La mamma non arrivò. Tutti gli altri bambini erano già stati ripresi dai genitori, rimase solo un piccolo, Ettorino. Giocava silenziosamente con una macchinina in un angolo del gruppo. Lassistente, Signora Ginevra, lanciava occhiate scontente allorologio. Ettorino sospirò a pieni polmoni, guardò il buio foglio della finestra e poi la porta.
«Signora Ginevra, a pranzo ho visto un grosso cane vicino al cancello», disse alzando la voce, «forse è ancora lì. La mamma è fuori e non osa entrare. Possiamo andare a spaventarla?»
«Non cè nessun cane», rispose la Signora Ginevra. «Non inventarti cose. Provo a chiamare ancora la mamma di Ettore».
Prese il telefono e compresse nuovamente il numero di casa. Nessuno rispose. Guardò lorologio con preoccupazione.
«Sarà successa qualcosa», pensò. «Non è mai successo prima. Ettore non ha il papà, la mamma è sempre molto attenta. Ama il figlio. Se si fosse trattenuta, almeno avrebbe telefonato per avvisare.»
«Ettorino, vestiamoci. Andiamo a casa mia a fare una visita», propose.
«Mmadre?», balbettò il bambino, «arriverà, ma noi non siamo ancora qui.»
«Le lasceremo un bigliettino», intervenne la Signora Ginevra, «lo leggerà e verrà a trovarci. Le darò lindirizzo e il numero di telefono. È tardi, muoviamoci. Ho un gatto che ha fame.»
«Un gatto vero? Posso giocare con lui?» chiese Ettorino, gli occhi che brillavano.
«Certo, andiamo.»
Lappartamento di Ginevra colpì subito Ettorino: era caldo, accogliente, profumato di focaccine appena sfornate. Un grosso gatto dal manto rosso, pigro ma affettuoso, si lasciava accarezzare e sopportava con pazienza le marachelle del piccolo. Dopo aver sorseggiato un po di tè, Ettorino si addormentò.
Ginevra lo adagiò delicatamente sul letto e, con il telefono ancora in mano, si diresse in cucina. Dopo lunghe conversazioni con gli agenti di polizia e con il reparto incidenti, scoprì che in ospedale era stata ricoverata una giovane donna gravemente ferita in un incidente stradale, incosciente.
«Quando si riprenderà, per favore ditele che il suo bambino sta bene, che rimarrà con me e che la visiteremo», chiese.
Tornata in camera, Ginevra trovò Ettorino seduto sul letto, gli occhi pieni di lacrime.
«Dove è la mia mamma?», singhiozzò. «Voglio tornare a casa, dalla mamma. Non voglio stare qui. A casa mia la mamma piange e anche il lettino piange. Tutti i miei giochi mi aspettano. Portatemi a casa, voglio stare con la mamma.»
«Ettorino, tesoro», la Signora Ginevra lo confortò, «non piangere, piccolo. La mamma è occupata, è al lavoro. Stai tranquillo, qui va tutto bene. Ti voglio bene e il gatto ti vuole bene.»
«No, lei sta aspettando me», continuò a piangere il bambino, «non posso stare senza la mamma. E la mamma è volata su un cielo?»
«No, non è volata», rispose Ginevra, «tutto è a posto. Perché lo chiedi?»
«Il papà è andato su un cielo», rifletté, «e anche la nonna. Guardano da lassù e si rallegrano quando mi comporto bene. E se anche la mamma andasse su quellalto cielo?»
Ginevra lo avvolse in un abbraccio, posandogli la testa sulla spalla.
«Non temere, la tua mamma è forte. Domani ci alzeremo presto e andremo a trovarla. Non è al lavoro, è in ospedale perché è ammalata.»
«È come me? Ha mal di gola?», chiese il piccolo.
«Sì, ha un po di gola e anche la mano le fa male, ma starà meglio. Tornerà a casa con te.»
«Vuole del latte caldo con miele, vero? La porteremo quel latte?»
«Certo, lo porteremo. Adesso dormi e chiudi gli occhietti, ti racconterò una fiaba.»
«Signora Ginevra, perché vive da sola?», chiese improvvisamente Ettorino.
La domanda colse Ginevra di sorpresa; gli occhi le si riempirono di lacrime.
«Avevo un figlio e un marito. Erano andati in campagna, io rimasi a casa a pulire. È avvenuto un incidente. Ora vivo sola con il gatto. Mi dispiace di non esserci stata per loro.»
«Sono andati su quel cielo?»
«Sì, su quel cielo», sospirò Ginevra.
«Non pianga, Signora Ginevra», le disse il bambino, «loro ti guardano dallalto. Quando sei felice, loro sono felici; quando piangi, anche loro piangono. Me lha detto la mamma. Non facciamo loro del male, restiamo sereni insieme.»
Ginevra asciugò le lacrime, lo abbracciò e lo baciò.
«Andiamo a dormire, domani dobbiamo alzarci presto. Ti chiedo di stare ancora un po con me finché la mamma sarà in ospedale. Io e il gatto saremo più felici insieme. Daccordo?»
«Daccordo», annuì Ettorino, «aiuterò a lavare i piatti. Posso chiamarti nonna? Non a scuola, qui soltanto.»
«Puoi, Ettorino. Buona notte.»
Ginevra rimase a guardare fuori dalla finestra, asciugando ancora qualche lacrima. Ettorino dormiva tranquillo su quel letto diverso dal suo.
Passarono gli anni.
Ettorino si svegliò presto, saltò dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava laroma di focaccine appena sfornate. Si avvicinò.
«Nonna, che cosa fai così presto?», chiese, baciando Ginevra sulla guancia.
«Non riesco a dormire. Ho pensato che ti alzeresti con la mamma, così ho preparato le focaccine. Ti porto del latte caldo. E quando arriverà il momento, ci incontreremo di nuovo nel cielo, come sempre.»
Quella mattina, la piccola casa profumava di dolcezza e di speranza. Ettorino capì che, anche quando le persone che amiamo non sono più accanto a noi, il loro affetto resta vivo nei ricordi e nei gesti di chi ci vuole bene. Così, imparò che la vera forza è custodire nel cuore la loro presenza e condividere il calore con chi ancora cammina al nostro fianco.







