Il suo scherno gli si è rivoltato contro – ora mangia nella mia cucina per i bisognosiOgni sera, mentre serve la zuppa, abbassa lo sguardo davanti a me, e io gli porgo il mestolo senza dire una parola.

«Le tue polpette non le mangerebbe nemmeno un cane», rise l’uomo, e gettò via il cibo. Adesso mangia nella mensa dei poveri che finanzio io.

Il piatto della cena volò nel secchio. Il tintinnio nitido della porcellana contro la plastica mi attraversò la pelle. Come nei sogni, ogni cosa era nitida e irreale.

«Le tue polpette non le mangerebbe nemmeno un cane», sogghignò, indicando il cane Birillo, che voltava il muso con ostentazione da quel pezzo di cibo.

Maurizio Santini si asciugò le mani con lo strofinaccio costoso che avevo comprato apposta per abbinarlo ai mobili nuovi. Era sempre stato ossessionato dai dettagli, quando riguardavano la sua immagine.

«Gelsomina, te l’ho detto: niente cucina casereccia quando aspetto i soci. Sa di povertà.»

Sputò la parola come se avesse in bocca un sapore marcio.

Lo osservai: la camicia stirata al centimetro, l’orologio costoso che non toglieva neanche a casa. Sembrava una figura di cera in un sogno che non era il mio. E per la prima volta dopo anni non sentii rabbia, né il bisogno di giustificarmi. Solo freddo. Un freddo che entrava nelle ossa e non usciva.

«Arrivano tra un’ora», continuò, senza accorgersi del mio stato. «Ordina le fiorentine dal Savini. E l’insalata di mare. E fai qualcosa per te. Mettiti il vestito blu.»

Il suo sguardo scivolò su di me. «E raccogli i capelli. Quella freschezza ti fa sembrare una donna da due soldi.»

Annuii in silenzio. Solo un movimento meccanico, come se qualcun altro tirasse i fili.

Mentre lui dava ordini all’assistente al telefono, raccolsi lentamente i cocci. Ogni frammento era affilato come le sue parole. Non tentai di rispondere. A che scopo?

Tutti i miei tentativi di «migliorare per lui» erano finiti in umiliazione. I corsi da sommelier li derideva come «hobby per casalinghe annoiate». I miei tentativi di arredamento: «senza gusto». Il mio cibo, in cui mettevo non solo la fatica ma l’ultima speranza di calore, finiva nel secchio.

«Sì, e prendi del buon vino», disse al telefono. «Ma non quello che Gelsomina ha assaggiato ai suoi corsi. Quello vero.»

Io, Gelsomina Bellini, mi alzai, buttai i cocci e guardai il mio riflesso nel forno spento. Una donna stanca, con lo sguardo spento. Una donna che per troppo tempo aveva cercato di essere un mobile comodo.

Andai in camera da letto. Non per il vestito blu. Aprii l’armadio e presi la valigia.

Mi chiamò due ore dopo, quando ero già in un albergo economico alla periferia di Milano. Non ero andata da amiche apposta, così non mi avrebbe trovata subito.

«Dove sei?» La voce era calma, ma sotto la calma si muoveva una minaccia. Come un chirurgo che osserva un tumore prima di asportarlo. «Gli ospiti sono arrivati, ma la padrona di casa manca. Scortese.»

«Non vengo, Maurizio.»

«Che vuol dire non vieni? Ti sei offesa per le polpette? Gelsomina, non fare la bambina. Torna.»

Non chiedeva. Ordinava. Convinto che la sua parola fosse legge.

«Chiedo il divorzio.»

Silenzio dall’altro capo. In sottofondo sentivo musica leggera e tintinnio di bicchieri. La sua serata andava avanti.

«Capito», disse infine con scherno gelido. «Vuoi fare la donna di carattere. Bene. Recita la tua indipendenza. Vediamo quanto dura. Tre giorni?»

Riattaccò. Non ci aveva creduto. Per lui ero solo un oggetto che si era guastato per un attimo.

Una settimana dopo ci vedemmo nel suo ufficio. Lui sedeva a capotavola, accanto un avvocato glabro con la faccia da giocatore di poker. Io ero venuta da sola. Di proposito.

«Allora, ti sei sfogata?» Sorrise il suo sorriso superiore. «Sono pronto a perdonarti. Se, naturalmente, ti scusi.»

Posai le carte del divorzio sul tavolo.

Il sorriso scomparve. Fece un cenno all’avvocato.

«Il mio assistito», cominciò l’avvocato con voce suadente, «è disposto a venire incontro. Vista la sua instabilità emotiva e la mancanza di un reddito.»

Mi spinse davanti una cartella.

«Maurizio le lascia l’auto. Ed è disposto a versarle sei mesi di mantenimento. Una somma più che generosa. Così può affittare un appartamento modesto e cercarsi un lavoro.»

Aprii la cartella. La cifra era umiliante. Non briciole della sua tavola: solo la polvere sotto.

«L’appartamento, naturalmente, resta a Maurizio», proseguì l’avvocato. «È stato comprato prima del matrimonio.»

L’azienda era sua. Non c’era un patrimonio comune. «Lei non ha mai lavorato.»

«Ho gestito la casa», dissi piano ma fermo. «Ho creato un posto dove tornare. Ho organizzato i suoi ricevimenti, quelli che gli facevano chiudere gli affari.»

Maurizio sbuffò. «Casa? Ricevimenti? Gelsomina, non renderti ridicola. Qualunque casalinga lo avrebbe fatto meglio e costando meno. Sei sempre stata solo un bell’ornamento. Che, tra l’altro, ultimamente ha perso smalto.»

Voleva ferire. E ci riuscì. Ma non come aveva previsto. Invece delle lacrime, sentii ribollire la rabbia.

«Non firmo.» Allontanai la cartella.

«Non capisci», intervenne Maurizio, chinandosi in avanti. Gli occhi ridotti a fessure. «Non è un’offerta.»

Era un ultimatum. O accetti e te ne vai in silenzio, o non avrai nulla. «Ho i migliori avvocati. Dimostreranno che hai vissuto alle mie spalle. Come una parassita.»

Assaporò quella parola. «Senza di me non sei niente. Una nullità. Non sai nemmeno cucinare delle polpette. Come pensi di battermi in tribunale?»

Lo guardai. E per la prima volta in anni non lo guardai da moglie, ma da estranea. E non vidi un uomo forte, ma un ragazzino spaventato, pieno di sé, terrorizzato all’idea di perdere il controllo.

«Ci vediamo in tribunale, Maurizio. E sì, non verrò da sola.»

Mi alzai e uscii. Sulla schiena sentivo il suo sguardo ardente di odio.

La porta si chiuse alle mie spalle e tagliò via il passato. Sapevo che non si sarebbe calmato. Avrebbe cercato di distruggermi. Ma per la prima volta in vita mia ero pronta.

Il processo fu rapido e umiliante. Gli avvocati di Maurizio mi dipinsero come una parassita infantile che, dopo una lite per una «cena sbagliata», voleva vendicarsi.

La mia avvocatessa, una donna anziana e pacata, non contestò. Mise solo le prove: scontrini, estratti conto, ricevute. Gli stessi scontrini per gli ingredienti delle cene «inadeguate», le fatture del lavasecco per i suoi abiti prima degli appuntamenti importanti. I biglietti degli eventi in cui allacciava contatti, pagati da me.

Fu un lavoro meticoloso, ottuso. Non per dimostrare il mio contributo all’azienda, ma una cosa sola: non ero una parassita. Io.

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