Il Lupo Solitario

Birbone

Oh, quanto sei severo, Vincenzo Bianchi! Non per niente ti chiamano Il Lupo Solitario! Sorridere, da te, mica si ottiene facilmente. Basta guardarti un attimo che la gente si rabbuia. Sembra quasi che ti abbiano messo nel freezer. Che cos’ha che non ti va giù, la vita?

Assunta aveva ancora qualcosa da dire, ma Vincenzo non ascoltava più. In silenzio afferrò la borsa con gli acquisti dal banco della minuscola bottega di paese e si avviò verso luscita.

La tua Lucia è tornata dalla madre qualche giorno fa. E col bambino. Senti, Vincenzo! E se fosse il tuo, quel ragazzino? Deve davvero crescere senza padre? Le somiglia pure!

Vincenzo si fermò sulla soglia, quasi inciampando nello scalino di scarsa altezza. Ma non si voltò. A che pro? In paese sanno già tutto, o inventano quel che non sanno. Di spiegare non aveva mai avuto voglia e non ne sentiva il bisogno: quelle erano cose tra lui e Lucia. Gli altri non c’entravano.

Il sole, sorprendentemente caldo per essere primavera, gli scaldava il volto e lo costrinse a stringere gli occhi. Le palpebre si abbassarono e la faccia di Vincenzo parve scolpita nella pietra. Avanzando ad occhi chiusi, fece appena in tempo a sentire un grido infantile:

Attento!

Un ragazzino, correndo verso la bottega, afferrò al volo due cuccioli di cane che giocavano sui gradini.

Non li schiacci, la prego!

Naso un po spelacchiato, occhi scuri e profondi, orecchie leggermente sporgenti: era davvero simile a lui. Non per nulla le comari del paese facevano tanto pettegolezzo. Vincenzo però sapeva con certezza che quel ragazzino che ora lo fissava curioso non poteva essere suo figlio. Parente, certo, ma non così stretto.

Non le serve un cucciolo? Guardi che zampe! Diventerà forte come un lupo!

Vincenzo fece cenno di no, poi si allontanò svoltando nel primo vicolo che trovò, anche se non era quello giusto per tornare a casa. Appena pochi passi e le forze lo abbandonarono: si appoggiò alla recinzione alta di casa Ferrara, cercando aria.

Perché tutto questo? Perché è tornata proprio adesso? Perché portarsi dietro quel bambino che sarebbe potuto essere mio, se le cose fossero andate diversamente? O forse il suo Roberto lha abbandonata davvero?

Pensieri troppo fitti non gli diedero tregua, il cuore perdeva il ritmo come sette anni fa. Tutto ricordava, tutto faceva male.

Luisa Ferrara fece sbattere il cancello, alzò le sopracciglia stupita e corse verso di lui:

Vincenzo! Ti senti male? Vieni, ti aiuto! Chiamo Carlo?

Le mani calde di Luisa gli scivolarono sulle spalle, Vincenzo aprì finalmente gli occhi.

Non serve, Lù. Grazie. Tra poco mi passa…

Ma dove vai, testone! Appoggiati a me, forza! E cammina piano. Così, bravo. Sei una roccia! Vincenzo, ti logori il cuore così! E se poi finisci male, che racconto io ai tuoi? Sei pure mio paziente, ricordi? Non costringermi a sentirti in coscienza. Ora ti misuro la pressione e ti faccio una puntura, magari due! Poi sarai fresco come una lattuga dellorto! Avanti!

Le gambe non volevano saperne, ma Luisa era abbastanza forte da trascinarlo quasi di peso dentro il cortile. Spinse il cancello con il piede, richiudendolo, e gridò:

Carlo! Vieni qui!

Di quel che accadde dopo, Vincenzo ricordava poco. Si risvegliò sul divano di Luisa; qualcosa gli opprimeva il petto. Temette fosse un infarto, ma vide una grossa gatta grigia che, sdraiata accanto a lui, leccava un micino. Gli altri gattini gli si erano accoccolati proprio sul torace.

