Come sempre
Speranza si svegliò alle cinque e mezza, anche se la sveglia era puntata per le sei. Quando aveva davanti giornate lunghe e cariche di compiti, le succedeva sempre così. Rimase qualche istante a guardare il buio oltre la finestra, poi si alzò piano piano, passando sotto le coperte senza svegliare Vittorio. Lui mugugnò qualcosa nel sonno e si girò sullaltro fianco, come suo solito.
In cucina, Speranza accese la luce e chiuse la porta. Bollitore, fornelli, gesti ripetuti talmente tante volte che ormai ci pensavano le mani da sole. Da fuori arrivava solo il riflesso giallo dei lampioni sul cofano delle macchine, coperte di un sottile strato di brina. Ventotto dicembre. Mancavano tre giorni a Capodanno, e per ora tutto ciò che aveva pronto era quel che aveva preparato ieri: una ciotola di impasto per i biscotti nel frigo e una lista della spesa ben sistemata sul tavolo.
Vittorio arrivò in cucina verso le sette, già vestito, profumato dacqua di colonia. Si sedette e annuì in direzione della tazza che lo aspettava.
Cosa hai in programma oggi? chiese Speranza, versando il tè.
Devo passare in fabbrica, rispose lui prendendo la tazza senza guardarla. Devo consegnare dei documenti. Rientro stasera.
Parlo della cena… Cosa ti preparo?
Solito, scrollò le spalle, sfogliando il giornale come se fossimo in Parlamento. Va bene così.
Speranza aprì la bocca, pronta a puntualizzare che il solito non era una risposta: ieri aveva fatto le polpette, il giorno prima pesce, tre giorni fa stufato. Ma decise di lasciar perdere; tirò fuori le uova dal frigo per una frittata.
Oggi chiama Mario, annunciò, rompendo le uova con la forchetta. Dice che viene questo weekend.
Mh, Vittorio non si staccò dal giornale.
Il telefono squillò proprio mentre la frittata sfrigolava in padella. Speranza si asciugò le mani sul canovaccio e guardò lo schermo. Era Mario.
Pronto, tesoro.
Ciao mamma! Vengo sabato, ok? Arrivo per le due.
Va bene, Speranza sorrise, anche se lui non poteva vederla. Cosa vuoi che ti prepari?
Il mio preferito, quello con il pollo e i funghi, dai mamma, lo sai…
Certo che lo so.
Grande! Scusa, devo correre, riunione! Un bacio!
Riagganciò prima che lei potesse chiedergli se sarebbe rimasto a dormire. Speranza guardò il telefono e poi la frittata. Pollo e funghi, quindi. Doveva andare al mercato, comprare funghi freschi, buon pollo. E non dimenticare la panna.
Vittorio finì la frittata, bevve il tè e si alzò da tavola. Speranza istintivamente allungò la mano per prendere il suo piatto, ma lui aveva già raggiunto la porta.
Torno stasera.
Vittò, ma tu…
Eh?
Niente, vai vai.
Sbam, porta chiusa. In cucina restarono solo i piatti sporchi e una lista mentale lunga quanto il Tevere: mercato, cucina, pulizie, lavare le camicie di Vittorio, comprare altre palline di Natale visto che lanno prima il gatto aveva fatto strage finire i biscotti e trovare il tempo per chiamare la mamma, sennò poi si offende.
Aveva in cuore quella solita puntura, piccola ma acuta. Era sempre lì, forse la ignorava, ma certe volte, proprio come ora, si faceva sentire.
***
Al mercato ci andò dopo pranzo. Lautobus attraversava le vie mezza congelate del quartiere tra mille svolte e marce al rallentatore. Speranza ne aveva abbastanza tempo per osservare i palazzi, le panetterie, il barbiere sulla via Garibaldi. Ventanni che abitava a Milano, eppure ogni pietra era una vecchia amica.
Scese alla fermata davanti al mercato coperto, sistemò la borsa sulla spalla e si fece largo fra la gente: voci, odori, cesti pieni, richiami, coriandoli di Natale. Il banco della carne era presidiato da una donnina dalle mani tozze e aria scaltra.
Un bel pollo, questo, davvero, commentò la macellaia mentre lo incartava. Qualcosaltro?
Cerco dei funghi freschi.
Vai giù, da Carla. Sono i migliori.
