Aspide

Mamma pronunciò Giuditta con una gravità tale, dopo aver ricevuto una botta in testa dal voluminoso libro di Dante, che perfino il monello Lucifero si fermò per un attimo, osservando con curiosità la sua padroncina, per poi continuare la sua passeggiata sulla mensola dei libri sopra il letto.

Il libro, che era appartenuto ancora alla nonna di Giuditta, cadde a terra e restò lì, sfogliando le sue pagine al leggero vento che entrava dalla finestra, decisamente offeso da un simile trattamento.

Eh, che idea sciocca appendere la mensola sopra il letto Eppure mamma me laveva detto Dovevo ascoltarla! Giuditta si strofinò la fronte, già immaginando il bel bernoccolo lì dove il dorso dellinfelice volume aveva colpito. Chissà come mai la saggezza che a volte i genitori hanno viene a galla solo dopo che ci sbattiamo il naso? Non si può imparare senza passare per vecchie gaffe e piccoli disastri?

Lucifero, dopo aver ascoltato il discorso, si sistemò al bordo della mensola, si grattò dietro lorecchio con una zampa incredibilmente lunga, poi senza pensarci troppo saltò giù, atterrando dritto dritto sulla pancia di Giuditta.

Solo lorgoglio impedì a Giuditta di urlare. Che razza di padrona sarebbe mai, se un gatto poteva ridurla in lacrime isteriche in pochi minuti? E neanche era un record: di solito ci metteva ancora meno.

Afferrando il micio, che si stiracchiava soddisfatto tra le sue braccia, Giuditta guardò dritto nei suoi grandi occhi verdi e gli tirò delicatamente un orecchio:

Oggi entro in Facoltà col secondo turno, delinquente! E perché, mi dici, dovevi proprio toccare il libro della nonna? Perché lhai fatto cadere, faro della poesia italiana, proprio sulla mia testa? Credi che così imparerò qualcosa in più? Improbabile. Basta! Offesa! Non ti leggerò più nulla!

Il gatto finse unaria sorpresa e le passò la lingua ruvida sulla mano in segno di pace.

Sì, adesso fai il ruffiano! Via, sparisci! Ormai sono sveglia, andiamo a fare due passi fino alla caffetteria. Ieri non sono riuscita a passare in negozio, e il caffè è finito.

Lucifero, che Giuditta aveva spinto giù dal letto, si distese sul tappeto, osservandola, e posò una zampa sul libro che aveva buttato a terra.

Non osare! Giuditta batté sulla zampa insolente e riprese il suo prezioso libro. Questo è il mio preferito! Me lo leggeva sempre la nonna da bambina. Anche se, cosa ti spiego a fare? Da dove dovrebbe mai venire nei gatti la passione per la letteratura italiana?

Lucifero la guardò con tale aria offesa che per un attimo Giuditta si sentì in colpa verso quel piccolo birbante.

Va bene! Tanto so che anche tu ami le favole. Soprattutto quelle dove i gatti fanno la parte dei protagonisti. Non fingere la vittima con me! Non sono stata io a svegliarti, eh.

A regalarle Lucifero era stata la mamma, che sapeva ormai che di lì a poco sua figlia sarebbe rimasta sola. Chiese allora alla vicina di andare al gattile e le portò un cucciolo goffo dalle orecchie troppo grandi.

Il nome scegli tu.

Mamma! Ma tu non volevi animali in casa!

Ora invece mi sembra indispensabile! Guarda comè tenero! E socievole! Finché tu non ceri, con la zia Teresa ci ha fatto compagnia come pochi. Non ti annoierai, fidati

Mamma!

Niente proteste, Giudittina!

Poi per giorni provarono a trovare un nome per quella creatura nera e magra, che portò subito scompiglio in casa, facendo impazzire Giuditta, sua mamma e perfino la vicina, che però non si lamentava mai, nonostante Lucifero ogni notte facesse le sue corse matte senza curarsi dellorario o delle regole del palazzo.

Solo dopo Giuditta comprese davvero il regalo di sua madre. Quel gatto era un vero compagno: non le lasciava un attimo di tregua, esigendo coccole continue. E mentre asciugava le lacrime, vedeva quel nero diavoletto saltare sulle tende o venirle addosso a reclamare abbracci, sempre miagolando storie.

Anche adesso, quella creatura chiacchierina le si aggirava tra i piedi mentre lei si preparava.

Jeans, maglietta e vecchie scarpe da ginnastica. Bastava così.

Vestirsi elegante non era per Giuditta, lo faceva solo sotto minaccia, tipo al matrimonio della cugina appena passato.

