Emilia, devo parlarti un attimo. Siediti qui con me.
Emilia Vittoria Bianchi stava giusto sistemando le tazzine di porcellana sul tavolo. Proprio quelle, del servizio ricevuto in dono per il matrimonio. Per ventanni erano rimaste chiuse nella credenza, dietro al vetro, e oggi le aveva finalmente tirate fuori, per la prima volta. Perché era unoccasione speciale: nozze di porcellana, ventanni insieme. Aveva preparato una crostata alle ciliegie, messo la tovaglia bianca, e sistemato in un vaso tre rose bianche freschissime.
Arrivo subito, metto giù lacqua per il tè.
Siediti, per favore.
La voce di Marco era calma, piatta come una strada asfaltata dopo la pioggia. Emilia si voltò: suo marito era seduto al tavolo, elegante, con la giacca, anche se a casa era sempre informale. Mani intrecciate davanti a sé. Accanto, una cartellina con dei documenti.
Emilia si accomodò di fronte, separata da Marco solo dalle rose bianche.
Ho una novità importante, disse Marco, Ho deciso che intendo intestare tutto a Lorenzo.
Emilia non, non capì subito. Le parole le aveva sentite, ma era come se il senso cadesse giù e non si fermasse da nessuna parte.
Cosa intendi con tutto?
La casa. La casa al mare. Il box. Lauto.
Ma tutto questo è nostro… di entrambi…
No, Emilia. Non è nostro. Hai dimenticato il contratto?
Non laveva dimenticato. Solo, non aveva mai nemmeno immaginato che Marco avrebbe mai tirato fuori quella carta. Quando si erano sposati, nel 98, lui aveva insistito per il contratto prematrimoniale: un pro forma, diceva, preteso dai suoi genitori, solo una questione di ordine. Lei aveva firmato. Aveva trentacinque anni, era innamorata, si fidava. Il contratto diceva che tutto ciò che veniva acquisito durante il matrimonio sarebbe stato proprietà di chi risultava sullatto. E tutto era intestato a Marco.
Non capisco… sussurrò Emilia. Perché? Che succede?
Non è successo niente. È una scelta gestionale. Voglio sistemare le cose. Lorenzo è adulto ormai, saprà gestire tutto.
Marco… oggi è il nostro anniversario, ventanni.
Lo so.
Ho preparato la crostata. Ho tirato fuori le tazzine.
Lui le guardò, e qualcosa gli attraversò il volto. O forse se lera solo immaginato, Emilia.
Emilia, non centra niente con il rapporto fra noi. È solo una questione legale.
Tu vuoi intestare tutto a nostro figlio, e dici che non centra niente fra noi?
Ho già deciso.
In quel momento si aprì la porta. Entrò Lorenzo. Ventotto anni, alto come il padre, lo stesso sguardo impassibile. Guardò la madre, poi il padre, e si sedette accanto a Marco, come se sapesse già dovera il suo posto.
Mamma, papà ti ha spiegato?
Sta iniziando adesso.
È solo un passaggio. Papà ormai ha una certa età, bisogna pensare in prospettiva.
Tuo padre ha cinquantotto anni, disse Emilia.
Mamma, dai, cerca di capire. Così è tutto regolare, niente complicazioni. Tu comunque continui a vivere qui, non cambia niente. Solo che legalmente sarà mio.
Emilia guardava il figlio. Il suo volto tranquillo, seduto al fianco del padre. Complici. Qualcosa si spostò dentro di lei. Non era dolore. Più come perdere lappoggio sotto i piedi. Il pavimento cera, il tavolo cera, le rose bianche anche. Ma qualcosa era cambiato.
Quindi avete già deciso tutto tra voi disse Emilia.
Mamma…
Senza di me.
Emilia, non farne una scenata, disse Marco.
Non sto facendo nessuna scenata. Cerco solo di capire. In ventanni mi sono occupata di questa casa, ho cucinato, pulito, accolto gli ospiti, gestito tutti i lavori, andata avanti e indietro dalla casa al mare, mentre tu eri in viaggio. Ventanni. E ora mi dici che legalmente non è mio?
È sempre stato così. Conoscevi le condizioni.
