Al posto mio hanno scelto lei

– Papà, ma tu capisci che non è giusto? Lavoro in azienda da dodici anni. Dodici. E Giada è arrivata appena tre anni fa.

– Chiara, non ti comportare come una ragazzina. Non è questione di giusto o sbagliato. Si tratta di chi, in questo momento, è più adatta a ricoprire il ruolo di responsabile.

– E secondo te chi è più adatta? Lei non sa nemmeno leggere un bilancio trimestrale.

– Però sa parlare con la gente. I partner la adorano. I clienti pure. Rende tutto più semplice e piacevole, capisci? È un dono, Chiara. E non ce lhanno tutti.

Rimasi in piedi davanti la scrivania di mio padre, vivo ricordo comera ventanni fa, quando laveva acquistata a Milano in un negozio dantiquariato. Non laveva mai cambiata, sebbene oggi lazienda potesse permettersi di arredare tutti gli uffici di nuovo. Dalla sua poltrona vecchia, con calma e quasi bontà, mi guardava come si guarda chi si arrabbia per una sciocchezza.

– Papà, tre mesi fa ho chiuso laccordo con CostruEuropa, ti ricordi? Non collaboravano con noi da un anno. Ho fatto sei round di trattative e alla fine ce lho fatta. Allazienda ho portato ottocentomila euro. Giada era alle terme in Toscana, allora.

– Chiara…

– Lanno scorso ho rimesso in sesto tutta la logistica, perché perdevamo soldi ad ogni spedizione. Ho trovato tre nuovi trasportatori e cambiato rotte. Abbiamo risparmiato più di trecentomila euro in sei mesi.

– Chiara, ascolta.

– E quando ci fu la crisi col fornitore di Torino? Rischiavamo di perdere tre commesse importantissime. Sono rimasta una settimana in azienda giorno e notte e ho chiuso tutto io. Giada faceva le stories su Instagram e andava agli shooting fotografici.

– Chiara. La voce di mio padre si fece più bassa. E questa era la cosa peggiore. Sei una grande professionista. Nessuno lo nega. Ma non puoi essere il volto dellazienda. Sei troppo dura. Metti pressione. Ti rispettano, ma non ti amano. Oggi il business si basa sui rapporti, sulla fiducia. Giada questo lo sa fare. Tu no. È un dato di fatto.

Restai in silenzio un momento.

– Quindi dodici anni di lavoro non contano nulla.

– Contano. Rimarrai in azienda, aiuterai Giada. Dovresti capire che senza di te lei…

– No, dissi. Non capisco.

Uscii dal suo ufficio, richiusi sommessamente la porta. Non la sbattei. Semplicemente uscii.

Avevo trentacinque anni. Da poche ore, mio padre mi aveva detto chiaramente che dodici anni della mia vita valevano meno delle doti sociali di Giada alle cene di lavoro.

Sono quelle storie che non si inventano, che succedono in famiglie e aziende vere, ed è per questo che fanno così male.

Il corridoio della Falco Edilizia mi era familiare fino all’ultima crepa sulle piastrelle. Me le ricordavo perché avevo diretto io i lavori di ristrutturazione, mentre papà era a letto con l’influenza e mamma gli portava il brodo di pollo da casa. Avevo ventitré anni, appena uscita dallUniversità Bocconi, e già facevo tutto da sola.

Arrivai al mio ufficio. Chiusi la porta e mi sedetti al PC. Fuori cera Milano, novembre, il cielo grigio e le tegole bagnate. Appoggiai le mani sulla scrivania senza fare nulla per un attimo, fissando il vuoto.

Poi aprii il computer e ripresi a lavorare.

Avevo un progetto da portare avanti. Un progetto che nessuno conosceva ancora.

