Signora… Le porgiamo le nostre più sentite condoglianze. Sua figlia… era troppo fragile, poverina.

Signora… Le porgiamo le nostre condoglianze. Sua figlia… era troppo debole.

Il dolore era insopportabile. Si insinuava dovunque, cancellando ogni limite tra corpo e coscienza. Cera troppa luce in sala parto, una luce fredda che feriva le palpebre gonfie, riflettendosi sulle piastrelle bianche.

Francesca, diciassettenne, stringeva i denti e lasciava uscire un gemito cupo, quasi un ringhio di animale ferito. Le sue dita, bianche per la tensione, affondavano nel palmo della madre. Una mano forte, fredda, con vene sporgenti sul dorso.

Respira, Francesca, respira! Rilassati! la voce di Rosa Bellini bucava la nebbia di dolore come un raggio attraverso lacqua. Sembrava diversa dal solito, quasi tenera. Ci sono io, stai tranquilla. Ancora un po, forza.

Francesca cercò il volto della madre con lo sguardo annebbiato. Rosa aveva il viso pallido, le labbra serrate e gli occhi attenti, mai staccati dalla figlia.

Ma quel volto sfuggì presto, risucchiato da una nuova, selvaggia onda di contrazioni.

Non ce la faccio! gridò lei, un urlo animale. Mamma, tiratela fuori, vi prego! Non ne posso più!

Zitta, sciocca! la gelò Rosa, e per un attimo tornò la sua nota autorità. Ma subito dopo la accarezzò, sistemando i capelli sudati. Tutte partoriscono, ce la farai anche tu. Spingi quando te lo dicono.

Lostetrica diede unocchiata al monitor, poi ordinò decisa:

Adesso, signora. Forza. Uno, due, tre!

Francesca raccolse le ultime forze, spinse. Il mondo si ridusse a una sensazione lacerante, come se il corpo si spaccasse. Poi, di colpo, un sollievo abissale, quasi uno svenimento. E subito dopo, un suono debole, sottile… non un pianto, ma un pigolio di rondine.

Femminuccia annunciò lostetrica sollevando il piccolo involto raggrinzito.

Per un istante, Francesca vide solo una soffice lanuggine scura sulla testa, minuscole mani e piedi che si agitavano spasmodicamente. Le si strinse il cuore: un amore feroce, lancinante, mescolato a una paura tremenda. Allungò le braccia.

Datemela… Datemela, per favore…

Un attimo, la sistemiamo rispose lostetrica, avvicinandosi al carrello e coprendo la neonata dallo sguardo materno.

Rosa, immobile, fissava la nipotina. Aveva il volto come pietra, dentro era tormento puro. Vedeva la piccola muoversi appena, la pelle violacea sulle minuscole dita e i piedi. Guardava la figlia, ancora bambina nel viso, già estenuata. E vedeva il futuro: la cameretta piccola che sapeva di latte e pannolini, Francesca sempre stanca, il sogno delluniversità abbandonato, le occhiate dei vicini, la vergogna tra i parenti.

I pensieri le sfrecciavano in testa come razzi. La decisione più dura le era nata dentro già da tempo, quando aveva capito che Francesca non avrebbe mai accettato uninterruzione. Era maturata in notti insonni, mentre ascoltava la figlia piangere dallaltra stanza. Rafforzata dalle parole di un medico della clinica privata, vecchio amico di famiglia, uomo dal senso della morale alquanto vago.
Lui, dopo averle ascoltato, aveva fumato in silenzio e poi chiesto: «Sei sicura, Rosa? È un crimine».
Lei aveva fatto sì con la testa. Era, nella sua mente, un gesto chirurgico, unamputazione necessaria per salvare il resto. Crudele, ma inevitabile.

Ora quel medico era lì, sussurrando parole allostetrica. Scambiarono un rapido sguardo con Rosa. Il patto era sigillato.

Cè un problema disse il medico, avvicinando a Francesca. È molto debole. Grave ipossia. Serve la rianimazione.

Cosa sta succedendo? Francesca si sollevò, presa dal panico. Cosa vuol dire?

