Trappola di fiducia
Ti rendi conto? La proprietaria dellappartamento che ho avuto la sfortuna di affittare ora pretende che me ne vada! esplose Alberta, piombando nellingresso della casa dellamica come un uragano. Si lasciò cadere sul divano con uno schianto, fissando il soffitto con rabbia, come se fosse lui il responsabile di ogni sua disgrazia.
Vittoria la osservò con un peso nel cuore. Alberta sembrava una bambina a cui avessero appena portato via il giocattolo preferito: gli occhi brillavano di lacrime trattenute, le labbra le tremavano, lo sguardo smarrito. Una scena che sapeva di tragedia imminente.
Mi ha dato due, dico, DUE giorni! continuò Alberta, agitando le mani nel vuoto. Ma ti pare? E dove dovrei andare a dormire? In strada?
A sentirla, Vittoria si rabbuiò. Conosceva bene la signora Anna Palmieri, la padrona di casa: donna ragionevole e saggia, da sempre. Cosera successo perché prendesse una decisione simile?
Cosa avete combinato? chiese piano avvicinandosi alla finestra, uno sguardo rivolto giù sul cortile. Anna Palmieri mi è sempre sembrata giusta e a modo, fatico a crederlo
Era la quinta volta in unora che si sporgeva a guardar fuori, e Alberta si indispettì: come osava prestarle così poca attenzione?
Ma tu mi ascolti o no? Qui sono con il cuore in mano, e tu guardi la strada!
Scusami balbettò Vittoria, girandosi in fretta. Aspettavo qualcuno Ma ti ascolto, racconta.
Alberta sbuffò, ma riprese con unaria teatrale, gesticolando nervosamente:
Ha fatto una scenata, tutta gelosa di suo marito! Ma ti pare? Come se io potessi mai interessarmi a uno così! fece una pausa, poi riprese a raffica: Lui era venuto a sistemare il rubinetto da giorni gocciolava e mi faceva impazzire! Tic, tic, tic, giorno e notte Stavo per sfasciarlo io stessa, pur di farla finita!
Uno scintillio divertito apparve negli occhi di Vittoria pensando allamica, vestaglia svolazzante, armata contro il rubinetto maledetto. Alberta però non notò nemmeno il sorriso di complicità era troppo impegnata nel proprio sfogo.
Insomma, riprese arriva lui la mattina. Io mi ero da poco alzata, mi sono aperta la porta in vestaglia, e allora? Non ero mica nuda! si versò un sorso di tè, la gola asciutta. E poi abbassò la voce, come raccontando un segreto dopo neanche mezzora arriva lei. Anna Palmieri in persona, come un fulmine dal cielo! Ci trova lì, suo marito in tuta e io accanto, in vestaglia Con uno sguardo che non lasciava dubbi!
Vittoria colse lattimo per inserirsi:
Quindi pensi che abbia frainteso tutto?
Certo che lha fatto! sbottò Alberta, gesticolando ancora di più. E tutto per cosa? Non mi piacciono nemmeno gli uomini come lui! Sta perdendo i capelli, pancetta in arrivo, parla solo di tubi e valvole Ma come dovrebbe saperlo lei che non mi interessa affatto? Ha visto e ha deciso tutto da sola!
Si abbandonò allo schienale, le braccia incrociate:
Ora vuole che lasci casa entro due giorni. Dice che non vuole compromettere il suo appartamento. Compromettere, capisci? Come se avessi combinato chissà che! E ora? Dove vado?
Fammi capire, chiese Vittoria, fissando un dettaglio apparentemente secondario e non ti sei neanche cambiata, in tutto quel tempo?
Ma no, avevo sonno! Apro la porta e basta, neanche ci ho pensato. Che male cè? Una normale vestaglia da casa!
Vittoria non poté fare a meno di ridere, ripensando a quella vestaglia che avevano scelto insieme. Alberta volteggiava allo specchio, entusiasta: Guarda che linea! Elegante, femminile! Ma in realtà era trasparente, con pizzo e corta quanto basta.
Conosco bene le tue vestaglie rise Vittoria, con una punta di malizia Il povero idraulico avrà avuto il batticuore!
Alberta la fulminò con gli occhi, leggermente offesa:
E tu che fai? Stai dalla mia parte, sì o no? Qui rischio di dormire sui gradini e tu fai battute!