In casa Falco esistevano regole non scritte, ma scolpite nella pietra. Nessuno le diceva ad alta voce, tutti però le conoscevano. Giada, la minore, era la cocca di tutti. Nessuno lavrebbe mai messo in discussione. Era bella, leggera, solare. Entrava e tutti si giravano. Rideva forte e il suo buonumore era contagioso.

Lo notavo anchio. Non le invidiavo nulla, o almeno, mi impegnavo tanto a non farlo. Da anni.

Mamma, Donatella, diceva di me: La nostra Chiara è intelligente, seria. Sembra un complimento, ma in quella voce cera sempre dellaltro. Come a dire: intelligente sì, ma mai come Giada.

Quando Giada prendeva il massimo a scuola, mamma chiamava le sue amiche. Quando io presi la laurea col massimo dei voti, disse solo: Brava, ce lo aspettavamo. Non dimenticai mai quelle due intonazioni. Me le stampai dentro.

Papà era diverso. Franco Falco rispettava il risultato. Mi lodava per il lavoro o per risolvere problemi, mai per altro. Ma erano complimenti che suonavano come un giudizio su un buon attrezzo. Un martello batte ottimi chiodi. Bel martello.

Giada, invece, era loggetto prezioso. E un oggetto prezioso si tratta diversamente.

Giada era arrivata tre anni prima. Fino ad allora aveva provato di tutto: aveva fatto la modella (poco), lavorato in un’agenzia eventi, tenuto un blog di cucina. Mai oltre un anno. Poi papà le aveva offerto il ruolo di direttrice marketing e comunicazione. Lei aveva accettato volentieri.

In quella posizione, va detto, era piuttosto brava. Sapeva creare belle presentazioni, curare il packaging, gestire i contatti coi media. Rappresentava Falco Edilizia alle fiere lasciando sempre il segno. Era davvero dotata nel fare colpo.

Il problema era che dietro ogni apparenza serve sostanza. Numeri, contratti, strategie, scelte quotidiane (quelle che nessuno nota ma senza cui tutto crolla). Quella era la mia parte.

Non ne avevamo mai parlato davvero. Semplicemente succedeva: Giada portava in riunione le brochure preparate dal suo team, io studiavo numeri e punti deboli dei partner. Lei apriva le trattative col sorriso, io le chiudevo con la firma.

Per anni credetti che fosse normale così. Due sorelle che si completavano, una divisione dei compiti che sembrava funzionare perfettamente.

Dopo quella discussione a novembre, però, qualcosa cambiò.

Tornai a casa in metropolitana, sebbene potessi permettermi un taxi. Avevo bisogno di confusione attorno per pensare. Viaggiare tra la gente mi aiutava a mettere ordine.

Pensai al mio progetto.

Tre mesi fa cominciai a lavorare su una strategia che avrebbe potuto rivoluzionare il posizionamento di Falco Edilizia. Lazienda, specializzata in materiali da costruzione, stava attraversando un periodo difficile: il mercato cambiava, i grandi gruppi schiacciavano i piccoli, i margini si assottigliavano. Papà preferiva sperare senza cambiare rotta.

Io vedevo altro. Lazienda aveva una risorsa nascosta, ma preziosa: rapporti solidi con i fornitori medi, sparsi in tutta Italia. Non i colossi, ma le medie imprese che ai grandi sfuggivano. Se fossimo riusciti a creare una rete con loro, avremmo coperto una nicchia fuori dalla portata dei giganti.

Lavoravo la sera, anche di notte. Tabelle, mappe, simulazioni finanziarie, strutture legali. Un vero lavoro, quello che sapevo fare meglio.

Non ne parlai con nessuno. Forse intuivo che svelarlo prematuramente poteva rovinarlo. Che qualcuno avrebbe potuto appropriarsene. O che papà avrebbe detto ottima idea, presentala Giada che è più brava a parlare.

Dopo la discussione in ufficio, capii che la mia intuizione era corretta.