Tranquilla, figlia Rosa la bloccò sulle spalle. Fai lavorare i dottori, sanno loro come fare.

La piccola, avvolta in una mussola sterile, fu portata via rapidamente. Francesca la seguì con gli occhi pieni di lacrime e terrore. Le somministrarono uniniezione che la fece scivolare in uno stato dincoscienza. Cercò disperatamente la mano della madre.

Mamma… ce la farà? Davvero ce la farà?

Tutto bene… mormorava Rosa fissando il vuoto. La sua mano, nella mano della figlia, era molle. Dormi. Sei stata brava.

Unora dopo, la stessa ostetrica fece il suo ingresso in reparto. Il suo volto indossava una maschera di cordoglio professionale.

Signora… Le mie condoglianze. Sua figlia… abbiamo fatto tutto il possibile. Ma era troppo fragile.

Francesca sobbalzò, come se la sua anima si fosse spenta per sempre. Senza guardare, firmò un modulo che le misero davanti. Non riusciva a vedere nulla attraverso le lacrime incessanti.

Rosa, seduta su una sedia, guardò con attenzione finché la figlia firmò la rinuncia già pronta. Solo a quel punto scoppiò a piangere. Lacrime sincere. Il dolore delle madri che si confonde col senso di colpa e con la perdita.

****************************

Tutto era iniziato nove mesi prima, in primavera, quando la pioggia lavava lasfalto crepato sotto i rami profumati dei lillà fuori dal pensionato universitario. Francesca, matricola di pedagogia, era una ragazza come tante: timida, sognatrice, con un enorme bisogno daffetto. Durante una festa con le compagne, aveva conosciuto Stefano. Più grande, quarto anno di ingegneria alluniversità politecnica, chitarrista, occhi sempre un po ironici quel misto di sicurezza e distacco che a diciannove anni sembrano irresistibili. Per lui fu solo una storia leggera, una sbandata. Per Francesca, il grande amore.

Camminava tra le strade senza sentire la fatica, scriveva poesie sciocche, ascoltava la sua musica preferita, convinta che nulla fosse più importante. Quando il ciclo non arrivò, la prima sensazione non fu la paura, ma una speranza folle, esaltata: È per sempre. Ora non mi lascerà più. Comperò un test di gravidanza in una farmacia fuori mano, lo fece nel bagno delluniversità, con le mani tremanti. Due linee.

Chiamò Stefano con voce carica dansia: Stefano, dobbiamo vederci. È urgente. Siccome si incontrarono sotto i tigli dietro la stazione dei pullman, lui era tutto allegro, parlava di un nuovo gruppo musicale. Francesca lo fermò, gli disse la notizia, a occhi negli occhi, aspettando stupore, abbracci, una promessa.

Lui tacque. Finì la sigaretta e schiacciò il mozzicone sulla panchina.

Sei sicura? mormorò.

Sì. Ho fatto il test.

Dannazione… Si passò le mani sulla faccia. Francesca, questa è una cosa seria. Dobbiamo pensarci.

Pensare? A cosa? sussurrò lei, con il cuore che crollava.

Senti. Io non sono pronto. Ho la laurea, poi il servizio civile, il lavoro… Non ho nulla, nemmeno tu. Vuoi crescere un bambino in pensionato o con i tuoi?

Troveremo una soluzione… iniziò lei, ma lui la interruppe.

No, Francesca. Bisogna essere seri. Cè una sola via: laborto. Ti aiuto, se vuoi. Ma io non posso non posso prendermi questa responsabilità. Scusa.

Si alzò, le diede una pacca sulla spalla come a un vecchio amico e si allontanò, senza voltarsi. Prese il primo pullman, svanendo nella folla. Luscita allitaliana, fredda e senza arrivederci.

Tornò a casa, a Modena, quasi in stato catatonico. Il padre, Antonio Bellini, ingegnere in una fabbrica di ceramiche, uomo severo, accolse la notizia con silenziosa delusione. Rosa, donna dal carattere dacciaio e idee granitiche sulla vita, le fece una sgridata epocale.

