— Sei di nuovo tornata tardi dal lavoro? — ringhiò lui con gelosia. — Ho capito tutto.

Sei di nuovo in ritardo dal lavoro? sbraitò lui, nemmeno aspettando che lei si togliesse gli stivali, ancora zuppi per il nevischio napoletano. Ho capito tutto.

Francesca rimase immobile, la mano ancora sulla maniglia di ferro freddo. Lappartamento sapeva di cipolla soffritta e di quella rabbia stagnante che da tre settimane impregnava le tende, i vestiti, persino la pelle. Fran fece un lungo respiro, cercando di fermare il tremore che le correva tra le dita, e si girò verso il marito.

Massimo era fermo sulla soglia della cucina, le braccia incrociate, la vestaglia sbottonata sopra una maglietta sgualcita. Quel volto che conosceva da ventanni ora aveva qualcosa di estraneo, piegato in una smorfia di fastidio.

Massi, il traffico era bloccato cominciò con la solita cantilena stanca. La voce le uscì ovattata, come attraverso una sciarpa. Nevica un casino, un ingorgo assurdo sulla Tangenziale

Abbi pazienza! Lui colpì la parete col palmo. Sbriciolò pure un pezzo dintonaco Adesso basta! Pensi che io sia un cretino, Fra? Traffico? Alle nove di sera? In uscita da Napoli?

Si avvicinò e lei, distinto, si appiattì contro lappendiabiti. Il cappotto, inzuppato, le gelava la schiena.

Ho chiamato al tuo ufficio scandì lui. Sei e un quarto, e mi risponde la portinaia che sei uscita alle cinque. Dove sei stata tre ore e mezza? Spasso turistico per i Decumani?

Francesca sentì un macigno nel petto. Una volta sapeva mentire sulle sciocchezze, per quei piccoli compromessi coniugali. Ma questa era una bugia di tipo diverso: grossa e nera come la liquirizia, affamata di giustificazioni continue.

Sono passata in farmacia biascicò Poi da mamma. Dovevo portarle delle medicine

Non guardò Massimo in faccia, trafficando con la cerniera dello stivale, che non aveva nessuna voglia di collaborare.

Da tua mamma? sogghignò lui. Ho telefonato mezzora fa. Manco ti vede da una settimana.

Un silenzio acido si appuntò nel corridoio, come una febbre che sale. Francesca si drizzò, capendo che non cera più spazio per arretrare. Era sfinita, mamma mia, sfinita davvero. Ogni sera, una corsa ad ostacoli. Ogni squillo del cellulare, un micro-infarto.

Ti sei trovata qualcuno, vero? la voce di Massimo divenne di colpo più bassa, e quindi molto più minacciosa. Un collega giovane? O quello strano architetto di cui parlavi il mese scorso?

Era ormai a pochi centimetri. Sapeva di tabacco, anche se doveva aver smesso di fumare da quando suo padre era finito in ospedale per il cuore, cinque anni fa.

Massi, non cè nessuno. Devi credermi, per favore

Credere? Le strinse le spalle e la scosse. Guardati: sei dimagrita di dieci chili. Sussulti per ogni minimo rumore. Nascondi il telefono, abbassi lo sguardo. Così fa solo chi si è invischiata in una tresca. Ma sai qual è la cosa peggiore?

I primi lacrimoni le pungevano gli occhi.

Peggior cosa incalzò lui, amaro è che nemmeno provi a salvare questa famiglia. Torni a casa come se fosse una condanna. Te ne infischi di me, e pure di questa casa. Sei già altrove, con quellaltro, chiunque lui sia.

Non è vero sussurrò lei. Ti amo. Faccio tutto per noi. Per la famiglia.

Per la famiglia ti fai gli affari tuoi? ringhiò Massimo.

Non osare! urlò lei, con una voce così forte che spaventò anche se stessa. Non parlare così! Non capisci proprio nulla!

In quel momento, la porta della stanza accanto si socchiuse. Si affacciò il volto pallido e scavato di Riccardo, diciannove anni appena. Aveva occhiaie profonde e le labbra mordicchiate. Sembrava un fantasma.

Mamma, papà vi prego, basta gridare la voce salì in falsetto.

Massimo si voltò di scatto.