Un sospiro pesante uscì dalle labbra di Vittoria, si passò una mano sul viso, come a cacciare i brutti pensieri. Era evidente che Alberta fosse davvero a pezzi, ma lei stessa viveva momenti difficili.
Mi dispiace, Alberta, oggi non sono la compagna giusta per gli sfoghi ammise infine, lo sguardo a terra. Tutto per colpa di Matteo.
A quelle parole, Alberta cambiò completamente tono: scrutò lamica avvicinandosi con sincera preoccupazione.
Parli del tuo ex marito? Rimpiangi il divorzio? Te lavevo detto di pensarci bene, sai. Ormai non cè modo di tornare indietro: Matteo non ti perdonerà mai, dopo quello che gli hai fatto.
La voce era ferma, colorata da una lieve nota di amara ragionevolezza, come chi sa di avere dato il consiglio giusto e vedere che non è stato ascoltato.
Vittoria si irrigidì, fissò Alberta con occhi di fuoco. Dopo tutto quello che aveva raccontato riguardo al matrimonio come poteva dirle simili cose?
NO. Non mi pento, neppure per un istante scandì, fredda, Anzi, rifarei tutto, e subito.
Quella fermezza gelò la stanza. Nessuna esitazione nella voce, il capo proteso in avanti a sottolineare ogni sillaba, come un sigillo definitivo.
Alberta fece spallucce, si appoggiò nuovamente allo schienale, le braccia ancora incrociate, faccia scettica:
Hai sbagliato, comunque. Gli uomini per bene non si trovano più.
Se sono così per bene mormorò Vittoria con velata amarezza.
La conversazione si spense da sola. Vittoria tornò di nuovo alla finestra, irrequieta, preda di una sottile ansia. La vista le cadde sulla strada e improvvisamente sentì bruciare le mani.
Parcheggiata sotto casa cera una Fiat bianca. Identica a quella di Matteo. Sentì il cuore batterle in gola, sudore gelido tra le dita. Si scostò in fretta, cercando con lo sguardo, febbrile, tra il tavolo, il divano, il pavimento.
Il mio cellulare dovè mormorò tremante, abbassandosi, rovistando sotto il tavolino, poi lanciandosi verso la libreria. Le mani le tremavano, i movimenti erano frenetici.
Alberta la guardava interdetta, quasi infastidita da quel comportamento isterico. Che succedeva? Fino a un attimo prima tutto sembrava normale! Sbuffò, inarcando un sopracciglio con aria perplessa: Che le prende ora?
Alla fine Vittoria trovò il telefono, nascosto dietro un cuscino. Lo prese, le dita che tremavano nel sblocco dello schermo, il viso pallido e gli occhi sgranati dal terrore.
Alberta, ormai spazientita, scattò in piedi dal divano:
Ora basta! Ma stiamo scherzando? Che hai visto, un fantasma?
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori, stringendo gli occhi. Una normalissima macchina bianca. Dietro al volante, una giovane donna bionda, occhiali da sole, impeccabile. Accanto a lei, un uomo robusto, rotondetto, niente affatto simile a Matteo, che Alberta ricordava bene: sportivo, incarnato tirato, sempre in abito scuro.
Tranquilla, disse Alberta, più dolce, allontanandosi dalla finestra. Non è lui. Ti giuro, è una ragazza, bionda, modella per davvero. E il suo accompagnatore non ha niente a che fare con il tuo ex. Basta ansie.
Vittoria abbassò lentamente le braccia, ma dentro il ghiaccio restava, come un peso greve nel petto. Si avvicinò al tavolo, tentò di svitare una bottiglia dacqua, ma le mani non rispondevano. Gli occhi le si bagnarono, piegata dallumiliazione.
Dopo la causa, Matteo mi ha minacciata sussurrò, la voce rotta e distante. Ha detto che mi avrebbe fatto pentire daverlo umiliato così.
Bevve qualche goccia, ma la sete non passava, le mani tremavano ancora.
Alberta cominciò a sentire davvero il dolore dellamica. Si avvicinò, le sfiorò la spalla con delicatezza.
Ma dai, vuoi davvero credere che sia capace di farti del male? Ti vuole solo intimidire, tenerti sotto pressione. È il classico trucco, Vittoria, non dargliela vinta.
Vittoria rise amara, lo sguardo basso. Era una risata triste. Raccontò tutto, lasciando che ogni parola uscisse, faticosamente.
