Il cuore di una mamma

Il cuore di una madre

Illustrazione dellautore. Realizzata tramite Kandinsky

Buongiorno, Signora Zinaida! la vicina mi salutò con un cenno della mano, mentre cercava immediatamente di calmare il nipotino nella carrozzina, che urlava a pieni polmoni.

Buongiorno anche a te, le risposi con un cenno del capo, e poi mi voltai subito dallaltra parte.

Come mai ad alcune persone viene concesso tutto e ad altre niente? Quanto è ingiusta la vita! Potevo essere io ora a portare con fierezza per il cortile la carrozzina con il nipotino, se solo mio figlio si fosse ricordato della coscienza e si fosse deciso finalmente a mettere su famiglia

“Mettere su” Che espressione odiosa. Si “mette su” un cane, o dei maialini, ma la famiglia La famiglia è il sogno più alto, la vera felicità di avere accanto persone care e affini nellanima.

Eppure, per me, Zinaida, da tempo di affetti vicini non ce ne sono più.

La malinconia ricadde su di me come un velo soffocante e, con rabbia, diedi un calcio alla porta dingresso del condominio che proprio non ne voleva sapere di aprirsi.

Zinina, ma coshai da lottare contro la porta? Cosa ti ha fatto di male, poverina? alle mie spalle, quella voce familiare e tanto odiata mi fece sobbalzare: una mano magra e curata si posò sulla mia spalla.

Era Giulia O, meglio, Giulia Carlozzi. Un tempo la mia migliore amica, da qualche anno ormai la mia acerrima rivale.

Sono venuta da te più volte, per parlare, ma non trovo mai il momento! Lo sai, sempre tanti pensieri, sempre da fare La mia Ninetta si è appena sposata sai? Adesso aspettiamo un nipotino! Puoi immaginare la gioia? Lattesa è grande! Sarà un fiocco rosa o azzurro?

Le mani di Giulia si muovevano con grazia, nella sua tipica espressione rinascimentale: mi trattenni a stento dallo sbuffare.

Scusami, Giulia, ma devo sbrigarmi.

Ma dove corri, scusa? Tanto hai solo da andare a prendere il pane qui vicino. Non hai né un gatto, né un bambino Almeno Marco scrive? O è sparito del tutto?

Rimasi sul posto, il cuore smise quasi di battere, e un dolore acuto mi colpì il petto.

Scrive, Giulia. Certo, ogni due giorni circa. Ma ha molto lavoro, sai bene che ora ha una buona posizione e un ruolo importante. Non posso trattenerti, davvero devo andare, ho una lezione tra mezzora.

Ah, la lezione! Ma non ti stanchi a fare tutto questo? Marco ti aiuta poco?

E da dove lo deduci?

Beh, altrimenti non prenderesti studenti per arrotondare! È evidente!

Mi stava montando la rabbia, ma subito la soffocai. Non le avrei dato la soddisfazione. Non a lei che aveva tradito la nostra amicizia.

Quellinvidia graffiava la mia anima, come ununghia sporca che scava in una vecchia ferita. Dai, Zina, ricorda tutto, non perdonare. Queste persone non meritano il tuo perdono!

Chiusi la porta di casa alle mie spalle, e un lungo sospiro fu il segno che la spedizione al supermercato era finalmente conclusa.

Ora ero al sicuro, in casa! Qui nessuno poteva ferirmi. Nessuno avrebbe pronunciato parole pesanti su di me o mio figlio. Qui cera silenzio

Ma un silenzio capace di far urlare di dolore.

Lasciai cadere la borsa e mi lasciai andare al pianto.

Fino a quando? Sono già passati tre anni dai fatti che mi hanno spinta a rinchiudermi tra queste mura, eppure vivo ancora la vita a ritroso, risucchiata dai ricordi e dal dolore che non mi lascia in pace, non mi permette di dormire.

