Mio genero diceva di andare ogni sabato «a pesca». L’ho seguito di nascosto e ho scoperto qualcosa che non avrei mai immaginato

Matteo, vai di nuovo a pescare? domandò mia figlia affacciandosi sonnolenta dalla camera da letto, mentre il marito armeggiava rumorosamente con le canne da pesca sul balcone.

Sì, rispose secco mio genero, continuando a sistemare lattrezzatura.

Io sedevo in cucina con la mia tazza di tè e, senza accorgermene, tendevo lorecchio. Era la sesta sabato consecutiva che si ripeteva la stessa scena: Matteo si alzava presto, caricava zaino e canne in macchina, e rincasava al tramonto stanco, ma allegro. Stranamentesenza mai portare un pesce. Mai una volta.

Dopo mezzora, Matteo uscì di casa salutandoci con la mano. Mi avvicinai al balcone e gettai uno sguardo distratto alla mensola dove stavano gli stivali di gomma. Erano lì, puliti, lucenti, perfettamente ordinati, come se non fossero mai stati usati.

Strano, mormorai fra me.

Mia figlia Sofia sbucò in cucina col viso ancora assonnato e il pigiama addosso.

Mamma, che borbotti?

Niente Matteo è partito di nuovo

Sofia si sedette e si versò del tè.

Almeno un giorno alla settimana si riposa come si deve. La sua vita in officina è stressante, sempre in piedi. Se la pesca lo aiuta, lascialo fare.

Sospirai, ma i pensieri mi affollavano la mente. Qualcosa non tornava. Matteo era un meccanico, guadagnava bene, ma nellultimo semestre era come distratto. Quelle strane uscite del sabato, nessuna traccia di pesce e quel mistero negli occhi.

Ero andata a vivere da loro tre anni prima, quando avevano preso un mutuo per un trilocale a Firenze. Sofia aspettava la piccola Giulia, e Matteo lavorava giorno e notte per pagare le rate.

Io cucinavo, pulivo, e cercavo di rendere loro la vita più semplice. Avevo imparato a conoscere Matteo: responsabile, sobrio, legato alla famiglia Ma queste sparizioni del sabato…

Sofia, ma Matteo ha mai portato a casa del pesce? chiesi con noncuranza.

Sofia ci pensò su mentre sorseggiava il tè.

A dirti la verità, mamma? Mai. Dice che non abbocca, o che li rimette in acqua. Perché?

Così, curiosità

Sofia scrollò le spalle, poi andò a vestirsi. Rimasi in cucina sola con i miei pensieri. Cera qualcosa di strano. Avrà forse unaltra? Una giovane, senza figlia e senza suocera?

Il cuore mi si strinse. Sofia avrebbe sofferto molto di più di me. Lei amava davvero suo marito.

Sul tardi Matteo tornò come sempre: affaticato ma felice. Si lavò, mangiò con gusto e giocò con Giulia prima di metterla a letto.

Un padre e marito modello. Eppure, sentivo che davanti a me non cera luomo intero, ma solo una parte di lui. Laltra era altrove, ogni sabato.

La settimana passò tra sospetti e inquietudini. Osservai Matteo, sperando di cogliergli in fallo: niente. Tornava a casa in orario, aiutava Sofia con Giulia, pagava le rate senza ritardi. Ma la sensazione di disagio cresceva.

Venerdì presi una decisione: domani lo seguo. Non posso più stare nellincertezza. Se cè unaltra donna, Sofia deve saperlo. Se cè altro, meglio chiarire.

Allalba mi alzai prima di tutti. Quando Matteo uscì col suo borsone verso la sua vecchia Fiat, mi fiondai di nascosto fuori e presi un taxi dal vicolo accanto.

Vede quella macchina grigia? dissi al tassista, un uomo di mezza età dal volto stanco. Mi segua, ma senza farsi notare.

Lui fece un sorrisetto.

Marito infedele?

È mio genero, e ancora non lo so se è infedele.

Capito, signora.

Guidammo per una quarantina di minuti. Matteo badava solo alla strada, guidando con calma prima nella zona centrale, poi verso i sobborghi, tra edifici vecchi e zone industriali. Strano, pensai. Di laghi, neanche lombra.

La Fiat si fermò davanti a una palazzina scrostata di tre piani. Sullinsegna cera scritto: Orfanotrofio San Giuseppe. Mi girai interdetta verso il tassista.

Ello, forse ha qualcuno che lavora lì? suggerì.

Matteo scese dallauto, caricò uno zaino grande e una sacca sportiva, e si avviò allingresso. Pagai il tassista e lo seguii con cautela.

Allinterno cera odore di disinfettante. Alla reception una donna distinta sui cinquantanni mi accolse sorridendo.

Buongiorno, desidera?