La Briciola nostra le sente le anime buone. Se ti ha portato i figli suoi vicino, vuol dire che vali, Vincenzo. Ai cattivi non si concede mai.

Luisa mise via i quaderni delle figlie e iniziò a rigirargli intorno.

Ecco, benone! Il battito è già più regolare. Però, Vincenzo, non farmi più certi spaventi! Le strade sono un pantano ora, se succede qualcosa lambulanza nemmeno arriva! A chi lasci la tua Lilla e il Pepe?

La mucca è una forza ma se mi ammalo, chi pensa a lei?

Solo allora Vincenzo si accorse delle tende tirate e della luce accesa.

Che ora sè fatta, Lu?

Tardi! E non ti lascio rientrare stasera. Resti qua. Ho visto la Lilla, sta bene.

Luisa posò lo stetoscopio, abbracciò di sfuggita il marito e corse in cucina. Carlo prese posto vicino a Vincenzo.

Non ti senti bene?

Così, non so.

Lo so. Lucia.

Non tornareci su, Carlo… Vincenzo si voltò e incrociò gli occhi della gatta.

Guarda, anche la Briciola capisce come stai. Carlo le grattò la testa, sorridendo. Sai, lei ha portato tutti i suoi gattini vicino a te, come per starti vicino. Ha lasciato la cesta e li ha trascinati una a una, finché non li ha visti tutti sul tuo cuore. A volte, bisognerebbe imparare dagli animali, Vincenzo. Tu ti chiudi in te stesso, ma quanto credi di reggere? Capisco che vuoi fare tutto da solo, ma ogni tanto un amico serve. Tanto, lo sai che non ti mollo.

Ma come puoi aiutarmi, Carlo?

Mia nonna diceva: Le disgrazie bisogna vuotarle fuori. Se le tieni dentro, ti divorano. Non chiedevo prima, ma oggi mi sono deciso. Lupo Solitario, sì, ma sempre uomo. E gli uomini hanno bisogno della loro gente. Noi due ci conosciamo da una vita: sei arrivato in paese in terza media, no?

Prima superiore…

E pensa! Siamo già quasi canuti, eppure ci si nasconde. Tutti insieme, ma ciascuno col proprio dolore. Non è giusto… Scusa. Se vuoi, parliamone finalmente. Sai che se posso aiutare lo faccio.

Dai… Vincenzo accarezzò i micini e poi lo disse. Di cosa devo raccontarti, Carlo? Mi vergogno. Sono cose da uomini, non si lavano i panni sporchi fuori casa. Tu sai quanto ho amato Lucia. Era sotto ai tuoi occhi. Già dal liceo. Persino quando tornai dal militare, corsi subito da lei. Lei mi ha aspettato. Tu eri testimone al municipio. Conosci tutto.

Sì, ma non ho mai capito cosa è successo tra voi. Stavate bene, poi tutto allimprovviso! Lucia che va in città, tu che ti chiudi nella baita in montagna. Mi ricordo tua madre che dovette vendere la mucca, piangeva…

Lei non sapeva nulla. Ho detto che non amavo più Lucia. Mia madre e mio padre volevano quasi disconoscermi…

Ma non succede mai senza motivi. Che c’è stato?

Vincenzo non rispose, ma gli occhi erano asciutti: aveva finito le lacrime nel bosco, anni fa, urlando il nome di Lucia. Non cera perdono, né modo di andare avanti.

Non credo mai che lei ti abbia tradito. Lucia non è tipo.

Vincenzo sospirò e fissò Carlo con occhi neri.

Ho visto con i miei occhi. Se qualcuno me lo avesse detto, non ci avrei mai creduto…

Carlo sbottò:

Raccontami tutto dallinizio! Non mi tornano i conti.