Pensando al weekend, Giuditta fece una smorfia.

Ma insomma, è ora che pensi alla famiglia! imitò la zia Anna, storcendo il naso. Guarda la mia Chiara, perfetta in tutto! E tu così non va! Lho promesso a tua madre

Stizzita, Giuditta lanciò il plaid sul letto e si buttò sopra.

Basta! E ogni volta devono mettere in mezzo anche la mamma Come se nella vita non ci fosse altro che il matrimonio!

Lucifero inclinò la testolina con le orecchie in avanti e allimprovviso starnutì.

Ecco! Anche tu sei daccordo, vedi? Non dico sciocchezze!

Giuditta si rianimò ma, guardando il gatto accovacciato ai suoi piedi quasi in posa da sfinge, si rabbuiò nuovamente:

Se non fossi un gatto, direi che stai ridendo di me!

Lucrezia, la vicina di casa, era stata la seconda salvatrice della nuova routine di Giuditta. Frequentemente si fermava a osservare la strana coppia: la ragazza con la treccia spettinata e il suo gatto nero magro che la accompagnava in passeggiata. Nemmeno la zia Teresa, amica della madre di Giuditta, ormai faceva più storie vedendoli insieme.

Ma perché è così magro questo gatto? Non lo sfami mai, Giuditta?

Zia Teresa, mangia come un lupo! Ma è la razza, diceva la mamma, il cibo quasi non si vede su di lui.

Siete uguali tu e lui! Eleganti e affusolati! Teresa rideva, accarezzando il piccolo ed esasperato Lucifero. Guarda che orecchie!

Anche quelle mi somigliano? Giuditta si toccava lorecchio per poi ridere e scacciare dolcemente la vicina. Zia Teresa!

Ma dai, state benissimo così! Stasera vieni da me, sto facendo una crostata e Chiara deve finire il tema. Mi dai una mano?

Ma certo! Le darò una controllata!

Giuditta aiutava spesso Chiara, la nipote di Teresa, rimasta senza genitori e cresciuta con la nonna, e Giuditta era ormai una sorella maggiore per lei.

Sei da sola, e io pure Giuditta, possiamo stare insieme?

Chiara, che già sapeva quanto fosse dura la vita, preferiva non parlare dei dolori con la nonna.

Se lo faccio, poi lei piange e mi sembra tanto invecchiata, non voglio.

Ma no, tua nonna è ancora giovane!

A me allora sembra vecchissima, quasi non ha più voglia di vivere Giuditta, ho paura! Se le succede qualcosa anche a lei? Allora dovrò andare in orfanotrofio?

Ma dai! A Teresa non succederà niente, Chiara! Non facciamo drammi!

Eppure anche papà e mamma stavano bene! E adesso non ci sono più. Lo sguardo serio della bambina metteva i brividi a Giuditta.

Sapeva cosa era successo ai genitori di Chiara e non capiva come si potesse abbandonare così una bambina. Aveva scoperto, con la madre, per prime, che la piccola aveva passato due giorni in casa con i genitori morti per overdose. Poi toccò a loro prendersi cura della bambina in ospedale mentre Teresa sistemava laffido. Così Chiara rimase con la nonna e a Giuditta toccò un codino peloso per amico, Lucifero.

Ti disturbo? Chiara, che a volte dormiva da Giuditta quando la nonna era di notte di turno, si rannicchiava vicino a lei. Posso restare qui accanto?

Giuditta la avvolgeva in una coperta, la stringeva, e ripassava storia o geometria ad alta voce. La bimba si addormentava subito, tanto che Teresa a volte la lasciava dormire sul divano di Giuditta.

È un peccato svegliarla

E allora lasciala dormire! Domani la accompagno io allasilo. Riposa, zia Teresa!

In seguito Teresa disse che era proprio grazie a Giuditta se Chiara era riuscita a uscire dai suoi incubi dopo la perdita dei genitori.

Urla di notte. Quando la sveglio, non vuole più dormire.

Da me invece dorme tranquilla.

Sarà perché tu per lei sei il porto sicuro.

In che senso?

La fai sentire protetta. Dovrei pensarci io, ma Chiara ha scelto te per aiutarla. Come posso ringraziarti?

Non mi devi nulla! Basta che Chiara stia meglio.

Presto Teresa ebbe modo di ricambiare laiuto quando la madre di Giuditta si ammalò gravemente, lasciando la ragazza sconvolta.

Non aver paura, Giuditta, ci sono io! Teresa, infermiera di sala operatoria, divise tutto il peso dellassistenza con lei. Tu pensa a studiare, tua madre ci tiene tantissimo. Passa quellesame, sarà la medicina migliore per lei!