Perché il dolore che si prova per le ferite inferte a un figlio è indimenticabile. Tanto più se quella ferita è stata causa della separazione. Marco non se nè andato perché stava male con me. No, anche lui cercava di fuggire dal dolore Un dolore nato dalle speranze perdute e dal sogno infranto che mio figlio aveva coltivato per tanti anni

Sognava lamore, il mio Marco. Un amore vero, luminoso e sereno. Quello di cui gli parlavo, io che amavo i poeti del nostro Novecento. Speravo, un giorno, che lamore lo avrebbe reso felice come aveva reso felice me.

Nellanimo infantile di Marco, quel sentimento aveva il volto di una Madonna e vibrazioni così pure come solo lamore sa dare.

Conobbi il padre di mio figlio nella Galleria degli Uffizi.

Ero studentessa e spesso trascorrevo ore davanti alla Madonna di Raffaello, sognando che la fame, la solitudine e le ansie avrebbero, prima o poi, lasciato il posto alla felicità. Immaginavo un figlio Immaginavo luomo che mi avrebbe amata per quella che ero.

Chi mi avesse suggerito quelle idee, non saprei. Di mio padre quasi non ricordo: morì quando io ero poco più che una bimba. Mia madre se ne andò il giorno stesso in cui ricevetti la notizia di essere stata ammessa alluniversità che sognavo da anni. Tornata a casa, la trovai seduta alla finestra, il vento gonfiava le tende come vele leggere. Mi sembrò di vedere la sagoma di qualcuno che spostava la stoffa per non coprire il viso di mamma, e poi spariva nel nulla.

Stranamente, fu quella fantasia, così tangibile quel giorno, ad aiutarmi a sopravvivere alla perdita della persona più cara. Anche crescendo, pur diventando pratica, non ho mai smesso di credere che mia madre mi avesse lasciato un segno: oltre la soglia del timore e dellignoto, cè qualcosa che va oltre loblio

Mia madre se ne andò per un attacco cardiaco improvviso e io decisi che il suo cuore era troppo grande, troppo generoso. Dava calore e luce a tutti, alla fine non ha resistito. Vedendo la fila interminabile di ex studenti, colleghi, amici venuti a salutarla, pensai che forse, andarsene così, non era la peggiore delle fini. Se anche chi non ti ricorda più viene per un addio, forse la vita non è stata vana.

Provai dolore, ma anche gratitudine e un po di paura: ora toccava a me, imparare a vivere.

Non cera scelta. Di parenti non ne avevo, e non volevo chiedere aiuto agli amici di mamma, presi comerano dalle loro famiglie, nipoti Avevo la certezza che mamma sarebbe stata critica verso il mio modo di ragionare, ma non potevo farci nulla. Già allora, sentivo che la mia vita dipendeva solo da me.

Ripassai ogni lezione di mamma, ma non era abbastanza. Non sapevo compilare moduli e non sapevo fare i conti: spesso mancavano soldi e dovevo arrangiarmi con le “giornate vuote”, mangiare poco e distrarmi facendo pulizie o altro.

Però, per una cosa trovavo sempre i soldi: il biglietto per entrare al museo. Lì dentro, non avevo né fame né sete. Giravo per le sale, come tra le perle di un rosario, ricordando le lezioni di storia che mamma, la migliore professoressa di Firenze, mi spiegava.

Un giorno, davanti alla mia Madonna preferita, arrivò un giovane strano: bassino, un po curvo, abiti dimessi, ma voce profonda. Mi conquistò con una naturalezza nel parlare che mi colpì e parlammo di tutto e niente per più di unora. Poi ci prendemmo le mani e ci allontanammo insieme, segnando linizio della nostra storia.

Fummo felici, anche se fu breve, ma fu una felicità così intensa che, rimasta vedova, non mi sentivo sola: mi restavano il ricordo e mio figlio.

La mia speranza, il mio orgoglio. Il mio Marco doro.

