Poiché sono stato io a lasciare la mia famiglia per unaltra donna e a causare la fine del mio matrimonio per colpa mia, Riccardo ha ritenuto che fossi in dovere di ricompensarlo per il cuore spezzato. Non mi ha permesso di portare via nostro figlio, e il ragazzo stesso voleva rimanere con il padre, non con me. Anche se mi ha fatto male, non sono riuscito a convincerlo né a portarlo via con la forza. Abbiamo sistemato tutto molto in fretta: mi hanno lasciato andare in cambio del fatto che mandassi loro soldi una o due volte al mese.
Allinizio il mio ex lavorava ancora e guadagnava qualcosa, ma quando si è reso conto che avevo parecchi soldi anche grazie al contributo del mio nuovo compagno, che vuole che mio figlio non si faccia mancare nulla ha lasciato il lavoro e ha iniziato a vivere con i nostri soldi.
Man mano che nostro figlio cresceva, Riccardo lo viziava tantissimo: cibo da ristoranti, poteva saltare la scuola ogni volta che voleva, vacanze in giro e elettrodomestici costosi. Con il tempo, il mio ragazzo ha sviluppato un atteggiamento sempre più sprezzante e desiderava sempre meno vedermi. Qualsiasi cosa gli regalassi o facessi per lui, papà riusciva sempre a fare di meglio, anche se tutto era pagato con i miei soldi. Mio figlio, già a undici anni, nemmeno si chiedeva come mai suo padre fosse così benestante nonostante fosse sempre a casa.
Mio attuale marito un giorno mi ha fatto notare che forse davo loro troppi soldi. In più, abbiamo iniziato a pensare alluniversità del ragazzo e abbiamo deciso che fosse meglio mettere da parte qualcosa per il suo futuro, piuttosto che lasciarli sperperare tutto per capricci inutili. Così un giorno ne ho parlato a Riccardo di persona, dicendogli che li avevo mantenuti abbastanza a lungo ed era ora che si occupasse lui delle spese, mentre io avrei garantito il futuro di nostro figlio. Mi ha rinfacciato che tipo di madre e che tipo di moglie ero stata, e mi ha minacciato di portarmi in tribunale per chiedermi gli alimenti, dicendo che, in realtà, non avevo mai pagato nulla.
Mi sono informato da un avvocato a Firenze e mi hanno detto di non farmi spaventare e di lasciar perdere le sue minacce, perché lui non avrebbe ottenuto niente: da anni non lavora e campa solo grazie ai miei euro. Eppure, nonostante tutto, mi sento io quello che perde. Ora mio figlio mi detesta ancora di più, convinto che io non voglia aiutare suo padrePer la prima volta dopo anni, mi sono fermata davvero a guardare la mia vita da fuori. Avevo inseguito la libertà, lamore, la felicità, ma avevo perso di vista me stessa e tutto il resto. Avevo lasciato mio figlio, mio marito, e adesso persino la mia presenza in quella nuova famiglia sembrava contare meno dei soldi che spedivo ogni mese.
Fu in quel momento che presi una decisione diversa da tutte le altre: scrissi una lunga lettera a mio figlio. Non per scusarmi, non per giustificarmi, ma per raccontargli la verità. Non quella che gli aveva sempre raccontato suo padre, e nemmeno quella comoda che mi sarei raccontata da sola. Gli parlai delle mie paure e degli errori, del perché certe cose erano andate storte e di quanto ogni giorno sentissi la sua mancanza.
Non sapevo se mai mi avrebbe risposto. Ma smisi di mandare regali, di inviare bonifici per consolare la mia assenza. Iniziai a lavorare su me stessa, a ritrovare la mia voce e la mia dignità. E fu solo allora, quando finalmente scelsi di non essere più soltanto un portafoglio a distanza, che successe il miracolo: una sera, trovai una mail di mio figlio.
Era breve, quasi ruvida, ma sincera. Voleva vedermi. Non per un regalo, non per chiedere nulla, ma per parlare. Forse aveva capito qualcosa leggendo la mia lettera, forse si era semplicemente stancato di tutto leccesso vuoto che lo circondava. Quella fu la prima vera notte in cui sentii che, pur avendo perso tanto, non avevo perso tutto. E che, a volte, la cosa più difficile non è chiedere perdono agli altri, ma imparare a perdonare se stessi per poter ricominciare.