Nulla qui è pulito. Lei mentiva. Diceva di amare solo me. A causa sua ho perso tutto: moglie, famiglia, anche i cugini non mi parlano più. Qui, la gente vuole uomini forti. Ma dovè la forza se la moglie ti preferisce un altro? Così, alla fine, sono rimasto niente anchio…

Andiamoci piano! Allepoca stavi via spesso per lavoro, volevamo pure aprire una piccola azienda agricola… Ed è stata Lucia la prima a volere i cavalli. Suo padre era un esperto… Lei di certo non si limitava a fare finta! Mi convinse lei a scendere in città per parlare con le persone giuste, e io andai. Lei rimase…

Non so di nessuna voce, nemmeno i pettegolezzi. E di solito le dicerie qui corrono!

Perché tutto accadde solo fra le mura di casa. Nessuno lo seppe, per anni. Vincenzo chiuse gli occhi. Scusa, Carlo, ma è troppo. Tieni tutto dentro e alla fine ti schiaccia.

Carlo abbassò la testa, incredulo:

Con chi? Non mi dire…

Con Roberto, mio cugino. Lui e sua madre erano venuti ad abitare da noi quel periodo. Sei mesi in casa. Avevamo grandi progetti, il trasloco, Lucia voleva un bimbo. Provavamo ma niente, poi decidemmo di affidarci al destino. E il destino ha deciso… ma per qualcun altro.

Ho visto il ragazzino. Non ci credo che Lucia abbia fatto una cosa simile!

Che dubbi vuoi avere, se sono entrato in cucina e li ho trovati abbracciati? Lui la baciava, e lei non si difendeva! Vincenzo si agitò ma la gatta, con autorità, lo atterrò con una zampa e preso un micino per la collottola, rimise ordine.

Madre protegge sempre i figli, anche quelli non ancora nati… Lucia voleva davvero un figlio. Io non volevo accettare di essere io la causa, allora lei ha scelto per conto suo…

Non rimuginare troppo! Ti sei fatto mille film da solo!

Ne ho avuti di anni

E magari il bambino non è neanche di Roberto! Strano tu che ti sia isolato così

Lo so far di conto anchio, Carlo. Oltre le chiacchiere, non tornano i numeri.

Tua zia, la madre di Roberto, venne a trovarti dopo la nascita del bimbo, giusto?

Sì. Mi ha spiegato tutto, a suo modo.

E che hai visto davvero tu, quando sei tornato a casa? Era proprio tutto chiaro?

Erano insieme in cucina, Roberto la baciava e Lucia lasciava fare!

Luisa riapparve in stanza tenendo una siringa.

Niente paura, Vincenzo, ora ti faccio una bella puntura e ti calmi, riposi e ci pensiamo domattina.

Vincenzo annuì, senza più trattenersi. E il sonno prese tutto.

Carlo si spostò in cucina con Luisa.

Hai sentito tutto?

Tutto.

Che ne pensi?

Vado a fare due passi, Carlo. Questa storia va chiarita. Ieri ho visto Lucia: è solo uno spettro. Soffre troppo. Credo che sia solo dolore, non colpa. Se avesse avuto sensi di colpa, eviterebbe lo sguardo; invece ti guarda tranquilla. Dev’esserci dellaltro. Vado a parlare con zia di Vincenzo. Poi passo da Lucia. Sto troppo in pensiero per lui. Non regge più.

Luisa prese una giacca e uscì. Carlo rimase sulle scale a pensare. La vita è proprio strana: cerchi di acciuffare la felicità, ma si sfila sempre di mano come una piuma. Avevano passato di tutto, lui e Luisa, anche la perdita di un figlio, e avevano accolto le gemelline come un dono dopo anni di dolore. Luisa si era tormentata per aver mancato i segni della malattia del piccolo, ma alla fine aveva trovato la forza.

Guardando Lucia e il figlio, capiva bene cosa significa crescere senza entrambi i genitori davvero presenti: la madre spezzata, il padre fantasma. Un bambino da solo non può farcela. Servono due spalle, due cuori.