Le condizioni che tu dicevi pro forma.
Marco aprì la cartellina, estrasse alcuni fogli e li mise davanti a lei.
Qui ci sono i documenti. Serve la tua firma in alcuni punti. Serve solo il consenso per il passaggio.
Emilia guardò i fogli. Poi si alzò. Lenta, come se il corpo fosse improvvisamente pesante. Andò ai fornelli, tolse il bollitore. Tornò al tavolo, prese il vaso con le rose, lo mise sul davanzale. Poi prese una delle tazzine, quella col bordo blu, regalo della madre di Marco per le nozze. La tenne in mano un attimo, la rimise a posto.
Non firmerò niente, disse.
Il silenzio fu infinito.
Emilia… cominciò Marco.
No. Non firmerò.
Sai che senza la tua firma sarà tutto più complicato, ma tanto lo faremo. Solo ci vorrà più tempo.
E che ci metta pure più tempo, allora.
Lorenzo la guardò con unespressione nuova. Non rabbiosa. Più che altro spiazzata, come se non si aspettasse una mossa simile.
Mamma, è la soluzione logica per tutti.
Per tutti chi?
Non rispose.
Emilia rimise via le tazzine, una per una, con attenzione, in credenza. Chiuse lo sportellino. La crostata era ancora sul bancone, coperta da uno strofinaccio, tiepida.
Esco, devo riflettere, disse.
Prese il cappotto e le scarpe, uscì. Nessuno la seguì. Mise piede sul pianerottolo. Lascensore era guasto, scese a piedi quarto piano. Cominciò a contare i gradini. Otto per rampa, tre rampe fino al portone. Ventiquattro.
Fuori era settembre. Laria dorata, silenziosa, odorava di foglie umide e asfalto bagnato. Emilia si incamminò lungo il viale, poi attraversò la piazzetta, infine arrivò sul corso principale. Camminava ragionando che aveva scordato le chiavi della macchina. Poi pensò che non importava. Poi ripensò al contratto firmato ventanni prima, una formalità, e che mai più ci aveva ripensato. Nemmeno una volta.
Camminò a lungo. Di viale in viale. Le foglie, arancioni e gialle, a tratti ancora verdi. Le panchine umide di rugiada. Emilia si sedette su una senza curarsi del bagnato e tirò fuori il telefono.
Tra i contatti trovò un numero che non chiamava da otto anni. Lara Colombo. Amiche dai tempi della facoltà di architettura, avevano anche lavorato insieme negli anni Novanta, fino alla nascita di Lorenzo. Poi solo qualche messaggio, gli auguri di rito. Lara aveva aperto uno studio, si era fatta un nome in città.
Emilia fissò il numero a lungo. Poi rimise via il telefono, senza chiamare.
Tornò a casa che era già notte. Marco non chiese niente. La cartellina dei documenti era rimasta lì, sul tavolo. Solo la crostata era scomparsa, messa in frigo.
Passarono tre giorni in quella casa quasi senza parlarsi. Marco usciva presto, tornava tardi. Lorenzo si fece vedere solo una volta: portò qualcosa al padre, guardò la madre e uscì via, con quellespressione persa. Emilia cucinava, guardava le sue piante, ripuliva gli armadi. Le mani facevano i gesti di sempre, ma lei era altrove.
Al quarto giorno, Marco si sedette davanti a lei a colazione.
Emilia, parliamo con calma?
Sono calma.
Sai che dal punto di vista legale tu non hai diritti? Il contratto è valido, registrato.
Lo so.
Allora perché ostinarti? Bastano le tue firme per chiudere tutto più in fretta.
Non le metterò. Fai pure causa, se vuoi.
Dici davvero?
Sì.
Marco la fissò. Nel suo sguardo qualcosa era cambiato. Non rabbia. Forse preoccupazione.
Lo sai che in tribunale vinceremmo con quel contratto.
Forse. Ma ci vorrà del tempo. E io, in quel tempo, penserò a cosa fare.
Raccolse i piatti e li lavò. Marco restò seduto qualche minuto, poi se ne andò.