Allinizio si erano trattati solo di messaggi: ne riceveva anche cinque o sei al giorno, brevissimi, carichi di rabbia. Te la farò pagare, Non pensare di potermela far franca, Non ti perdono. Allinizio Vittoria pensava fossero solo sfoghi: Lascia passare, si calmerà. Ma i messaggi diventavano sempre più duri.
Il loro divorzio era stato rumoroso, troppo rumoroso. In aula dovette dimostrare tutto: certificati medici con ferite, contusioni, anche un paio di fratture. Il giudice lesse tutto, gli occhi freddi. Nessuna di quelle lesioni era casuale: si erano accumulate proprio da quando Vittoria aveva deciso che non poteva più vivere con Matteo.
Aveva tentato tutte le vie: parlare, spiegare che soffriva, che si sentiva in trappola. Lui la derideva, oppure scoppiava dira. Gli atti di violenza erano diventati abitudine la rottura di oggetti, minacce, scoppi di rabbia tutto parte della quotidianità. Col tempo, la paura era diventata compagna: a ogni porta che si chiudeva, a ogni passo sul pianerottolo, lei si chiedeva se fosse al sicuro.
Un giorno il fratello di Vittoria venne a trovarla. Francesco, ex carabiniere, uomo schietto e deciso, capì subito la situazione. Quando Matteo si azzardò ad alzare le mani sulla sorella, Francesco lo mise fuori combattimento. Ne risultò una corsa in ospedale per il marito, due costole rotte e una commozione cerebrale.
Quello fu il punto di non ritorno. Finché Matteo era in ospedale, Vittoria prese tutto ciò di cui aveva bisogno e lasciò Roma. Si licenziò continuare a vivere in una città dove ogni angolo ricordava la propria prigione era impossibile.
Per i primi mesi abitò dai genitori, nella casa dinfanzia su una collina vicino a Genova. Nessuna domanda scomoda, solo coccole e cura. Ma si sentiva a disagio, come una bambina tornata nel nido dopo aver fallito nel mondo degli adulti. Appena possibile si trasferì nellappartamento lasciatole dalla nonna: piccola, ma luminosa e accogliente. Vittoria rimise a nuovo tutto, dipinse le pareti di colori caldi, sistemò i quadri preferiti. Era diventata il suo rifugio.
Soprattutto Matteo non conosceva il nuovo indirizzo. Sperava che trovandosi fuori Roma, cambiando il numero di telefono, e chiudendo ogni profilo social, potesse nascondersi davvero.
Riuscì per un po. Le notti erano calme, non più controlli compulsivi alle serrature. Era una libertà precaria, che la faceva sentire di nuovo viva.
Stava per abituarsi a tutto ciò quando, un giorno, la tranquillità crollò: aspettava un pacco da un negozio online. Una cosa normale, libri e stoviglie per sistemarsi meglio. Quando suonarono alla porta, aprì senza sospetti.
Il corriere, abbigliato di tutto punto, le lasciò un pacchetto. Vittoria lo portò in cucina, lo aprì e si bloccò.
Dentro cera un vecchio peluche lorsetto che aveva da bambina, trovata una volta a una fiera. Marrone chiaro, occhi ricamati, nasino cucito ma ora senza testa. Sotto, un foglio piegato: Vuoi fare la sua stessa fine? Posso arrangiarmi.
La gola si strinse come in una morsa di ghiaccio. Come aveva trovato il peluche? Era in un box affittato qualche tempo prima per riporre le cose inutili. Doveva esserci stato lui, a frugare, a toccare le sue cose.
I giorni seguenti si chiuse in casa. Mangiare era un obbligo, il sonno a sprazzi, il cellulare sempre in mano. Mandava messaggi rassicuranti alla famiglia: Va tutto bene. Sono qui. Non vi preoccupate.
Ma non era finita. Arrivò un altro pacco: una vecchia foto di gruppo, la faccia di Vittoria cancellata con un tratto di penna. Sul retro, la stessa grafia: Non puoi nasconderti.
La paura si fece opprimente. Non scese più nemmeno a comprare il pane, faceva tutto tramite consegne a domicilio. Il fratello si fermava ogni sera, controllava la porta, scrutava il cortile, ma la tensione restava.
E poi capitò quello che temeva di più.
Un mattino, guardando giù dal balcone, vide una figura familiare appoggiata al cancello. Matteo. Le mani nelle tasche, a scrutare lingresso. Vittoria si ritrasse, il cuore impazzito: Mi ha trovata. Ancora.