A casa mi aspettava Gino, il mio gattone rosso, grasso e ormai anziano. Leva i cappotti, scalda lavanzo di minestrone. Gino si siede vicino, stile filosofo silenzioso che capisce tutto.

– Non mi hanno scelta come direttrice, dissi a lui. Hanno scelto Giada.

Gino sbatté le palpebre.

– Già, nemmeno io capisco.

Cenai, lavai il piatto, riaprii il portatile.

Il progetto richiedeva gli ultimi tocchi: un modello finanziario a tre anni e una bozza di contratto per la partnership. Lavorai fino alle due, mi addormentai alle sei pensando a una clausola fiscale.

Così andava la mia vita. Niente epiteti, solo casa e lavoro, il mio Gino e il notebook.

Nella mia vita qualche uomo cera stato. Mai troppo a lungo. Non perché fossi brutta o noiosa: al contrario. Una donna piacevole, intelligente, dal sarcasmo fine che pochi vedevano, dato che lo mostravo raramente. Ma le relazioni richiedono tempo. E io non sapevo dove prenderlo. O non sapevo, semplicemente, darlo.

Stefano Romano comparve nella mia vita proprio quando cominciai a lavorare sul progetto. Consulente finanziario, veniva agli incontri in Falco Edilizia come advisor indipendente di papà. Silenzioso, attento: ascoltava più di quanto parlasse. Mi piacque subito.

Capitò che restammo soli dopo una riunione, mentre spiegavo una questione contrattuale. Lui pose domande puntuali, di chi ragiona davvero.

– Da quanto sei in azienda? domandò.

– Dodici anni.

– Uneternità. La conosci meglio di tutti, allora.

– Forse, risposi. Peccato che interessi a pochi.

Mi studiò con attenzione, senza dire altro. Solo un cenno con la testa. Ricordo ancora quel gesto.

Quando la nomina di Giada fu annunciata, qualcosa nei corridoi dellazienda cambiò. Sessanta persone: nessun segreto. Alcuni congratulazioni a Giada, sinceri o meno, non potevo saperlo. Altri mi fissavano con pietà, il peggio di tutto.

La responsabile amministrativa, Rosaria, donna sulla sessantina venuta su insieme allazienda, venne da me.

– Chiara, non è giusto. Volevo che tu lo sapessi.

– Grazie, Rosaria.

– Non so cosa farai, ma sei una donna in gamba. Troverai la strada giusta.

Sorrisi davvero.

Giada entrò nel mio ufficio dopo pranzo. In giacca chiara nuova, splendida. Faceva sempre venire voglia di guardarla. Anche questa era una sua dote.

– Chiara, voglio parlarti, esordì sedendosi di fronte.

– Dimmi.

– Sai che è stata la decisione di papà, no? Non lho chiesto io. Ha deciso lui.

– Lo so, dissi.

– Ti voglio vicina. So che senza di te non riuscirò a seguire tutto. Ho davvero bisogno di te.

La fissai. Era sincera. Giada quasi mai era falsa; semplicemente non si poneva domande su quel che cera dietro la sua spontaneità. Le sue parole ho bisogno di te erano come quelle di papà: servivo come uno strumento. Un buon martello.

– Giada, ti sei mai chiesta perché i clienti ti amano?

– Beh sono socievole.

– E perché firmano i contratti?

Giada tacque.

– Lavoriamo insieme, no?

– Esatto, dissi io.

Giada uscì, senza capire cosa fosse successo. Riaprii il portatile.

Dicembre a Milano vola via tra frenesie varie. Lavoravo. Di sera finivo il progetto. Di giorno edevvo arrivare alle scadenze di sempre, anche se ora formalmente ero solo vicedirettrice sviluppo invece di direttrice operativa. Cambiava il titolo, non la sostanza.

A fine dicembre mi chiamò Stefano.

– Buonasera, Chiara. Disturbo?

– Figurati.

– Ho saputo dei cambiamenti. Mi piacerebbe incontrarti. Ho qualcosa da dirti.