Devi abortire! gridava furiosa. Non cè discussione! Ti rovinerai lesistenza e a noi toglierai la pace! Lascerei gli studi, la gente parlerà! Ma ti rendi conto di cosa fai?!

Non posso farlo! Francesca piangeva, tenendosi la testa. È mio figlio! Lo sento già!

Non senti nulla, sono i tuoi ormoni! ribatteva Rosa. Quello ti ha lasciata, e tu vuoi portarti dietro un peso a vita? Lunica via è uscirne ora!

Anche Antonio, imbronciato, aggiunse: «Tua madre ha ragione. Devi saper reagire quando fai certi errori.» Errori, cioè lasciar crescere quella vita.

La vita divenne un assedio. Rosa le portava esempi di ragazze rovinate, snocciolava prezzi di pannolini e latte, raccontava storie di madri sole nella povertà. Francesca resisteva con tutte le forze. Non mangiava, si chiudeva in camera, origliando i genitori mentre decidevano cosa farsene di lei Ma che dobbiamo fare con questa?.

Una sera, quando ormai si era arresa, la madre le portò una tazza di latte caldo, invece che urla. Si sedette accanto.

Basta, hai vinto. Partorirai.

Francesca pensò daver capito male.

Davvero?

Sì, ma alle mie condizioni la guardò fissa. Trovo io il medico, la clinica migliore. Tu ascolti solo me. In sala parto sarò io con te.

Fra le lacrime, Francesca giurò obbedienza, credendo fosse un cedimento, una concessione dolorosa. Non vedeva il calcolo glaciale negli occhi materni, non immaginava che nella mente di Rosa il piano B fosse già pronto.

******************************

I cinque anni seguenti furono per Francesca una lunga, grigia giornata. Finì luniversità, prese il diploma, ma il sogno di lavorare coi bambini morì quel giorno. Finì in un archivio comunale un lavoro polveroso, silenzioso. Viveva sola in un piccolo appartamento ereditato dalla nonna. I rapporti con la madre erano ridotti a scambi secchi, chiamate per Natale, incontri senza vero calore. Rosa cercava di avvicinarsi, ma di fronte trovava solo un muro di ghiaccio.
Il lutto aveva una logica crudele: se mia madre era stata testimone, era colpevole, almeno un po.

Quando il padre morì per infarto, tre anni dopo, al funerale madre e figlia restarono lontane, divise dal dolore invece che unite.

Poi, tutto cambiò in una torrida giornata di metà giugno. Il bus su cui Francesca viaggiava per andare in centro si ruppe. Lautista, bestemmiando, aprì il cofano e tutti uscirono per prendere aria. Francesca si appoggiò a una ringhiera di ferro. E allora udì una risata di bambini.

Girò la testa distinto. Dietro il cancello della Casa-famiglia La Rondine cera un cortile con vecchi altalene e una sabbiera ingiallita. Cerano tanti bambini, ma lo sguardo di Francesca si posò subito su una sola bimba.

Non correva, non gridava. Sedeva sul bordo della sabbiera, assorta in qualcosa che teneva nascosto tra le mani. Avrà avuto cinque anni. Il sole, filtrando tra le foglie, colorava i suoi capelli di un rame raro, lo stesso tono delle foglie di acero in ottobre. Il suo viso… Francesca restò senza fiato. Non era la classica bellezza da pubblicità, ma quei tratti fini: occhi grigio-verdi a mandorla, ciglia lunghe, nasino allinsù con lentiggini, una linea delle labbra così gentile. E non era questione di bellezza.

La bambina, dopo uno screzio con unaltra, si era gonfiata le guance e sulla sinistra spuntò una fossetta. Identica a quella che anche Francesca aveva da piccola e che la nonna chiamava la pozza della felicità. La bimba fece uno di quei gesti tipici una scrollata secca di capelli dalla fronte, tale e quale a come faceva Francesca da adolescente per togliersi il ciuffo dagli occhi.