Tu vattene. Roba da adulti, questa! O sai anche tu dove va la mamma a questora?

Riccardo fece un salto, sgranando gli occhi verso la madre, poi richiuse la porta, facendo scattare il chiavistello.

Massimo tornò a guardare Francesca. La rabbia aveva lasciato spazio a una calma glaciale.

Questa è lultima chance, Fra. Dimmi la verità. Ora. Chi è lui?

Francesca chiuse gli occhi. Vide la stessa scena di sempre: asfalto bagnato, fari accesi, una figura minuscola con un piumino rosa, la botta sorda, lo stridio dei freni. E lurlo di suo figlio quella notte, tre settimane prima.

«Mamma, giuro era un attimo! Mamma, lei è corsa in mezzo, io non lho vista! Mamma, non chiamare la polizia! Mi rovinano, mi chiudo dentro per sempre! Papà mi uccide, mamma, ti prego!»

E lei aveva salvato. O così credeva.

Non cè nessuno, Massimo disse forte, riaprendo gli occhi Ho solo un esaurimento. Mi stanno licenziando in ufficio, ho paura di dirtelo per non preoccuparti.

Lui la fissò a lungo. Poi sciolse le dita come si gettano calzini sporchi nel cesto.

Stai mentendo disse. Proprio in faccia. Ho trovato lo scontrino. Ieri. In tasca al cappotto. Del Monte dei Pegni. Hai impegnato il braccialetto doro che ti ho regalato per lanniversario.

Francesca sentì la terra mettersi a girare sotto i piedi. Aveva dimenticato quello scontrino maledetto, nella fretta, nella paura, correndo ovunque a rastrellare unaltra somma

I soldi servono al tuo amante? ironizzò Massimo. Ti sei presa il tipo sbagliato? Oppure lui è nei guai e tu gli fai la crocerossina?

È per una cura mentì dimpulso. Una collega, ha un tumore. Stavamo facendo la colletta

Al Monte dei Pegni? la stroncò lui. Francesca, vattene.

Come?

Prendi la roba tua e sparisci. Vai da tua madre, da una tua amica, dove vuoi. Non voglio vederti nemmeno stasera. Devo pensare se chiedere subito la separazione o aspettare che rinsavisci e confessi.

Massi, sono le dieci di notte balbettò lei.

Fuori! urlò, facendo vibrare i bicchieri nella credenza.

Era la fine. Se rimaneva, lavrebbe stritolata quel pressing, e soprattutto Riccardo, dietro la porta, crollava anche lui, e tutto quello che aveva costruito in quelle tre settimane infernali cadeva con un botto.

Prese la borsa, dentro unaltra busta non di soldi, stavolta, ma di foto, appena ricevute. E senza togliersi gli stivali tornò giù per le scale, mentre la porta si chiudeva alle sue spalle con un tonfo definitivo.

Sola sul pianerottolo. Il telefonino vibrava in tasca. Un messaggio. Non era di Massimo.

«Domani è lultimo giorno. Senza tutta la somma, vado dai carabinieri. Saluti a tuo figlio.»

Si accasciò a terra, le spalle contro il muro, e pianse a singhiozzo chiudendosi la bocca con una mano, che almeno non svegliava i vicini.

Fuori, una bufera bianca impazziva sui marciapiedi di Via Caracciolo. Francesca camminava senza meta, incapace di pensare. Da mamma era troppo rischioso; Massimo lavrebbe subito chiamata lì. Dalle amiche? Troppe domande. Restava una sola opzione: il solito baretto della stazione, aperto tutta la notte, rifugio di insonni e anime in pena.

Si accasciò a un tavolino appiccicoso, ordinò un tè e sbloccò il telefono. Sulla schermata, la foto della vacanza in Puglia dellanno scorso: Riccardo che ride abbracciando il papà, Massimo che le sorride con tenerezza Come si può mandare tutto in fumo così in fretta?

Le tornò in mente quella sera. Riccardo, senza patente, aveva preso lauto di papà di nascosto per fare un giro con una ragazza. Massimo era di turno allospedale, Riccardo tornò unora dopo: a pezzi, pallido, il faro rotto.