Ci vedemmo in un piccolo bar vicino allufficio, chiamato La Nuvola. Profumava sempre di cannella e caffè buono. Arrivai in anticipo, presi un cappuccino e guardavo il primo vero gelo.

Stefano fu puntuale. Si tolse il cappotto, sedette davanti a me, ordinò il suo espresso.

– Come va? domandò.

– Si lavora, risposi.

– So che ora la direttrice generale è Giada.

– Sì.

– E tu cosa ne pensi?

Lo guardai. Domandava senza giri di parole, non mi dispiaceva.

– Onestamente? Pensavo che mi avrebbe distrutta. E invece mi sento quasi più libera. Ve lo spiego meglio, se vuoi ascoltare.

– Sì, voglio.

– Stefano, perché mi hai chiamata? Cera qualcosa?

Sorseggiò il caffè, poi posò la tazzina.

– Seguivo Falco Edilizia, non solo come advisor di tuo padre. Come investitore. Vedo un potenziale enorme che nessuno sta sfruttando. Non conosco il motivo, visto che la persona che lo vede cè.

Stette in silenzio, fissandomi.

– Parli di me, dissi.

– Esattamente.

Rimasi muta. La neve tremolava sulle auto fuori.

– Ho un progetto. Sono tre mesi che ci lavoro. Manca poco.

– Raccontami.

E raccontai le parti essenziali. Lui sapeva ascoltare, senza interrompere, eppure facendo domande centrate. Restammo tre ore lì dentro. Quando finii, la nevicata era ricominciata.

– Unidea molto forte, disse infine. Sai che lo puoi realizzare anche fuori da Falco Edilizia, vero?

Non risposi subito. Ero pronta a sentire quella frase, ma ci volle qualche secondo prima di respirare.

– Ci ho pensato.

– E?

– Non sono ancora pronta. Aspetto il momento giusto.

– Quando?

– Lo vedrai presto. Sorrisi. Molto presto.

In gennaio Giada piombò nel mio ufficio esultante, come quando da bambina vinceva una gara.

– Chiara, ho un incontro con gli investitori! GrandeCapitale! Ci ascolteranno. È unoccasione unica, hai capito?

– Complimenti. Quando?

– Tra tre settimane. Serve una presentazione forte. Strategica. Con dati, piani precisi. Tu la puoi preparare?

La fissai. Dentro, qualcosa si fece gelido e trasparente.

– Ci penserò, dissi.

Giada uscì tutta contenta. Mi appoggiai contro la porta appena chiusa.

Ecco. Il mio momento.

Aprii il portatile e chiamai Stefano.

– Incontro tra tre settimane, con gli investitori. Ora so cosa devo fare.

Le tre settimane successive lavorai come mai nella vita. Raggiunsi la perfezione nella parte finanziaria: tre scenari, analisi dettagliate, grafici chiari e reali. Modellai la rete contrattuale, impostai due regioni pilota e trovai fornitori pronti a trattare. Scrissi le slide: quarantadue, ognuna difendibile da qualsiasi punto di vista.

Le notti le dedicai ai dubbi. Non sul progetto. Su di me. Giusto, sbagliato? Pensavo a papà e mamma, a Giada che forse non comprendeva. Poi ricordavo la frase: Sei dura. Ti temono, ma non ti amano. Qualcosa dentro di me si faceva solido.

Lavoro e famiglia, famiglia e lavoro. Per tutta la vita ho cercato di non sacrificare mai né luna né laltro. Risultato: mi davano per scontata. La mia opera per scontata. Come laria o lacqua calda: cè, bene; manca, allora si nota.

Chiamai Stefano una settimana prima della presentazione.

– Mi serve un testimone. O meglio, qualcuno che possa confermare i fatti se occorre.

– Ci sarò.

– Sai che rischia di essere spiacevole.

– Capisco.

