Guarda, ti devo raccontare una storia che mi ha fatto riflettere tanto. Allora, ieri mi sono tornati in mente quei giorni caotici di qualche mese fa quando Andrea, mio marito, è rientrato a casa molto prima del solito era solo le sei e mezza, pensa! Di solito prima delle otto non si vede. Io stavo ancora finendo di sistemare i piatti in cucina, e sento che rumoreggia un bel po nellingresso, più del normale.
Vale, mi chiama con quella voce che fa lui quando deve dirmi una cosa delicata, tipo che cè da maneggiare un vaso di cristallo.
Esco dalla cucina, ancora con le mani umide. E mi trovo davanti Andrea che sembra uno che ha appena scalato lEtna e non sa se esserne fiero o pentito. Con lui cè una donna sui cinquantanni, giacca, borsa a tracolla e valigia per terra. Confusa, lui dice:
Lei è Tiziana, la mia cugina di secondo grado. Ti ricordi, te ne avevo parlato?
Sì e no, a dire il vero. Forse una volta, distrattamente. Mi pareva fosse di Parma o forse Piacenza, chissenefrega.
Si ferma qui da noi un paio di settimane aggiunge Andrea. Ha avuto una brutta situazione laggiù.
Un paio di settimane, penso. Un classico.
Ciao, Valeria, mi dice lei Mi dispiace arrivare così, so che non è il momento. Giuro che non voglio creare disturbo, so cucinare e pulisco tutto, non darò fastidio.
Guardo lei, poi Andrea, poi di nuovo lei.
Ma dai, che fai lì sulla porta, dico. Vieni, entra.
Che altro potevo dire? Stava lì con la valigia come una barca in balia del vento. Non è che puoi rimandarla fuori.
Andrea sospira, sollevato. Io dentro sento una stretta: era tutto già deciso, a me nessuno aveva chiesto nulla.
Tiziana entra, appoggia la valigia in un angolo della sala, dà unocchiata in giro con discrezione.
È proprio bello qui, dice piano, senza smancerie.
Io fisso la valigia e penso: che razza di situazione difficile avrà davvero? Sai, è unespressione che vale tutto e niente.
Comunque Tiziana davvero era discreta. Si alzava prestissimo, si muoveva come una gatta: faceva colazione da sola in cucina, lasciava tutto pulito già prima che io arrivassi. Mai una briciola, la doccia la faceva velocissima. Ogni tanto cucinava, senza chiedere niente e senza aspettarsi lodi: lasciava la pentola con la minestra e spariva. La verità? Era più buona della mia.
E la cosa mi dava anche un po fastidio.
Sì, perché quando uno è maleducato almeno hai motivo di innervosirti apertamente. Ma quando è tutto perfetto, preciso, eppure cè qualcosa che non quadra, è come quando hai una scheggia nel dito non la vedi, non fa mezzo male, però non puoi dimenticartene.
Passa una settimana. Poi un mese.
Andrea tutto soddisfatto: Hai visto? Va bene tutto, no? Sì, va bene tutto. Così, apparentemente.
Solo che Tiziana parlava al telefono sempre sottovoce. Lho notato passando per caso davanti alla porta chiusa della sala: voce bassa, svelta, affannata. Non sentivo le parole, ma il tono era preoccupato, urgente. Non era una chiamata a unamica sui biscotti.
Mi sono fermata per pochi secondi, poi sono andata avanti. Ma quel senso di disagio era come lodore di gas: anche se sembra sparito, resta nellaria.
Poi cerano le volte che qualcuno suonava il campanello postino, corriere, la vicina e lei si irrigidiva, guardava la porta come si guarda una minaccia. Io la vedevo, ma tacevo.
Un giorno provo a chiederle:
Tizi, tutto ok? Si sta risolvendo tutto?
Sì, pian piano, risponde lei con un sorriso calmo, tranquillo. Non ti preoccupare, Vale. Ancora un po e vado via.
Ancora un po. Per carità!
Io però la guardavo mentre si allontanava e sentivo che cera sotto qualcosa che non ci diceva. Ma cosa?
Poi, una notte, mi sveglio assetata e vado in cucina. La sala aveva la porta appena socchiusa. E sento la voce di Tiziana, bassa ma chiarissima nel silenzio.
Per ora sto da loro. Non sanno niente.
E io lì, ferma di fronte al frigorifero.
Non sanno niente.
Sono rientrata piano a letto. Andrea che dorme sereno, un uomo la cui coscienza è pulita quanto la minestra che cucina. Non l’ho svegliato, non sapevo che dire.
La verità mi è esplosa in faccia il sabato dopo, verso mezzogiorno.
Suonano al citofono. Apro la porta.
Cè una donna sui quaranta, in cappotto serio, con una cartellina in mano. Dietro, un uomo più giovane.
Buongiorno. Cerchiamo Tiziana Rinaldi. Sappiamo che abita qui.
Mi prende un freddo lungo la schiena.
E voi chi siete?
Siamo dellagenzia di recupero crediti, fa lei, senza un briciolo di scuse. Ormai ci è abituata.
Guardo la cartellina, guardo il tipo dietro, la parola recupero crediti che resta lì sospesa nellingresso, come un fantasma.
Aspettate un attimo , dico. Richiudo la porta.