Carlo aspettò la moglie fumando, ragionando. Quando sentì il cancello poco prima dellalba, le andò incontro. Vedendola in lacrime, l’abbracciò subito:

Va tutto male?

Oh, Carlo La gente sa essere peggio degli animali.

Luisa pianse come una bambina fra le sue braccia.

È figlio suo! È figlio di Vincenzo, ora lo so per certo. Sua zia, Rosa, mi ha confessato tutto.

Come mai te lha detto proprio adesso?

Non lo so. Forse era ora che la coscienza si facesse sentire. Forse le ho fatto paura io. Sono prima passata da Lucia: mi ha raccontato la sua versione dei fatti. Era già incinta il giorno in cui Vincenzo li ha sorpresi insieme, ma non aveva avuto il coraggio di dirlo. Dopo tre aborti temeva pure la parola, e preferiva aspettare. Lui ha frainteso tutto e lei non ha reagito. Due testarde! Nessuno che parli! Ecco il risultato. Una rovina.

E Rosa, che centra?

È lei la vera causa di tutto. Ha manovrato la vicenda per vendicarsi della sorella, la madre di Vincenzo. Una rivalità nata ai tempi, per un uomo, e mai sopita, fino ai capelli bianchi. Quando tornò dal paese dopo essere rimasta vedova, fu accolta in famiglia. Ma covava rancore da sempre, e appena trovò il modo di fare male, non perse tempo.

E come Carlo incalzò.

Uomini, donne, gelosie tutto mescolato. Rosa ha spinto suo figlio Roberto ad avvicinare Lucia. Sperava che creando discordia nella famiglia della sorella, avrebbe pareggiato i conti di una vita. Solo che così ha distrutto anche il futuro di Vincenzo e Lucia. Poi, davanti a me e sua sorella, ha confessato piangendo.

E lei, la madre di Vincenzo?

Le ha dato uno schiaffo e poi si è sciolta in lacrime. Ha detto di andarsene dal paese con Roberto: nessuno vuole vederli più qui. Solo dopo è corsa da Lucia per chiederle scusa.

Luisa sospirò.

Abbiamo risolto tardi, Carlo. Poteva essere tutto più semplice, con un po di parole e fiducia. E invece, ognuno chiuso nel proprio dolore! Roba da matti.

Dai, andiamo a fare colazione Ho fame!

E tu vorresti che ti preparassi pure le frittelle? Va bene, oggi le meriti, dopo una notte così!

***

Il sole si era appena riversato sul cortile, quando Vincenzo uscì traballando ancora dalla debolezza. Strinse le palpebre per il bagliore e sentì una voce:

Sei tu mio papà?

Il bambino se ne stava seduto sui gradini, stringendo un cucciolo.

Guarda, che zampe forti! Diventerà fortissimo, vero?

Vincenzo tirò un respiro profondo e si sedette accanto a lui, accarezzando il cane:

Sarà un cane speciale. Hai fatto una buona scelta.

Gli occhi del ragazzo, proprio uguali ai suoi, lo scrutavano senza distogliere lo sguardo. Vincenzo posò timidamente una mano sulla spalla del bambino e, stringendogliela:

Sì. Sono io tuo padre, Sergio.

Allora vieni! La mamma sta preparando la colazione. Cè anche la nonna, oggi mi porta con sé a vedere i cavalli. Posso venire?

Vincenzo capì che la morsa che lo stringeva da anni era finalmente svanita. Dentro, sentì una libertà nuova, e la voce gli tornò quella di un tempo: ferma e serena. Preso il cucciolo dalle mani del figlio, si alzò e sorrise:

Certo che puoi! E ora andiamo, abbiamo un sacco di cose da fare, figlio. Un sacco di cose insieme.

Oggi ho imparato che il dolore, a tenerlo dentro, finisce col soffocare tutto. Parlare anche solo, finalmente, con una persona cara può salvare la vita e ridare alla famiglia quel sole che pareva scomparso per sempre.

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