– E ci sarai comunque?

– Chiara, la voce calda e ferma, sono mesi che ti osservo lavorare. So chi ha fatto questa azienda. Ci sarò.

Due giorni prima dellincontro Giada venne con la chiavetta USB in mano.

– Fammi vedere la presentazione. Devo studiarla per essere sicura.

Salvai il file e glielo porsi.

– Ci sono tanti dettagli. Sei sicura di voler parlare di tutto?

– Certo. Sono io la direttrice. Devo sapere ogni cosa.

Annuii e la lasciai andare.

Scrissi a Stefano: Tra due giorni, presentazione alle dieci.

La sala riunioni era grande e luminosa, vista sui Navigli. Papà ladorava: Con questa vista si firmano meglio i contratti!.

Tre soci di GrandeCapitale: un signore elegante, Luigi Russo, il managing partner, un giovane analista col portatile e una donna distinguibile dallo sguardo acuto. Papà li accolse di persona. Stefano era presente come esperto di settore.

Giada arrivò elegante, impeccabile e radiante. Io, in silenzio, dietro di lei.

Papà presentò Giada come direttrice generale. Lei sorrise, strinse le mani. Tutto andava come da copione.

Cominciò la presentazione.

I primi slide: dati di mercato, posizionamento, numeri. Giada sicura.

Arrivò la parte sulla strategia.

Mi sedetti in disparte, ascoltando. Sentivo le mie stesse parole, le mie formule. Giada recitava bene. Ma quando Luigi Russo alzò la mano:

– Qui scrivete che la nuova rete porterà al 40% dei margini nel primo anno. Da cosa deriva questa cifra?

Giada sorrise.

– Dallanalisi di mercato…

– Quale? Quali regioni? Fonti specifiche?

Un attimo di silenzio. Un solo secondo che per me fu come un colpo nello stomaco.

– Abbiamo analizzato alcune regioni…

– Quali? insistette gentilmente ma con fermezza.

Giada guardò il portatile, poi il video, poi ancora Russo.

– Giada, papà sussurrò sottovoce.

Mi alzai.

Fu un gesto tranquillo. Mi alzai e dissi:

– Dottor Russo, se permette rispondo io.

Ci fu attenzione nella sala.

– Il 40% dei margini deriva da unanalisi condotta su dodici fornitori medi con cui collaboriamo dal 2017. Ho considerato i bilanci, landamento stagionale, i costi fissi. Quei termini li mettono in vantaggio rispetto ai grandi gruppi, senza però superare il nostro margine di sicurezza. Le due regioni pilota sono Lombardia e Emilia Romagna. La documentazione dettagliata la trova nei slide 36 e 37, allegato tecnico.

Un silenzio denso.

– Lei chi è? domandò Russo.

– Chiara Falco, vicedirettrice sviluppo. Pausa. Sono io lautrice del progetto.

Russo guardò prima Giada, poi me.

– Lautrice, chiaro. Annotò qualcosa. Allora ci presenti lei la strategia, per favore.

Papà era impietrito. Giada guardava il tavolo.

Presentai io. Parlammo quaranta minuti: risposi a tutte le domande, snocciolai i numeri vissuti per tre mesi. Russo incalzava nelle domande, io rispondevo. Lanalista scriveva, la donna annuì con un piccolo sorriso: capii che era empatia sincera.

Alla pausa, Giada svanì. Papà mi raggiunse.

– Cosa hai fatto? disse piano, la voce stanca più che arrabbiata.

– Ho detto la verità, papà. Solo questo.

– Sai cosa hai fatto davanti agli investitori?

– So solo cosa ho fatto in questi mesi.

Stette zitto a lungo, poi si girò via.

Stefano mi trovò.

– Come ti senti?, chiese.

– Bene, e sì, era vero. Forse più di quanto mi era capitato negli ultimi anni.

Il giorno dopo diedi le dimissioni.