Lacrime, suppliche infinite. Giurava che era buio, era un paese piccolo, la ragazza aveva attraversato dimprovviso. Panico. Era fuggito.

Francesca decise in un istante. Meglio una madre senza scrupoli che un figlio in cella. Conosceva Massimo. Lui avrebbe chiamato i carabinieri, senza badare alle suppliche. Anzi, da buon primario del pronto soccorso, era famoso per la tempra dacciaio: Si paga sempre per quello che si fa, ripeteva.

Lei nascose lautomobile nel box. Obbligò Riccardo a stare zitto. E il giorno dopo rintracciò il padre della ragazza.

Giuseppe.

Lo scovò tramite un amico della polizia locale, raccontando di voler aiutare come testimone. Andò da lui. Una palazzina scrostata di periferia, odore di miseria e rabbia. Era seduto in cucina, un bicchiere di grappa e la foto della figlia davanti.

Non riuscì a reggere la bugia. Gli disse tutto, del figlio giovane, dellerrore. Poteva togliergli la vita in galera. Lei era pronta a tutto, purché non lo facesse.

Giuseppe non urlò. Non alzò le mani. Le disse solo una cifra, astronomica. Per il monumento spiegò e per sparire da Napoli e mai più questa città. E aggiunse: Voglio che Riccardo soffra. Che viviate nella paura finché non è tutto pagato.

Ed eccola lì, nel bar, col bracciale impegnato, la pelliccia venduta, debiti in mezza città e niente che basterebbe ugualmente.

La mattina seguente non andò al lavoro. Si finse malata. Doveva trovare altri novemila euro entro sera.

Passò la giornata in cerca di prestiti, microcrediti, impegnò pure il portatile, chiese soldi a una ex compagna di liceo, mentendo su unoperazione urgente.

Alle cinque era tutto pronto: una mazzetta farcita di banconote nel solito busta marrone.

Provò a chiamare Massimo: rifiutò la chiamata. Scrisse a Riccardo: «Andrà tutto bene. Tieni duro. Papà non scoprirà nulla». Nessuna risposta.

Francesca tornò a quel palazzo scrostato di periferia. Terzo piano. Porta aperta: Giuseppe aspettava.

Trovarlo era uno spettacolo: casa sotto sopra, evidenti preparativi di fuga, una bottiglia quasi vuota. Era abbrutito, la barba lunga, gli occhi gonfi, la voce roca.

Hai portato tutto? senza nemmeno un ciao.

Sì lei appoggiò la busta. Tutto. Come daccordo. Lei toglie la denuncia, anzi, non la presenta. Poi se ne va.

Lui pesò la busta, ridacchiando senza allegria.

Pensi che i soldi riempiano il vuoto che ho qui dentro?

Penso solo a mio figlio sussurrò. È tutto quello che posso fare. Aveva promesso.

Avevo promesso gettò la busta sul tavolo. Ma non me ne frega nulla. Ho cambiato idea.

Il sangue si gelò.

Cosa vuol dire ha cambiato idea?

Sono pochi soldi fece un passo avanti, puzzando quasi di distillato Ieri ho visto tuo marito. Bella macchina. Sta bene. E tu qui che cerchi spiccioli al Monte dei Pegni.

Non sa niente! Lauto è lunico lusso. Viviamo con stipendi normali

E allora che sappia! urlò Che sappia che avete cresciuto una carogna! Mia figlia è sottoterra, il tuo mangia lasagne tranquillo a casa?

La prego Francesca giunse le mani. Mi prenda anche lauto troverò una soluzione solo un po di tempo!

Non cè tempo! le afferrò il polso Chiama subito Massimo e gli dici di portare cinquantamila euro, sennò io vado in questura!

In quellistante sentirono passi pesanti. La porta, mai chiusa bene, si spalancò.

Sulla soglia cera Massimo.

Bianco come la mozzarella, stringeva il telefono con lapp della geolocalizzazione in bella vista.

Sapevo sarebbe finita così mormorò senza guardarla Famiglia condivisa e non disattivi il GPS, Fra.

Poi, occhi sul tipo e sulla busta.

Allora la voce gli tremava di rabbia Quanto costa una notte con mia moglie?

Francesca ritirò il braccio.