Se esistono figli perfetti, uno lo avevo io. Ne ero certa! Marco era diverso dagli altri, non solo perché lo guardavo con occhi di mamma: in giro vedevo tanti bambini, nessuno come lui.

Mamma, prendiamolo, ti prego! Nessuno lo vuole davvero, povero gattino!

Il gatto che Marco portò a casa era brutto. Rade macchie spelacchiate, occhi cisposi e gonfi. Sembrava più un incubo che un felino vero e proprio.

Ma negli occhi di mio figlio brillava una preghiera tale, ed io avevo così tanto bisogno di riempire il vuoto, che il gatto rimase. E la mia casa si riempì di faccende, sufficienti a distrarmi a lungo.

Marco trovò il micio vicino ai bidoni della spazzatura.

Portare giù limmondizia? Era compito suo, diceva:

Ma sono uomo, o no?! Mamma, è mio dovere!

Sapeva che suo padre non faceva mai differenze tra lavori “da uomo” e “da donna”. Ricordava come mi aiutava sempre, senza chiedere nemmeno il permesso.

Vedi, figlio, la donna è una creatura strana. Porta pesi enormi, ma non per questo è giusto lasciarglieli addosso. Allega un po di quel peso, e vedrai! Si trasformerà in una rosa fragile, non in una bestia da soma con la testa bassa!

Allinizio Marco rideva, immaginandosi un asinello così, poi però mi toglieva lo strofinaccio di mano.

Faccio io!

Ma non sei capace!

Fammi vedere! Papà poteva, lo posso anchio.

Lo lasciavo fare, orgogliosa e con le lacrime agli occhi.

Seguendo i consigli del padre, dopo la sua scomparsa Marco cercò sempre di aiutarmi.

Scusami mamma mi guardava, mentre cercavo di lavare il gatto che si lasciava fare senza nemmeno un miagolio. Era proprio sporco, vero?

E che ti aspettavi, Marco? Ha vissuto per strada.

Esatto! Pure sulla spazzatura!

Ancora di più! Immagina cosa avrà preso. Ci vorrà del tempo, ma ce la faremo. Ora è nostro e ce ne prendiamo cura.

Il gatto, muto come un pesce, mi ascoltava come se capisse ogni parola. Si lasciò lavare, nutrire, e il giorno dopo lo portammo pure dal veterinario.

Siete sicuri di volerlo davvero? Ci sarà parecchio da fare. E non so se riusciremo a salvarlo. È messo male

È proprio quello che ci serve adesso, risposi con fermezza al veterinario, portando via il gatto. Che mi guarda così? Al lavoro!

Ci volle quasi un anno per trasformare quel coso spelacchiato in un degno rappresentante dei gatti di casa, tutto coccole e fusa.

Anche se, la pace non era la sua vera natura. Forse fu colpa del nome che gli diede Marco: lo chiamò Barbarossa. Io accorciai subito in Baffo, ma a volte si comportava davvero come un pirata.

Per esempio, ogni ospite veniva sottoposto a unispezione severissima. Se il gatto non gradiva qualcuno, poveraccio! Quel fulmine rossiccio faceva scappare chiunque.

Fu proprio il gatto il primo a capire che qualcosa non andava, ma né io né Marco interpretammo i suoi comportamenti strani, quando attaccò la compagna di classe di Marco, Annetta, graffiandole di botto i collant nuovi di zecca.

Ahia! la ragazzina dagli occhi blu e i riccioli biondi lo scagliò via, mentre Baffo, stordito contro il muro, restava interdetto. Toglietemelo! Mi ha graffiato!

Marco afferrò subito il gatto, io cercavo scuse con la voce tremante.

Non importa! mi rispose gentile Annetta, Mamma me ne compra altri, non è un problema! Toglieteci questo mostro, Marco accompagna me, non il gatto.

Capii che, da lì in avanti, Annetta avrebbe condotto mio figlio per mano come aveva fatto negli anni di scuola e poi anche alluniversità.