Era un venerdì mattina tranquillo, fuori ancora nevischio. Al tavolo della mia cucina, col caffè e Gino che sonnecchiava sul divano, stampai il modulo e andai in azienda.

Papà stava nel suo studio. Bussai.

– Papà, sono qui per lasciarti la mia lettera di dimissioni.

Lesse il foglio. Lo mise da parte.

– Chiara, parliamone. Sei scossa.

– No. Sono molto lucida. Era tempo che ci pensavo.

– E che farai ora?

– Farò la mia strada, papà. Sul serio questa volta.

Rimase zitto.

– E il progetto? Russo mi ha chiamato. È interessato. Se vai via…

– Il progetto è mio. Ho tutta la documentazione con le date e le bozze. È mio, fatto dopo lavoro sul mio portatile. Ho già consultato un legale.

Ancora silenzio. Vidi il suo volto cambiare. Non per pena. Ma per la presa di coscienza improvvisa. Non lintelletto, il resto: la pancia, lanima.

– Hai sempre pianificato tutto, mormorò.

– Sì, papà. È la mia dote. Quella che hai sempre chiamato durezza.

Deposi le chiavi sulla scrivania e me ne andai.

Fuori, in corridoio, Rosaria mi aspettava.

– Vai via?

– Sì.

– Lo immaginavo. Mi abbracciò. Aveva ancora il profumo che usava da trentanni: Acqua di Parma, che mi commuoveva ogni volta. Fai bene, Chiara. Vai.

Mamma mi chiamò la sera.

– Chiara, cosa è successo? Papà dice che te ne sei andata. Come mai? Dove?

– Apro la mia attività, mamma.

– Ma… e lazienda? Hai dato tutta te stessa…

– Già, mamma. Tutta me stessa.

Pausa.

– È per Giada, vero? Sei offesa?

Guardai fuori. Il cielo sopra Milano era buio, senza neve.

– Non è per Giada, mamma. È per me. Ho trentacinque anni, voglio costruire qualcosa di mio.

– Papà dice che ti porti via un progetto. Non è carino, Chiara. Siamo una famiglia…

– Mamma. La mia voce si fece calma. Quel progetto lho creato io, di notte, sul mio PC, con la mia testa. È mio. È normale così.

– Ma sai come stiamo ora? Giada è giù…

– Capisco. Mi dispiace per lei. Ma non cambia nulla.

Attese un attimo.

– Tu sei sempre stata così. Di ferro.

– Sì, mamma. Lo so.

La nuova società si chiamava Ponte. Scelsi io il nome: costruivamo veri ponti tra produttori e fornitori regionali che nessuno vedeva. Niente fronzoli, niente inglesismi. Solo onestà.

Stefano entrò come socio e investitore. Prendemmo un piccolo studio a Porta Romana: tutto il giorno lavoro e squadra. Tre persone mi seguirono dalla vecchia azienda, mi scrissero loro. Non rubai nessuno: si offrirono.

Russo, di GrandeCapitale, mi incontrò in aprile.

– Tuo padre ci ha proposto il progetto. Ma senza di te.

– Lo so.

– Abbiamo rifiutato.

– Capisco.

– Il progetto adesso nasce qui?

– Qui.

– Siamo pronti a trattare.

Non sorrisi subito; imparai a non festeggiare prima del tempo.

– Ti mando la nuova proposta in settimana.

Falco Edilizia senza di me scivolava piano, come una casa da cui hanno tolto le travi portanti. Non crollò subito. Ma chi guardava da fuori lo notava.

Giada si impegnava, e non era onesto negarlo. Assunse consulenti, tentò trattative. Ma trattare non è solo sorridere: è capire i numeri, evitare i tranelli, sapere dire no. Serve esperienza.

Tre partner importanti cambiarono fornitore in estate. Uno, lo seppi poi, confessò a papà: Franco, lavoravo con la Falco solo per Chiara. Mi fidavo di lei. Senza di lei… niente.

