora Bianchi, fuori ci sono due uomini. Dicono di essere delegati di suo marito. Chiedono che esca.
Non è più mio marito.
Hanno un documento medico, sostengono sia necessario ricoverarla.
Nadia attese qualche istante.
Possono dire quello che vogliono. Io canto. Se vogliono, li lasci entrare. Che ascoltino.
Lui esitò.
Questo è il mio spettacolo, nessuno ha il diritto di fermarmi. Capisce?
Capisco, ma
Chiami Bellini.
Bellini sistemò anche questa. Nadia non seppe mai come, ma quei due rimasero fuori. Poco prima dellinizio vide nel foyer un uomo alto, in palto scuro: Bellini gli parlava, lui ascoltava e annuiva. Doveva essere Savetti.
Nadia entrò in scena terza. Il teatro era pieno. Le telecamere ai lati. Indossava un abito semplice, scelto da lei. Niente lustrini, niente fronzoli. Davanti al microfono guardò la sala.
E iniziò a cantare.
Il primo pezzo venne naturale, quasi felice. Il secondo richiese tutta la concentrazione, per poco non perse una frase ma si riprese. Al terzo, ormai, non pensava più a pubblico, telecamere, messaggi. Solo la musica. Quello era il suo posto. Era lei stessa.
Quando attaccò Rachmaninov nella sala calò una di quelle quieti rare, che parlano di ascolto vero. Nadia cantava sentendo una specie di gratitudine a cui forse somiglia solo la giornata in cui, dopo una lunga degenza, si esce vedendo che il cielo è sempre azzurro. Era sempre lì. Laveva aspettata.
Concluse la sua frase quando, dalla porta laterale, comparve Gennaro.
Lo vide di sbieco. Si avvicinava al palco, gesticolava, urlava qualcosa al vigilante. In volto era rosso. Dietro, unaltra figura.
Nadia cantò fino allultima nota. Senza perdere nulla.
Il teatro si alzò in piedi.
Gennaro si fermò in mezzo alla navata. Accanto a lui già cera Savetti che gli parlava tranquillo, quasi senza gesti. Nadia lo vide rispondere, il volto che cambiava. Qualcosa in lui si spezzava. Non platealmente, ma in modo silenzioso e definitivo: capiva che lì non contava nulla.
Poi si voltò ed uscì.
Dietro le quinte Savetti si presentò a Nadia. Le strinse la mano. Disse solo:
Avevo sentito parlare di lei. Ora lho sentita. Cè da discutere.
Cosa?
Un contratto. Tour. Prima qui, poi allestero. Ho varie sale in Europa che cercano una voce come la sua. Sorrise. Nessuno la ostacolerà. Questo lo garantisco io.
Bellini assisteva. Quando Nadia lo guardò, lui annuì una sola volta. Come a dire che tutto era a posto.
Finalmente, qualche tempo dopo, Nadia e la madre parlarono davvero. Nadia andò in casa da lei, sedute in cucina, la madre la osservava a lungo. Poi disse:
Ti ho vista in tv. Al concerto.
Davvero?
Lorenza mi ha chiamata per farmi accendere la tv. Era tardi, ma ti ho vista. Restava con lo sguardo basso, tormentando la tovaglia. Non sapevo che cantassi così.
Mi avevi sentita al conservatorio.
Era tanto tempo fa. E là ero solo una mamma agitata. Qui invece ti guardavo come chiunque. La guardò in faccia. Nadia, perdonami.
Per cosa?
Per aver creduto più a lui che a te. Parlava bene lui. Tu invece tacevi, mi sembrava tutto a posto. Non capivo.
Nadia le prese la mano.
Mamma, hai capito giusto. Solo con ritardo. Va bene così.
Non sei arrabbiata con me?
No.
La madre pianse piano, senza singhiozzi. Nadia le stava accanto, pensava che perdonare non sia far finta di niente ma portare avanti solo ciò che serve, lasciando indietro il resto.
Passa un anno.
Nadia è dietro le quinte di una sala da concerto viennese, ascolta il pubblico che prende posto. Suoni diversi e uguali dappertutto: fruscio di abiti, voci, qualche colpo di tosse. Il teatro è piccolo ma antico, con stucchi e alte finestre. Fuori nevica.
La sua vita ora è: appartamentino in affitto a Vienna, piccolo ma solo suo. Contratto con Savetti, che le permette di cantare e sostenersi. La valigia per spostarsi. Bellini la chiama una volta a settimana, lavorano a distanza. La madre la raggiunge ogni tanto e si stupisce sempre del coraggio della figlia.
Notizie di Gennaro arrivano solo di rado, per amici. Pare lazienda abbia subito una perdita dimmagine dopo quei fatti, diversi soci si sono defilati. Dopo sei mesi si è risposato con una donna giovane e riservata che nessuno conosce davvero. Nadia lo ha saputo, ha pensato giusto due minuti, ha provato solo stanca comprensione. Certe persone non cambiano mai. Cercano solo una nuova persona comoda.
Povera lei, quella nuova. Ma quella non è più la sua storia.
La sua storia, invece, è fatta di altro: stanchezza da viaggio, discussioni con direttori dorchestra sul tempo, gaffes in lingue straniere, serate sole in hotel. Ma anche: mattina in una città sconosciuta, aprire la finestra e sentire una strada estranea. Applausi che sono per lei, non per chi è al suo fianco. Scegliere un abito senza dover chiedere. Chiamare chi vuole. Chiudere la porta senza nessuno che laspetti per discutere di ciò che ha sbagliato.
A volte pensa agli anni perduti. Senza rabbia, solo riflettendo. Ventotto anni. Sono molti. Avrebbe potuto cantare per tutto quel tempo. Avrebbe potuto diventare qualcuno diverso o, magari, la stessa persona, ma prima. Ma rimuginare su ciò che avrebbe potuto essere è la cosa più inutile del mondo. Ormai lo sa.
Lei adesso esiste. La voce cè. Il palcoscenico cè.
Una collaboratrice fa capolino dietro il sipario e dice:
Signora Bianchi, tre minuti.
Arrivo.
Nadia si sistema labito, quello semplice e elegante che ha scelto da sola. Fa qualche esercizio di respirazione. Chiude gli occhi per un istante.
Nella mente le appare allimprovviso il volto di Gennaro, in quel ristorante, un anno fa. Sorridi male. E lei: Scusa. Sedeva con il sorriso giusto pensando a quanto tempo era che non sentiva la propria voce.
Ora sorride. Non nel modo giusto. Ma nel modo che le va.
Esce.
La sala si zittisce.
E inizia a cantare.