Il cuore prese a martellare, la testa le scoppiava. Si sorresse alla ringhiera per non cadere. Non poteva essere solo una coincidenza. Troppi dettagli coincidevano. Il colore dei capelli come la bisnonna nelle vecchie foto di famiglia, o il cugino di papà. La forma degli occhi, identici ai suoi ma grigio-verdi come quelli di Stefano. La fossetta… il gesto…

Una voce si accese dentro, selvaggia: E se…? No, non può essere. Mi hanno detto che era morta.

Ma il pensiero non se ne andava, si incistava dentro. Francesca osservò la bambina e sentì una connessione fisica, primitiva, irresistibile. Fu tutta la giornata col pensiero di lei, tornò parecchie volte alla recinzione nei giorni successivi.

Poi si presentò alla Rondine con la scusa di una donazione dallarchivio. La direttrice la accompagnò tra le sale mostrandole i bambini durante la siesta. Francesca la rivide. La chiamavano Lucia. Risultava lasciata alla Rondine da una struttura di Modena la stessa clinica privata dove aveva partorito Francesca.

Francesca uscì sconvolta, si comprò un pacchetto di sigarette anche se non fumava più. Iniziò a ricostruire i fatti, come un investigatore: bambino morto in clinica privata, mai visto il certificato di morte (che aveva in mano sua madre), niente corpo. Alla madre avevano detto che era tutto sistemato. Lucia, trovata nello stesso periodo, stessa zona. Somiglianza folle nei dettagli: fossetta, gesto, orecchio… Ma soprattutto, quella sensazione travolgente: un amore totale, un istinto che urlava mia figlia.

Le prove non bastavano per un giudice. Ma al cuore, affamato damore, bastavano eccome. Lipotesi mostruosa e meravigliosa: la bimba non era morta. Era stata affidata allorfanotrofio. Perché? Da chi? La risposta era un colpo di ghiaccio: la madre. Solo lei poteva averlo fatto, solo lei aveva i mezzi.

Francesca rifiutò subito quella possibilità. Impossibile. Nemmeno Rosa, donna dura, avrebbe potuto tanto. Eppure era lunica spiegazione sensata. I ricordi tornarono: perché la madre aveva insistito per quella clinica. Quegli sguardi strani tra medico e ostetrica. Latteggiamento della madre dopo… non distrutta, ma composta, sfuggente.

Non affrontò la madre subito. Sapeva che servivano azioni, non parole. Una sola priorità si accese in lei: riprendersi Lucia. Allinizio perché quella bambina le aveva rubato il cuore. Poi con la folle speranza che fosse davvero sangue del suo sangue. Infine con freddo coraggio: anche se non fosse stata sua, era destino.

Si affidò a un avvocato. Iniziò la lunga trafila per adottare Lucia. Nulla la fermava. Passò i test psicologici, raccolse relazioni, investì i risparmi nella ristrutturazione dellappartamento per creare una cameretta luminosa. Durante gli incontri autorizzati alla Rondine si avvicinò piano a Lucia: la bambina era diffidente ma, col tempo, iniziò a sorriderle, ad accettare una mela o un libro. Aveva una curiosa abitudine: mordicchiava il labbro e arricciava il nasino proprio come Francesca.

Restava solo un passaggio: lultima firma. Francesca, con la cartellina pronta e una foto a colori di Lucia, andò a casa della madre.

Rosa la accolse nel suo appartamento lindo come sempre, portò una tazza di tè e chiese secca: novità?

Mamma, sto adottando una bambina dellasilo. Lucia. Ecco la sua foto.

Rosa rimase immobilizzata, la tazzina in bilico tra le dita.

Sei impazzita? Un’estranea in casa? Hai perso la testa?

Non è estranea, mamma. Guardala.

E mostrò la foto. Lucia in un vestito bianco, capelli di rame raccolti dal sole.

La reazione fu immediata. Rosa ebbe un sussulto violento, quasi strozzata. Il viso impallidì, mani al petto, occhi spalancati dal terrore fisico. Fissava la foto come se quello scatto fosse un coltello.

Toglila… portala via!

Cosa succede, mamma? Ma dentro, Francesca già sapeva.

È lei sussurrò Rosa. Non può…

Chi è lei? Francesca avanzò. Sai chi è?