Papà mi chiamò a luglio. Ero a Bologna da un cliente, risposi.

– Chiara, devo parlarti.

– Dimmi, papà.

– Non al telefono. Vieni domenica?

Andai. La casa dei miei in Brianza era come sempre: grande, curata, con il giardino di mamma pieno di fiori. Era agosto, caldo, i cespugli in festa.

Mamma mi accolse nel portico. Mi fece il tè.

Giada non venne. Forse non contava davvero, o forse sì. Preferii non pensarci.

Papà uscì, sembrava più vecchio. O forse era solo perché non lo guardavo così da tanto.

– Grazie di essere venuta.

– Me lhai chiesto tu.

Ci sedemmo in veranda. Mamma si spostò tra i fiori.

– Chiara, devo dirtelo. Pausa. Ho sbagliato. A novembre. E forse prima ancora.

Stringevo la tazza.

– Ti ho visto lavorare. Sempre. Ma pensavo… non lo so cosa pensassi. Che tu fossi forte, che non servisse dirti niente. Giada invece… Giada è diversa. Fa più fatica.

– Papà, Giada è unadulta.

– Sì. Ora lo so. Sospirò. Ma lho capito tardi.

Lo fissai. Avrei voluto sentire trionfo, liberazione. E invece sentivo solo qualcosa di lieve e malinconico. Come se stessi davanti a un albero destinato a non crescere più.

– Ti sento, papà, dissi.

– Come va la tua società?

– Bene. Meglio di quanto sognassi.

– Sono felice. Lo disse davvero e io lo credetti. Non cera invidia, né orgoglio. Solo fatica. Sono proprio felice, Chiara.

– Non provo rancore, papà. Vorrei tu lo sapessi.

– Davvero?

– Davvero. Un tempo sì. Ma adesso ho altro da fare.

Mamma ci chiamò a tavola. Pranzo destate: insalata di riso, crostata. Chiacchiere su giardino, pioggia, la nuova strada del paese. Guardavo la cucina di sempre, le tende cucite da mamma, e sentivo un groviglio strano e indefinibile. Non si chiama rancore, né perdono. È una specie di sospiro. Un lungo, profondissimo, sospiro.

Poi in giardino, mamma mi fece vedere le rose. Le coltivava da sempre.

– Belle, dissi.

– Questanno sono cresciute tanto bene. Tagliò un ramo, sistemò i fiori. Hai gente in ufficio, vero?

– Siamo in cinque.

– E Stefano solo socio?

– Sì.

Mi scrutò.

– Solo socio?

Sorrisi.

– Mamma.

– Ormai sei sola da troppo, Chiara. Non va bene.

– Non sono sola. Sono con persone che mi rispettano. Vale più di quanto pensassi.

Mamma tacque, poi le sistemò le rose.

A settembre Ponte firmò il primo contratto importante in Emilia Romagna. Niente record, ma era un risultato vero. Un seme nato dalle notti gelide passate a lavorare da sola.

Festeggiammo in ufficio, in sei, con una torta e del prosecco. Dario, il più giovane del team, brindò:

– A Chiara Falco: ha immaginato tutto, e non ha avuto paura.

Bevemmo. Milano era dorata e fresca.

Rimasero solo io e Stefano. Mentre lavava le tazze mi voltò le spalle.

– Chiara, disse.

– Sì?

– Non credi sia ora di prendere finalmente un caffè, uno vero, solo per noi?

Lasciai i bicchieri. Lo fissai.

– Sì, lo penso anchio.

Si girò.

– Domani sera?

– Va bene, risposi.

A casa, Gino mi venne incontro da saggio quale era. Mi tolsi il cappotto, accesi il bollitore, guardai la mia casa: piccola, accogliente. Ogni cosa lavevo scelta io, col mio gusto, con la mia calma.