Tiziana era già in piedi, col telefono stretto in mano e in faccia quellespressione di chi si aspettava il peggio e adesso finalmente è arrivato.
Sono qui per me? chiede piano.
Io non rispondo, la guardo soltanto.
Vale, ti spiego tutto.
Prima parla con loro, le dico. E mi scanso.
Andrea era fuori città, dai suoi. Lo chiamo.
Andre, vieni a casa appena puoi. Dobbiamo parlare.
Cosè successo? si fa serio subito.
Niente di grave. Ma vieni.
I creditori sono andati via. Tiziana non si vedeva più in giro.
Io seduta al tavolo ripensavo al fatto che situazione difficile può essere una frase che ti infila estranei in casa tua per settimane senza sapere nulla veramente.
Io, Valeria, accondiscendente. Ho tollerato. Ho detto: va tutto bene.
No, non va bene.
Andrea è tornato dopo tre ore. Appena mi vede, capisce subito che cè puzza di guai.
Che è successo? mi chiede preoccupato.
Vieni di là, gli dico. Anche Tiziana.
Tiziana ci aspettava in sala, le mani in grembo, rigida come chi si prepara a una confessione da troppo tempo rimandata.
Andrea si siede.
Qualcuno mi spiega? chiede.
Tizi, faccio io, di ad Andrea chi sono passati oggi.
Tiziana guarda il tavolo, poi ci fissa.
Erano i recupero crediti, dice a bassa voce.
Andrea sembra non capire subito, come se la parola gli sfuggisse.
Recupero crediti, ripete. Perché?
Ho un debito grosso, confessa lei. Ho fatto un prestito due anni fa, credevo di riuscire a restituirlo ma niente, poi ci ho rimesso la casa e sono rimasta solo col debito.
Tacque, poi aggiunse stanchissima:
E quindi mi nascondevo. Da loro.
Andrea rimane zitto, frastornato, come se tutto dun tratto il pavimento si spostasse.
Cioè, tu fa lui, hai dato il nostro indirizzo senza dirci niente?
Sì, lo so.
Vale, io non sapevo niente, protesta Andrea.
Lo so , gli dico.
Tizi, dico ancora, una cosa la voglio mettere in chiaro: aiutare sì, magari ti avremmo aiutato lo stesso Ma io in casa mia bugie non ne voglio.
Lei mi guarda negli occhi, si arrende.
Hai ragione. Ho avuto paura, non sapevo dove andare. Mia figlia ha due bambini in una casa minuscola, la mia amica in questo momento ha i muratori, Andrea mi aveva detto sempre: Se hai bisogno, vieni, e io sono venuta.
Con la valigia. E anche col debito , concludo.
Andrea abbassa la testa.
Quanto devi?
Tanto , dice lei. Ottantamila euro. Forse un po di più coi tassi.
Andrea sospira.
Guarda, io non posso darti quei soldi. Non li abbiamo proprio.
Non ve li chiedo, risponde Tiziana in fretta. Volevo solo nascondermi, sperare non mi trovassero.
Tizi, , la interrompo, ormai ti hanno trovata. Sono venuti a bussare proprio qui.
Silenzio.
Tiziana si copre il volto con le mani.
Sì Lo so.
Non puoi più aspettare che passi questa tempesta, continuo. Ci devi mettere la faccia e sistemare.
Non so da dove cominciare.
Allora ascolta , le dico. Io non sono un avvocato. Però la mia vicina, tre anni fa, cè passata: ha rinegoziato il debito con la banca. È stato un inferno, ma ce lha fatta. Ti passo il suo numero. E poi ho una conoscente che cerca una commessa part-time nel suo negozio piccolo. Un lavoretto, ma almeno serve anche per presentarsi bene se poi ci saranno cause. E vicino, proprio qui a Lambrate, cè chi affitta camere a poco ho visto un biglietto settimana scorsa.
Tiziana mi guarda, e vedo che lentamente si accende qualcosa in lei, un po di speranza.
Ma perché mi aiuti, dopo tutto questo?
Perché sei nei guai, semplicemente. E perché sei la cugina di Andrea.
Andrea si gira verso di me, commosso, e mi dice solo:
Grazie, Vale.
Io non dico niente. Vado in cucina a mettere su il bollitore. Perché dopo certi discorsi cè bisogno solo di una cosa: una tazza di tè, su questo non ho dubbi.
Tiziana è andata via quattro giorni dopo.
Non subito, eh. Prima ha chiamato la mia vicina per capire la pratica. Poi ha incontrato la signora del negozio, ci ha parlato e da lunedì prossimo comincia. Ha anche trovato una stanza a Città Studi, a cinque fermate da qui, la padrona di casa è anziana, gentile, promette di non fare storie.
Ci ha messo tre giorni a sistemare tutto. Dopo il quarto, la mattina, si è vestita, ha preso la valigia, e sulla porta mi fissava con quellaria di chi non trova le parole.
Vale, io non so nemmeno
Non dire niente la fermo io.
Andrea lha accompagnata giù al taxi. Io sono rimasta su.
Un mese dopo, Tiziana mi ha telefonato. Era una chiamata veloce: lavora in bottega, ha pagato la prima rata dellaccordo con le banche, la stanza va bene e la vecchietta la vizia con la crostata la domenica.
Mi è venuto da sorridere.
Insomma, una telefonata breve. Ma finalmente serena.