Quando la madre le chiese il motivo della sua scelta universitaria, Annetta rispose annoiata:

Ma dai, mamma, non capisci? È Marco che studia per me! Tanto vale andare in una facoltà dove ci sono più maschi. A me il Magistero non interessa! Pieno di donne! Non fa per me!

Marco ignorava questi discorsi. Era innamorato. Anche se io, che per anni avevo sperato solo il meglio per lui, capivo che la sua non era proprio “amore”. Più una dipendenza.

Sei davvero sicuro che Annetta sia quella giusta per te?

Mamma, come no? Stiamo insieme da così tanto! Ora devo sposarla, è giusto! rideva, ma sentivo che lo sforzo era grande.

Non sapevo dirne il perché, ma quella ragazza così fragile aveva su di lui un potere incoerente.

Quando cera Annetta, rinchiudevamo Baffo che miagolava e grattava, e poi, una volta sola con me, si metteva sulle ginocchia a farmi compagnia.

Non so cosa voglia da Marco Non lo ama, si vede! gli sussurravo accarezzandolo. Come si fa a impedire al nostro ragazzo di soffrire? La ferita lo colpirà Lo sento! Eppure, se parlo, lui non mi capisce Forse è meglio così. Che posso fare?

Il gatto non poteva aiutarmi. Si limitava a calmarsi, nascondendo il muso tra le mani e facendo le fusa.

Questo bastava, ma solo per un po.

Pensavo che ormai mi sarei dovuta arrendere allidea: Annetta sarebbe diventata mia nuora. Marco aveva già trovato lavoro, una buona posizione, e aveva fatto la proposta; lei aveva accettato, chiedendo però di rimandare le nozze di qualche mese.

Perché? le mie mani accarezzavano il gatto, ma lui era inquieto.

Non so, mamma. Ha detto che non è pronta.

Almeno è stata onesta…

Non capivo, ma il cuore già mi segnalava che qualcosa non andava.

Quella sera, poco prima di perdere quasi mio figlio, Baffo era agitato, saltava da una parte allaltra della cucina, mi intralciava mentre preparavo la cena.

Piantala! Arrivano presto Marco e Annetta e sono indietro con tutto! Coshai?

Il gatto saltava sul davanzale, fissava nel buio, urlava con versi strani, poi riprendeva a correre inquieto. Volevo cacciarlo via dalla cucina, ma quando si scagliò di nuovo sul vetro, mi colse un presentimento.

Stringendo il gatto, vidi dalla finestra la sagoma di qualcuno in piedi sul tetto nevoso del palazzo davanti.

Che cosa mi fece spalancare la finestra? Quale istinto mi convinse che qualcosa di irreparabile sarebbe accaduto?

Gettai il gatto fuori dalla cucina e corsi alla finestra spalancata, urlando nel cortile:

Marco! No! Non farlo!

Non potevo sapere che su quel tetto cera mio figlio, non scorgevo nemmeno il suo volto. Vedevo appena una sagoma, nel freddo buio, ma sapevo che dovevo urlare.

La sagoma si mosse, io rimasi senza fiato

Poi, tutta un tratto, il pericolo cessò. Il tetto tornò deserto e bianco come la neve.

Marco tornò a casa solo nelle prime ore dellalba. Non chiesi nulla. Lo abbracciai forte, come solo una madre sa fare, lo accompagnai in camera, gli tolsi il maglione e gli rimboccai la coperta.

Proprio come da bambino, mamma Grazie

Marco pianse Di cuore, come non succedeva da tanti anni. Lultima volta fu quando Baffo lottava per la vita e solo la presenza di Marco aveva avuto la forza di tenerlo aggrappato a questa esistenza.

Adesso toccava al gatto fare compagnia a Marco e chiedergli di respirare ancora: toccava la sua mano fredda, che si risvegliava, per una carezza, poi si spegneva e il gatto tornava a insistere, perché lamore esiste, sempre.

Scusami

Non serve, figliolo. So tutto.