Massimo, ti prego, ascolta

Zitta! urlò Ti ho visto entrare, in questo tugurio! Toh, speravo almeno che ti scegliessi qualcuno più alla mano: un avvocato, un medico, e invece questo qui!

Giuseppe scoppiò in una risata orribile, quasi animalesca.

Amante? grugnì Ma sei grave! Pensi che io sia il suo amante?

Sta zitto! urlò Francesca, tappandogli la bocca. Massimo, vattene! Ti spiego a casa!

Massimo la scansò.

No. Ormai sento tutto.

Giuseppe si asciugò la bocca col dorso della mano e guardò Massimo con uno sguardo complice ma crudele.

Sei proprio cieco o ci fai? disse Tua moglie non scopa con me. Mi compra.

Cosa? Massimo si rabbuiò.

Compra la tua serenità Giuseppe prese una foto col nastro nero, gliela porse. Guarda. Ti dice niente quel visino?

Massimo, automatico, guardò la foto. Poi sgranò gli occhi.

È lei balbettò Quella ragazzina. Che hanno investito a Casoria. Tre settimane fa. Il tizio è scappato.

Esatto sogghignò Giuseppe Chiedi a tua moglie chi guidava. E di chi era la macchina.

Il silenzio che esplose nella stanza fu quasi fisico. Massimo fissò Francesca, lorrore dipinto in viso. Ormai le accuse di tradimento gli sembravano emergenza da tabloid locale.

Fra? sussurrò. Avevi detto che la macchina era in garage, la batteria scarica, le chiavi me le avevi tolte

Francesca si accasciò al suolo.

Perdonami cominciò a singhiozzare. Era Riccardo. Ha preso le chiavi Non voleva Massimo, è nostro figlio!

Massimo rimase immobile. Non urlò, non precipitò su nessuno. Schiacciato dal peso di quella verità, si limitò a osservare la moglie in ginocchio ai piedi di un uomo straniero, e questultimo che la guardava compiaciuto del suo stesso dolore.

Ora era un medico che aveva portato la morte in casa propria.

Riccardo? ripeté, da sonnambulo. Mio figlio ha investito una ragazzina?

Non voleva! urlò Francesca. È stato un incidente! Una disgrazia!

È scappato precisò Giuseppe, duro Lha lasciata per strada come un sacco. Lambulanza ci ha messo un quarto dora. Se si fosse fermato, magari la voce si ruppe. Magari era viva.

Massimo si aggrappò a uno stipite.

E tu lo sapevi? Da tre settimane?

Ho protetto lui! piangeva Francesca Sono madre! Se lo beccavano lo rovinavano! È solo un ragazzo, non sarebbe sopravvissuto. Io volevo pagare per chiudere tutto

Pagare? Massimo guardò la busta. Una vita da novemila euro? O sono di più?

Ho preso tutto quello che potevo balbettò Giuseppe Ma ora basta. Deve pagare davanti allo Stato. Io voglio che riceva la pena.

Massimo sollevò il plico, pesò i soldi. Poi li scagliò in faccia a Giuseppe. Le banconote volarono ovunque, come coriandoli nel Carnevale di Viareggio.

Tieni i tuoi soldi sporchi disse Io non compro la coscienza.

Si girò su Francesca, lafferrò per un braccio e la tirò su.

Alzati. Si va a casa.

Massimo, per favore balbettava, rassegnata.

Basta parlare tagliò corto lui Da qui a casa, zitta. O giuro che perdo la testa.

Scivolando sotto lo sguardo silenzioso di Giuseppe, discesero le scale.

Il viaggio fu muto e teso. Massimo guidava ruvido, sfiorando i 110 sulla Tangenziale, ignorando ogni limite e ogni semaforo. Francesca si strinse al sedile, trattenne anche il respiro. Vide le nocche bianche di Massimo.

In casa, Riccardo era seduto in cucina, una tazza di camomilla ormai gelata davanti. Vedendo il padre si alzò di scatto, facendo cadere la sedia.

Papà? Mamma? Avete fatto pace?

Massimo si avvicinò. Riccardo, un metro e novanta, ora era piccolissimo.

Vestiti disse il padre.

Dove andiamo? occhi da cerbiatto verso la madre. Francesca appoggiata al muro, lacrime infinite.