Giuditta non solo superò lesame, ma completò tutto il primo anno, portando il libretto zeppo di trenta sul comodino della mamma poco prima che la malattia avesse il sopravvento.

Anche allora Teresa fu il suo pilastro: organizzò tutto, la accompagnò fra documenti e funerale.

Sono con te, piccola! Insieme ce la facciamo!

La zia Anna, chiamata subito, spiegò che non sarebbe potuta venire, comparendo solo il nono giorno dopo il funerale.

Giuditta, gonfia di lacrime, non capiva nemmeno cosa volesse da lei.

Vieni a stare da me, la casa è grande, cè posto per tutti. Qui è triste, e ci vuole anche una rinfrescata!

Non potevamo, servivano euro per le cure

Lo so, Giuditta. Ma ti sentirai meglio con noi, siamo gli unici parenti che ti restano.

Grazie, zia Anna, ma preferisco restare a casa mia.

Come preferisci. Ma non potrò venire spesso, e sei ancora giovane Pensa bene!

Giuditta rifiutò decisamente e capì più avanti che aveva fatto bene.
Solo quando Teresa le suggerì di non accogliere proposte strane, comprese che la zia Anna forse mirava proprio alla casa.

Giuditta! Non invitare nessuno, altrimenti ti ritrovi senza un tetto!

Ma perché?

Fidati! Non voglio parlar male di nessuno, ma ascolta il consiglio. Lascia perdere le offerte della zia, sarà il tempo a dire se è il caso.

E fu giusto così. Nemmeno sei mesi dopo, la zia Anna tornò a chiedere se Chiara poteva trasferirsi da Giuditta per facilità delluniversità.

Siete entrambe ragazze, le vostre facoltà sono vicine, Chiara farebbe molta meno strada da te piuttosto che attraversare tutta la città. La casa è grande, non vi darete fastidio.

Non fece nemmeno in tempo a rispondere che Teresa, entrata in quel momento per chiederle di badare a Chiara, intervenne:

Giuditta, ma non hai detto a tua zia che ti sposi? Comè che dovreste vivere tutte insieme, il tuo ragazzo non sarebbe contrario? Oh, signora Anna, è davvero un ottimo ragazzo, di ottima famiglia! Sono tanto felice per la nostra Giudittina! Tua madre ne sarebbe orgogliosa Teresa si asciugò una lacrima.

Giuditta, perché non lhai detto a tua zia? Brava gente così non si trova!

Giuditta rimase a bocca aperta, incapace di replicare.

È timida! aggiunse Teresa sottovoce, fingendo serietà. Sempre nei libri e ora anche al lavoro. Fa tutto da sola! Tua madre sarebbe così fiera di te, Giuditta!

Anna, infastidita, lasciò perdere e andò via in fretta.

Giuditta! Perché mi guardi così? Così dovevo fare!

Dove lho già sentita questa frase E chi sarebbe questo fantomatico ragazzo?

Ma che ne so! Nemmeno il nome ho fatto in tempo a inventare, ho detto il primo che mi è venuto in mente!

Grazie mille

Oh, Giuditta, quanto vi manca la dolcezza e lattenzione di una mamma Non dovrei toccare a me badare a voi, ma farò quel che posso!

Quando, un mattino, raggiunsero la solita caffetteria, trovarono la serranda abbassata.

E adesso, colazione? domandò Giuditta allamico fedele. Qui niente caffè oggi. Dovremo cercare altrove. Zia Teresa sarà già uscita per lavoro, o forse confondo Oggi fa il turno di notte! Ma allora perché non ha affidato Chiara a me?

Non finì la frase che Lucifero si lanciò improvvisamente tirando al guinzaglio e Giuditta dovette voltarsi di colpo.

Quello che vide la lasciò senza fiato.

Teresa, stravolta col viso in lacrime e le pantofole ai piedi, correva dal marciapiede verso di lei, urlando qualcosa.

Dio mio! Menomale che ti ho trovata! È una disgrazia, Giuditta! Chiara è sparita!

Giuditta sentì laria mancarle. Cercò di respirare, di far battere nuovamente il cuore, ma nulla. Lucifero la morse alla caviglia, proprio dove la scarpa lasciava scoperto, facendole provare un dolore acuto che la riportò alla realtà.

Come sarebbe sparita?

Stamattina, tornata dal turno, non lho trovata! Il letto era in ordine, lo zaino sparito! Tu sai che non lavrebbe mai fatto! Mai Chiara sarebbe scappata! Oh Dio, che faccio adesso? Dovè la mia bambina?