Mi ha ingannato. Aveva un altro da mesi

Succede.

Si può mentire se si ama? Mamma, è possibile?

No. Lamore non mente. Se ti hanno mentito, lì non cera amore.

Ne sei sicura?

Sì.

E ora che faccio?

Soffri. È giusto e necessario. Lascia andare. Anche questo serve, a te per primo. Perdona ma non adesso. Un giorno. Se poi arriverai a augurarle la felicità, allora saprai che cosè amare veramente.

Non sono capace

Di cosa?

Di lasciarla andare

E tutto il resto?

Quello sì, le auguro ogni bene

Questo è lamore, figlio mio

Parlammo e parlammo, come non avevamo mai fatto prima. La mattina dopo, gli dissi:

Prepara la valigia!

Ma perché?!

Perché parti, Marco! Devi costruirti la tua esistenza. Te lo ricordi, no? È una sola! E non dimenticare che qui cè casa tua. E qui ci sono io. E Baffo. E ti aspetteremo sempre

Mamma

Andrà tutto bene, Marco! Ma ora è giusto così. Fidati di me!

Marco partì, ma non subito. Sistemò tutte le questioni, trovò lavoro in unaltra città.

Io, salutandolo, mi sentii svuotata. Per ore rimanevo in poltrona davanti alla finestra, con Baffo sulle ginocchia, pregando il cielo che tutto potesse andare per il meglio.

Ci volle un po, ma le mie preghiere vennero ascoltate. Marco si tranquillizzò, si immerse nel lavoro, e fece carriera rapidamente. I colleghi rimanevano stupiti dalla sua integrità in un mondo dove sembrava impossibile conservarla. Ma il suo segreto era semplice: ricordava la notte sul tetto innevato, la voce della madre che laveva richiamato, e le mie mani tremanti che stringevano la coperta. E riecheggiava sempre nelle sue orecchie la mia voce, forte e quieta:

Andrà bene, Marco, lo so!

Quella certezza gli dava forza. Era cresciuto con i miei insegnamenti e ora li portava nello sguardo. La sua vita si era sistemata.

Mancava solo una cosa: qualcuno che volesse davvero dividere la vita con lui

Ripresami, raccolsi la borsa e sorrisi al gatto, che mi osservava con attenzione.

E allora, Barbarossa? Quando è stata lultima volta che hai visto una crisi di pianto seria? Guarda un po, divertente, no?

Non proprio, mamma! la voce di Marco mi colse di sorpresa, e caddi quasi a terra quando lo vidi sulla porta. Mamma, tutto bene?! Vuoi che chiamo il medico?

Non chiamare nessun medico! lo abbracciai forte. Come mai qui? Perché non hai telefonato prima?

Volevo farti una sorpresa

Ci sei riuscito, lo sai!

Ma il resto non so come dirtelo mi sostenne gentile.

Non serve che tu dica nulla! la mia voce tremava dalla gioia. È lei?

È lei, mamma

Menomale! sentii la mia anima elevarsi oltre ogni dolore e rancore. Quando ce la presenterai?

Sono qui per voi! Voglio che viviamo insieme te e Baffo!

No, caro, così no! Vuoi rinchiudere me e il gatto? Vi veniamo a trovare, non ti preoccupare, ma a vivere insieme, no. Vero, Baffo? gli sorrisi, serena come non ero mai stata. Lei

Tra un anno, sarò io a passeggiare fiera per il cortile con il passeggino, salutando orgogliosa le vicine.

Buongiorno! Come va? Noi ci godiamo il sole

E il grande gatto rossiccio, dal davanzale, canterà la sua ninna nanna con le fusa, certo che, finalmente, la donna che ama è davvero felice.

Un giorno ho capito: lamore di una madre è unico, ma se si vuole che un figlio viva davvero, bisogna lasciarlo andare e imparare a essere felici anche della sua felicità. E il cuore, allora, smette di far male.

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