In vacanza, ho incontrato l’ex fidanzato che diciotto anni fa fuggì da me prima del matrimonio.

– Signora, se ne va, si porti via l’asciugamano dalla sdraio. Da noi non si tengono i posti occupati dalla mattina, – una donna robusta in pareo fiorato bloccò il passo a Chiara verso l’uscita dalla spiaggia.

– La gente arriva e non trova dove sedersi, e voi con le ciabatte lasciate lì per tre ore.

Chiara, senza una parola, sfilò da sotto il materassino la stoffa sbiadita e la arrotolò in un rotolo compatto. Dalle dita colava sabbia fine, lasciando sulla pelle striature grigie di polvere. La passeggiata del piccolo borgo turistico, stretto tra scogli e mare, ribolliva della frenesia del mezzogiorno.

L’altoparlante sulla torretta del bagnino gracchiava, invitando a una gita serale in barca, e davanti alla fontanella si era formata una fila di bambini urlanti e madri stanche.

Chiara camminava verso la casa vacanze lungo uno stretto vialetto asfaltato, oltre le infinite bancarelle di ciambelle gonfiabili e conchiglie. In tasca dei pantaloncini le squillò il telefono: la padrona di casa, Signora Luisa, le ricordava di ritirare la biancheria pulita dalla lavanderia.

Quella vacanza, pagata con i risparmi di un anno e mezzo, doveva essere un momento di silenzio, ma fino a quel momento le portava solo trambusto e stanchezza per via degli estranei.

Aveva comprato un soggiorno al mare, e invece aveva ritrovato la vecchia vergogna.

Al cancello della pensione, sotto un’ampia acacia vecchia, c’era un uomo in pantaloni di lino chiari e camicia sbottonata. Fumava, scrollando la cenere tra i cespugli di ortensie, e osservava i passanti. I capelli sulle tempie erano grigi, sulla fronte profonde rughe, ma quei lineamenti regolari, quel modo di tenere il mento e l’abitudine di far girare l’anello d’argento – Chiara li riconobbe subito.

Diciotto anni prima, quell’uomo aveva lasciato sul comodino della cucina un biglietto scritto sul retro di una bolletta della luce, ed era scomparso dalla città due giorni prima del loro matrimonio.

Nella piccola stanza al secondo piano che Chiara aveva affittato per due settimane, odorava di erbe secche e mobili di plastica economici. Un vecchio ventilatore sulla bassa credenza ronzava, spingendo in giro aria calda. Le cose erano al loro posto: il prendisole piegato sullo schienale della sedia, una fila di creme sullo specchio, un giallo aperto sul letto. Quella prevedibilità quotidiana le aveva sempre dato la sensazione di avere il controllo su una vita che una volta aveva dovuto ricostruire pezzo per pezzo, come una zuppiera rotta.

La sera, quando il caldo aveva ceduto il passo alla brezza marina fresca, qualcuno bussò piano alla porta di legno della veranda comune. Chiara, che stava versando acqua in un bicchiere, si immobilizzò. Appoggiò la mano sul tavolo.

– Chiara, sono io, apri, – arrivò da dietro la porta il familiare baritono, ora più rauco e profondo. – Ho chiesto alla padrona in che stanza stai. Le ho fatto un piccolo regalo, e me l’ha detto.

Lei si avvicinò, tirò il debole chiavistello. Matteo era sulla soglia, con in mano un cesto di vimini pieno di fragole mature e una bottiglia di vino. La vicina della stanza accanto, una giovane bionda tinta, usciva a fumare sulla terrazza comune e rallentò il passo, squadrando l’ospite.

– Allora, ciao, – Matteo varcò la soglia, posò il cesto sul bordo del tavolo e si sedette su una sedia di plastica. – Quanti anni sono passati. E tu sei quasi uguale, solo lo sguardo è diventato severo, inavvicinabile.

– Perché sei venuto? – lei indietreggiò verso la finestra, schiacciando la schiena contro il davanzale. Lo sguardo gli scivolò sul viso, notando i piccoli segni dell’età: una leggera pienezza sulle spalle, l’inizio della calvizia sulla nuca, le borse sotto gli occhi.