Listeria stava sopraffacendo Teresa. Giuditta, senza esitare, le diede uno schiaffo per calmarla e la strinse forte a sé:

Zia Teresa! La troviamo! Dobbiamo avvisare la polizia. E Ci penso subito! Vieni!

Afferrando Lucifero tra le braccia, Giuditta corse per la via e poi, voltandosi, consegnò il gatto a Teresa.

Tienilo stretto! Se scappa, dovremmo cercare anche lui! Faccio una telefonata!

Teresa strinse il gatto come un salvagente. Lucifero accennò un miagolio seccato, ma si lasciò fare. Non tentò di fuggire, anzi, si strinse alla donna, avvolgendole il collo con le zampe.

Unora dopo, davanti al commissariato che Giuditta aveva raggiunto con Teresa, si era radunata una piccola folla: studenti, amici, e persino dei professori. Tutti quelli che era stato possibile avvertire.

Un ragazzo basso dal viso sveglio frenò la bici sotto le scale del commissariato, poggiò la bici e tirò fuori alcuni volantini con la foto di Chiara.

Venite! Forse non ne ho abbastanza per tutti, ma girate sempre almeno in coppia. Vi dividerò per quartieri. Tenete i cellulari accesi e restate in contatto con me, Giuditta o con Marco. Marco! Dove sei? Vieni qui!

Un ragazzo alto e allampanato lo raggiunse.

Occorre controllare tutti i posti dove una bambina potrebbe nascondersi: soffitte, cantine, garage. Chiamate, domandate in giro, parlate con chi porta a spasso i cani. Ricordatevi, ogni minuto conta! Non siamo volontari esperti, ma siamo persone e possiamo aiutare. Può essere spaventata o ferita. Per chiarezza: nessuna lite in famiglia. Cercate, amici! E Buona fortuna.

Teresa, improvvisamente invecchiata di anni, uscì dal portone e si lasciò cadere sulla scala, sorretta da Giuditta.

Non reggo sulle gambe

Giuditta si sedette accanto e le accarezzò la spalla:

Andiamo, zia Teresa! Meglio aspettare a casa!

Ma come faccio a tornare a casa senza Chiara?

E se dovesse rientrare da sola e non trova nessuno? È meglio che la aspettiamo lì!

Teresa guardò Giuditta, poi strinse il gatto sotto al braccio cercando di rialzarsi.

Hai ragione! Andiamo! Magari è già lì che ci aspetta, e io qui seduta! Sarà affamata!

Giuditta, sostenendola, la aiutò a rialzarsi.

Forza! Pian piano! Lucifero, vieni!

Il gatto la ignorò, restando una massa di pelo sospesa sotto il braccio della signora, zampe penzoloni e la testa dalle grandi orecchie che ruotava.

Va bene, se ti senti comodo Giuditta guardò lorologio e scosse la testa.

Di Chiara ormai non si sapeva niente da troppo tempo. Anche volendo pensare che avesse dormito da unamica, si sarebbe già fatta sentire. Allistituto aveva già telefonato: Chiara quella mattina non era stata a scuola.

Arrivate al bivio, Giuditta cambiò direzione trascinando Teresa.

Dove vai, Giuditta? Dobbiamo andare a casa!

Sì, ma passiamo da scuola, è qui dietro. Magari qualcuno lha vista. Oppure vai tu, arrivo subito

No! Vengo anchio! Teresa si risistemò il gatto e fece per seguirla.

Facciamo in fretta, aveva detto Teresa, ma le forze la stavano abbandonando. Gli occhi vedevano nero, il cuore le saltava in gola, e Lucifero, tra le sue braccia, sembrava improvvisamente pesantissimo. Fece per affidarlo a Giuditta, ma il gatto inaspettatamente le sfuggì di mano, con un balzo molto più potente del solito, e scappò verso la recinzione di un edificio in costruzione.

Lucifero! Vieni qui! urlò Giuditta, correndo verso il gatto e cercando di afferrare il guinzaglio trascinato.

Il micio infilò un buco nella rete e sparì.

Zia Teresa!

Non so come sia scappato! Giuditta, vai verso il cancello, cè un ingresso per il cantiere! Teresa indicò la direzione e si afferrò il petto.

Non posso lasciarti! Vieni, sediamoci sulla panchina! Hai con te le pastiglie?

Sì, nella tasca

Aiutando Teresa a sedersi, Giuditta tirò fuori il telefono.

Vuoi che chiamo il pronto soccorso?

Non pensarci! Bisogna trovare Chiara! Mi calmo subito. Ho solo bisogno di un minuto. Vai tu, cerca il gatto, magari non è andato lontano! Prendilo e andiamo avanti!