Nel pomeriggio Emilia tirò giù dalla soffitta una vecchia valigia, quella che aveva usato per la specializzazione a Firenze nel 93. Sapeva ancora di cuoio e di chiuso. Ci mise dentro qualche vestito. Dal cassetto prese il vecchio diploma, il libretto universitario, alcuni disegni. Tutti i documenti in una cartellina a parte.
Poi chiamò Lara.
Il telefono squillò tanto. E proprio mentre Emilia stava per chiudere, sentì la voce.
Pronto?
Lara. Sono Emilia. Emilia Bianchi, cioè Colombo, di architettura…
Pausa.
Emilia? Mamma mia, quanti anni! Come stai?
A dire la verità, non bene. Lara, ho bisogno di una mano. Voglio tornare a lavorare. Anche da zero, se serve.
Lara restò zitta a lungo. Poi disse:
Vieni in studio. Ne parliamo.
Lo studio di Lara era in un vecchio palazzo liberty in centro, che aveva ristrutturato lei stessa dieci anni prima. Una targa discreta allingresso. Dentro, odore di caffè, carta, e qualcosa che ricordava le aule della facoltà. Appena varcata la soglia, Emilia lo sentì. Non nostalgia, ma qualcosa che riconosceva.
Lara le venne incontro nellufficio: capelli più corti, un po di argento. Indossava pantaloni di lino e un maglione semplice, aria pratica, senza giri di parole.
Dai, racconta, le disse offrendole un caffè.
Emilia raccontò tutto: del contratto, dei documenti, di Marco, Lorenzo, la cartellina ancora lì. Senza emozioni eccessive, quasi stupita. Lara ascoltava e basta.
Alla fine, Lara chiese:
Da quanto non lavori nel settore?
Ventidue anni. Dal 94.
È cambiato tutto: programmi, normative, tecniche.
Me ne rendo conto.
Ho bisogno di una mano. Però, te lo dico: allinizio sarà un ruolo da assistente. Non da architetto. Documenti, software, sopralluoghi. Non è leggero.
Non ho paura della fatica.
Lara la guardò a lungo.
Va bene. Vieni lunedì.
Emilia tornò a casa, prese la valigia. Se ne andò una sera in cui Marco non cera. Non perché avesse paura di parlare non ce la faceva. Scrisse un biglietto: Me ne vado. Non firmo. Trova un avvocato. Lo lasciò accanto ai documenti, prese la valigia e un sacchetto con le carte, e uscì.
Per due settimane visse da Lara, che la ospitò senza troppi discorsi: Cè una stanza libera finché non trovi altro. Minuscola, una finestra sul cortile, un cactus e una pila di vecchie riviste di architettura sul davanzale. Dormiva su un letto stretto, la notte ascoltava il fruscio dei rami dellacero fuori.
Il lunedì iniziò il lavoro.
Il primo cantiere dove fu mandata era un complesso residenziale in periferia. Un cantiere enorme, palazzi in costruzione, rumore ovunque. Emilia arrivò alle otto, con le scarpe buone da città, e dopo dieci minuti era già piena di fango.
Il capocantiere, Sergio Nicolini, un sessantenne robusto dalla faccia cotta dal sole, la guardò scettico.
Sei quella di Lara?
Sì.
Assistente?
Sì.
Va bene, e le porse un casco. Mettilo su.
Il casco era enorme, le calò sugli occhi. Sergio fece segno a un operaio di portargliene uno più piccolo.
Il primo giorno comparava i disegni con lavanzamento reale. In giro per il cantiere, sempre con la cartellina sottobraccio, prendeva appunti. Le scarpe le si sarebbero seccate solo a casa. Per pranzo mangiò un panino, seduta su una catasta di assi, guardando il cielo grigio sopra i muri a metà.
Un ragazzo, passando, le chiese:
Sei architetto?
Assistente, rispose Emilia.
Ecco, fece lui, andandosene.
Non capì la nota in quella parola. Magari non cera nulla. Ma la segnò.
La sera, tornata da Lara, si tolse le scarpe. Erano da buttare. Un buon paio, italiane, regalo di Marco di ritorno da Milano. Lara le guardò, poi portò degli stivaletti da lavoro, grandi, con la punta rinforzata.
Prova questi. Il mio numero, dovrebbero calzare.