No! Cioè sì, ma… No… sembra solo… somiglia…

A chi? A me da bambina? Francesca la incalzava. O alla mia bambina? Quella che secondo te è morta cinque anni fa?

Rosa la fissò, preda del panico. Le difese crollarono.

Francesca, ascolta… tu non puoi capire…

Capisco tutto! urlò Francesca, abbandonando per la prima volta il suo autocontrollo. È viva! La mia bimba è viva! Tu mi hai mentito, mi hai rubato mia figlia!

Rosa scoppiò in lacrime senza voce, testa tra le mani.

Lho fatto per te… Eri troppo giovane, sola, lui ti aveva abbandonata… La piccola era fragile… Ho pensato che da noi non ce lavrebbe mai fatta… che sarebbe stata un peso… Ho trattato… pagato… Mi avevano detto che lavrebbero data a una famiglia vera, senza figli… Volevo dirtelo, più avanti, quando ti saresti ripresa… Ma tu ti sei chiusa, gli anni passavano… Avevo paura che mi avresti odiata.

E avevi ragione! urlò Francesca, le lacrime che finalmente tracimavano, stavolta di rabbia e sollievo. Hai deciso per me e per lei! Ci hai tolto cinque anni, mamma! Cinque anni! Sai cosa significa?!

Ogni giorno lo porto dentro! gridò Rosa. Nei sogni vedo il suo volto! Lo so che è stato un delitto! Ma lho fatto per amore!

Non chiamarlo amore! È solo egoismo! Tu pensavi solo a cosa era meglio per te, non per me. E lei? I suoi diritti? Per me sei un mostro.

Afferrò la foto e la cartellina.

Mi riprendo mia figlia. E sappi che non la vedrai mai. Sei solo una sconosciuta, per noi.

Francesca corse fuori, Rosa non la seguì. Rimase seduta alla tavola, fissando il vuoto, realizzando che aveva appena perso la figlia per sempre.

****************

Dopo due settimane di carte e attese, il giudice le diede il via. Lavvocato era incredulo: Un caso da manuale. Tutto filato liscio. Francesca non si stupiva: era destino che la riportasse a casa.

Il giorno del ritiro, il sole di settembre accarezzava il cortile della Rondine. Francesca teneva tra le mani un grande orso di peluche. La direttrice emerse dallingresso, con Lucia vestita di bianco e nuovi sandaletti. La bimba stringeva al petto una vecchia bambola.

Lucia, ecco la tua mamma, Francesca disse la direttrice. Ora andrai a vivere con lei.

Lucia guardò Francesca con i suoi enormi occhi grigio-verdi. Cannabisava lorso.

È per me? mormorò.

Sì, per te rispose Francesca con la voce rotta. Proteggerà i tuoi sogni.

Hai i libri con le figure a casa? chiese Lucia, senza mollare lorso.

Unintera libreria sospirò Francesca. E colori, e plastilina.

La bambina rimase in silenzio, valutando la risposta. Poi, allimprovviso, le tese la mano non per il pupazzo, ma verso Francesca. Una mano piccola, calda, che si strinse un poco intorno al pollice della donna. Un contatto fragile, intimo, che fece vibrare Francesca fin nel profondo.

La mia bambola ha paura del buio dichiarò Lucia con gravità, guardando il suo giocattolo. Serve una lucina.

Avrà la lucina assicurò Francesca, trattenendo le lacrime. E ce lavrai anche tu, se la vorrai.

La direttrice le osservava da lontano e sospirò piano.

Su, Lucia, saluta la Rondine. Ora hai una mamma.

Lucia si voltò, guardò il palazzo, laltalena, la finestra della sua stanza. Negli occhi non aveva tristezza né gioia, piuttosto una determinazione cauta. Salutò silenziosamente i volti curiosi degli altri bimbi dietro le tende. Poi tornò a fissare Francesca.

Andiamo?