Dai carabinieri rispose Massimo.

Riccardo barcollò e ricadde a sedere.

No papà! Non posso! Mamma ha detto che era tutto a posto!

Mamma? sogghignò Massimo. Mamma ti ha prenotato un biglietto per linferno, Riccardino. Tre settimane che sai di aver ucciso una persona, e mangi, dormi, giochi alla Play?

Non dormo! urlò Riccardo, e scoppiò in lacrime Ogni notte la rivedo! Papà, ho paura!

Paura? Massimo lo afferrò per il petto E quella bambina? Aveva paura a morire sola sullasfalto? E il padre, a vivere con quel vuoto?

Massimo, basta si gettò Francesca tra loro.

Non è più un bambino! gridò lui, respingendola È un uomo che ha fatto qualcosa di grave e si è nascosto dietro tua gonna! E tu la fissò con una disperazione più profonda di qualsiasi tradimento tu hai tradito me. Ma non andando con altri. Lasciandomi come uno scemo. Hai deciso che la verità avrebbe distrutto questa casa. Che lonore della nostra famiglia valesse meno di novemila euro!

Temevo che lavresti denunciato! urlò lei.

Lavrei fatto! annuì. Ma sarei stato al suo fianco. Avremmo preso un avvocato, affrontato un giudice, pagato il dovuto secondo la legge. Avremmo potuto guardare la gente negli occhi. Ora? Siamo una famiglia di codardi.

Riccardo scivolò giù, coprendosi la testa come una bestia ferita.

Massimo si accovacciò di fronte a lui.

Riccardo, guardami.

Il figlio sollevò quel viso inondato.

Se ora non facciamo la cosa giusta disse piano il padre non sarai mai un uomo. La paura ti divorerà. Vuoi vivere così per sempre? Tremando a ogni sirena dei carabinieri?

Il ragazzo scosse la testa.

Così non ce la faccio, papà Non ce la faccio più.

Allora andiamo. Io vengo con te. Ci sarò. Ma la responsabilità resta.

Riccardo si alzò piano, si asciugò la faccia con la manica. Per la prima volta lo sguardo era fermo, quasi adulto.

Va bene disse.

Massimo fece cenno. Si voltò verso Francesca.

Tu resta qui.

Vengo anchio! gridò prendendo il cappotto.

No Massimo la fermò. Tu hai già fatto la tua scelta. Hai cercato di comprargli lanima. Ora lascia che io ci provi a salvarla.

Mi perdonerai mai? chiese sottovoce, sapendo la risposta.

Lui la fissò a lungo, come per fissarsi in testa i lineamenti amati per una vita.

Un tradimento lo avrei perdonato, Fra. Le donne sono fragili. Ma quello che hai fatto Hai guardato il mio tormento per settimane e hai taciuto. Mi hai lasciato impazzire, convinta che lamore di una madre basti anche a comprare il silenzio.

Aprì la porta, facendo strada al figlio.

Non so più come vivere con te. Non so se dormirti accanto sia ancora possibile.

La porta sbatté forte.

Francesca rimase sola, nella casa vuota. Il silenzio era talmente denso che le orecchie le fischiavano. Sul pavimento, nella penombra dellingresso, cera ancora lo scontrino del Monte dei Pegni, caduto dalla tasca di Massimo.

Andò alla finestra. In strada, nella luce dei lampioni, vide due sagome una grande, eretta, laltra curva e minuta camminare fianco a fianco, senza toccarsi. Ma assieme.

Appoggiò la fronte al vetro ghiacciato. La verità, adesso, era uscita. Lei aveva distrutto non solo ieri, ma anche ogni domani. Eppure, là sotto, padre e figlio, con passi incerti, andavano incontro a un presente diverso, almeno dignitoso.

Scivolò lungo la parete e, per la prima volta in tre settimane, pianse non per la paura, ma per la certezza che nulla sarebbe più stato come prima. Il processo sarebbe stato lungo; la pena, reale. Ma la sentenza più dura era già stata pronunciata lì, cinque minuti prima. E nessun giudice avrebbe potuto cambiarla.

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— Sei di nuovo tornata tardi dal lavoro? — ringhiò lui con gelosia. — Ho capito tutto.
Il Terzo Incomodo