Sì, scusi qui è entrato un uomo cinque minuti fa, alto, con la giacca di jeans

Ah, Matteo Ferrara! Il nostro caro volontario. È sua parente?

Sono la suocera, balbettai.

Ma che piacere! Io sono Angela Rossetti, la direttrice. Suo genero è una persona splendida: da sei mesi, viene ogni sabato ad aiutarci.

Rimasi sconvolta. Sei mesi. Volontario. Orfanotrofio.

Ma lui diceva che andava a pescare

Angela annuì col sorriso.

Molti volontari preferiscono rimanere nellombra. Matteo è particolarmente riservato. Un giorno ci aiutò per caso col furgone, e poi iniziò a darci una mano nei lavori: riparazioni, lavandini, porte In seguito, ha cominciato anche a lavorare coi ragazzi.

Mi fece strada lungo il corridoio. Salimmo al secondo piano; da una porta a vetri vidi una grande sala-laboratorio.

Lì Matteo era seduto tra ragazzi di tutte le età: maneggiavano componenti meccanici, intenti ad ascoltarlo spiegare come si smonta un carburatore.

Insegna loro un mestiere, sussurrò Angela. Questi ragazzi vengono spesso da famiglie sfortunate, non sanno cosa vogliono diventare.

Matteo li guida, li ascolta. Tre di loro sono entrati da poco in un istituto professionale per diventare meccanici. Può immaginare?

Ero senza parole. Guardavo mio genero, che poco prima sospettavo di tradirmi, mentre con pazienza illustrava la tecnica a un ragazzino.

Porta sempre utensili, materiali paga tutto con i suoi soldi. Lo sappiamo che ha un mutuo, una famiglia, ma trova sempre il modo di aiutarci.

Da piccolo lui stesso è cresciuto senza padre. Capisce quanto conta per questi ragazzi?

Non me ne aveva mai parlato sussurrai.

Gli uomini, spesso, certe cose le tengono per sé, concluse la direttrice con gentilezza.

Improvvisamente uno dei ragazzi ci scorse dalla porta e tirò Matteo per la manica, indicandoci.

Matteo sollevò lo sguardo e i nostri occhi si incrociarono. Aveva unespressione smarrita, come un adolescente sorpreso a fare una marachella.

Si avvicinò, visibilmente imbarazzato.

Signora Teresa posso spiegare

Hai tenuto nascosto per mesi che aiutavi i ragazzi perché?

Si grattò il capo, sorrise timidamente.

Temevo che Sofia non capisse. Abbiamo un mutuo, la bambina, e io spendo soldi per attrezzi penserebbe che non mi importa della famiglia.

Sciocco che sei, sospirai proprio uno sciocco.

Mi guardò spaventato; lo abbracciai come facevo da bambina con mia figlia quando portava a casa bei voti e taceva per timidezza.

Grazie, Matteo. Grazie di esistere.

La sera raccontai tutto a Sofia. Mangiammo insieme in cucina mentre Matteo raccontava la sua storia: lincontro casuale con il custode dellorfanotrofio, i ragazzi visti arrancare… e il ricordo di sé da bambino.

Avevo paura che ti arrabbiassi, confessò lui a Sofia. Pensassi che aiutando altri, trascurassi te e Giulia.

Sofia si alzò, gli posò discretamente la testa sulla spalla.

Ti amo ancora di più, sussurrò.

Da quel giorno cambiò tutto. Matteo non nascose più le sue uscite. Sofia lo accompagnò spesso, aiutando le ragazzine con i compiti.

Anchio portai una volta una teglia di crostate e piano piano diventai di casa. La direttrice, Angela, mi accoglieva sempre a braccia aperte.

In estate, Matteo organizzò il tirocinio presso lofficina dove lavorava per alcuni ragazzi del centro. Il titolare, mosso dalla storia, accolse due ragazzi in apprendistato: alla fine furono assunti davvero.

Ma la lezione più grande la imparai io. Ho capito che le persone si giudicano dai fatti, non dalle parole.

Matteo avrebbe potuto vantarsi dappertutto del suo altruismo. Invece aiutava in silenzio, per senso naturale di giustizia.

Un giorno gli chiesi:

Ma perché questa storia della pesca? Non potevi dire la verità?

Ci pensò su, poi rispose:

Vede, Teresa quando fai del bene, non vuoi sembrare un eroe. Dire vado a pescare è semplice, nessuno chiede spiegazioni. Se parlassi delle mie visite allorfanotrofio, la gente inizierebbe a lodarmi, e io non lo sopporterei.

Ecco comè mio genero: uno che crede nel bene silenzioso, senza aspettarsi gratitudine. E sono grata alla vita che abbia dato a mia figlia un marito così.

Perché la bontà vera non si ostenta; si mostra nei gesti, non nelle parole. Non siete daccordo?

Fatemi sapere i vostri pensieri, lasciate un mi piace e continuate a seguirci.

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