Non voglio invitare i miei genitori al mio matrimonio.

Io e la mia fidanzata, Fiorella, ci vogliamo un bene incredibile. Abbiamo entrambi ventanni. Siamo amici dallultima fila delle elementari, e già dalla prima media eravamo inseparabili. Il tempo si è piegato su se stesso, e in una mattina di sole calante abbiamo avuto un figlio, così giovani che persino i calendari sembravano confusi.

Naturalmente, non era proprio ciò che i nostri genitori avevano immaginato per noi. Ma il sogno si è avverato comunque, come un pomeriggio che sboccia improvvisamente. Nostro figlio è la gemma più luminosa che custodiamo! Oggi compie tre anni: sembra una cometa tra i nostri cuori. Viviamo in un piccolo appartamento a Bologna, con le finestre che guardano sogni rossi e verdi. E io, in un distillato di coraggio e amore, ho deciso di sposare la mia Fiorella.

Abbiamo invitato circa cento anime alla festa di nozze, parenti sparsi dallo stivaleda Torino a Palermo, da Napoli a Firenzeognuno con la propria valigia di ricordi e segreti. Non siamo mai stati così vicini, ma con una cosa così rara come il matrimonio, sarebbe stato quasi sacrilegio non chiamarli.

Dal primo istante in cui la voce della nostra festa si è sparsa come caffè versato, mia madre ha cominciato a ripetere fra le ombre di casa che sarebbe meglio non portare il nostro piccolo con noi, ma affidarlo a una baby-sitter. Bisogna pensare al suo riposo, ai suoi sogni e non imporre il suo caos su chi vuole festeggiare. Tutti vengono per divertirsi, per ballare sotto le lampadine colorate, e tenere docchio un bambino così piccolo sarebbe una pena. Non capirebbe nulla, diceva lei, lo renderebbe un fantasma tra le rose di torta nuziale.

Solo io e Fiorella siamo convinti che nostro figlio debba essere lì, tra i coriandoli e i cori del matrimonio. Il momento è irripetibile, il ricordo sarà come un vino che migliora solo una volta nella vita. Mia zia, la sorella di mamma, si è offerta di vegliare su di lui durante la cerimonia. Così ci siamo rilassati, e pure lintera famiglia ha preso una boccata daria.

Solo mamma si aggira strana, come se camminasse in una nebbia di rimpianti, lamentandosi che nostro figlio non dovrebbe essere presente. Col tempo, ho decifrato il vero motivo per cui non voleva che suo nipote si tuffasse tra i confetti della nostra festa. I miei genitori avevano deciso di non far sapere a nessuno della sua esistenza. Adesso, con i parenti che bussano ai ricordi, non sanno come raccontare la verità a tutta la tribù. Si vergognano che il velo sarà sollevato dallo scrigno del segreto.

Mia madre sostiene che per lei sarebbe una catastrofese si venisse a sapere che abbiamo avuto un bambino prima delle fedi allanulare. Non capita a tutti di diventare genitori a ventanni; alcuni parenti potrebbero persino ridere o spargere mormorii. Non serve rivelare tutto, dice lei.

Probabilmente mamma soffre di più per il timore che le sue sorelle e cugini non capiscano le sue stranezze. Ogni tanto telefona ai parenti più lontani, ma la verità resta seppellita sotto un monte di scuse.

Ero parecchio turbato da tutto questo. Lei era turbata da me, immersi entrambi in un sogno agitato. Mi sentivo come se avessimo commesso un reato impossibile, come se fossimo diventati genitori di nascosto, fra le crepe della legge. Abbiamo parlato mille volte con i miei genitori, nelleco di camere bianche, cercando una soluzione come chi insegue una farfalla in uno specchio.

La decisione resta: io voglio mio figlio con noi, loro insistono sul loro silenzio. Le persone più vicine ci hanno lasciati soli in questa festa sospesa. Mamma continua a ripetermi che se non seguo il suo volere, non sarò più suo figlio. Mai avrei pensato di vivere una situazione così surreale, dove lamore si confonde con lombra del giudizio e il futuro sembra un corridoio di specchi distorti, in cui tuttavia continuiamo a camminare, mano nella mano, con nostro figlio che ride in una lingua tutta sua.

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