Vanno benissimo.
Al cantiere coi tacchi non si va, Emilia.
Me ne ricorderò.
Pesanti, ma almeno i piedi restavano asciutti.
Il primo mese fu durissimo. Non solo fisicamente, anche se la schiena e le gambe la sera urlavano. Peggio era il resto: ventidue anni prima usciva dal lavoro con sicurezza, adesso, a cinquantacinque anni, era lassistente impacciata che non sapeva usare i nuovi programmi e faceva domande basilari.
Un giorno, la giovane collega Martina, poco più che ventisettenne, le spiegò un software con la pazienza che si riserva ai principianti. Emilia la ringraziò. Martina se ne andò. Rimasero lì il computer e Emilia con quella sensazione pungente di vergogna. Ma non si alzò. Aprì il manuale e cominciò a provarci da sola.
Però, dopo tre settimane, successe una cosa. Su un disegno notò un errore: niente di grave, ma sarebbe venuto fuori nella fase successiva. Andò da Lara, glielo spiegò. Lara guardò bene il disegno, poi chiamò il giovane architetto, Davide.
Davide, guarda qui.
Davide vide, si fece rosso.
È vero. Va corretto.
Più tardi, Lara disse piano:
Non hai perso locchio. Il resto si recupera.
Emilia si portò quella frase tutto il giorno.
Con Marco non si sentiva. Lui provò a chiamarla due o tre volte, ma lei non rispondeva. Dopo, scrisse: Parliamo? Lavvocato dice che senza la tua firma si allunga tutto. Emilia rispose solo: Parla col tuo avvocato. Fine.
Lorenzo la chiamò a metà ottobre.
Mamma, come stai?
Bene.
Dove vivi?
Da unamica.
Mamma, ma non… cioè, non è normale, alla tua età stare da unamica.
Alla mia età? Capisco.
No, non volevo…
Che volevi dire?
Silenzio.
Papà dice che se torni, firmi le carte, tutto torna come prima. Torni a vivere a casa, non ti manca niente.
Emilia era allesterno del cantiere, con la pioggia che riflettteva un cielo di piombo nelle pozzanghere.
Lorenzo, sai che mi hai appena proposto?
Cosa?
Mi stai proponendo di rinunciare a tutto ciò che ho costruito insieme a te e tuo padre, in cambio del diritto di vivere in casa mia.
Pausa lunga.
Papà dice che è solo una formalità…
Tuo padre chiama tutto una formalità.
Mamma…
Devo andare, lavoro.
Ripose il telefono, si rimise il casco, tornò in cantiere.
Quella parola, età, le era rimasta. Come se fosse una condanna. Come se a cinquantacinque anni non potevi più cambiare. Ci ragionava la sera, in silenzio davanti alle sue carte. E si accorse che, in fondo, anche lei aveva sempre pensato così. Che il percorso era deciso. Che letà segnava un confine. Che essere architetto ormai non la riguardava più.
Questo era il peggior dolore.
A novembre prese in affitto un piccolo bilocale in una vecchia palazzina dallaltra parte della città. Niente di caro: lo stipendio non era granché, doveva stare attenta ai conti, come non aveva mai fatto prima. Cera solo il letto, un tavolo e due sedie. Compensò con una coperta colorata, qualche vaso di gerani presi al mercato. Era necessario un po di verde.
Quella sera, seduta a bere un tè guardando la geranio, pensò: tutto questo, brutto o bello che sia, è mio. Il tavolo traballava, la geranio era storta, il vaso scrostato: ma era suo.
Appoggiò il telefono sul tavolo, e chiamò lavvocato che le aveva suggerito Lara. Antonio Verdetti, specialista in cause immobiliari. Anni sulle spalle, parlava poco e diretto.
Buonasera. Chiamo per una questione di separazione dei beni e revisione di un contratto matrimoniale.
Mi dica.
Gli spiegò. Lui taceva, ogni tanto una domanda secca. Infine disse:
Il contratto è assai blindato. Ma se può dimostrare di aver contribuito attivamente, come architetto, non solo come casalinga… se ci sono prove scritte, si può provare qualcosa.
Ho gestito per ventanni tutto per la famiglia.