Il banco dei funghi sembrava una pubblicità di funghi porcini: profumo di bosco, roba che ti viene voglia di abbracciare un albero. Speranza ne prese mezzo chilo, aggiunse panna, burro, prezzemolo, e la borsa minacciava di staccarle la spalla. Mettici pure i mandarini Mario li adorava.
Davanti al banco della frutta cera un vecchietto in giacca consunta e berretto di lana, che fissava i mandarini, poi una manciata di monete, poi di nuovo i mandarini. Speranza capì subito che stava facendo il conto.
Un chilo di questi, per favore chiese al fruttivendolo.
Calabresi o spagnoli?
Calabresi, rispose, guardando il vecchietto che intanto si era già allontanato in silenzio.
Duecento venti euro, monete comprese, ma Speranza si bloccò: il nonno guardava gli altri frutti con unaria che le fece male. Non era nemmeno pietà, più riconoscersi nellaltro.
Scusi, disse al fruttivendolo. Me ne pesi altri mezzo chilo, sempre calabresi, per lui.
Il venditore la fissò sorpreso, poi riempì un altro sacchetto. Speranza pagò, prese entrambe le buste e si avvicinò al vecchietto.
Tenga, sono per lei. Buon Capodanno.
Lui la guardò, poi guardò i mandarini. In quegli occhi passava il romanzo della sua vita. Speranza distolse lo sguardo.
Ma… grazie, grazie davvero.
Di niente, è Natale.
Anche a lei, auguri sinceri.
Si allontanò in fretta, stringendo le buste. Inutile pensare ai soldi non ce nerano mai abbastanza per regalarli ma non era quello il punto. Quando il nonno aveva preso quei mandarini, nel suo sguardo si era accesa una gratitudine che strinse e sciolse qualcosa nel petto di Speranza. Un sentimento strano, come rivedersi allo specchio.
Tornò a casa in silenzio, guardando il cielo lombardo oltre il finestrino. Nella testa sempre lo stesso pensiero: un perfetto sconosciuto le aveva detto grazie per dei mandarini. In casa sua, invece, poteva cucinare e stirare per giorni che ringraziamenti non ne sentiva mai. Come sempre. Tutto normale.
***
Sabato. Sveglia alle sei e mezza, la solita Speranza. Vittorio ancora a russare sotto il piumone, abbandonato alla dolce vita matrimoniale. Lei chiuse la porta della camera e raggiunse la cucina dove cera il pollo da scongelare e i funghi da pulire meglio mettersi sotto, a che ora sarebbero arrivati, i reali di Inghilterra?
Sistemando i funghi con la destrezza di una chirurgia a cuore aperto, Speranza aveva ancora davanti agli occhi il mercato e quel nonno con i mandarini.
Ma come mai ti sei alzata così presto? sbucò Vittorio, mentre si strofinava la faccia.
Mario oggi viene a pranzo.
Giusto.
Si preparò il tè, si piantò al tavolo e accese la tv che troneggiava dallalto come una Madonna del Santuario. Notizie, euro, traffico, piove a Genova, neve in Trentino, solito disastro in tangenziale. Vittorio sorseggiava tè senza rivolgerle mezza parola, figuriamoci chiederle se avesse bisogno di aiuto.
Vittò, porteresti giù la spazzatura? Guarda che la busta straborda tentò Speranza.
Dopo il tè, sì.
Sì, ma dopo quanto?
Eh, non lo so, dopo…
Speranza sospirò. Dopo il tè di solito significava vediamo domani. Come sempre, avrebbe portato giù la spazzatura lei.
Il pollo riuscì perfetto, dorato, croccante, profumatissimo di funghi e aglio. Lo mise a tavola alle due meno cinque, manco a dirlo, Mario suonò il campanello alle due e dieci, in grande stile: sorriso, abbraccio, giacca nuova, scarpe costose, odore di profumo che mica stai in periferia.
Maaaam! Come stai?
Tutto a posto, lo studiava soddisfatta.
Ciao, papà! Mario passò al salone, diede una pacca a Vittorio. Hai già messo la partita? Dai, fammi posto!
Siediti pure. Dai che la guardiamo insieme.
Mamma, allora, hai già portato in tavola?
Arrivo, strano eh?
Speranza mise tutto in tavola, nella sala grande, pollo, patate, insalata. Mario mangiava con più gusto di un prete a Ferragosto, elogiando ogni due forchettate. Vittorio era silenzioso, sintonizzato più sul televisore che su sua moglie. Speranza li osservava, ripassando tutte le ore spese in cucina, mentre i due uomini si godavano il pranzo come clienti di un ristorante stellato.