Non andiamo insieme, solo andiamo. Come se fossero una famiglia da sempre. Francesca annuì, incapace di parlare. Camminarono, lente, verso il portone. Salirono in taxi: Lucia studiava dal finestrino i cambiamenti del paesaggio, le strade nuove. Non faceva domande. Francesca, accanto, osservava il profilo della figlia, le ciglia lunghe, le lentiggini, quella solenne serietà. Lidea che fosse davvero sua figlia, la bimba che aveva portato in grembo e pianto per cinque anni, la dissestava dentro. Strinse le mani in grembo perché non tremassero.

Come si chiama la tua bambola? azzardò Francesca, per rompere il silenzio.

Gina, rispose Lucia senza distogliere gli occhi dal vetro. Poi aggiunse Ho cinque anni e mezzo. Il mio compleanno è a gennaio. Il diciotto.

Francesca si bloccò. Il diciotto gennaio. Il giorno del parto, quello stesso giorno. Le si inumidirono gli occhi, impossibile trattenere le lacrime.

Lo so sussurrò. Una data bellissima.

Lucia la guardò, sorpresa ma serena. Non disse nulla, ma le carezzò la guancia per asciugare le lacrime. Un gesto spontaneo, instintivo, che le tagliò il respiro.

Stai piangendo?

Sono lacrime di felicità, Lucia sussurrò Francesca, stringendole la manina. Ti ho cercata a lungo, tanto a lungo.

La bambina la fissò, poi annuì, tornando a contemplare la città che cambiava.

Lappartamento le accolse nel silenzio e nellodore di vernice. Francesca mostrò la casa: cucina, bagno, e finalmente la cameretta. Inondata di luce, con scaffali per i libri e i giochi ancora semivuoti, il lettino bianco sotto la finestra, un tappeto morbido, il baule dei colori e della plastilina.

Lucia entrò, si fermò al centro, guardò tutto lentamente. Adagiò bambola e orso sul letto con cura.

È tutto mio? bisbigliò.

Tutto tuo rispose Francesca. La tua stanza, il tuo regno.

E la tua camera dovè?

Qui accanto. Dietro la parete. Puoi venire da me ogni volta che vuoi. O bussare.

La sera, dopo il bagno, Francesca si sedette sul letto, Lucia accanto, abbracciata al suo orso. Aprì un libro di fiabe e lesse. La voce incespicava, poi si assestò. Lucia ascoltava senza muoversi, persa tra le figure. Quando la storia finì, chiese piano:

Anche la mia prima mamma mi leggeva le storie?

Il cuore di Francesca si fermò. Poggiò il libro.

La tua prima mamma, Lucia… era molto giovane, spaventata. Non è riuscita a starti vicino. Ma ti ha amata. Tanto. Solo che… non ci è riuscita. Adesso però… adesso ci sono io, e ti leggerò tutto quello che vuoi.

Lucia la osservò in penombra, sotto la luce morbida della lucina a forma di luna.

Tu non mi lasci più?

Mai rispose Francesca con fermezza. Ti ho cercata per anni. Ora non mi separo più.

La bimba sembrò valutare, poi annuì e si rannicchiò contro il cuscino.

Buonanotte.

Buonanotte, amore mio sospirò Francesca, baciandole la fronte, annusando quei capelli di rame. Ci rivediamo domani.

Uscì lasciando la porta socchiusa e si fermò nel corridoio, nelloscurità. Si mise in ascolto: solo il respiro regolare della figlia. Rimase lì, dieci, venti minuti forse, rapita da quellarmonia.

Poi si spostò in soggiorno, prese il telefono. Scorse i contatti, fermandosi su Mamma. Lesse e rilesse il nome, sentendo un tumulto di rabbia, pietà, rancore e gratitudine, mescolate. Scrisse un messaggio lungo, pieno di rimproveri. Lo cancellò. Riscrisse, più breve. Cancellò ancora. Infine mandò solo questa frase, secca:

«Lucia è a casa. Va tutto bene. Non chiamare.»

Non bloccò il numero, posò il telefono. Bastava così. Il futuro, con tutto il suo perdono o il suo silenzio, era nebbia. Lunica cosa importante era lì, da quella parete sottile illuminata dalla lucina. La sua bambina. Parte di sé, tornata per rendere Francesca finalmente integra.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fifteen − 7 =