Presi una tazza, mi sedetti sul divano, Gino sulle ginocchia. Subito iniziò a fare le fusa.

Non pensavo né a papà né a Giada. Solo al prossimo incontro a Rimini, al cliente da convincere sui nuovi accordi. Che dovevo cambiare gli stivali, ormai distrutti. E che Stefano rideva poco ma in modo sincero.

Pensieri semplici e bellissimi.

Le storie vere raramente finiscono con pacificazioni teatrali. Si concludono con un tè, un gatto in braccio, la consapevolezza che domani avrai il lavoro che hai costruito con le tue mani.

A ottobre Giada mi chiamò. Senza preavviso, risposi distinto.

– Ciao Chiara.

– Ciao.

Pausa.

– Avrei voluto chiamarti da tempo. Non sapevo come.

– Non importa. Come va?

– Male, se devo essere onesta. Voce titubante, lontana dalla sua consueta sicurezza. Chiara, so che alla presentazione ho fatto una cavolata. Non lo capivo finché non è successo. Finché non ti sei alzata e hai parlato chiaramente.

Rimasi in silenzio.

– Chiara, ho preso il tuo lavoro e lho fatto passare per mio.

– Lo so.

– Capisco che non è stato giusto.

– È così, Giada. Non si fa.

– Lo so. Papà mi ha ordinato di fare la presentazione. Avevo paura di non farcela. Ho pensato: tanto siamo famiglia, lavoriamo insieme

– Non rende le cose giuste.

– Ora lo so, davvero. Cerano nella sua voce incertezza, smarrimento.

Silenzio. Gino si leccava il pelo.

– Come va lazienda?, chiesi.

– Male. Abbiamo perso altri due clienti. Papà soffre moltissimo.

– Mi dispiace.

– Chiara, non è che no, lascia perdere.

– Cosa?

– No, niente. Non devi.

– Giada, parlami.

– Mi servirebbe un bravo consulente per le trattative. Pagato, ovviamente. Ne conosci qualcuno?

Chiusi gli occhi.

– Ci penso e ti scrivo.

– Grazie, Chiara.

– Giada, impara a leggere i bilanci trimestrali. Non è così difficile. Chiedi a Rosaria; ti spiegherà tutto, se la tratti bene.

– Pensi che mi aiuterà?

– Sì. Vuole il bene dellazienda.

– Provo, sussurrò Giada.

Ci salutammo. Guardai fuori. Novembre di nuovo su Milano, con cielo cupo e una spruzzata di neve. Non sapevo se si era chiuso un cerchio. Forse non ci sono cerchi. La vita va avanti, un po dritta, un po storta, e ognuno fa quello che sa, imparando a volte, a volte no.

Il mattino dopo arrivai prima in ufficio. Caffè, notebook, lista attività. Rimini, telefonata alle undici, revisione del contratto, incontro con un nuovo cliente alle tre. E la sera, alle otto, caffè con Stefano.

Aprii il primo file. Cominciai.

Dopo unora arrivò Dario, poi Marta, poi gli altri. Lufficio si riempì di voci, chiamate, il profumo del caffè dalla macchinetta comprata tutti insieme e che andava a singhiozzo, ma funzionava.

Una giornata come tante. Una mia giornata. Una giornata che apparteneva solo a me.

Nel pomeriggio, tra un appuntamento e laltro, mi scrisse Stefano: Stasera alle otto. Ho trovato un posto carino.

Risposi: Bene. Non vedo lora.

Poi aggiunsi: Grazie.

E lui: Di cosa?

Osservai il telefono, lo posai, sorrisi. Scrissi: Te lo dico stasera.

A fine giornata, mentre uscivo, Marta mi chiese:

– Chiara, sei soddisfatta?

Chiusi il portatile, presi il cappotto.

– Sì, Marta. Lo sono.

– È bello, disse lei.

– È bellissimo, risposi.

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