Non basta. Servono fatti: email, ricevute, testimoni.
Li cercherò.
Mi faccia sapere.
Fuori nevicava. Emilia si mise al computer e iniziò a scorrere ventanni di messaggi: mail a fornitori, progettisti, imprese di ristrutturazione, vicini. Le prove cerano. Le inviò tutto a Verdetti.
Al lavoro intanto qualcosa cambiava. Piano, come la luce che modifica latmosfera. Sergio Nicolini, che allinizio la vedeva solo come quella nuova, cominciò a chiederle consigli sulle tavole. Lei rispondeva, lui annuiva e tornava il giorno dopo. Unabitudine.
Davide pure, quello cui aveva segnalato lerrore, smise limbarazzo. Iniziarono ogni tanto a ragionare insieme. Lui era in gamba, solo un po frettoloso, saltava i dettagli.
Davide, guarda qui la facciata. Noti che le finestre del terzo piano sono spostate?
Dove?
Qui. Cinque centimetri. Sulla pianta non si nota, sul muro sì.
Guarda, arrossisce.
Accidenti, hai ragione.
Il colpo docchio, lo si allena. Basta guardare e riguardare.
Lui la guardò con vero interesse.
Da molto lavoravi?
Ho avuto uninterruzione lunga. Prima lavoravo in città, poi ho lasciato tutto per la famiglia.
Ti penti di averlo fatto?
Ci pensò.
Di aver lasciato sì. Di essere tornata no.
A dicembre chiamò Marco. Non sapeva lei stessa perché rispose.
Emilia.
Dimmi.
Come stai?
Bene. Lavoro.
Ho sentito.
Pausa.
Emilia, lavvocato Verdetti mi ha scritto, sai… riguardo il contratto.
Lo so.
Capisci che così la causa si allunga e che a te costa più di quello che prendi?
Magari. Ma scelgo io.
Emilia, io… esita. Non volevo arrivasse a questo.
E come pensavi sarebbe stata?
Pensavo che avresti… lasciato correre.
Che avrei firmato in silenzio.
Non… non così duro.
Silenzio. Fuori era sera e nevicava ancora.
Emilia, cè unaltra cosa, dice Marco infine. Avrei dovuto dirtelo prima. Non riguarda solo Lorenzo. Cè unaltra persona. Da tempo.
Emilia rimase alla finestra. Lo aveva intuito a modo suo. Non chiaramente, ma le era arrivato. Dal modo in cui lui tornava dai viaggi, negli occhi sfuggenti degli ultimi anni.
Da tempo, ripeté lei.
Tre anni.
Lei sa di Lorenzo e del contratto?
Sì.
Emilia chiuse un attimo gli occhi.
Grazie di avermelo detto. Basta così?
Emilia…
Basta così, Marco?
Sì.
Allora ciao. Parliamo dagli avvocati.
Attaccò e rimase lì. Poi mise lacqua per il tè, prese i biscotti dalla dispensa, si sedette con la tazza e guardò la geranio. Tre anni. Mentre lei curava i fiori, cucinava la cena, sistemava la casa al mare, già cera tutto un suo secondo piano.
Non pianse. Non che non facesse male. Ma cera ormai qualcosa più forte del dolore: chiarezza. Come quando si dissolve una nebbia che avevi ignorato.
Lindomani si svegliò allora solita. Scarpe da lavoro ai piedi, autobus in ritardo, cantiere bloccato per il montacarichi fuori uso. Lei pensava solo a come contestare il punto del contratto che le aveva scritto Verdetti.
A gennaio Lara le propose il ruolo di architetto. Non capo progetto, ma architetto, con uno stipendio vero.
Ti senti pronta? chiese Lara.
Non del tutto, ma non mi sentirò mai pronta se rimando.
Risposta giusta, sorrise Lara.
Stessa stanza, stesso caffè. Ma Emilia sentiva di starci in modo diverso. Più dritta.
Lara, permettimi. Sei stata di parola. Quando mi hai richiamata, non sapevi che aspettarti. Per me è importante.
Lo sapevo cosa aspettarmi, ti ricordavo nel 93.
Sono diversa.
Sei più complessa. Non è un difetto.