Mamma, ma che hai, sei stanca?
Normale, figlio. Tutto a posto.
Ottimo. Senti, mi lavi la camicia bianca che ti regalai? È in macchina, la porto su.
Portala.
Mario tornò col sacchetto. La camicia aveva unaura di vissuto, il colletto decorato da un bel alone giallo. Roba da usare il sapone di Marsiglia.
Mamma, sei top! Dai, io scappo, passo dai ragazzi.
Ma sei appena arrivato…
Eh mamma, ho promesso. Tu capisci, vero?
Speranza annuì. Ci era abituata ormai Mario veniva, mangiava, lasciava panni e ripartiva. Come se mammà fosse la Concierge del Grand Hotel.
Mario, ma a Capodanno vieni?
Certo, ci sono! Però non esagerare come lanno scorso, che abbiamo mangiato per una settimana.
Vabbè, stai attento!
Chiuso il portone, Speranza raccolse i piatti. Vittorio era già allungato sul divano, felicemente impegnato a cambiare canale. Camicia alla sedia da lavare, da stirare, da piegare. Tutto come sempre. E nessuno, nemmeno per sbaglio, a chiederle se fosse tutto ok, se fosse stanca, se almeno il pollo era buono.
Sperà, il té!
Lei chiuse gli occhi, strinse i pugni, li riaprì. Mise lacqua su e si preparò. Come sempre.
***
Il trentuno avrebbe dovuto essere una di quelle giornate ordinarie. Lista pronta da giorni. Insalata russa, baccalà, lasagne, pollo ripieno, verdure grigliate, affettati, crostini. Vittorio non si sentiva in festa senza baccalà, Mario voleva linsalata russa. Lei, sinceramente, avrebbe mangiato solo aringhe e andata a dormire.
Il ventinove, al mercato, carni per il bollito, barbabietole, carote, insalata, salame, robiola. Tutto giorno ai fornelli, schiena a pezzi, mani che odoravano di pesce e aceto.
Ma quanto ci metti lì dentro? Vittorio sporse la testa in cucina. La tv non va. Dai, vieni a sistemare lantenna.
Ma sono impegnata, ho dieci cose da finire!
Cinque minuti, dai.
Speranza pulì le mani e sistemò la dannata antenna. Tornò in cucina e si rimise sopra il vinaigrette. In testa, un continuo ronzio: Cinque minuti… Come se stare ai fornelli ore fosse una vacanza alle Maldive.
A sera tutto quasi pronto. Solo da infornare il pollo domani, appena arriva Mario. Speranza si sedette col tè, guardando il frigorifero pieno. Immaginò la tavola. Saverio che racconta delle sue cose, Vittorio che annuisce, lei che entra, esce, serve, sparecchia, e poi a notte, sola con i piatti.
Squillò il telefono. La mamma.
Speranzina, come sei messa? Preparativi?
Pronta, mamma, più o meno.
Brava. Io nemmeno ci provo più. A che serve spaccarsi la schiena se non ti dicono neanche grazie?
Dai mamma, non dire così…
Perché? È la verità. Tutti si aspettano che la donna faccia tutto. Nessuno che apprezzi.
Speranza ascoltava, sentiva una tristezza dolce e rassegnata. Era la storia di tutte. Donne che fanno, disfano, sorridono, e poi si ritrovano sulla sedia della cucina, stanche da morire.
Vieni da noi dopo domani, dai.
Ma figurati, cosa vengo a fare?
Fai compagnia, almeno per un tè.
Vediamo. Vieni, dai, non è sempre detto che… Dai, vado, che tu hai da cucinare. Non ti spezzare la schiena, figliola.
Bacio mamma, a presto.
Unaltra nevicata fuori, la solita calma irreale da film natalizio. Anche il gelo sembrava più leggero, ma Speranza sentiva dentro crescere una pesantezza nuova. Ripensava al nonnetto del mercato. Lui laveva ringraziata, con quelle poche monete in mano, laveva guardata come se avesse visto una Madonna vera. Lei invece era trasparente, in famiglia nessuno la vedeva.