Giuditta capiva che Teresa, nonostante tutto, stava cercando di rincuorarla. Era fatta così: soffriva in silenzio, ma pensava a chi aveva intorno. E adesso era preoccupata che Giuditta perdesse lultimo regalo di sua madre.

Chiedo al custode di dare unocchiata in giro e ti lascio il numero. Torno subito, va bene?

Teresa annuì stanca. Le forze labbandonarono dimprovviso. Non ce laveva fatta Non sarebbe mai dovuta andare a lavorare lasciando Chiara da sola! Magari pagava di meno con un posto diverso, ma almeno la nipote sarebbe stata controllata.

Nonna! Che vuoi che mi succeda? Faccio i compiti e poi vado a dormire!

Mi preoccupo! È meglio che dormi da Giuditta, come sempre.

Così non si sposerà mai! Nessuna vita privata, nonna! Non fa la tata apposta per me!

Che dici?

Scusami, non volevo essere sgarbata. Ma Giuditta è grande ormai, dissi tu! Che pensi che non voglia vivere la sua vita? Non voglio intralciarla! Mi aiuta già abbastanza E poi! Sono grande io!

Sei piccola ancora! E mi preoccupo! E se non riesci a chiamarmi e sono in sala operatoria?

Non ti disturberò! Lavora tranquilla! Siamo entrambe adulte, no? Possiamo vivere come tali! Io sono responsabile, nonna, non ti fidi?

Teresa non poté replicare. Chiara era davvero una ragazzina responsabile. Andava da sola a lezione di musica e a scuola non cera nulla da rimproverarle.

Dio mio, perché aveva ceduto? E adesso dovera?

Scoppiò in lacrime proprio mentre vedeva Giuditta che, parlando col custode, si mise improvvisamente a correre, seguita poi dalluomo.

Le urla svanirono, lasciando tutto di nuovo in silenzio.

Teresa si asciugò le lacrime, rimproverandosi lemozione fuori luogo, e si alzò dalla panchina, ma vi crollò di nuovo quando scorse, dalla parte del cantiere, il custode che avanzava di corsa, portando in braccio Chiara.

Giuditta, precedendolo, si precipitò verso Teresa, che ormai scivolava dalla panchina e gridò:

Chiamate unambulanza! Chiara! È tutto a posto, la nonna si riprende! Non aver paura!

Larrivo dellambulanza rasserenò tutti, Teresa tornò in sé, e Chiara fu portata allospedale con una gamba rotta.

Più tardi, a casa, accarezzando Lucifero che si era sistemato accanto a lei, Chiara raccontò tutto alla nonna.

Tornavamo da scuola, e quei ragazzi Tiravano sassi a una cagnolina coi cuccioli. È una bellissima cagna, nonna! Tu non la conoscevi, ma tutte noi la portavamo da mangiare di nascosto al mattino. È una mamma! Va nutrita bene! Ma quei ragazzi uno dei cuccioli scappò impaurito e lo cercai dappertutto, finché sono caduta in quel buco che tu chiami trincea?

Sì, una trincea

Ecco! Ci sono finita dentro e ho urlato tanto, ma nessuno mi sentiva. Era già buio. Solo la cagna era sopra e ha ululato quasi tutta la notte. Credo che Lucifero abbia sentito lei e vi abbia guidati da me. È stato coraggioso, non ha avuto paura nemmeno della cagna. Potevano farli male, ma lui mi ha salvato!

Ma il custode dovera? Perché non ti ha trovata prima?

Non so. Sono rimasta da sola a lungo. Nonna, non arrabbiarti con me, ok?

Mai più ti lascio sola! Come Lucifero, dora in poi andrai sempre al guinzaglio, per non perderti!

Daccordo! Da sola non ci voglio proprio più stare Ho avuto tanta paura

Giuditta, che aveva già ringraziato tutti quelli che avevano partecipato alle ricerche, e persino lasciato il suo numero al timido Marco, minacciò con lindice Chiara, lasciò il gatto dai vicini e tornò a casa sua, mentre Teresa rimase accanto alla nipote a lungo, carezzandole i capelli e sussurrando fiabe. Chiara dormiva profondamente e serenamente; perché a vegliare sul sonno cera proprio Lucifero, il gatto dal nome strano.

E in fondo, importa davvero il nome che porti, quando sai fare cose che a volte riescono solo agli angeli? Anche senza ali, ci sono zampe lunghe per correre, artigli forti per difendere chi ami e grandi orecchie per sentire ogni suono. Sì, è abbastanza per tenere chi ami sempre al sicuro accanto a te.

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