A febbraio, il tribunale le fissò la prima udienza. Verdetti le scrisse: Ci sono probabilità. In particolare per la casa al mare e per la ristrutturazione della casa. Le mail e le foto sono utilissime.
Emilia fu felice di non aver mai cancellato nessuna mail. In famiglia era unabitudine.
Ludienza fu in una sala piccola. Marco dallaltra parte con due legali, Emilia con Verdetti. Non si guardarono mai.
La giudice era una donna di quarantacinque anni, precisa e asciutta. Sentì entrambe le versioni, rimandò tutto a marzo.
Alluscita, per caso, si incrociarono al guardaroba.
Emilia… disse Marco.
Dimmi?
Non possiamo parlare privatamente?
No.
Perché?
Perché i discorsi privati li abbiamo già fatti, a settembre, davanti alla torta e alle rose. Mi ricordo come è andata a finire.
Lui non rispose. Lei si mise il cappotto ed uscì.
Fuori faceva freddissimo. Il fiato si vedeva nellaria. Camminò alla fermata pensando che la sera avrebbe guardato i disegni della nuova ristrutturazione. Era il primo incarico solo suo dopo ventidue anni.
A marzo la seconda udienza. Il giudice riconobbe la documentazione dei lavori gestiti da Emilia. Il contratto non fu annullato (impossibile), ma fu riconosciuta una compensazione economica su parte della casa al mare. Non metà. Ma una parte concreta.
Verdetti glielo spiegò dopo:
Ottimo risultato per un contratto simile. Poteva andare peggio.
Lo so. Grazie.
Marco può fare ricorso.
Prego.
Non sei delusa?
No. Mi aspettavo di peggio.
Fuori dal tribunale si fermò sul gradino. Giornata limpida, il primo vero giorno di marzo, neve a terra ma aria che sapeva già di primavera.
Chiamò Lara.
Un minuto soltanto, udienza fatta. Decisione parzialmente favorevole.
Bene, rispose Lara. Oggi vai in cantiere?
Sì, alle tre.
Cè un dubbio sulla fondazione. Parlane col capocantiere.
Glielo chiedo.
Chiuse il telefono. Rimase un attimo sotto al sole. Poi via.
Il cantiere era fuori città, in un paese. Emilia prese il treno, poi a piedi attraverso il campo innevato. La casa era arroccata, vecchia struttura di mattoni, destinata a diventare una piccola pensione. Volevano aggiungere una nuova ala, ma cera un problema sulle fondazioni.
Sergio Nicolini la accolse al cancello.
Guarda qui, le disse portandola alla parete ovest. La ditta dice di approfondire il basamento, io dico che il terreno non lo regge.
Emilia guardò, tirò fuori la sonda che aveva comprato a ottobre. Controllò.
Hai ragione. Qui cè del terreno scivoloso. Su questo ci vuole una fondazione diversa.
Appunto.
Stasera scrivo la relazione.
Lo guardò con quello sguardo di rispetto che si conquista sul campo.
Ottimo, disse lui.
Emilia girava intorno alla casa prendendo appunti. La neve di marzo cedeva sotto gli scarponi, un vento freddo dal campo. Guardava come il vecchio muro andava giù nel terreno, pensava che tutto case e famiglie regge su quello che non si vede: fondamenta. E se una base è fatta in modo sbagliato, lo capisci dopo, magari solo davanti a una cartellina e a tre rose.
La sera era a casa, al tavolo traballante, con il pc e una pila di schemi. La lampada dava calore. La geranio era ormai parte della stanza.
Il telefono squillò. Lorenzo.
Rispose.
Mamma?
Sì.
Come stai?
Bene. Lavoro.
Pausa.
Mamma… volevo parlare. Non per conto di papà, da solo.
Dimmi.
Pensavo tornassi dopo qualche settimana a casa di Lara. Pensavo che saresti tornata.
Invece ora hai capito di no.
Già.
Il silenzio era diverso, non più oppressivo. Attendeva.
Mamma, sei arrabbiata con me?
Emilia guardò la geranio.
Allinizio sì, fu sincera. Poi mi è passata. Non ne ho avuto il tempo.
È buono o cattivo?
Solo così.