***
Il trentuno dicembre iniziò stranissimo: Speranza non si alzò subito. Se ne rimase a letto, fissa il soffitto, sentendo il respiro pigro di Vittorio. Niente da cucinare. Decise così, senza urla né pianti. Oggi basta.
Vittorio si svegliò alle otto.
Oh, ma che hai oggi? Dormi ancora?
Sono in cucina.
Solo che cera una sola tazza, la sua, e nulla neppure su fornelli. Vittorio entrò, la osservò, frigo e fornelli deserti.
La colazione?
Te la prepari tu. Le uova sono dove sono sempre state.
Ma hai la luna storta oggi?
No, solo… Stanca, Vittò.
Alla fine si fece le uova come un sopravvissuto alla guerra, sbattendo padelle e maledicendo il mondo, che ci vogliono le mani buone anche per cucinare due uova. Poi, immusonito, sprofondò in salotto con la tv.
Tutto era pronto in fridge: insalate, affettati, antipasti. Manca solo il pollo da arrostire. Ma niente. Oggi niente pollo.
Mario chiamò alluna.
Mamma, tra unora arrivo!
Mario, oggi non cucino.
Eh? Che stai dicendo, mamma?
Non cucino. Davvero.
Mamma, dai, non scherzare.
Non preparo nulla. Se volete, ordinate o cucinate voi.
Mamma, ma è Capodanno! Ci rovini la festa!
Speranza si strinse il telefono tra le mani. Le tremavano un po.
Mario, pure io ho voglia di fare festa, magari senza dover stare ai fornelli tutto il giorno per tutti e poi spalmarmi sui piatti a notte fonda.
Ma che ti prende…?
Niente, Mario. Se vuoi, vieni lo stesso. Ma oggi non faccio la cuoca.
Riattaccò, stavolta erano lacrime di paura: paura per quello che aveva detto, che in fondo era la verità. Vorranno mica offendersi tutti, adesso? Ma tanto non ce la faceva più.
Speranza, che gli hai detto a Mario?
Solo la verità.
Ma dai!
O cucini tu, o niente. O ordinate pane e mortadella.
Vittorio la guardava come se avesse dichiarato la rivoluzione socialista.
Adesso basta, comunque. Se vuoi mangiare pollo, cucinalo tu.
Rimase qualche secondo con la bocca aperta, poi si riprese la sua dignità e andò via. Speranza rimase seduta, il cuore in tumulto, ma non pianse, e di nuovo si sorprese del coraggio avuto.
***
Mario arrivò poco dopo le tre: passo felpato, aria da casa occupata.
Ma… cosa è successo?
Proprio niente.
Ma che non cucini… Ma dai!
Oggi no.
Si sedettero uno accanto allaltra.
Sai, tu arrivi, mangi, lasci camicie e riparti. Hai mai chiesto davvero come sto, se sono stanca?
Eddai mamma…
Nemmeno grazie. Voi pensate sia scontato. Ma io sono invisibile, come il micio di casa.
Mario tacque, giocando nervoso con la zip del piumino.
Mamma, scusa. Non ci avevo mai pensato
Appunto, Speranza si alzò. Nessuno ci pensa. Perché tanto ci si arrangia sempre. Ma anche a me piacerebbe una festa dove posso sedermi a mangiare, invece di servire.
Vittorio sbucò sulla soglia.
E adesso? Che facciamo, la terapia familiare a Capodanno?
No. Oggi cucinate voi. O ordinate. Cè già qualcosa in frigo.
E il pollo?
Non cè. Cè insalatina, affettati e pane.
Ma che abbiamo combinato? mormorò Vittorio uscendo.
Mamma, allora passo al supermercato, almeno prendo dei polli cotti e pizza…
Fai pure.
E Speranza rimase lì, incredula, addosso un brivido di paura e di leggerezza insieme. Come se avesse gettato uno zaino troppo pesante.
***
A tavola, pizza, roba pronta, insalate. Nessuna corsa, nessuna madre ai fornelli. Mario versò il vino, Vittorio muto fissava la pizza, Mario provava qualche battuta un po tirata. Speranza sedeva con loro, e per una volta non si alzava ogni due minuti.
Mamma, assaggia questo. Buono, vero?
Grazie, Mario.
Vittorio masticò la coscia di pollo cotto e, dopo due bocconi:
Forse il tuo veniva meglio.
Non lo metto in dubbio, rispose lei senza enfasi.