Diresse le dita al telefono e chiamò il 112. Loperatrice fu rapida e rassicurante, promettendo una pattuglia. Dal suo nascondiglio, Vittoria guardava lui che fumava, ogni tanto guardava verso la sua finestra, come sapesse di essere osservato.
Dopo un quarto dora la volante della polizia arrivò. I due agenti parlarono con Matteo, che rispose calmo e sorridente, documenti alla mano. La pattuglia se ne andò.
Matteo rimase. Sollevò lo sguardo verso la finestra di Vittoria. Lei si ritrasse istintivamente. Con lentezza, lui fece un cenno una mano sarcastica poi si voltò e andò via, ma alluscita si fermò e urlò qualcosa, impossibile da cogliere. Ma dal movimento delle labbra, Vittoria lo capì: Torno.
Quando scomparve, lei si lasciò cadere a terra, vicina alla parete. Il gelo nelle ossa era più forte del freddo vero. Il bivio fra la fine o una nuova fuga si rafforzò.
Alla fine del racconto, Vittoria abbassò lo sguardo sulle mani tremanti, la voce fioca:
Ormai arrivo ad avere paura della mia ombra. Non so più nemmeno cosa aspettarmi da lui.
Il tono era stanco, logorato. Sembrava che il terrore che aveva custodito così a lungo ora si riversasse fuori, impossibile da trattenere.
Alberta, colpita e improvvisamente imbarazzata, si agitò, pentita delle battute di poco prima e del suo egocentrismo. Adesso tutto tornava, ogni assenza ingiustificata, ogni scusa per non uscire.
Sai, ti ho persino presa male perché rifiutavi di vedermi sussurrò, con sincera compassione. Perdonami. Davanti ai tuoi problemi i miei spariscono.
Provò ancora a dire qualcosa, ma le parole non uscivano. Allungò invece una mano sulle dita di Vittoria, stringendole piano.
Per la prima volta dopo tanto, Vittoria abbozzò una sorta di sorriso, più cortese che sollevato. Era ancora prigioniera dei suoi pensieri. Poi scattò dimprovviso.
Sai che cè, Alberta? Perché non vieni a stare qui da me, almeno per qualche mese? Così risolviamo entrambe qualcosa, finché non sarà venduta la casa.
Detto così, le parve la soluzione migliore: almeno non sarebbe rimasta sola, a saltare a ogni minuscolo rumore.
Stai vendendo casa? chiese Alberta, sinceramente stupita per la prima volta Ma è un appartamento perfetto! Spazioso, ben diviso, zona tranquilla E Matteo prima o poi ti lascerà in pace.
Non riusciva a capire, Alberta, perché la sua amica volesse andarsene da un posto tanto comodo. Ma nel tono di Vittoria cera qualcosa di deciso.
Voglio cambiare città, andare lontano. Qui qui non sarò mai davvero serena. Desidero camminare senza paura, dormire senza sussulti ogni notte, VIVERE non guardarmi sempre dietro le spalle.
La voce era salda, risoluta. Aveva deciso, e guardando Alberta smarrita, si sentì certa: era tempo.
Dove pensi di andare? domandò Alberta.
Non lo so ancora, forse vicino a Napoli, dove cè il mare, oppure in un paesino in Abruzzo, tra le montagne. Ho qualche conoscente che può aiutarmi. Limportante è andarmene, ricominciare.
Alberta la fissava cercando di capire. Lei non avrebbe trovato il coraggio di lasciare tutto, ma capiva che Vittoria doveva farlo.
Allora posso stare qui con te per un po? sussurrò Alberta.
Sì rispose Vittoria sorridendo, questa volta in modo più vivo.
La settimana che seguì, la tensione sembrò attenuarsi. Vittoria riprese a respirare, i messaggi di Matteo erano sempre fastidiosi ma non peggioravano, niente regali macabri, nessun avvistamento inquietante.
Un giorno, col sole che filtrava dalla finestra, Vittoria decise finalmente di uscire. Giusto il tempo di andare allalimentari sotto casa. Non sarà in giro pensava nessuna scena in mezzo alla gente, non mi tiene docchio di continuo.
Alberta fu la prima a incoraggiarla:
Giusto! Non si può vivere rinchiusi!