– Dobbiamo parlare, Chiara. È passato così tanto tempo, eravamo stupidi, orgogliosi, – si sporse in avanti, appoggiando i palmi sulle ginocchia. – In tutti questi anni ho ricordato. Ti ho cercato, parola mia. Solo che amici comuni dicevano che eri andata in Abruzzo, e invece sei qui al sud in vacanza. Io stesso sono in un centro benessere tre case più in là, per caso ti ho notata tra la folla sulla spiaggia.

– Cercato? – lei sorrise amaro, il viso rimase calmo. – Diciotto anni hai cercato, Matteo? Nella regione vicina? O a tre ore di autobus?

– Allora c’erano problemi, capisci? – sospirò, allargando le braccia. – L’azienda era appena agli inizi, debiti, affari con gente pericolosa. Mi hanno messo alle strette, Chiara. Volevano prendersi l’impresa, minacciavano. Dove dovevo trascinarti dietro? Me ne sono andato per te, per non metterti a rischio. Ero giovane, stupido, pensavo fosse meglio così. Volevo salvarti da quell’incubo.

Dalla finestra aperta arrivò un forte pianto di bambino – nel cortile qualcuno era caduto dal monopattino. Al piano di sotto, in cucina, rumore di pentole e il colpo di un coltello sul tagliere – la padrona preparava la cena. La solita vita frenetica della casa vacanze scorreva, trasformando le parole dell’uomo in un rumore vuoto.

Il sole mattutino filtrava attraverso le tende sottili, disegnando sul linoleum lunghe strisce gialle. Chiara sedeva nella cucina comune, aspettando che bollisse il bollitore smaltato. Le vicine di piano, due anziane signore di Bari, bisbigliavano vicino al lavandino, pulendo un contenitore di plastica.

– Senti, Chiara, quel tuo corteggiatore ieri ha chiesto alla Luisa per quanto tempo sei qui, e se sei sola, – quella più giovane, con una pedicure vistosa, si girò verso di lei. – Un uomo serio, si vede subito. La macchina al cancello – costosa, nera. Gentilissimo, ha portato una scatola di cioccolatini alla Luisa. Bada, non lasciarti sfuggire la fortuna, alla nostra età certi uomini non capitano tutti i giorni.

– Non capitano, – ripeté piano Chiara, guardando l’acqua che bolliva.

Matteo la intercettò verso mezzogiorno al molo, quando era iniziata una pioggerella fine che aveva subito disperso la gente sotto tende e bar. Le si avvicinò, tenendo sopra di lei un grande ombrello nero, e le prese il gomito. Sapeva di tabacco e dopobarba.

– Andiamo a cena stasera in un posto decente, Chiara? Qui a cinque chilometri c’è un ristorante stupendo, proprio sulla scogliera. Sediamo, ricordiamo la gioventù. Ora sono libero, con mia moglie ho chiuso tre anni fa, niente figli. Ho tutto: un’azienda a Firenze, una casa fuori città, un appartamento grande. Ma l’anima, in tutto questo, non c’è. Mi manchi tu, quella nostra sincerità.

Chiara si fermò, liberando il braccio. Si girò verso di lui. Lo guardò attentamente negli occhi, cercando di trovare almeno un’ombra di quel ragazzo diciannovenne che aveva amato, per cui sarebbe stata pronta a lasciare gli studi e partire. Ma davanti a lei c’era uno sconosciuto, un uomo di quarant’anni troppo sicuro di sé, che cercava di comprare il suo favore con una cena al ristorante.

– Ho altri programmi per stasera, Matteo.

– Ma dai, che programmi vuoi avere in questo buco? – sbuffò, agitando una mano verso le grigie palazzine del paese. – Quanto hai pagato per questa vacanza? Due soldi. Io in un solo giorno ti do di più, basta che ti trasferisci da me al centro benessere, c’è una suite libera. Non è il tuo livello stare in un affitto privato, battere pentole nella cucina comune. Con me vivrai come una regina. Perché taci? Non è rimasto proprio niente di quella di una volta?

Davanti a loro passò una pescivendola locale, portando una borsa frigo pesante. Lanciò a Chiara uno sguardo rapido, in cui si leggeva la curiosità da paesana: guarda che schizzinosa, rifiuta il naso a un uomo così.

Dalla strada arrivò un forte stridore di freni – l’autista di un autobus aveva quasi investito un cane. Per un attimo calò il silenzio, rotto solo dalle gocce di pioggia che battevano sul tessuto teso dell’ombrello.