Mamma, posso venire a trovarti? Non per parlare di papà, né di cause. Solo tè.
Esitò.
La settimana prossima, Lorenzo. Ho una consegna importante.
Dopo va bene?
Dopo sì.
Sentì, quasi, il suo respiro di sollievo.
Grazie, mamma.
Avvisami prima. Ho solo due sedie.
Lui ridacchiò: un po imbarazzato, come quando il ghiaccio si rompe.
Ti avviso.
Buonanotte, Lorenzo.
Buonanotte.
Emilia tornò ai suoi schemi. La lampada sul tavolo, fuori silenzio. Tracciò una linea sicura sul foglio, ricordando che il primo incarico che Lara aveva formalizzato era intestato a lei: Emilia Vittoria Colombo. Non Bianchi. Colombo, come nel diploma che aveva conservato per ventanni, chissà perché. Forse proprio per questo.
Erano passati tre mesi. Cinquantacinque anni, gambe a volte indolenzite dal lavoro. Il programma del progetto sempre più familiare. La causa non era ancora finita. Il contratto non le diede la metà, ma una parte. E qualcosa in più: la consapevolezza che in tribunale si può entrare e dire la propria.
Il sabato successivo Lorenzo arrivò davvero. Chiamò prima. Emilia ebbe il tempo di comprare biscotti veri e di mettere su il tè nella teiera dallimboccatura scheggiata, comparsa chissà da dove in quella casa.
Lorenzo entrò e guardò intorno. Stanzetta, tavolo traballante, due sedie, la geranio.
Stai bene qui, disse.
Lei lo scrutò, cercando ironia, ma non ce nera.
Non è ciò a cui sei abituato.
No. Ma cè… boh, serenità.
Siediti.
Bevvero tè. Allinizio impacciati, poi lui le chiese del lavoro e lei raccontò di fondamenta e terreni. Lorenzo ascoltava.
Sapevi già tutte queste cose? chiese. Sulle fondamenta, dico.
Sì, una volta. Poi dimenticate. Ora mi tornano in mente.
Come mai avevi smesso?
Sei nato tu. Sembrava giusto così.
E ora?
Emilia prese la tazzina fra le mani. Era semplice, presa sotto casa. Non porcellana.
Ora credo che sia giusto avere entrambi: famiglia e lavoro. Ma allora non ho avuto il coraggio.
Lorenzo fissò la sua tazza.
Mamma, ho sbagliato con te.
Sì.
Lui alzò la testa, sorpreso che non dicesse dai, non fa niente.
Capisci dove, almeno?
Ho appoggiato papà. Senza pensarci. Senza ascoltarti. Era più comodo, e anche… perché non ti vedevo come persona a sé stante, solo come mamma, che ci sarebbe sempre stata.
E in effetti non sono sparita. Solo cambiato casa.
Pausa.
Come sta papà?
Lavora. Pausa. A volte viene lei, quella donna.
Emilia tacque.
Non ne parla molto, ma io lo vedo.
È la sua vita. Non devi scegliere.
Lo so. Ma è difficile.
È normale. Siamo la tua famiglia, in modi diversi.
Lui annuì, guardò fuori. Sul davanzale, accanto alla geranio, cera il suo blocco di schizzi. Lorenzo lo prese.
Posso?
Certo.
Sfogliò in silenzio. Scarabocchi, numeri, linee incomprensibili per lui. Ma li guardava calmo.
Sei brava a disegnare.
Sono solo studi, niente di che.
Fanno lo stesso effetto.
Chiuse il quaderno, si alzò.
Devo andare.
Va bene.
Mamma… posso chiamarti ancora?
Certo.
Era sulla porta, quando Emilia aggiunse:
Lorenzo.
Lui si voltò.
Quando costruirai la tua strada con qualcuno, fallo partendo da terra tua. Parla chiaro subito. Anche se è difficile.
Lui la guardò come se la vedesse davvero per la prima volta.
Ci proverò davvero.
Emilia sorrise.
Vai pure.
Quando la porta si chiuse, rimase un attimo nel corridoio, poi tornò al tavolo. Prese matita e cominciò a calcolare di nuovo le fondamenta.