Andare al supermercato fu come riscoprire la libertà. Vittoria fece la spesa con calma, metteva nel cestino ciò che le piaceva davvero: pane croccante, fragole, cioccolato, yogurt.
Alla cassa, il vigilante la riconobbe lui sempre gentile, sempre attento. La salutò con calore:
Signora Vittoria, era un po che non la vedevo! Tutto bene?
Sì, grazie rispose lei, più leggera. Oggi giornata di coraggio.
Parlarono del più e del meno, poi lui le raccomandò di tornare presto. Vittoria se ne andò sorridente, il sole le accarezzava i capelli. Era pronta a tornare a casa, felice per il piccolo traguardo, quando una mano la afferrò con forza.
Fu un attimo, la presa dura, fredda. Si voltò e vide il volto di Matteo, deformato dalla rabbia.
Pensavi di poter scappare per sempre? le sibilò allorecchio, col tono gelido che la fece sussultare. Ora vieni con me, se non vuoi che ti succeda qualcosa di brutto.
Per un istante Vittoria pensò di svenire. Era come imprigionata, i pensieri futili, la voce persa. Dove vuole portarmi? Che ha intenzione di fare?
Per fortuna, il vigilante intuendo il pericolo uscì di corsa dal supermercato.
Cè qualche problema? quasi gridò, avanzando.
Matteo cercò di camuffare il tono, ma la minaccia era evidente:
Nessun problema. Sto solo parlando con mia moglie!
Sua moglie vuol parlare con lei? chiese serio il vigilante. Vittoria, con coraggio disperato, scosse la testa:
No! Non voglio!
Nessuno glielo chiederà sghignazzò Matteo.
Il vigilante afferrò il telefono:
Sto chiamando i carabinieri.
La furia di Matteo esplose. Strattonò Vittoria con forza, poi la spinse a terra. Cadde, sentendo il bruciore alle ginocchia. Gli occhi si riempirono di lacrime, ma non emise gemiti, per non dargli la soddisfazione.
Ci rivedremo gridò Matteo scappando via. Era minaccia e promessa insieme.
Ha bisogno daiuto? il vigilante accorse, aiutandola a rialzarsi.
Vittoria annuì, sanguinando un po dalle mani e stordita dalla paura. Ma in fondo sapeva che era solo linizio.
***
La notte seguente, Vittoria non trovò pace. Ogni volta che chiudeva gli occhi riviveva la scena: la presa di Matteo, il suo sussurro, la paura, il salvataggio. E ogni volta si domandava: come aveva fatto a sapere dove si trovava? Aveva scelto quel supermercato per caso.
Forse mi controlla da casa O magari si fa vedere apposta, per terrorizzarmi ancora si chiedeva.
Decise di farsi un tè, qualcosa per rilassare i nervi, sperando di non svegliare Alberta che dormiva nella stanza accanto. Andò in punta di piedi, avvolta nella vestaglia.
Passando vicino alla camera di Alberta, sentì la voce dellamica al telefono, appena un sussurro, ma chiarissimo:
Matteo, cosa pensavi di ottenere? Se ti fai vedere così finirai per spaventarla davvero. Aspetta ancora, così forse lei fuggirà davvero. E non prometto di riuscire a scoprire il suo nuovo indirizzo.
Il sangue di Vittoria si ghiacciò. Restò immobile, trattenendo il fiato.
Proverò a convincerla a vedere uno specialista. Appena so dove si sposterà te lo dico, ma questa è lultima occasione, non puoi più fallire.
Non era un incubo. Alberta, la sua amica, era in combutta con Matteo. Vittoria tornò pianissimo in camera, prese il telefono con le mani tremanti e compose il numero di Francesco.
Rispondi Per favore pregava dentro di sé.
Dopo un quarto dora, al citofono suonò il fratello. Vittoria aprì, si lanciò tra le sue braccia: sentì la forza delle spalle di Francesco, come quando erano bambini e lui li proteggeva da ogni cosa.
Chi è a questora? sbadigliò Alberta dal corridoio, la vestaglia addosso e gli occhi semichiusi. È già mattina?
È mio fratello tagliò corto Vittoria, gelida, ancora stretta a Francesco. Poi si rivolse ad Alberta con il viso duro Da quanto tempo ti senti con Matteo? E non mentire: vi ho sentiti poco fa.