– Sai, Matteo, – Chiara fece un passo indietro, uscendo sotto le gocce sottili. – Mia madre, dopo la tua fuga, è stata in ospedale due mesi. Pressione alta. E il mio vestito da sposa è rimasto nell’armadio per tre anni, non riuscivo neppure a buttarlo, mi faceva schifo solo guardarlo. Pensavo ti fosse successa una disgrazia, ho cercato tramite conoscenti. E tu mi salvavi. Dai debiti. Nella tranquilla Perugia, dove ogni cane ti conosceva.

– Ma perché rimestare il passato? – Matteo distolse lo sguardo, facendo girare l’anello al dito. – Chi di noi a diciannove anni non ha fatto sciocchezze? Avevo affari, cercavo di sopravvivere come potevo. Adesso posso rimediare tutto. Realizzo ogni tuo desiderio, capisci? Vuoi che domani andiamo in città, in gioielleria?

La pioggia verso sera si fece più forte, trasformandosi in un acquazzone con temporale. L’acqua sferzava i vetri della casa vacanze, allagando il cortile stretto e trasformando i sentieri argillosi in ruscelli di fango. I villeggianti se ne stavano nelle stanze, dalle finestre arrivavano suoni di televisori accesi e ticchettio di domino.

Chiara sedeva sul letto, con le gambe raccolte. Dentro di sé era calma, come se la vecchia ferita si fosse finalmente rimarginata. Non c’era rabbia, né voglia di sfogare rancori, né quel dolore antico che le impediva di iniziare nuove relazioni. Restava solo un lieve stupore per quanto quell’uomo fosse arrivato tardi con le sue promesse di una bella vita.

Verso le dieci di sera il telefono squillò di nuovo. Sul display apparve un numero sconosciuto, ma Chiara sapeva chi era.

– Pensaci bene, Chiara, – Matteo parlava forte, cercando di sovrastare il rumore della pioggia. – Resto qui fino a fine settimana. Camera trecentodue, edificio principale. Vieni, sediamo senza tutta questa sporcizia da strada. Basta fare la sostenuta, siamo anime affini. Abbiamo perso tanti anni per stupidaggini, perché sprecare tempo adesso con i risentimenti?

– Buonanotte, Matteo, – disse con voce calma e premette il tasto rosso per chiudere.

Si alzò, andò alla finestra e tirò le tende, tagliando fuori la stanza dal temporale infuriato. La vita da tempo scorreva su un altro binario, e in quel nuovo binario non c’era posto libero per Matteo.

Venerdì il tempo tornò al bello. Il cielo si schiarì, diventando blu, il sole picchiava già dal mattino, sprigionando dall’asfalto un odore pesante. La passeggiata si riempì di nuovo di gente in pantaloncini colorati e con materassini gonfiabili.

Matteo non si fece più vedere al cancello della pensione. Signora Luisa, di passaggio al mattino, notò che la macchina nera era partita verso l’autostrada – a quanto pare l’ospite se n’era andato anzitempo.

– Così se n’è andato il tuo commerciante, Chiara, – la padrona di casa scuoteva un tappetino dalla veranda. – E tu sei stata sciocca, ragazza, scusa una vecchia. Un uomo così importante, coi soldi. Avresti potuto vivere a Firenze adesso, invece di stare nel tuo ufficio a battere i centesimi. Ma cosa ti mancava? Ha scappato in gioventù, sì, ha avuto paura delle responsabilità. Ora voleva rimediare, eccome.

Chiara non rispose, sorrise soltanto. Prese l’asciugamano, la borsa con un libro e si diresse verso il mare, cercando di stare sul lato ombreggiato della strada.

La sera, quando il sole cominciò a calare all’orizzonte, tingendo l’acqua di rosa, lei sedeva sul bordo del molo, lontano dai bar rumorosi e dai parchi giochi. Odorava di acqua salata, iodio e alghe portate a riva dalla tempesta. Chiara tirò fuori dalla borsa dei fichi comprati al mercato, spaccò con cura il frutto a metà.

In basso, proprio sull’acqua, un anziano con un cappello di paglia stinto infilava pazientemente un verme sull’amo, mentre suo nipote di circa sette anni osservava il galleggiante. La solita vita semplice scorreva.

Chiara bevve un sorso di minerale ormai tiepida e guardò il tramonto che si spegneva. Davanti a sé le restava ancora un’intera settimana di vacanza.

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