Su Raiuno la solita commedia con Pozzetto e la Cupola di San Pietro. Alla mezzanotte, spumante e abbracci. Mario strinse sua madre:
Scusa mamma. Proverò a essere più presente.
Ci conto, gli sorrise.
Non che pensasse sarebbe cambiato tutto in un attimo. Ma qualcosa era scattato. Quando Mario sparecchiò, Vittorio si alzò e portò i piatti in cucina. Ci misero una vita, ma alla fine Sveglia andò a letto quasi felice: si erano dati da fare anche loro.
***
Il giorno dopo: baci e caffè. Speranza fece le crêpes e Mario apparecchiò. Anche Vittorio aiutò, sistemando i piattini come meglio poteva.
Mamma, posso venire a pranzo anche mercoledì? Ma cuciniamo insieme! Mi insegni la tua lasagna? Basta che me la impari, giuro!
Si guardarono negli occhi: stavolta cera attenzione, desiderio vero. Non solo mamma, fammi le tagliatelle.
Certo che ti insegno.
Pure a me, aggiunse Vittorio. Che qui faccio solo uova strapazzate degne dun campeggio.
Vi insegnerò tutto.
Mario partì solo dopo pranzo, promettendo di telefonare la sera. Vittorio se ne restò a tavola, stavolta senza tv. Poi chiese a Speranza di sederglisi accanto:
Ho pensato tutta la notte a quello che hai detto. Sai che hai ragione? Mi sono abituato troppo bene. Pensavo fosse normale.
Lo era, sussurrò lei. Ma sono stanca, Vittorio.
Ok. Ci provo. Non ti assicuro miracoli, ma provo a vederti di più. Anche a ringraziare, che non fa mai male.
Si presero la mano. Si sentivano davvero una famiglia, dopo tanto tempo.
***
Due gennaio. Arriva la mamma, con una torta della nonna e un mazzo di garofani. Sparlano dei vicini, ridono, ricette e aneddoti tutto fra una risata e un morso di torta. Vittorio saluta, assaggia la torta:
Buonissima!
La mamma guarda Speranza come per dire ma che gli hai fatto?. Lei sorride e alza le spalle. Forse davvero qualcosa stava cambiando.
La sera, Vittorio entrò in cucina con una faccia misteriosa.
Guarda qui.
Aprì il forno: un pollo sfornato da lui. Non era una meraviglia estetica, ma aveva un profumo che sapeva di buone intenzioni.
Sei stato tu?
Sì, Mario mi ha fatto da supervisore al telefono.
Risero tutti. E fu una cena semplice, buona, con piccoli errori e tanta voglia di stare insieme. Forse un nuovo inizio.
***
Tre gennaio, Mario arrivò con una borsa di spesa.
Oggi mi insegni a fare linsalata russa, ok?
Lavorarono insieme, facendo un casino tra le verdure scotte e la maionese troppo liquida. Vittorio pulì le patate, Mario lesinò sulle carote.
Papà, puoi aiutare anche tu, eh.
Va bene, maestro.
Cenarono lo stesso con la loro opera imperfetta, ma insieme è tutta unaltra musica, disse Mario. E la tavola, per la prima volta dopo anni, era piena di storie e sorrisi.
Chiusero la cucina, sedettero a bere un ultimo caffè.
Mamma, il prossimo Capodanno faccio tutto io, promesso. O almeno, dammi il tuo aiuto per metà!
Lo facciamo insieme.
Così va bene, confermò Vittorio. Basta mamme invisibili!
Speranza si accorse che aveva ancora tanta strada da fare con loro, ma niente sarebbe più stato come prima.
***
Un mese dopo, la neve a Milano stava già sciogliendosi. Speranza guardava dal balcone, immaginando la primavera che si avvicinava. Vittorio le abbracciò le spalle da dietro.
Che pensi?
Che qualcosa è cambiato.
In meglio?
Sì, rispose piano.
Arrivò una telefonata: era Mario.
Mamma, arrivo oggi a darti una mano con le finestre. Così, giusto per stare insieme.
Ti aspettiamo.
Vittorio preparò il tè e mise su i biscotti. Speranza pensò che la vita era ancora un macello di cose da fare, ma col piccolo lusso di essere finalmente visibile. Non una colf, non una maggiordoma, non larredamento. Una donna, una mamma, una moglie che ogni tanto riceve un grazie. E questo, in quel piccolo appartamento di Milano, era davvero tutto.