Alberta rimase di sasso. Per un attimo parve smarrita, poi si fece di pietra:
È stato lui a chiamarmi. Un paio di settimane fa mi ha offerto dei soldi in cambio di informazioni. Perché avrei dovuto rifiutare? Anchio ho diritto a una casa che sia MIA!
Sembrava difendersi, ma era solo cinica, come se il tradimento fosse una normale scelta pratica di sopravvivenza.
Io avrei detto di no mormorò Vittoria, una lama di dolore nella voce. Una vera amica non tradisce.
Prova tu a stare nei miei panni, poi ne riparliamo! esplose Alberta. Con quello che mi ha offerto potrei finalmente sistemarmi, smettere di dipendere dagli altri. Credi sia facile vivere in affitto?
Francesco scosse il capo, scontroso:
Sempre lui dammi solo un minuto e sistemiamo tutto a modo mio, credimi e nel tono cera la voglia sincera di proteggere la sorella.
No, finiresti nei guai anche tu. Noi ce ne andiamo, stavolta per davvero. Lui non mi troverà più!
Si rivolse di nuovo ad Alberta, con unespressione gelida e definitiva:
Fai le valigie. Hai mezzora per sparire da casa mia.
Ma sono le tre di notte! Dove andrei? Non ho soldi, nessuno mi aspetta
Vai pure da Matteo, o dove meglio credi. Non minteressa.
Francesco annuì, gambe larghe e sguardo spietato. Se Alberta avesse esitato, lavrebbe accompagnata senza riguardi.
Dopo un momento di pesante silenzio, Alberta si girò e andò a recuperare la sua roba, lanciando uno sguardo di disprezzo.
***
Vittoria, la madre, il padre e i due fratelli si trasferirono finalmente nel profondo sud, in una cittadina sul Tirreno che non avevano mai visto. Nessuno sapeva dove andassero, niente contatti lasciati, niente indizi. Lei cambiò numero, cancellò i profili online, scelse un nuovo cognome, sperando che Matteo non si desse così tanto da fare da ricominciare la caccia da zero.
I primi tempi, però, lui non si arrestò. Chiamava vecchi amici, pagò perfino un investigatore privato, ma tutto senza risultati. Dopo qualche mese, anche Matteo si arrese.
Poi, quando meno se laspettava, successe lirreparabile: Matteo si fidanzò con una ragazza, Elena, timida e molto dolce. Sembrava tutto tranquillo, ma durante una lite perse il controllo: la picchiò. Elena però denunciò tutto il fratello e il padre la sostennero, ottenendo per Matteo una condanna pesante.
Quanto ad Alberta, la sua vita prese una piega ben diversa da quella sognata. Espulsa di casa di notte, senza amici, senza un lavoro stabile, provò a sistemarsi accalappiando un uomo benestante. Per un po ci riuscì: conquistò Luigi, un imprenditore, sperando che la mantenesse. Ma non sapeva che la moglie di Luigi non era tipo da perdonare. Quando Alberta si vide raggiungere da due uomini alluscita del centro estetico, non capì, fino a che non si risvegliò con il volto tumefatto e il naso rotto.
La reputazione subì un colpo fatale e Alberta dovette accontentarsi di Sergio, operaio con il vizio del vino e della mano pesante. I sogni di vita agiata e indipendenza si frantumarono: era sola, senza risparmi, con il viso segnato e lamarezza in bocca per ciò che avrebbe potuto essere.
Anni dopo, Alberta ripensava spesso a Vittoria. Se solo non avesse accettato quei soldi e quelle promesse Se non avesse tradito. Se fosse rimasta amica.
Ormai era tardi. Matteo era in carcere, Vittoria lontana, e lei in un monolocale umido nei pressi della stazione, con le occhiaie e una vita che era andata in rovina.
Vittoria invece aveva finalmente ritrovato un po di serenità. In quel paesino marino lavorava come contabile in una ditta locale. I colleghi erano gentili, il capo giusto. Col tempo fece amicizia con nuove persone, sincere e rispettose. Ricominciò ad apprezzare le piccole cose: il profumo del sale allalba, il caffè in riva al mare, le risate nei vialetti assolati. Nel fine settimana andava in spiaggia, leggeva libri al parco, talvolta usciva con gli amici.
Ogni tanto i ricordi riaffioravano, ma la paura era solo unombra lontana. Aveva imparato a vivere di nuovo, a respirare, ad amare la libertà.
E nella sua nuova vita, non cera più spazio per certa gente.







